XVII
XVII.
Quando Luca tornò a casa, una nebbia fittissima si alzava da terra e ravvolgeva tutto il borgo. Si udivano in diversi punti i movimenti delle mandrie; i galli cantavano sempre più forte. L’aria si rischiarava e la popolazione si svegliava. Soltanto quando fu vicino, Luca riconobbe la siepe del suo cortile tutta umida di rugiada, la piccola gradinata della capanna e l’uscio di graticcio aperto. La sorella minore di Luca dormiva ancora.
— Ebbene! Luca, — disse la madre sottovoce — ti sei divertito abbastanza? Dove hai passata la notte?
— Sono stato al villaggio — rispose il figlio con malgarbo, togliendo dalla fodera la carabina ed esaminandola.
La madre crollò il capo.
Dopo aver versato della polvere sullo scodellino, Luca tolse da un sacchetto diverse cartucce vuote che riempì, chiudendole accuratamente con una palla avvolta in uno straccio. Tirò coi denti il tappo delle cartucce chiuse, e dopo averle ben esaminate, le rimise nel sacco.
— Mamma, — disse — ti ho detto di accomodare i panieri; l’hai fatto?
— Certo, la mutola li ha accomodati ieri sera. Che te ne vai digià al cordone? Ti ho veduto appena....
— Quando sarò pronto, dovrò partire — soggiunse Luca, imballando la polvere — Dov’è la mutola? È uscita?
— Probabilmente taglia le legna. Si affligge di non vederti. «Non lo vedrò più!» dice come può.
E mostra il viso, fa schioccare le dita e si stringe le mani sul cuore, per far capire quanto bene ti vuole. Desideri che la chiami? Ella ha tutto compreso, riguardo l’abrek.
— Chiamala! — esclamò Luca.
La vecchia uscì, e dopo qualche momento le assi dei gradini scricchiolavano sotto i passi della sordomuta. Aveva sei anni più di suo fratello, e la somiglianza con lui si sarebbe potuta dire perfetta, se non avesse avuto quella marcata espressione di ebetudine e d’indecisa mobilità propria dei sordomuti. Era vestita di una camicia di ruvida tela rappezzata, aveva i piedi nudi e sudici, e la testa coperta da un vecchio fazzoletto turchino. Il collo, le mani, il viso erano muscolosi come quelli di un contadino. I suoi vestiti e tutto il suo esteriore manifestavano il lavoro grossolano che faceva abitualmente. Portava una bracciata di legna che gettò nella stufa; poi si avvicinò a suo fratello, e la faccia le si increspò di un allegro sorriso. Toccò Luca sulla spalla e si mise a fargli rapidamente dei segni con gli occhi, con le mani, con tutto il corpo.
— Va bene! va bene! Stepka; — rispose Luca, facendole un segno con la testa — tu hai tutto rappezzato, tutto preparato, sei una buona ragazza! Prendi, ecco, questa roba è per te. —
Si tolse di tasca due focacce dolci e gliele diede.
La mutola si fece rossa e muggì dalla gioia. Afferrò le focacce e si mise a fare dei segni ancor più rapidi, mostrando la mano dalla medesima parte e passandosi i grossi diti sui sopraccigli e sulla faccia. Luca comprese, e sorrise leggermente tentennando la testa. Ella gli diceva che doveva dare delle ghiottonerie alle ragazze, e che una di esse, Marianna, era più bella delle altre e che lo amava. Indicava Marianna accennando la capanna di lei, e passandosi le mani sui sopraccigli e sul viso. «Ti ama» voleva dire passandosi le mani sul cuore e fingendo di abbracciare qualcuno. La madre rientrò, e indovinando di che cosa si trattava, sorrise e scosse la testa. La mutola le fece vedere i dolci, e muggì di nuovo.
— l’altro giorno ho parlato con Ulita, — disse — e mi è sembrato che mi ascoltasse con compiacenza. —
Luca guardò sua madre in silenzio.
— Così, mamma! Mi occorre un cavallo; bisogna vendere il vino.
— Quando sarà tempo, drizzerò i tini e metterò il vino in vendita — assicurò la madre, non volendo che suo figlio si immischiasse negli affari di casa. — Quando parti, prendi il sacchetto che è nel vestibolo, me l’hanno prestato per te;... oppure vuoi che lo metta nella saccoccia?
— Va bene — disse Luca. — Se Guereî-Khan — venisse, mandamelo al cordone, poichè non mi lasceranno tornare tanto presto, ed ho da parlargli. —
Si disponeva a partire.
— Te lo manderò, Luca te lo manderò — promise la vecchia. — Hai passato la notte da Jamka? Mi sono alzata per custodire l’armento e mi è sembrato di udirti cantare. —
Luca non rispose. Andò nel vestibolo, si gettò la giberna sulle spalle, rimboccò il caftano, prese la carabina e si fermò sulla soglia.
— Addio, mamma, mandami una botticella di vino per mezzo di Nazarka; l’ho promesso ai compagni. —
Uscì e chiuse il portone dietro di sè.
— Che Cristo vegli su te, Luca! Che Dio ti guardi! Ti manderò del vino della botte nuova; — disse la vecchia, avvicinandosi alla siepe — ma ascolta — aggiunse chinandosi sopra la siepe.
Il cosacco si fermò.
— Tu ti sei divertito, e che Dio ne sia lodato! un giovanotto deve divertirsi, e il Signore ti ha mandato buona fortuna: e va benissimo. Ma laggiù, figlio mio, sta’, attento!... Prima di tutto, sii rispettoso coi tuoi superiori, poichè è necessario. In quanto al vino, lo venderò, tu avrai un cavallo e sposerai la ragazza.
— Va bene! va bene! — esclamò il figlio aggrottando le ciglia.
La mutola gettò un grido attirando la sua attenzione; gli mostrò la mano e la testa, ciò che significava una testa tagliata cioè un tetchene morto. Aggrottò i sopraccigli, finse di armare un fucile e si prese il capo fra le mani e se lo scosse: voleva che Luca uccidesse un altro abrek.
Luca comprese, e, sostenendo la carabina sotto il mantello, si allontanò con passo leggiero scomparendo quasi subito fra la fitta nebbia del mattino.
La vecchia rimase un po’ di tempo silenziosa là presso la siepe, poi rientrò nella capanna e si rimise al lavoro.
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