De Pictura

Opere volgari — Nota sul testo

A) TESTIMONIANZE

a) Redazione volgare

manoscritti

Firenze

Biblioteca Nazionale

1. Cod. II. IV. 38 (F).

cc. 120r-136v: De Pictura. Alla fine del testo la nota: Finis laus deo die XVII mensis iulii Mcccc36. Segue poi una specie di aggiunta, un breve paragrafo che comincia: Sia l’occhio el punto ..., e finisce: ... la distantia insieme col radio perpendiculare altera; il quale è accompagnato da un disegno geometrico.

Per la descrizione completa del codice vedi vol. I, pp. 367-68.

Parigi

Bibliothèque Nationale

2. Cod. ital. 1692 (P).

Cod. cart. sec . XVI; mm. 140 x zoo; cc. 31 numerate, precedute da 3 cc. non numerate con indicazioni di antico possessore (Biblioteca Chasles) e note sul contenuto scritte nel ’7oo e nell’8oo. Comincia a c. 1r il testo del De pictura preceduto dalla nota seguente:

Incomenca uno tractato partito in tre parte facto per lo eruditissimo homo miser batista degli alberti facto in latino e lui medesimo reducto in vulgare perche se ne potesse bavere piu comodita per li non litterate che fosseno del arte o a quelli tirate per affectione o amore che habiano al arte.

A c. 31r figura la stessa aggiunta che si trova in F, ma senza il disegno.

Cfr. Mazzatinti, Inventario dei MSS delle Biblioteche di Francia, Roma, 1886, vol. I, p. 255 .

Verona

Biblioteca Capitolare

3. Cod. CCLXXIII (V).

Cod. misc. cart. sec . XVI; mm 202 x 161; cc. 169 numerate. Contiene:

Edizioni

I. Della Pittura di Leon Battista Alberti Libri III, in Opere Volgari di Leon Batt. Alberti ... annotate e illustrate dal Dott. Anicio Bo nucci, Firenze, Tip. Galileiana, vol. IV, pp. 11-86 . Edizione condotta sul cod. F.

2. Leon Battista Alberti’s Kleinere Kunsttheoretische Schriften mit einer Einleitung und Excursen versehen von Dr. H . Janitschek, Vienna, 1877. Edizione (fondata su F) della Pittura, insieme con la Statua e i Cinque Ordini Architettonici, con traduzione in tedesco a fronte.

3. L . B . Alberti, Il trattato della pittura e i cinque ordini architettonici, con prefazione di Giovanni Papini, Lanciano, Carabba, 1913. Ristampa il testo dell’edizione precedente con pochi ritocchi congetturali.

4. L . B . Alberti, Della Pittura, edizione critica a cura di Luigi Mallè, Firenze, Sansoni, 1950. Edizione condotta su F tenendo anche presente la versione latina a stampa nell’edizione di Basilea, 1540 (per cui v. sotto). Sull’attendibilità di questa edizione ‘critica’ cfr. «Rinascimento», IV, 1953, pp. 54-62.

b) Redazione latina

manoscritti

Firenze

Biblioteca Nazionale

1. Cod. II. VIII. 58, cc. 1r-26r. Cod. cart. sec . XV (F).

Biblioteca Laurenziana

2. Cod. Ashb. 1155, cc. 1r-89r. In:fine la data: MDXLI. IVLII. Già posseduto da Josephus Mallior pictor (FL).

Biblioteca Riccardiana

3. Cod. 767, cc. 65r-1o3v. Cod. misc. secc . XV-XVI . La copia del De pictura è del sec. XVI (FR).

Biblioteca Marucelliana

4. Cod. B . VI. 38. Copia di FR fatto nel ’700.

Genova

Biblioteca Universitaria

5. Cod. B . II. 50, cc. rr -37r. Cod. cart. sec . XV (G).

Livorno

Biblioteca Labronica

6. Cod. Arm. CXII. Misc. cart. sec . XVI. Lo stesso testo del De Pictura in cc. 170r-207r fu trascritto da almeno tre mani diverse; pare infatti essere stato messo insieme da parti di altri manoscritti, di cui rimangono ancora le tracce di antiche numerazioni (L).

Lucca

Biblioteca Governativa

7. Cod. 1448, cc. 8v-54r. Trascritto a Padova da Antonio Bovolenta nel 1518 (in fondo: Finis laus dea ISIB. IJ februarii) (Lu); con figure (cfr. «St. ital. di filologia classica», VIII, rgoo, p. 217).

Milano

Biblioteca Ambrosiana

8. Cod. O. 80. Sup., cc. 1r -52r. Sec. XV (A).

North Carolina

University of N. Carolina Library

8. Cod. 90, cc. 1r-32v. Cod. cart. sec . XVI (NC).

Oxford

Bodleian Library

10. Cod. Canon. Misc. 121, cc. 1r-47r. Cod. cart. sec. XV (O).

V. anche più avanti a p. 344.

Ravenna

Biblioteca Classense

11. Cod. 146, cc. 1r-65r. Cod. mise. sec . XV, di cui le cc. l’-65 membr., riveduto da Lodovico Carbone e Battista Panetti (R).

Roma

Biblioteca Vaticana

12. Cod. Vat. Lat. 3151, cc. 21v-66r. Cod. misc. cart. sec . XV (V).

13. Cod. Vat. Lat. 4569, cc. 119r-162v. Cod. misc. cart. sec. XVI (V).

14. Cod. Vat. Lat. 8104, cc. 1r-54v. Cod. cart. sec. XVI (V).

15. Cod. Ottob. Lat. 1424, cc. 1r -25v. Ricca silloge di opere latine dell'Alberti, già del Duca di Altaemps. Sec. XV (OL).

16. Cod. Ottob. Lat. 2274, cc. 1-42 . Cod. cart. sec. XVI . Testo incompleto del De Pictura (manca circa un terzo del testo) (OL).

17. Cod. Reg. Lat. 1549. cc . 1r-33v. Cod. membr. sec . XV (RL).

Trento

Biblioteca Comunale

18. Cod. 3224, cc. 105r-161rv. Misc. cart. sec. XV con note marginali del vescovo Hinderbach. Già della raccolta Palatina, Vienna (T).

Waltham, Mass., S. U .

Brandeis University Library.

19. Cod. non numerato, già della Burndy Library, Norwalk, Conn. Cart. sec . XV.; cc. 20 di cui il De pictura occupa cc. 3r-20v (W).

edizioni

1. De pictura praestantissima et nunquam satis laudata arte libri tres absolutissimi Leonis Baptistae de Albertis viri in omni scientiarum genere et praecipue mathematicarum disciplinarum doctissimi, Basileae, Thomas Venatorius, 1540.

2. De pictura (intitolato come al n. 1), nel vol. M. Vitruvii Pollionis De Architectura Libri decem, seguiti dal Lexicon Vitruvianum e da Excerpta ex dialogo De Sculptura Pomponii Gaurici, Amsterdam, L. Elzevirum, 1649.

3. L. B. Alberti, De pictura and De statua, edited with Translations, Introduction and Notes by C. Grayson, Londra, 1972.

B) LA PRESENTE EDIZIONE

Il De Pictura è la più importante opera dell’Alberti che esista in doppia redazione, latina e volgare. Sulla precedenza cronologica dell’una o dell’altra versione si è discusso già a lungo, ma il problema è rimasto aperto. Giova qui ricordarne gli elementi essenziali:

1) Nel cod. Lat. 67, cl. XI della Biblioteca Marciana di Venezia, un Brutus ciceroniano posseduto già dall’Alberti, si legge la nota seguente: «Die Veneris ora xx ¾ quae fuit dies 26 Augusti 1435 complevi opus de Pictura Florentiae». Sicura dunque la data ma non la lingua della prima redazione.

2) Il cod. F, il più antico della redazione volgare, porta la data del 17 luglio 1436, che potrebbe essere la data della composizione, ma non è da escludere che sia quella invece della trascrizione. Esso è, però, l’unico codice volgare che riporti la dedica a Filippo Brunelleschi; e in essa l’A. dichiara: «mi piaccia rivegga questa mia operetta de pictura quale a tuo nome feci in lingua toscana». Non è chiaro se questo feci vada inteso come composi oppure come tradussi (cfr. la dedica degli Elementi al Gaza, a p. 113). Inoltre, nel testo del De pictura l’A. si vanta di «aver presa questa palma d’avere ardito commendare alle lettere questa arte sottilissima e nobilissima»(p. 106), adoperando una espressione («commendare alle lettere») che a quell’età si addiceva meglio al latino che al volgare: sta bene ora cioè in una traduzione volgare perché si riferisce alla stesura latina anteriore. Questo argomento parrebbe essere confermato dal titolo premesso al codice parigino della redazione volgare (P).

3) Della redazione latina non abbiamo codici di data anteriore al 1436; con poche eccezioni (p. es. il cod. R) sono del tardo ’400 o del ’500. Questa redazione latina è preceduta in tutti i codici salvo il gruppo F FR G L V, dalla dedica a Gio. Francesco Gonzaga, signore di Mantova. Il Mancini suppose questa avvenuta a Ferrara nel 1438, ma niente vieta che la composizione del testo latino sia stata anteriore a quella data. L’unica cosa certa è che la dedica avvenne prima del 1444 quando a Gio. Francesco successe Lodovico, con cui l’A. ebbe poi rapporti più stretti.

In base a questi elementi e a confronti fatti tra la redazione volgare rappresentata da F e quella latina stampata nell’edizione di Basilea, non si è potuto arrivare a nessuna sicura conclusione intorno alla relativa precedenza delle due redazioni; ma si crede comunemente che la versione latina sia stata la prima (1435), seguita a pochi mesi di distanza da que11a volgare (1436).

Se infatti è possibile restringere così al giro di pochi mesi tra il 1435 e il 1436 la questione della precedenza dell’una o dell’altra redazione, mi pare che essa perda alquanto d’importanza come problema storico per acquistare semmai maggiore importanza come problema linguistico-filologico in quanto riguarda i motivi della doppia redazione e i rapporti testuali e lessicali-sintattici tra latino e volgare. Vari studiosi hanno riconosciuto il probabile apporto a tale problema dello studio della tradizione del testo latino, ma finora nessuno ci ha posto mano con criteri scientifici. Di fronte alle quattro edizioni moderne della redazione volgare (di cui nessuna però può dirsi edizione critica), non abbiamo che le due edizioni antiche del testo latino; e per lungo tempo i lettori dovettero contentarsi di riproduzioni e traduzioni (in inglese, francese, ecc.) del volgarizzamento italiano del testo latino (dell’edizione di Basilea) fatto da Cosimo Bartoli . Un tentativo di classificare i codici del testo latino dovuto allo Spencer può essere subito scartato perché non è documentato e non serve a darci un nuovo testo latino bensi ad appoggiare in modo del tutto insufficiente una cattiva traduzione inglese della redazione volgare . Altri invece, come il Mallè, si sono serviti saltuariamente dell’edizione di Basilea per fare confronti e risolvere problemi singoli del testo volgare; ma fino a che punto tale procedimento sia legittimo è stato messo in dubbio prima dal Michel, il quale ha ben visto che le due versioni sono in un certo senso indipendenti l’una dall’altra; e poi da chi scrive attraverso l’esame di tutta la tradizione della redazione latina.

Gioverà qui nel contesto di queste premesse anticipare e riassumere le conclusioni a cui ci porta l’esame delle tradizioni volgari e latine discusso e documentato qui sotto.

a) Entro la tradizione volgare gli elementi disponibili sembrano illustrare la storia del testo posteriore al 1436 in ambienti forse non letterati, in cui esso subisce corruzione ed emendamenti indipendenti dall’autore.

b) Entro la più ricca tradizione latina l’edizione di Basilea si distingue per molte varianti che sono prive di appoggio nei manoscritti (se si esclude, cioè, il caso estremamente dubbio del cod. NC): questi, d’altra parte, si distinguono in vari gruppi che testimoniano di un processo di correzione probabilmente dovuto all’autore.

c) Nel confronto dei testi viene confermata l’indipendenza delle due redazioni; non si può parlare di traduzione dal latino in volgare o viceversa, ma semmai di libera versione. Al testo volgare del 1436 non corrisponde precisamente nessun ramo della tradizione latina; e quello più vicino sarebbe appunto un gruppo di codici privi della dedica a Gio. Francesco Gonzaga che forse rappresenta la stesura primitiva dell’opera in latino.

d) Si profila insomma la seguente ipotesi: che l’Alberti stendesse prima una redazione latina (senza dedica), poi una libera versione volgare di essa che dedicò al Brunelleschi; in seguito facesse correzioni alla redazione latina per dedicarla al Gonzaga. Sembra esclusa la possibilità che tornasse poi sopra la redazione volgare, mentre, pur diffidando di una edizione (quella, cioè, di Basilea) così tarda e diversa dalla tradizione manoscritta, non si può escludere del tutto l’ipotesi che risalga ad una versione ulteriore dell’autore.

a) Redazione volgare

Non c’è dubbio che l’edizione debba fondarsi su F. Gli altri codici (P e V) presentano un testo corrotto (anzi molto corrotto in V) e linguisticamente diverso dal codice fiorentino. I rapporti tra questi codici sono assai complessi e fanno supporre che la tradizione manoscritta dovesse essere molto più ricca di quanto ora ci si presenta. P e V sono indubbiamente legati allo stesso, sebbene distante, antigrafo; e ce lo dimostra, oltre alle lezioni comuni, di cui diremo sotto, un comune ma non del tutto identico errore di trascrizione. Arrivati tutti e due ad in qual cosa (lib. II, p. 54, 10) saltano nella trascrizione a si leva dal pavimento (lib. II, p. 76, 22) e continuano fino alla fine del lib. II (p. 88). Le pagine omesse (nel nostro testo, 54-76) si leggono poi trascritte, tutte in P, alcune in V, nel modo seguente: arrivato all’inizio del lib. III a che quelle ad una (p. 90, 6), P continua con li altri era col capo armato ritratto (p. 70, 13) e prosegue fino a il calcagno medesimo del pie (p. 76, 21), poi salta di nuovo indietro e riprende da così persequendo affermo (p. 54, 10) fino a per questo dalli pittori (e dalli scultori) non era (p. 70, 12); V invece (a p. 90, 6) riprende dalla p. 70, 12 e va fino a p. 74, 4 (consunto ogni suo arte), poi torna indietro a p. 60, 13 (estrema e quasi infinita) e prosegue fino a p. 70, 11 (mancamento dell’occhio); dopo di che tutti e due i codici riprendono dalla p. 90, 6 (certa distanza) e continuano fino alla fine del lib. III . Tutto ciò vuol dire che in P il testo, malgrado questi spostamenti, è pressoché completo, mentre in V mancano del tutto diverse pagine (pp. 54, 10-60, 13, e 74, 4-76, 22). Siccome in nessuno dei due codici questi salti si trovano a fine di carta, s’impone la conclusione che essi devono risalire ad una fonte comune in cui era già avvenuto questo turbamento delle carte.

L’esame delle varianti rinforza questa conclusione, ma non dimostra dipendenza diretta tra P e V. Più difficile è la questione delle varianti tra P e V e F. Mentre molte di queste varianti sono più apparenti che reali, potendosi spiegare colla corruzione del testo attraverso il tempo tra le mani di molti copisti, altre invece potrebbero far sorgere il dubbio che derivino da un’altra redazione dovuta forse all’autore e magari anteriore a quella rappresentata da F. Ma visto lo stato del testo in P e V sarebbe assai difficile supporre che da un testo simile l’autore sia arrivato a quello di F o che da questo egli sia volutamente passato alla redazione rappresentata da P e V. La tradizione specchiata in questi codici è troppo corrotta e malfida per autorizzare l’ipotesi di un’altra redazione d’autore. Molto più persuasiva ci pare invece quella della correzione, corruzione e riduzione del testo di F attraverso copie numerose e probabilmente cattive, fatte, come è stato suggerito dal Michel, per l’uso degli artisti (e ne sarebbe testimonianza il titolo premesso all’opera in P). Di tale tradizione artigiana piuttosto che dotta, di bottega anziché di biblioteca, i codici P e V si potrebbero vedere come tardi e forse ultimi rappresentanti, unici superstiti di un testo mal ridotto e in molti punti addirittura inintelligibile, tanto che si stenta ora a riconoscerne perfino l’utilità pratica.

Non si vuoi dire con ciò che i codici P e V siano privi di valore ai fini del testo volgare. In alcuni puntì essi ci sono serviti per correggere errori e integrare lacune di F, e in questi e in altri pochi casi citiamo nell’apparato la lezione di P e V. Ci è parso invece inutile ingombrare l’apparato con le altre varianti (tra cui molti errori ed orrori) di P e V, preferendo dare subito qui sotto una larga scelta delle varianti più importanti in modo che il lettore possa farsi ragione delle osservazioni fatte sopra intorno ai rapporti tra i tre codici.

Libro I

Libro II

n Libro III

L’apparato che segue (dietro alla nostra discussione della Redazione latina) registra soltanto i punti in cui siamo intervenuti per correggere F, o in cui ci sembrava doveroso spiegare l’adozione di questa o quella lezione. In tutti i casi va sottinteso il riferimento al testo latino, il quale ci ha aiutato forse più che i codici P e V ad emendare e a punteggiare il testo volgare. Per la discussione dei rapporti tra questo e la tradizione manoscritta del testo latino vedi qui sotto.

b) Redazione latina

Come abbiamo accennato sopra, le due redazioni, volgare e latina, sono simili ma in un certo senso indipendenti l’una dall’altra: nessuno dei codici latini ci dà un testo in tutto uguale a F né d’altra parte (e tanto meno) conforta il tipo di varianti presenti in P e V. Nondimeno si distingue tra i codici latini un gruppo di manoscritti, tutti privi della dedica a Gio. Francesco Gonzaga, che potrebbe dirsi per certe lezioni più vicino al testo volgare di F: sono F FR G L V. Diamone qui qualche esempio:

L’esempio seguente sembrerebbe restringere ancora questo legame a due soli codici del gruppo sudetto:

Mentre altri esempi si potrebbero addurre per dimostrare che F è più vicino per certe lezioni al gruppo F FR G L V, non è possibile concludere che si tratti di una traduzione fatta direttamente su un testo uguale a quel gruppo. Resta soltanto probabile che, facendo la redazione volgare, l’Alberti avesse sotto occhio, un testo latino di questo ramo della tradizione. Basteranno alcuni esempi per sottolineare l’indipendenza della redazione volgare rispetto a quella latina e i rapporti complessi che intercorrono tra di esse.

Questi e simili esempi che si citano qui sotto (e altri che si potrebbero moltiplicare) portano alla conclusione che non esiste tra i codici conosciuti una redazione latina corrispondente a quella volgare. Sorge la questione se sia mai esistita, e fino a che punto sia lecito cercare di ricostruirla - il problema insomma, già accennato, dell’uso dell’una o dell’altra redazione come controllo e guida; o meglio, fino a che punto F, migliore rappresentante della versione volgare, possa e debba determinare gli elementi della edizione critica della redazione latina (il caso inverso è molto meno difficile, perché la tradizione volgare è tanto povera di scelte di varianti ammissibili). Questa ci presenta nei codici e nell’unica stampa una situazione abbastanza complessa che va considerata in sé e indipendentemente dalla redazione volgare.

Possiamo aprire la discussione dei codici della redazione latina riferendoci ad una variante che alcuni anni fa ci parve importante per risolvere il problema della ‘costruzione legittima’ albertiana. Si tratta delle cinque parole ad alterum lineae caput perpendicularem (p. 39, 25) che figurano non solo nei codd. R e RL (come allora si accennò) ma anche in FL Lu OL e V . Non si trovano in altri manoscritti né nella ed. di Basilea, e non hanno riscontro nella versione volgare. Così non ricorrono in quel gruppo di codici (F FR G L V) a cui si avvicina per più altri lati il testo volgare di F; e pare più probabile che quelle parole costituiscano una aggiunta dell’autore fatta alla versione latina dopo la composizione della redazione volgare anziché una variante d’autore entrata, poi tolta o caduta, nella tradizione latina nel breve tempo che corse tra agosto 1435 e luglio 1436 (seguo qui l’ipotesi formulata sopra a p. 307). Con questo si spiegherebbe l’assenza di quella frase dalla redazione volgare sulla quale, per quanto si sappia, l’Alberti non tornò. Avremmo qualche ragione invece per sospettare che l’Alberti sia tornato a rivedere la redazione latina in occasione della dedica che ne fece al Gonzaga; e questa può essere appunto una delle aggiunte o correzioni che insieme con altre, che discuteremo più avanti, siano entrate nel testo . riveduto a quel tempo.

Ma se i codd. R e RL hanno in comune con FL Lu V OL questa importante lezione, essi se ne distinguono per molte altre, mentre FL Lu OL e V dimostrano maggiore affinità col gruppo A V, a cui si affianca per alcune varianti OL. Contro questi abbiamo non soltanto il gruppo già in parte delineato di F FR G L V, ma anche il resto dei manoscritti, O l’W, legati tra loro da lezioni uguali, e affini pure a R RL. Cerchiamo di illustrare questa situazione con alcuni esempi. Per comodità indichiamo il gruppo F FR G L V con la lettera α; il gruppo A V FL Lu V O L con β; e l’ed. di Basilea con B.

Sorge il dubbio in questi e casi analoghi se le varianti del gruppo β rappresentino aggiunte o correzioni dell’autore. Se si tratta effettivamente di revisione dell’autore, non è sempre facile precisare il momento in cui una data variante sia entrata nella tradizione. Per esempio:

Chi abbia la pazienza di scrutare gli esempi fin qui citati e di studiare l’apparato delle varianti, si renderà conto della complessità dei rapporti tra i vari rappresentanti della tradizione; tanto che è assai difficile ricostruire uno stemma dei codici che non sia in qualche modo contrariato da qualche elemento importante. Il raggruppamento dei manoscritti si intravede chiaramente; ma i loro rapporti s’intrecciano così che è quasi disperato qualunque tentativo di dimostrarli schematicamente. Conoscendo già l’abitudine dell’autore in altre opere di fare correzioni e aggiunte in diversi momenti e magari su diversi esemplari, è difficile in questo caso resistere alla tentazione di immaginare un simile processo di lavoro da parte sua, che non avesse, come noi vorremmo, lo scopo di preparare una redazione definitiva. È una situazione poco favorevole per l’editore, la quale si potrebbe forse rappresentare graficamente nel modo seguente:

Il lettore noterà in .questo stemma la presenza di un codice non ancora menzionato: NC; e l’assenza dell’edizione di Basilea (B). Essendo questa finora, insieme con la ristampa di Amsterdam, l’unica fonte accessibile del testo latino, essa è sempre stata citata e adoperata come termine di confronto con la redazione volgare. Il fatto è però che questa edizione ci offre un testo diverso in molti punti di ogni pagina dalla lezione dei manoscritti fin qui discussi. L’unico codice che le rassomiglia è NC, e ciò soltanto perché è stato largamente corretto. Il testo base di questo codice (che indichiamo con NC), trascritto da una mano del primo quarto del ’800, è affine a quello del gruppo β, e tra questi si avvicina di più a A V. Ma esso è stato collazionato con un altro testo, o con l’edizione B o con un manoscritto simile all’edizione, così da produrre un nuovo testo che indichiamo con NC. La prima ipotesi ci pare la più probabile. È esclusa la possibilità che B derivi da NC per il fatto che, forse per negligenza di chi fece la collazione, vi rimangono parecchie lezioni caratteristiche del testo base corrispondenti ad A V. Così in tutti i casi sopra citati NC riflette la lezione del gruppo β o dei soli codd. A FL V; mentre NC quasi sempre rispecchia quella di B, ma non negli esempi delle pp. 17, 1O; 73, 24; 97, 21, dove rimane la lezione originale di NC uguale al gruppo di codici a cui appartiene. Entro questo gruppo NC è affine a V, come dimostrano, tra altre somiglianze, le due seguenti comuni omissioni:

Tutti gli elementi del cod. NC si possono spiegare col testo base del gruppo β e con l’ipotesi della collazione, non però completa in tutti i particolari, con B.

Per conseguenza, ad eccezione delle correzioni e aggiunte di NC, B rimane isolato dalla tradizione manoscritta che ora si conosce. Esso se ne distingue per un’aggiunta sostanziale: che si legge solo in NC (con la variante arboreis); e per molte altre lezioni di cui diamo qui sotto alcuni esempi.

Queste e molte altre varianti di B (registrate nell’apparato) dimostrano la sua indipendenza dalla tradizione rappresentata dai codici (fuori di NC); e inentre non cambiano sostanzialmente il senso dell'opera, non lasciano immutato lo stile e talvolta la costruzione delle parti. Allo stesso tempo, B non è privo di errori e omissioni rispetto alla tradizione manoscritta; e, come sarà evidente da esempi già citati, sta dalla parte della tradizione rappresentata dal gruppo α e i suoi affini piuttosto che da quella del gruppo β. Non figurano in B, per esempio, le cinque parole ad alterum lineae caput perpendicularem (p. 39, 25). Se effettivamente le non poche varianti del gruppo β risalgono a correzioni d’autore, queste non sono entrate in B. Più grave il problema se le ancora più numerose correzioni e aggiunte di B rispetto ai codici conosciuti siano dovute ad ulteriore revisione del testo fatta dall’Alberti. Gli emendamenti che si trovano in B non sono diversi in genere da quelli fatti dall’Alberti in altre opere; non sono del tipo da escludere la possibilità che egli ne sia stato responsabile. Nondimeno sono così diversi dalle lezioni offerte dai codici che, senza ulteriore garanzia della loro attendibilità (non pare sufficiente o è comunque sospetta la testimonianza di NC), si esita ad accettarli come opera dell’autore. Non c’è dubbio che accettare il testo di B come versione definitiva dell’autore sarebbe la soluzione più facile ai problemi che abbiamo già rilevati nella tradizione del testo latino di questa opera; ma in questo caso rimarrebbe la questione delle altre eventuali correzioni d’autore testimoniate da alcuni codici, ma non passate a B. È una questione già avvertita altrove, e cercare di risponderle testualmente vuoi dire tentare la risoluzione di un problema forse mai postosi all’Alberti.

In questa situazione abbiamo creduto meglio non seguire il testo dell’edizione di Basilea, ma prendere come base dell’edizione nostra i codici del gruppo β. Non abbiamo esitato però, date le difficoltà della situazione già illustrata, ad accogliere, dove sembrava opportuno, lezioni del gruppo α, e di altri codici, soprattutto nei casi in cui la lezione di β (o di parti di esso), anziché essere autentica variante, poteva derivare da omissioni, errori o fraintendimenti di copisti. Ne risulta, lo confessiamo, un testo ibrido, che per le singole lezioni, secondo i meriti del caso, cerca di raccogliere il meglio di una tradizione confusa nei codici superstiti e forse magari anche, sebbene involontariamente, nella mente dell’autore stesso. L’apparato registra tutte le varianti importanti (nonché altre di poca importanza che servono a caratterizzare certi codici), e illustra ampiamente il dilemma che confronta l’editore di questo testo; qualche volta, nei casi di maggior dubbio, spiega anche la ragione della lezione adottata, ma questa nella maggioranza dei casi si lascia intendere. Il sistema seguito nell’apparato è il seguente. La base del testo è costituita dal gruppo: A V FL OL Lu V; perciò nell’apprato il resto dei manoscritti viene citato come «altri codici» (a.c.) . Nei casi in cui vi sono lezioni diverse entro il gruppo-base si cita sempre prima il cod. (o codici) di questo gruppo che non contengono la lezione adottata, e poi, occorrendo, altri codici. Nei casi in cui la lezione del gruppo-base non viene accolta si cita prima questo (e poi, occorrendo, altri codici). Qualche volta (e raramente) si accoglie la lezione di B (ed. di Basilea) e allora si registra con «Tutti i codici» la lezione rifiutata.

C) APPARATO CRITICO

a) Redazione volgare

Libro primo

Libro terzo

b) Redazione latina

Liber I

Liber II

Liber III

Note

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