Qual non inteso duolo
Qual non inteso duolonel petto or si raggira,che la tremante liradi sue corde sguarnisce,e alla canzone alata arresta il volo?
Forse perché Filippol’imperturbabil cuorea morte rassegnò,e le dolenti cure della vitaricco di gloria e d’immortale onorevenerabile vecchio abbandono?
So che di tutti voi,malaccorti mortali,il freddo orror, la spaventevol sorte,è che battono i dì rapide l’ali,ma nel cuor degli eroisoave dono di natura è morte.
Dunque dal sen profondoscuoti il doglioso pianto,e ridente in giocondoinno festeggi il canto.Nelle sonanti spondedel Tevere frondosol’afflitto Genio dell’antica Romaper lui dalle profonderuine alto si leva, ed ei gli scuotela polverosa chioma;quindi in bronzi spiranticorrono a nuova vitai Cesari sepolti,la corona di lauro inariditaper lui di nuovo ombreggialor maestosi volti.
Vedi il gran Buonarrotiromper le nubi oscure, ove nascosae fanatici e Gotitenner la greca e la romana istoria,e l’illustre memoriadi quei popoli invitti erger gloriosala fronte luminosa:miranla con stuporeil Franco, l’Alemanno,il libero Britanno;e vede Italia il suo perduto onore.
Là dove a mille a milleserpeggiando tra viti e verdi uliviArno divide le toscane ville,quale imperlato nemboe d’etruschi e d’argivitesori ei versa a te, Fiorenza, in grembo!Cosmo suo re l’abbraccia, e difensoreil vuol del suo real placido impero,ed ei calma il furoredel procelloso tempestar del clero.
Così quando Eolo regnator de’ ventilo speco suo disserra,gli arrabbiati fratelli escon frementi,e tra nembi e tempestevede Apennin selvososvelte cadere l’alte sue foreste,quindi si lancian di Nettunno ondososu’ vasti regni sollevando tuttoil pacifico flutto;ma se Nettun dal cristallino lettoalto si leva e scuopreil riverito aspetto,striscian paurosi pel ceruleo piano,fuggono le tempeste, e ‘l ciel serenoal calmato Oceàno indora il seno.
Ma quale a me d’intornos’aprono auguste e lietescene di maestà?Questo è il sagro soggiorno,ove nel grembo d’innocente quieteFilippo se ne sta.
Qui da perita animatrice manoduri bronzi ammolliti,qui da greco scalpel marmi addolcitispiegan volto romano:con solenne silenzio e ciglio alteroin vago ordine stannogli alti sostegni del romano Impero,numi, consoli, eroi,Giulio il primo tirannoed i crudeli successori suoi;
mentre in aria graziosadi ben scolpite donne amabil schiera,onde la tirannia già s’infiammò,fanno mostra pomposadella bellezza alterache quei superbi cuori incatenò.
Questo è il beato Eliso,ove ei quieto e serenoagli spirti più chiari e luminosiapre del suo bel cuore il paradiso,ove agli spirti foschi e tenebrosiversa nel cupo seno,nell’adombrata menteluce di cortesia dolceridente.
Così con raggio uguale il sole indorai marmorei palagi a’ re scettrati,gli umili tetti a’ semplici pastori,e mentre valli e pratico’ suoi vivi colorivago dipinge e infiora,egli crea le stagioni e l’anno adorna,illumina i pianeti e ‘l cielo aggiorna.
A bastanza l’eroe tutto all’intornogirò famoso della gloria il regno,ed a bastanza adornofecesi il mondo di sì ricco pegno;ecco l’ultimo sol per lui si leva:folle speranza e pallido timoreturbino il volgo insano, ei non paventa;anzi qual uom che stanco s’addormenta,soavemente ei muore.
Ei muore, è ver; ma per luï non sonofatti i sepolcri, né de’ mesti accentiil doloroso lamentevol suono.Di lor natìa beltà liete e ridentile grandi azioni sue, l’eccelse provesorgono altere dalla tomba oscura,ed Io, figlia di Giove,le reco sopra l’immortal mio verso,l’ali distendo, e me ne vo a traversogli ignoti abissi dell’età futura.
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