Atto primo

La Cassaria

Nebbia.Io anderò: non vi bisogna prendereNè spada nè bastone per cacciarmene:Tutti anderemo a un tratto, e sgombreremoviLa casa. Orsù, andiam tutti; lasciamoloSolo, chè possa levare o malmettere,Ciò che gli pare, e senza testimonii.Corbo.La tua per certo, Nebbia, è una mirabilePazzía, che fra noi tutti che a un medesimoServizio siam, tu sol sempre contrarioAi disiderii ti opponi di Erofilo.E se stato ti sia di danno o d’utileSin qui, omai pur ti doveresti accorgere.Col malanno, obbediscegli e compiaceloDi ciò che vuole. Infatti è figliuol unicoDel padrone, ed abbiam sotto il dominioSuo da servir molto più lungo termine,Secondo il natural corso. A che diavoloCerchi restare in casa tu, volendotiEgli mandar con noi fuor? perchè studi tuFartelo di nimico inimicissimo?Nebbia.Se dal patron le commission strettissime

Avessi avute, c’ho avute io, non dubitoChe faresti il medesimo.Corbo. Puote essere.Nebbia.E se mirassi ove io miro, parrebbetiCh’io non facessi a bastanza.Corbo. Ove miri tu?Nebbia.Io tel dirò. Tu dovresti conoscereQuesto rufian, che non è molto ch’abitaIn questa nostra contrada.Corbo. Conoscolo.Nebbia.Se ’l conosci, credo anco che veduto gliAbbi in casa due giovani bellissime.Corbo.L’ho vedute.Nebbia. Dell’una il nostro ErofiloÈ sì invaghito, che torría, potendolaAver, di dar quanto egli ha al mondo, e vendereSè stesso; ma il ruffian, che il desiderioConosce, e sa ch’è figliuol di Crisobolo,Dei ricchi mercadanti ch’abbia Sibari,Gliene chiede più il doppio, e passa i terminiDi quel che pel dover gli dovría chiedere.Corbo.E che glie ne chiede egli?Nebbia. Non so dirteloA punto: so che più dell’ordinarioAssai gli ne domanda, che nè ErofiloDa sè, nè con gli amici, eccettüandoneIl padre solamente, potría ascendereA sì gran somma.Corbo. Che farà?Nebbia. GrandissimoDanno a suo padre, e insieme a sè medesimo.Credo ch’abbia adocchiato o il grano vendere,Ch’a questi dì ci venne di Sicilia,O le sete o le lane o l’altre similiMerci, che in casa a fatica capiscono.Il consiglier, come sai, di tal pratica,È questo ladro di Volpino: immaginaIl resto tu. Quel ch’a punto aspettavanoÈ venuto, che ’l vecchio per tempissimoQuesta mattina è partito, per irseneA Procida: essi, acciò che non si vegganoLe trame loro, in casa non ci vogliono:

Or siam mandati a ritrovar Filostrato,Con iscusa che quei si vuol dell’operaNostra servire in sue faccende.Corbo. FaccialoA che effetto si vuol, c’hai tu a pigliartenePiù cura di noi altri? Se rubassinoE vôtassin la casa, del residuoSarà Erofilo erede, e non tu, bestia.Nebbia.Bestia pur tu, che non hai più di un asinoDiscorso. Dimmi, Corbo: se CrisoboloTorna, che fia di me? Ch’oggi, partendosi,Mi consegnò le chiavi della cameraSua, nella qual l’altre chiavi si tengono;E comandò, per quanto la sua graziaM’era cara e la vita mia, che a cintolaTuttavia le tenessi o nella manica,Nè le déssi a persona, e meno a ErofiloChe a gli altri, e ch’io non ardissi di mettereMai fuor di questa porta il piede. Or vedi seBen gli ubbidisco. Non dovea ancor essereGiunto al porto, che queste chiavi ErofiloMi domandò, e le volle infin, dicendomiChe voleva cercar fra quegli armariiDi certo corno suo da caccia; ed ebbele;E forse tu ti ci trovasti.Corbo. UdivoneBen il romor, chè da dieci o da dodiciBastonate sentî...Nebbia. Fûr più di quindiciE più di venti.Corbo. Che ti rassettavanoIl basto, prima che volessi darglile;Ma non mi ci trovai già alla presenzia.Nebbia.Non mi ci fussi anch’io trovato! AvrebbemiMorto, s’io non gli le lasciavo.Corbo. Credolo.Nebbia.E che dovevo io far?Corbo. Darglile subitoChe te le domandò; così uscir subitoDi casa, che sentisti comandartilo.Avresti sempre col vecchio legittimaScusa, che fosti sforzarlo. Lo stimi tu

Così indiscreto e poco ragionevole,Che non conosca quanto poco idoneoTu sia a voler contrastar con Erofilo,Giovane, altiero, appetitoso, ed unicoSuo figliuol?Nebbia. Sì, per dio, gli fia difficileDi pormi tutta la colpa su gli omeri!Sì perchè gli è padron, sì perchè in genereMi avete tutti voi di casa in odio;E non già in verità per miei demeriti,Ma sì per mia bontà; perch’io non tollero,Che ’l padron sia rubato.Corbo. Per tua pessimaNatura pur, chè alcun farti benevoloNon sai.Nebbia. Qual vedi tu ch’abbia l’ufizioMio in qualsivoglia casa, e non sia simile-mente da tutti gli altri avuto in odio?Corbo.Perchè voi sete tristi affatto, ed uominiRibaldi tutti; chè i padroni soglionoLo più rio che sia in casa, sempre scegliere,Se pagatori o dispensieri, ch’abbianoA provvedere alla famiglia, eleggono;Acciò d’ogni disagio che patisconoLi servidori, sopra voi si scarichiLa colpa. Ma lasciamo ir questo. InformamiUn poco d’una cosa: chi è quel giovaneCh’entrò pur dianzi in casa, a cui fa ErofiloCosì onor?Nebbia. Del capitan di giustiziaÈ figliuol.Corbo. Come ha nome?Nebbia. Egli si nominaCaridoro. Vorría quell’altra giovane,Ch’è in casa del ruffian; nè più di ErofiloCredo che modo si trovi da spendere,Se rubar similmente non s’industriaSuo padre: e come consiglier di ErofiloÈ Volpino, così di questo giovaneÈ un ghiottoncel suo servidor, che Fulcio

Ha nome, che sì bene ambi starebbonoSu ’n par di forche, come il vino in tavola.Ma vedi, Corbo, le fanciulle, ch’esconoDi casa del ruffian.Corbo. Di quale è ErofiloInnamorato?Nebbia. Di quella più prossimaAll’uscio: di quell’altra l’altro giovane.Corbo.Studiamo il passo, che se uscisse ErofiloE ci trovasse qui, di negligenziaC’imputerebbe, e forse adirarebbesi.

Corisca.Deh vieni, Eulalia, poichè non c’è LucramoIn casa; vieni un poco fuor: pigliamociQuesto spasso.Eulalia. Che spasso possiam, misere!Pigliar, che ricompensi la millesimaParte, Corisca, di nostra disgrazia?Noi siamo serve: la qual dura ed asperaCondizïon saría pur tollerabile,Quando d’alcuna persona noi fossimoCh’avesse in sè umanitade e modestia;Ma fra tutti i ruffiani che si trovanoAl mondo, non è un altro dispiacevole,Avaro, empio, crudele e pien di rabbia,Come costui, del qual la nostra pessimaSorte ci ha fatto schiave.Corisca. Pazïenzia,Sorella: non abbiam così in perpetuoA star però. Spero pur che ci levinoGli amici un giorno di questa miseria.Eulalia.E quando hanno a far questo, non avendoloSin qui mai fatto? E come vuoi, partendociAll’alba noi domani, che lo facciano?Corisca.Io so ben quel che Caridor promessomiHa tante volte, e tu sai quel che ErofiloHa promesso a te ancora; e quanto ci aminoSapemo parimente.

Eulalia. Che promessociHanno, so ben; ma che attender ci voglianoLe promesse, non so; nè so che ci amino,Nè tu lo sai, chè lor non vedi l’animo:Ben sappiam questo, che amar ci dovrebbono.Corisca.Se dovrebbono amarci, essendo giovaniDabbene, come sono, tu dêi credereChe ci amino; ed amandoci, che faccianoQuello che già mille volte promessociHanno.Eulalia. Io vorrei più tosto che negatociAvessin mille e duo milia, e promessociDi poi solamente una; chè più creditoLor presterei. Se l’hanno a far, che tardano?Non n’hanno voglia, Corisca, e si piglianoPiacer di darci la baja; e grandissimoDanno ci han fatto. Se stati non fussinoEglino, forse venuti sarebbonoDegli altri, che manco parole datociAvrebbono, e più fatti. Han fatto LucramoDi maniera sdegnar, poichè vedutosiHa menar alla lunga e che l’uccellano,Che a patto alcun non vuol più star a Sibari,Ed ogni modo domani a partirceneAbbiam. Ma ritorniam dentro, assettiamo leCose nostre, e facciamo quanto impostociHa il patron: non gli diam, per trascuraggineNostra, cagion che la stizza e la colleraSfoghi sopra di noi.Corisca. Sorella, avendociNoi a partir da Sibari, vogliamociSenza far motto a gli amici partircene?Eulalia.Deh, se come tu di’, costor ci fossinoStati amici, io non credo che ci avessino,Sorella mia, lasciato a questo giungere,Che far lor motto e pigliarne licenziaPer partenza dovessimo; ma toltociDi servitude avrebbono, e tenuteciCon esso lor in questa terra.

Corisca. PerdereNon vô la speme, ch’ancor non lo facciano.Eulalia.Torniamo in casa: poichè essi non voglionoMostrarsi fuor, non è già convenevole,Che andiam noi loro a picchiar l’uscio.Corisca. Stiamoci,Eulalia, un poco ancora: non dovrebbonoTardar già però molto. Io sento muovereQuella porta: saran dessi.Eulalia. Sono.Corisca. Eccoli.

Erofilo.O Caridoro, tutti avranno prosperoSuccesso li disegni nostri, essendociSì buono incontro, sì felice augurioVenuto innanzi.Caridoro. Queste sono, Erofilo,Queste son le serene e salutifereStelle, che’l tempestoso e oscuro pelagoDe’ pensier nostri all’apparire acchetano.Eulalia.Noi dir cotesto a voi più veritevole-mente potremmo, che ben potreste essereIl nostro buon incontro, il nostro augurioFelice, e le serene e salutifereNostre stelle, se a quel che di fuor suonanoLe parole, gli effetti rispondessino.Larghi promettitori alla presenziaVoi siete. — Dammi qua la mano, Eulalia; —Dammi, Corisca, qua la mano. — DiamoviLa mano; e l’uno dice: — Possa io essereTagliato in pezzi; — quell’altro: — Poss’ardereCome le legna, s’io non fo che liberaTu sii domani, anima mia. — Deh, miseriVoi, se quei mali, a che, non osservando le

Promesse, vi condennate, venissero!Erofilo.Hai torto a dir così.Eulalia. Se gentiluominiVoi sete, e ricchi, non però noi povereDonne schernir dovreste, e di noi prenderviGiôco; ch’ancor che così la disgraziaNostra ci guidi, non però d’ignobileCasato erâmo nella nostra patria.Erofilo.Non far, Eulalia, con questi rammarichiIl mio affanno più acerbo. Deh! non credereChe con l’intenzïone non si accordinoLe parole, e che tutto il desiderioNostro non sia di trarvi dal servizioDi quest’uomo bestial: ma così facile-mente non possiam farlo, nè sì subito,Come saría il nostro disegno e l’animoBuono. Perchè mi vedi d’onorevoliPanni vestito, ed odi che ricchissimoMercatante è mio padre, tu t’immaginiChe nelli suoi danari io possa mettereMano a mia posta, ed a mio senno spendere.E questo che di me ti dico, dicotiAncora di quest’altro: ambi a un medesimoSegno andiamo. Gli è vero che ci abbondanoLe facultadi, ma non è in arbitrioNostro disporne: ambi abbiam padre: pensatiChe tenaci non men che ricchi sieno,E che non usin minor diligenziaIn conservar la roba, che l’usassinoIn acquistar. Non mi è stato possibileFin qui, per dio, di por la man su ’n picciolo.Ma poi ch’oggi mio padre pur scostatosiÈ da me un poco, chè per ire a ProcidaQuesta mattina si partì, non dubitoDi non ti far conoscer ch’io non simulo,Ma ch’io parlo di côr. Vô che mi pubblichiPel più scortese, pel più ingrato e perfidoUom che sia al mondo, se domani...Eulalia. Ah Erofilo,Mal abbia il mio crederti tanto. PassanoE gli oggi e gl’ieri tutti; pur non giungonoMai questi vostri domani.

Erofilo. Deh lasciamiFinire; ascolta quel ch’io vô concludere.Dir non ti posso ogni cosa; ma renditiCerta e vivi sicura che più termineNon voglio che domani, a farti libera.Eulalia.Ancor che tu dicessi il ver (chè credereNon posso che lo diche, pur concedereTi voglio che lo diche, e ch’abbi l’animo,E che abbi il modo ancor di farlo), ch’utile,Morta ch’io sia, mi potrai far, porgendomiLa medicina con la qual soccorrereNon m’hai voluto mentre ho avuto l’animaNel corpo? Tu non sai, forse, che LucramoVuol che domani ci partiam da Sibari?Erofilo.Non credo che sia vero.Eulalia. Perchè dirti laBugía vorrei?Corisca. Noi ci partiam, credeteci.Erofilo.Ben credo che ve l’abbia detto Lucramo,Ma che ’l ver detto v’abbia non vô credere.Caridoro.Erofilo, che può nuocere a credereChe dica il ver? Veggiam se gli è possibile,Quel che s’avea domani a far, concludereOggi.Eulalia. Oh, fate veder in guisa a LucramoQuesto che voi disegnate, che credereVi possa: chè ben credo io, assicurandoloVoi che domani il danajo abbia a correre,Si fermerà.Erofilo. Poichè il vecchio levatomiÈ d’appresso, e tener gli occhi continua-mente non mi potrà addosso, io non dubitoDi non fare ogni cosa. Vivi, Eulalia,Sicura che a partir non ti hai da Sibari,E che d’altro uomo tu non sei per essereMai, se non mia.Caridoro. Ed io dico il medesimoA te, Corisca mia.Eulalia. Dio v’oda, e facciaviPerseverare in questa voglia, e mettereLe parole in effetto. Bene il debitoVostro saría d’amarci e di farci utile;

Chè da quel primo giorno che amiciziaCon voi pigliammo, quanto i nostri propriiCuori vi amammo sempre, e sempre abbiamovi,Come Dei nostri, avuti in riverenzia.Ma or non più, che non tornasse LucramoE ci cogliesse qui.Erofilo. Non credo passinoMolte ore, che potrai star meco libera-mente.Eulalia. Dio il voglia.Corisca. Ed io?Caridoro. Non men si praticaIl tuo ben, vita mia, che quel di Eulalia.Corisca.Con questa speme andrò.Caridoro. Va di buon animo.Eulalia.Addio, Erofilo.Erofilo. Addio, cara mia Eulalia.

Erofilo.Ch’io non la faccia chiara del grandissimoBen ch’io le voglio, e ch’io non la certifichiCh’io non amo altra persona, nè voglioneMio padre... che mio padre? me medesimoNon ne vô trar ancor, quanto la minimaParte di lei! Le voglio questo dubbioTôr del capo ogni modo, che s’immaginaCh’io le dia ciance. Oggi vô che sia l’ultimaVolta che mai più tal cosa m’improveri:Io son disposto di farla oggi libera,S’io dovessi restar servo in suo cambio:Non vô che più le ciance mi avviluppinoDi Volpino, e appo lei parer mi faccianoQuel ch’io non sono, e che mai non voglio essere,Ingrato, disleal, disamorevole.Se Volpino non esce oggi di pratica,Anzi se fino a questo punto altr’opera

Non ha fatta di quella ch’egli è solito,Io non voglio più star alle sue chiacchiare,Con le qual d’oggi in domane già quindiciGiorni mi mena: quando promettendomiDi far un giunto, che senza avvederseneIl vecchio, anzi credendo di ben spendere,Mi darà li danari che bisognanoDi riscattarla: quando muta, e dicemiChe vuol ordir in tal modo un’astuzia,Che senza che mio padre mi dia un picciolo,O ch’altri me gli presti, abbiam la giovaneIn nostra potestade; e questo Lucramo,Ch’or ha tanta arroganza, vuol far umileE toso rimaner com’una pecora.Ch’io stia più a questi sogni, a queste favole?Non vi starò, per dio. Se al desiderioMio non potrò segretamente giungere,Lo farò alla scoperta: non ci mancanoArgenti e robe in casa, da far subitoLe migliaja di scudi. Or, come Tantalo,Sarò nell’acqua fino al mento e struggereMi lascerò di sete?Caridoro. Fuss’io, Erofilo,Pur nel tuo grado, che tolto da SibariSi fosse un poco il mio vecchio, e lasciatomiLa casa avesse piena ed in que’ terminiCh’a te lasciata ha il tuo! ritroverebbelaSì sgomberata al ritorno, che credereForse potría che gli Spagnuol vi fossinoStati alloggiati alcun tempo. Ma eccoloChe vien.Erofilo. Chi viene?Caridoro. Il ruffian.Erofilo. Così fossiloPortato; ma nel modo, ch’egli merita.

Quando si sente lodar troppo e mettere,Come si dice, in ciel beltà di femmina,O liberalitade d’alcun prencipe,O santità di frate, o gran pecuniaDi mercatante, o bello o buono vivereChe sia in una cittade, o cose simili,Non si potrebbe mai fallir a crederePoco; e talvolta credere il contrarioDi quel ch’apporta la fama, è stato utile.Non si potrebbe anco fallir a crederePiù di quel che si sente, se dar biasimoOdi ad alcuno che di latrocinioO d’avarizia sia imputato, o dicasiChe giuntator, che barro, che falsarioO che traditor sia: perchè li viziiSempremai, praticando, si ritrovanoMaggiori; e le virtudi e le lodevoliCose buone, minor di quel che ’l pubblicoGrido ne porta. Non saprei già rendereDi ciò la causa; ma l’esperïenzeFatte dell’uno e dell’altro mi môvenoA dir così. Son di presente in praticaDell’uno più che dell’altro, e diròvvilo.A questi giorni, trovandomi a Genova,E quivi molte e molte volte avendo laMia mercanzía (di che la più fallibileNon è nel mondo) possuta ben vendere,E sopra tutte le spese pigliarmeneCento fiorini, sentî dir che a Sibari,Più ch’in luogo del mondo, si prezzavanoD’ogni sorta piaceri, e questi in spezieChe nelle lotte amorose si pigliano;E che i più ricchi e più spendenti giovaniV’eran, ch’in altra città che si nominiIo me ne venni, mosso dalla pubblicaOpinïone, in questa terra; e giuntoci

Mi rallegrai, ch’udî che gentiluominiE la più parte conti si chiamavano,E l’un con l’altro parlando, si davanoTitolo di signor. Fra me medesimoDicevo: — Nell’altre città suol esserneUno, e nessuno in molte: or, se tal numeroN’è qui, ci debbon senza dubbio correrePer le strade i danari, e l’oro piovere: —Ma non ci fui stato tre dì, che d’essereVenuto mi pentî; che, fuor che titoliE vanti e fumi, ostentazioni e favole,Ci so veder poc’altro di magnifico.Tutto ciò c’hanno, in adornarsi spendono,Polirsi, profumarsi come femmine,E pascer mule e paggi, che lor trottinoTutto dì dietro, mentre essi avvolgendosiDi qua e di là, le vie e le piazze scorreno,Più che ignuna civetta dimenandosi,E facendo più gesti che una scimia.Par lor, che col vestir di drappo ed abitiGalanti, foggie e pompe, far si debbianoStimar dagli altri quel ch’essi si stimano,E generosi e splendidi e grandi uomini:E veramente sono come scatoleNuove, di fuor dipinte e dentro vacue.Forse crederà alcuno, che se prodighiSono in ornar sè stessi, che poi faccianoAlle lor donne usar la parsimonia;E ch’elle stando in casa e affaticandosiE industrïando, cerchino rimettereQuel che i mariti o che i figli consumanoIn questa ambizïon sciocca e ridicula.Anzi, mogli e mariti truovi unanimi,E figlie e madri, al danno e al precipizioDelle lor case. Lasciamo ir che voglianoLe donne nôve veste e nôve cuffie,Come anco l’altre in altre terre vogliono;Non troveresti in questa terra femmina,Della quale il marito non sia artefice,Che sappia mutar passo. Uscir si sdegnano

Di casa a piedi, nè passar pur voglionoLa strada, se non hanno al culo il dondoloDella carretta: e le carrette voglionoTutte dorate, e che di drappi sienoCoperte, e gran corsieri che le tirino;E due donzelle e una donna da camera,E staffieri e ragazzi che accompagnino.E in tal pazzia, non men de’ ricchi, i poveriFan loro isforzi, e in guisa l’arco tirano,Che non avanza un carlino per spendereIn appetito mai strasordinario.E di qui avvien, se un forestiero capitaIn questa terra, che trova rarissimoChi a casa sua lo inviti, ed usi i terminiDi cortesía ch’in altre terre s’usano.Chi vien di fuore, e chi non sa la praticaDi questo lor sì limitato vivere,Fa giudizio che sieno avari, e ingannasi:Più tosto giudicar li dovría prodighi,Disordinati e di poca prudenzia;Che se fossino avari, daríano operaA mercanzíe, all’altre arti che fan gli uominiRicchi. Ma questi ogni esercizio stimanoVile, nè voglion che sia detto nobileSe non chi senza industria vive in ozio:Nè questo basta; bisogna che simile-mente suo padre sia stato e suo avoloA grattarsi la pancia. Vedi erroneaUsanza; vedi opinïon fantastica;Vedi che disciplina, che bello ordineD’una savia città, che voglia accrescereIn istato! A sua posta. Che? da metterlaHo per ragion? Viva pur e governisiCome le par. Se non ci fosse il proprio

Mio interesse, n’avrei quella medesimaCura c’hanno li vescovi dell’animeChe fur da Cristo lor date in custodia.Io venni in questa terra, oggimai passanoTre mesi, con speranza di ben venderciLe mie fanciulle; le qual mi parevano,Come par tuttavía, che meritassino,E per bellezza e per età e per grazia,Che tutti i gentiluomini dovessinoFare a gara d’averle, nè alcun prezioAvesse loro a parer troppo. TrovomiDi gran lunga ingannato. Ben mi vengonoA parlar molti, e più vecchi che giovani,E chi vuol l’una e chi l’altra, e domandanoDel prezzo: io ’l dico loro; altri si lievanoDa partito, altri stanno un pezzo in pratica:Mi dicono; io rispondo: al fin si accordano;Poi quando aspetto che i danari sborsino,Non ci hanno il modo; mi domandan termine.Chi lo vuol fin che si tosin le pecore,Chi fin che l’erbe o che i grani si taglino,E chi vuol ir di là dalle vendemmie;Nè altra cauzïone dar mi vogliono,Che la lor fede, o di man propria farmeneUn scritto. Altrove li contanti appajonoFatto il mercato, qui son invisibili:Ma non però li miei. S’io vô pel vivereMio, pane o vino o carne, è forza mettereMano alla borsa, e far ch’i danar escanoE che veder si faccian. Se mi fossinoPer parole e per scritti e per promettere,Le cose ad or ad or che mi bisognano,Date, io sarei contento dar per similePrezzo, a chi le volesse, le mie femmine.Chi credería che qui, dove è sì splendidaCorte, ove sono sì galanti gioveni,Non si dovesse a due fanciulle, tenerePiù che latte, trovar mille ricapiti?Io son per dir che pare a questi gioveniEsser da tanto, che non si ritrovinoAl mondo donne le quai degne sienoD’esser amate da loro; e vô credere,

Che l’un l’altro vagheggi, e insieme faccianol’amor, e altro ancor ch’io non vô esprimere.Non ho speranza più ch’uomo di SibariPigli le mie fanciulle. Son due gioveniForestieri, nei quai tutto riduttosiÈ ’l mio disegno, che voglia ne mostrano,Ed ogni maggior prezzo par lor picciolo:E se l’audacia pari al desiderioAvessino, che a’ padri loro osassinoDi far un fiocco, come mi promettonoDi far e facilmente far potrebbono,Saressimo d’accordo; ma mi menanoDi giorno in giorno in lunga, e non concludono.L’uno è figliuol d’un mercatante ch’abitaIn quella casa, venuto da Procida,Non è gran tempo, a far qui li suoi traffichi;L’altro d’un Catelano, il qual ci è giudice,Che chiaman capitano di giustiziaSopra li criminali. Io, perchè a muovereS’abbian di passo, fingo di volermeneAndar altrove, e spero che m’abbia a essereUtil la finzïon. Ma ritornarmeneIn casa è meglio, perchè mai nè muovereSì poco nè sì poco allontanarmenePosso, che non mi sia danno. È impossibileChe senza gridi e senza entrare in collera,Senza minacce, anzi s’io non adoperoE pugni e calci e bastonate in copia,Che questi miei gaglioffi, e che queste asinePuttane, faccian cosa che a far abbiano.

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