Chi non sa quanto puote
Chi non sa quanto puotel’umano canto in noicolle vezzose notede’ bei numeri suoi,overo il canto angelico non crede,venga ad udir costei, che ne fa fede.Ella, mentre, sedendo,va co’ taciti avoridi sue dita scorrendogli altri avori sonori,canta in tal guisa e cosí dolcemente,che per l’orecchie i cor fura alla gente.Or volanti passaggi,or affetti e sospiri,ora fughe e viaggi,or riposi e rispiri,ora suole alternar dolci durezze,ora suole intrecciar dure dolcezze.Quando schiude un accentotremolante e soave,quando move un concentoarmonioso e grave,quand’alto forma il canto e quando basso,quando vivace il fa, quando il fa lasso.E, quasi un rio corrente,qui mormorar appena,lá gemer altamentetu l’odi in nota piena;qui gir quïeta e placida l’ammirilá gorgogliar con tortuosi giri.
Né nuda spada in manodi snello schermidoregirò mai per lo vanocon sí presto splendore,e sí ratta e sí lieve e sí velocequanto la bella e delicata voce.Anz’ella, a chi sentendone sta l’alta dolcezza,non giá una parendo,ma tre per la prestezza,fa all’orecchie talor l’istesso ingannoche le lingue de’ serpi agli occhi fanno.Or quando mai piú vantosi diede alcun d’udirenel paradiso il cantosenza prima morire,com’oggi avvien a noi, mentre ch’udiamoquesto spirto celeste e vivi siamo?O nel velo mortaleangelo dimorante,se ’n ciel si canta talequal in terra tu cante,io qui, perché lassú ne possa girmi,voglio veracemente or or morirmi.E s’ancor non è giuntoalla fragil mia vitail destinato puntodella mortal partita,far vo’ sí sante gesta e sí giust’opre,ch’io merti, poi che moia, andar lá sopre.Ché, chi ben mira il vero,tu stata esser non puoisenza divin misteroqua giú mandata a noi;ma a ciò ch’alzando a Dio l’umano zelo,facci la terra innamorar del cielo.
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