76-77-78-79. Dispregio della morte
Poesie — Scelta di alcune poesie di Settimontano Squilla
Anima mia, a che tanto sconforto?forse temi perir tra immensi guai?Tema il volgo. Tu saidirsi morir chi fuor del suo ben ’giace.Se nulla in nulla si disfa giammai,non può altronde, chi a sé pria non è morto,morte patir o torto,né temer guerra chi a se stesso ha pace.Non ti muova argomento altro fallace.
Se nativa prigion te non legasse,legar non ti potria l’empio tiranno,ch’e’ non può far tal dannoa’ sciolti venti, agli angeli, alle stelle.Solo a lui male i suoi tormenti fanno,ma a te ben, come se ti liberasse,o ti risuscitasse,chi da sepolcro o da prigion ti svelle;ché l’uno e l’altro son l’umane celle.
Dentro il gran spazio, in cui lo mondo siedetutto consperso di serena luce,che ’l sommo Ente produce,e di vive magion lucenti adorno,dove han gli spirti repubblica e duce,in libertá felice; sol si vedenera la nostra sede.Dunque de’ regni bianchi, ch’ella ha intorno,fu a’ peccatori esilio e rio soggiorno.
Il centro preme in sempiterna mortesotto ogni pondo i piú rubbelli; e ’l giroor letizia, or martiro,or tenebra ed or lume al mondo apporta,che i propri dal comun carcer sortîro;né, quindi uscendo, in nulla son corrotte.Ma chi scende alle grotte,tornar non può, perché ivi al doppio è morta;e chi va in alto, al carcer odio porta.
Se lo spirto corporeo, che ’l calorene’ bruti e pur negli uomini ha produtto,sempre esala al suo tutto,né riede a noi, quantunque esca a dispetto,ignorando ch’a gaudio va dal lutto:viepiú la mente, che di lui men muoretornando al suo Fattore,poi, saggia e sciolta, fugge il nostro tetto :avviso che non erri al Coro eletto.
È tutto opaco il corpo, che ti cinge,e sol ha due forami trasparenti;né in lor le cose senti,ma sol le specie, e non qua’ son, ché l’ondale fa, il cristallo e ’l corno differenti,che ’l lume che le porta altera e tinge.Né pur tuo specchio attingea veder, l’aria sottil, che ’l circonda,né gli angeli, né cosa piú gioconda.
Indebolite luci e moti e forzedelle cose, che batton la muragliadel carcer che n’abbaglia,sentiamo noi, non le possenti o dive;perché sfarian la nostra fragil maglia.Né virtú occulta ammetton le sue scorze,che per noi non si ammorze:poche sembianze e di certezza privesolo ha chi meglio tra noi parla e scrive.
Qual uomo a volo non vorria levarsi,o piú saltar a giugner? Ma noi lasciaquesta di morti cascia.Va col pensiero a piú parti del mondo,dove esser brama; ma la grossa fascianon vuol che vada, né possa internarsi.. . . . . . . . . . . . . .Dunque tien l’alma il tenebroso pondo:l’allegrezza, i desiri e i sensi in fondo.
Di’: come al buio hai tu distinto l’ossa?i nervi soprasteso alle giunture?tante varie testuredi vene, arterie e muscoli formasti,le viscere, le fibre e legature?come il bodel si piega, stringe e ingrossa?come, di carne rossavestendo il tutto, la testa scarnasti?come il caldo obbedia? come il frenasti?
Non mi risponder quel ch’impari altrondee nell’anatomia, ché non è tuocotal saper, ma suo,di chi t’avvisa: e pur t’inganni spesso,come n’hai sperimenti piú che duo.Or, se in te ignori ciò che ’l corpo asconde,e in altri spii; rispondenon essere, a chi al buio sta, concessoveder che fa, né il luogo, né se stesso.
Pur, se ’l vario nutrir t’ha fatto porrela fabbrica in obblio, di’ mò: in che modoil nutrimento sodoall’ossa tiri, ad a’ nervi il viscoso,ed agl’impuri vasi feccia e brodo?Come odi, e vedi, e pensi, quando a scòrreten vai nell’alta torre?Di’: il respirar, e ’l polso stretto e ondoso?Come dai al spirto fatica e riposo?
Tu non sai quel che fai, ch’altri ti guida,come al cieco chi vede apre ’l cammino.Il tuo carcer sí finoper tu’ avviso e suo gioco il Sir compose.Libera hai volontá, sol don divino,per meritar, pigliando scorta fida,no’ Macon, Cinghi o Amida,ma chi formò tua stanza e l’altre cose,e perché prezzi il ben, tra guai ti pose.
Quante prende dolcezze e meravigliel’anima, uscendo dal gravante e cieconostro terreno speco!Snella per tutto il mondo e lieta vola,riconosce l’essenze, e vede secogli ordini santi e l’eroica famiglia,che la guida e consiglia,e come il primo Amor tutti consola,e quanti mila n’ha una stella sola.
Questo, ch’or temi di lasciar, albergotanto odierai, che, se: — Di ferro e vetroper non sentir ferètroné scuritá né doglia — Dio dicesse, —tel renderò, ed in lui torna; — a tal metro,crucciata del voler, voltando il tergo:— In pianto mi sommergo —risponderesti; salvo se ’l rendessetutto celeste, qual Cristo s’elesse.
Mirando ’l mondo e le delizie sacree quanti onor a Dio fan gli almi spirti,comincerai stupirticome Egli miri pur la nostra terrapicciola, nera, brutta e, piú vo’ dirti,dove ha tante biastemme orrende ed acre,che par che si dissacre;dove sta l’odio, la morte e la guerra;e l’ignoranza troppo piú l’afferra.
Vedrai pugnar contro la terra il cielo,e ’l caldo bianco e la freddezza oscura,e che d’essi Natura,per trastullo de’ superi, ne formavento, acqua, pianta, metal, pietra dura;del ciel scordarsi il caldo, e contra ’l gelovestirsi terren velo,e come a suo’ bisogni la conforma;e che doglia e piacer gli enti trasforma.
Possanza, Senno, Amor da Dio vedraipartecipar il tutto ed ogni parte;ed usar la prima artenecessitade, fato ed armonia;per cui tanta comedia orna e comparte,Iddio rappresentando giuochi gai;e divin fiati e rai(che son l’anime umane) a’ corpi inviaper far le scene con piú leggiadra.
Fia aperto il dubbio, che torce ogn’ingegno,perché i piú savi e buoni han piú flagelli,e fortuna i piú felli.Ché Dio a que’ die’ le parti ardue del gioco,per trarli a maggior ben da’ lordi avelli;e del suo mal goder lascia chi è degno.E n’ho visto pur segno,piú indotti e schiavi e impuri amar non pocol’error, la prigionia e l’infame loco.
Il giuoco della «cieca» per noi fassi:ride Natura, gli angeli e ’l gran Sire,vedendo compariredella primera idea modi infiniti,premiando a chi piú ben sa fare e dire.Se i nostri affanni son divini spassi,perché vincer ti lassi?Miriamo i spettator, vinciam le liticontra principi finti, travestiti.
Il carcere, che ’n tre morti mi tienicon timor falso di morir, dispreggio.Vanne al suolo, tuo seggio,ch’io voglio a chi m’è piú simile andarmi.Né tu se’ quel che prima ebbi io, ma peggio,che sempr’esali, e rifatto altro vienida quel che prandi e ceni:onde è lo spirto tuo nuovo ogn’or, parmi.Or perché temo in tutto io di sbrigarmi?
Piangendo, dici: — Io ti levai, — mia testa;le man: — Scrivemmo; — i piè: — T’abbiam portato.Dispregiarne è peccato.Di piú, te il dolor stringe, e ’l riso spande;ti prende obblio ed inganno, ché se’ un fiato,e la puzza greva, odor cresce e desta,che sparso in aere resta;perché noi, gloria, Venere e vivandesprezzi, ove certo vivi, e molto e grande?
— Compagno, se in obblio le doglie hai posto,quando di terra in erba e in carne seifatto di membri miei,pur questa obblierai, ch’or ti martira,di farti terra; e poi godrai di lei.Per farne altri lavori ha Dio dispostodisfare il tuo composto;ma in tutto il Primo Amor dolcezza spira.Poi sarai mio, se ’l tutto al tutto aspira.
S’or debbo a ciò che fosti e sarai mio,porterò un monte: ma, l’Arte sopranaquando ti trasumana,staremo insieme: né pensar ch’io temadisfarmi in nulla, o in cosa da me strana.L’animal spirto, in cui involto sono io,prende inganno ed obblio,ed io per lui: quando egli cresce e scema,patisco anch’io, ma non mutanza estrema.
Desir immenso delle cose eternee ’l vigor, per cui sempre alto piú intendo,e terra e ciel trascendo,se nulla eccede di sue cause il fine,mostran che d’aria e dal sol non dipendo,né di cose caduche, ma superne.Ecco che mi discerneda te, ch’ami e sai solo il tuo confine;e pur gran pruove d’altre alme divine.
La morte è dolce a chi la vita è amara;muoia ridendo chi piangendo nasce;rendiam queste atre fasceal fato omai, ch’usura tanta esige,ch’avanza il capital con tante ambasce.L’udito, i denti vuol, la vista cara.— Prendi il tuo, terra avara,perché me teco ancor non porti a Stige. —Beato chi del tempo si transige!
— Tu, morte viva, nido d’ignoranza,portatile sepolcro e vestimentodi colpa e di tormento,peso d’affanni e di error laberinto,mi tiri in giú con vezzi e con spavento,perch’io non miri in ciel mia propria stanza,e ’l ben ch’ogn’altro avanza:onde, di sua beltá invaghito e vinto,non sprezzi e lasci te, carbone estinto. —
Filosofia di fatti il Senno vuole,che l’ultime due tuniche or mi spoglia,ch’è del viver la vogliae d’aver laude scrivendo e parlando.Doglia è lasciarle. Ma smorza ogni dogliachi nella mente sua il gran Senno cole,seco vuole e disvuole,di lui se stesso in se stesso beando.Onor non ha chi d’altri il va cercando.
Se fusse meglio a tutto l’universo,alla gloria divina ed a me ancora,ch’io di guai fosse fuora,liberato m’avria l’Omnipotente;ch’astuzia e forza contra lui non fôra.Tiranno, incrudelisci ad ogni verso;sbrani e mangi il perverso:ché non è mal lá dove Dio consente.Non doni legge al medico il languente.
Empio colui non sol, ma ancora stolto,che, ’n croce giubilar Piero ed Andreaveggendo, e che si beaAttilio ne’ tormenti e Muzio e Polo,non sa avanzar la setta epicurea,che sol piacer ha del piacer raccolto;
traendo gaudio molto,pur come fan gli amanti, anche dal duolo;ché ’l primo Amor ci leva a tanto volo.
Fuggite, amici, le scuole mondane;alto filosofar a noi conviensi.Or, c’han visto i miei sensi,non piú opinante son, ma testimonio,né sciocche pruove ho di secreti immensi.Giá gusto quel che sia di Cristo il pane.Deh! sien da noi lontanequelle dottrine, che ’l celeste conionon ha segnato; ch’io vidi il demonio.
Credendosi i demòn malvagi e fieriindiavolarmi con l’inganni loro,benché con mio martoro,
m’han fatto certo ch’io sono immortale;che sia invisibil piú d’un consistoro;che l’alme, uscendo, van co’ bianchi e neri,e co’ fallaci e veri,a cui piú simil le fe’ il bene e il male,che piú studiamo in questa vita frale.
Altri spinge a servir Dio vil temenza,altri ambizion di paradiso,altri ipocrito viso;ma noi, ch’è Primo Senno e Sommo Beneamabile per sé, tenemo avviso,a cui farci conformi è preminenza,bench’avessimo scienzache n’abbia scritti alle tartaree pene.Nel Primo Amor null’odio por conviene.
Chi dagli effetti Dio conoscer bramaper seco unirsi e lodarlo, sia certo,come in me sono esperto,delle sue colpe segreto perdonoconseguisce e scienza dell’incerto.Dio osserva la pariglia: ama chi l’ama,e risponde a chi il chiama.Odia, disprezza il mal, sendo uno e buono;chi a lui si dona, lo guadagna in dono.
Se mai fia ch’uomo ascoltequeste sotterra ed in silenzio naterime mie sventurate,pria che nascan, sepolte;pensier muti e costume;ch’io non ragiono a caso;ma sperienza e Numee legge natural m’hanno persuaso.
Comentarios
Cargando comentarios…