O dea dolce amorosa
O dea dolce amorosa,che di soave ardoreinfiammi il cielo e ‘l primo amante accendi,e fatta all’om graziosa,togli al divin furorel’armi di mano e più benigno il rendi:sallo il cielo, ove attendicolla celeste facea riscaldare i pettidegl’almi spirti eletti,portando ovunque vai concordia e pace;sassel la bassa terra,che uscì per te da così lunga guerra.
Tu primiera rompestil’infrangibil diamanteche le porte del ciel chiuse tenea;che dai cori celestiqui d’amore avvampantescendesse un dio, fu tua grand’opra, o dea!Dell’irritata Astreanel ciel forte guerriero,tu puoi sola addolcirei giusti sdegni e l’ire,e renderla men rigida e severa;te or, Pietà, vorrei,che del divino cuor regina sei.
Lascia dunque del polol’eterne sfere ardenti,sedi beate all’alme elette e sante,e là dirizza il volodove l’onde correntirivolge il Nilo rapido e sonante;qui della fede Atlante,Marco il campione invitto,dolce cura e consigliodell’increato figlio,da mille strali, ohimè, cadrà trafitto,se tu, bella Pietade,non ti opponi al furor di mille spade.
Ovunque il passo stendeil generoso figlio,l’empia turba crudel li segna l’orme:son di lei meno orrendenel lor feroce artigliole tigri infurïate e l’orso informe.Già freddo e pigro dormequel suo leon guerriero,ed il vigor natiotutto posto in oblionon è qual pria sì minacciante e fiero,onde potranno gli empifar di lui senza tema acerbi scempi.
Se a te l’eterna menteha concesso il governode’ petti umani e l’amoroso impero,tempra l’impeto ardente,e nel rabbioso internodi questa turba rea placa il pensiero;che qual torrente alteroaccresciuto dall’onde,fremente e minacciososen va precipitosoe seco trae alberi, armenti e sponde,e già sul capo augustodel grand’eroe trabocca il flutto ingiusto.
Ahimè, figlia d’amore,sagrosanta Pietade,qual è questa che io veggio orrida scena?Marco, il nobil pastore,ecco che appresso cade,né turba il ciel la luce sua serena?Ahimè, che larga venadall’impiagato busto,che tramortito langue,scorre di nobil sanguea far porporeggiar quel lido adusto!Ahimè, che il sacro mantorosseggia anch’egli lacero ed infranto!
Ma trovi il cieco orgoglioi più nuovi tormentich’abbia il regno dell’odio e della sorte;e tu fatti di scoglio,Pietade, a’ miei lamenti,tinta nel volto di pallor di morte:che il magnanimo e forteeroe, di pura fedeil cuor cinto e ricinto,in sul cadere estinto,né pur s’ode gridar mercé, mercede;o morte sì graditaaltro per lui non è che nuova vita.
Non così dolce il cignoin su l’erbose spondedel bel Meandro sospirando muore,e il ciel gode benignoalla sua morte e l’ondeesultano alle sue voci canore:com’or colma d’ardore,intrepida e ridente,di Marco la grand’almalascia la fragil salma,e ‘l ciel gl’applaude in nuova luce ardente;e già con l’ali d’oroscende dal ciel de’ Serafini il coro.
- Ecco che a te ne vegno,o sommo re del cielo -d’Alessandria in morir dice il pastore;- abbiasi il basso regnoil mio terrestre velo,l’alma sen torni al primo suo fattore;e tu, celeste amore,che a me dal ciel discendi,saettator fornitod’alto fuoco infinito,con che ogni duro giel spezzi ed accendi,infiamma i freddi cuoridegl’ingannati miei folli uccisori -.
Canzon che or mesta piangi, or lieta canti,va’ per queste contradee in flebil suon pietà, grida, pietade.
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