31. Canzone del Sommo Bene metafisico

Poesie — Scelta di alcune poesie di Settimontano Squilla

L’Essere è il Sommo Ben, che mai non manca,e di nulla ha bisogno, e nulla pave.Amanlo tutti sempre; e’ sol se stesso,perché non ha maggior né piú soave.S’egli è infinito, noi di morte affranca,ché fuor non ha né dentro a lui framessopuote il Niente star. Né dunque alcunacosa s’annulla, ma si cangia spesso.Lo spazio immenso all’esser d’ogni cosaè base in lui nascosa,che solo in sé riposa,da cui, per cui, ed in cui son tutte in una;e da cui lontanissima è ciascuna,da infinito finita; e, perch’è incintae cinta, è vicinissima anche, stantein lui viva e per lui, s’è per noi estinta,come pioggia nel mar mai non mancante.

Come lo spazio tutti enti penètra,locando, e d’essi insieme è penetrato;cosí Dio gli enti interna, e ’l spazio, e passa,non come luogo, né come locato,ma in modo preeminente; donde impetralo spazio d’esser luogo, e ’l corpo massa,e l’agenti virtú d’esser attive,e gli composti, in cui l’idea trapassa.E, perch’egli è, ogni ente è per seguela,qual splendor per candela;ma si occulta e rivelain varie fogge, in cui sempre si vive,come atomi nell’aria. In fiamme vivespiace a’ legni mutarsi e d’esser vampe;godon poscia ch’amor, virtute e sensodell’esser proprio han tutte le sue stampe,per quanto è d’uopo, dall’Autor immenso.

L’uom fu bambino, embrione, seme e sangue,pane, erba ed altre cose, in cui godevad’esser quel ch’era, e gli spiacea mutarsiin quel ch’è mò: e quel ch’ora gli aggreva,di farsi in fuoco, in terra, in topo, in angue,poi piaceralli; e crederá bearsiin quel che fia, che in tutti enti rilucela Idea divina, e pe ’l dimenticarsi.Dunque nullo ama quel che amar gli pare:altro patire o fare,che ’l suo esser sa dare.Ch’un sia due, osta il tutto; e chi esser ducevuole, è, in quanto è simile, o produceimago, onde tal si ama; e non è, in quantoguastarsi in quel ch’è duca abborre, ed ancov’è quell’altro; talch’egli è un altro tanto;e ’l savio è tutti, ancor di morte franco.

Non fece gli enti per vivere in loro,qual padre in figli, o maestro in scolari;né per far mostra altrui delle sue pompe;ch’altri non vi era; e gli architetti rarinon mostran a una polce un gran lavoro.Né cerca onor chi in sé non si corrompe.Or chi dirá perché, se ’l Senno eternodi tanto arcano il velame non rompe?S’e’ fu sempre, il Niente non fu mai;e tutti enti son raidel Primo, in cui trovaimondi, virtuti e idee, nel suo internofatti e rifatti in piú fogge ab aeterno,nuove agli enti rifatti, a’ fatti antiche:figure ed ombre di sacre esistenze,chi nella prima son una ed amiche,quantunque abbian tra lor varie apparenze.

Se ’l fuoco fosse infinito, la terranon vi saria, o cosa confine e strana.Se Dio è infinito ben, non si può direche vi sia morte o male o stigia tana,se non per pena a chi e per meglio s’erra.Rispetto è, non essenza, il mal, se miredolce al capro, a noi amara la ginestra.Se ta’ rispetti averan da finire,il caos sol d’ogni gioia poi s’imbeve,come ferro riceveil fuoco, e ’l freddo neve.E questo è bello alla virtú maestra,com’è bel che ’l distingua la sua destra.Che maraviglia s’alcuno s’ammazzi?Lo guida il Fato con occulto incantoper la gran vita, ove énno i mali e i pazzisemitoni e metafore al suo canto.

L’alme, in sepolcri portatili ed adrichiuse, dubbie di morte fa ignoranzad’esser futuro e del passato obblio.Cosí piú galeotti, per sconfidanzadi miglior vita, e ’n prigion servi e ladricontentarsi, ché uscir odian, vidi io.Or l’alma, che nel corpo opaco alberga,se stessa ignora, e l’altre vite, e Dio;onde per buchi stretti affaccia, e spiache cosa essa alma sia,come ivi, e perché stia.Regge ella il corpo e nutre, e con sua vergaguida; né sa in che modo il quieti e l’erga,ch’e’ non traspare; ed essa è breve luce.Cosí chi opera al buio, sé non vedenell’opra sua; onde al balcon s’adduce,e mira in altri, argomenta e rivede.

Se di piante e di bruti e gli uman spirtiformano al buio ospizi tanto adorni,e gli reggon con arte a loro ignota,è forza che tu, Dio, che in lor soggiorni,gli guidi, e gli enti sien per obbedirti,come penna a scrittor, ch’è cieca, e nota;o come è il corpo all’alma, e l’alme all’Enteprimo, senza di cui non si fa iota.Esser, poter, saper, amar, far, sonopassioni in noi e dono,ed azioni in Dio buono,che, amandose e sentendose, ama e sentetutte cose, che ’n lui son conoscente.Gode di lor comedia, ché la festafan dentro a lui; e da lor gioia non prende;ma e’, gioiendo, a lor la dona, e prestasenso ed amor, mentr’e’ s’ama e s’intende.

Ma noi, finiti, anzi in prigion, prendiamodi fuor, da chi ci batte le pareti,ov’entra per vie strette il saper cortoe falso, onde voi, falsi amor, nasceti.Quinci aer, terra e sol morti stimiamo,che han libero il sentir, non, qual noi, morto;e però amiam chi in carcere ci serba,e chi ci rende al cielo odiamo a torto.Burle, onde ’l Fato i nostri e i solar fuochiritiene in stretti luochi:quanto è uopo a’ suoi giuochi.Mai non si muore: godi, alma superba,l’obblio; d’antica ti fa sempre acerba.Oh felice colui, che sciolto e purosenso ha, per giudicar di tutte vite!Che, unito a Dio, per tutto va sicuro,senza temer di morte né di Dite.

Canzon, riconosciamo contro gli empil’Autor dell’universo, confessandobelle, buone e felici l’opre suetutte, in quanto ed a lui sono ed al tuttoparti, rispetti e fruttosí giusto, ch’un sol atomo mutando,giria in scompiglio. E sempre fia chi fue;dal che farsi contento,piú che non sa volere, ogn’ente io sento:come tutti direm con stupor, quandodi Lete aperto fia il gran sacramento.

Comentarios

Cargando comentarios…