III. Atropo

Le tre parche

Questo dicendo Lachesi filavail bianco stame che vincea la neve,e sempre ugual dal vello lo tirava.Allor la terza inesorabil greveParca che tronca il filo quando vuole,e nostra vita fa sí frale e breve,al ciel alzando gli occhi, disse: - O sole,ch’allumi, scaldi e avivi quant’è al mondo,odi le vere e sacre mie parole.In quanto giri ogni or da l’alto al fondo,vedesti mai ch’avesse alcuno in terrail ciel, come costui, cosí secondo ?E tu, fanciul felice, dove serraquant’ha di buon natura, cresci e attendial camin che chi ’l segue mai non erra.A destra, di vertú la strada prendi,e l’erto colle dove ha posto il seggio,senza temer fatica lieto ascendi.D’alloro coronato al fin ti veggioaltiero trïonfar di tua vertute,né del futuro ben punto vaneggio.Farai ne l’arme cose non vedutein alcun tempo mai, ché nato seiper dar a tutt’Italia ancor salute.E se ben t’hanno gl’immortali dèifatt’a tal fine, pur pigliar la normada l’invitto tuo padre sempre déi.Ritroverai per tutt’Italia l’ormade li suoi fatti glorïosi e magni,effetto ch’al suo nome si conforma.Con questi fa che cerchi far guadagnid’onor, di gloria, d’uno eterno nomeche dopo morte chiaro t’accompagni.Fa che te stesso e gli appetiti dome,ch’assai piú val a soggiogar se stesso,che vincer Babilonia e sette Rome.Guarda il tuo padre e quel contempla spesso,che d’arme ancor fanciul si veste ed orna,in quell’avendo ogni suo studio messo.U’ l’Adige soperbo con le cornail fertile paese cinge e inondache ’l buon Rovigo riccamente adorna,corse con l’Alvïano, ed ogni spondadel fiume tinse col sangue nemico,sí che sanguigna corse la bell’onda.Garzon giá non parea, ma saggio e antico,e fe’ di sé sí fatto parangone,che tutto ’l campo se li fece amico.Ammirava ciascun il fier garzone,che tre lustri d’etate non aveva,e a’ contrasti maggior il petto oppone.Armato poi su ’l Lambro si vedeva,ove, con pronta e saggia mano fececose che proprio un Cesare pareva.Ed a chi ’l vide sí ben sodisfece,che da tutti mertò lode divine,che ’n tanta brevitá narrar non lece.Il Gallo allor con fuoco e con roinefe’ de gli Elvezii quel crudel macello,ch’a’ titoli soperbi diede il fine.Quivi il tuo padre tutto presto e snello,coi feroce Alvïan dè l’alta provad’essere in l’armi un Fabio ed un Marcello.Poscia su l’Arno e ’l Tebro egli si prova,e su l’Isauro a pôr la Quercia stette,a cui con suoi compagni molto giova.Animoso a solcar il mar si mette,e vide in poco tempo de l’Egeol’isole sparse e le cittá piú elette.Volle veder del Minotauro reola terra che giá fu cosí famosa,e di sé prova in ogni luoco feo.Ovunque vada non può star nascosal’alta vertú ch’alberga in cor virile,che traspar com’in vetro bella rosa.Tanti fior non discopre un vago Aprile,quante son t’opre del tuo padre invitto,materia da stancar ogn’alto stile.Sallo il Tesino e ’l Po sí spesso afflitto,con quanti fiumi in Lombardia ritrovi,u’ sempre vinse ed unqua non fu vitto.E ben che ragionar di lui mi giovi,altrove mi rivolge il tempo corto,e tu, fanciul, di te parlar mi movi.Ma pur i’ penserei di farli torto,se da me si tacesse l’alta impresa,che vivo lo terrá quando fia morto.Dico, quando da lui fu Genoa presacol ferro, con l’ardir e con l’ingegno,né punto la cittá si vide offesa.Il vantator spagnuol, pien d’ira e sdegnoche con sí pochi il gran Fregoso ardissecacciar l’Adorno del volubil regno,credea ch’indarno a la cittá venisse;ma come poi si vide a vólto a vólto,forza a l’ibero fu che via fuggisse.Come un lïon che scatenato e scioltospinto da fame tra’ vitelli arrivi,che svena quest’, e quell’in fuga ha volto,e fa di sangue rosseggiar i rivi,né di svenarli mai si vede sazio,se non gli ha tutti de la vita privi,cosí con pochi in poco tempo e spazioCesare fe’ di tutti li nemicieterno, glorïoso e orrendo strazio.Ahi, se gli eran gli amici allor amici,sarebbe Italia lieta, ch’or si lagnach’ei dir poteva: VENI, VIDI, VICI.Non si vedrebbe sovvrastar Lamagna,e servir quelli di che giá fu donna,e de le spoglie sue vestirsi Spagna.Ma guarda il padre che mai non assonnaa farsi ogni or maggior con l’opre grandi,ch’allor il Gallo di Liguria indonna.Di lui ti fian li fatti memorandi,com’a caval corrente acuti sproni:con questi a vera fama corri e scandi.Mira quell’altro, non tra balli e suoni,ma tra gli studi e trombe in alto asceso,il saggio Guido onor de li Rangoni.Duo folgori di guerra, un tuono accesod’ardenti fiamme paion questi eroi,ch’un bel nodo d’amor in uno ha preso.Questi saran, figliuolo, i duci tuoi,il padre e ’l zio: attendi sol a questi,s’immortal farti e glorïoso vuoi.La fama lor mai sempre il cor ti destia quel che ’n te germoglia bel disiod’aver gli spirti al ben arditi e presti.Fortunato figliuolo, il ferro miodentro il tuo stame metterò sí tardi,che ’n terra con li fatti venghi un dio.Si vedran prima i ricchi tuoi stendardi,dopo mille vittorie altiere e rare,far che Liguria il mondo onori e guardi.Da te si vederan le leggi darea’ popoli vicini, e ’l freno porrea l’infido, soperbo e ondoso mare.Da te si vede la discordia tòrrea quelle unite voglie disunite,u’ tra la plebe e padri si concorre.Non si vedrá tra lor farsi piú lite,e le civili risse, tante e tante,tutte saranno con amor unite.E se fin qui si chiama l’incostante,e varia piú che ’l tempo, patria antica,fia sotto il nome tuo ferma e costante.Né vi sará chi piú Liguria dicavana e fallace, perché si dispergetutto da te, che quella al mal intrica.Ché ’l tuo valor di sopra l’altre l’erge,in pace la conserva e quella accresce,e de l’odio civil le macchie asterge.Cosí la fama tua s’inalza e cresceseguendo il padre ch’ogni studio misein esaltar la patria quando n’esce,uní le fazzïoni allor divise,e que’ pensier tra lor cosí diversia la cura del Giglio egli commise.Né fur d’alcun i ben guasti o dispersiin quei tumulti fieri, aspri ed acerbi,né vi fu chi potesse pur dolersi.E chiameran dapoi crudi e soperbichi da l’armato campo gli ha salvati,e dato a molti l’ossa, polpa e nerbi?Saran Fregosi quei che sempre statison de la patria padri e veri figli,a’ nemici pietosi, a’ amici grati.Del gran Fregoso pur tutti i consiglison che s’abbracci il padre con la plebe,ed un voler mai sempre tutti pigli;ché di quello il veder ancor non hebe,ma vede chiaro ed egli è pur fra voi,qual Bacco, Alcide, Epaminonda a Tebe.Sei lustri non compiva quando poili dè Vinegia la Romagna in guardae ’l gonfalon de li cavalli suoi.Ma la mia voce omai troppo ritarda,sí che ciò che di te riman favelle,gentil fanciul, cui Marte onora e guarda.Per brevitate i’ passo molte bellecose da dir di te che ’n detto e ’n opraavrai le Grazie amiche con le stelle.E ben è ver che dato t’è di soprache senza par in terra chiaro e soloregni, e tua fama ogn’altra fama copra.Come canoro cigno andrai a voloper bocca de le dotte lingue c’hannovertú d’alzar un uom a l’alto polo;ché cose tu farai che non sarannosenza memoria mai, sí per se stesse,come per quelli che le canteranno.Onde fra gli altri il nome a te si messe,che tra gli avoli tuoi fu sempre in prezzo,che vertú vera, non destino, elesse:ch’allor che Pietro e ’l frate senza mezzod’altrui soccorso fêr di Cipro acquisto,u’ furon Genovesi in gran riprezzo,fu tra’ Fregosi primamente vistodi Giano il nome, sí famoso sempre,sol di trofei e gloria ornato e misto.Cosí perché la fama ogni or s’insempre,e resti il chiaro nome sacro e vivo,sí che tempo nol guasti, né distempre,non ebbe l’avo tuo tal nome a schivo,anzi v’accrebbe onor con l’opre, e talich’ancor si noma trionfante e divo.Or dunque spiega, Giano, le bell’ali,ché ti veggio salir in alto tanto,che sovvra ogni altro glorïoso sali. -Tacque la Parca, e a quella a canto a cantofolgorò Giove a la sinestra, e parveil mondo rinovarsi tutto quanto,e ’l sol piú de l’usato chiaro apparve.

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