Scena prima

Aminta — Atto quinto

ElpinoVEramente la legge, con che Amore

Il suo imperio governa eternamente,Non è dura, nè obliqua, e l’opre suePiene di providenza, e di mistero,Altri à torto condanna. ò con quant’arte,

E per che ignote strade egli conduceL’huom ad esser beato, e frà le gioieDel suo amoroso Paradiso il pone,Quando ei più crede al fondo esser de’ mali.Ecco, precipitando, Aminta ascendeAl colmo, al sommo d’ogni contentezza.O fortunato Aminta, ò te feliceTanto più, quanto misero più fosti.Hor co’l tuo essempio à me lice sperare,Quando che sia, che quella bella, et empia,Che sotto il riso di pietà ricopreIl mortal ferro di sua feritate,Sani le piaghe mie con pietà vera,Che con finta pietate al cor mi fece.

ChoroQuel, che qui viene, è il saggio Elpino, e parla

Così d’Aminta, come vivo ei fosse,Chiamandolo felice, e fortunato.Dura condicione de gli Amanti.Forse egli stima fortunato AmanteChi muore, e morto al fin pietà ritrovaNel cor de la sua Ninfa, e questo chiamaParadiso d’Amore, e questo spera.Di che lieve mercé l’alato DioI suoi servi contenta? Elpin, tu dunqueIn sì misero stato sei, che chiamiFortunata la morte miserabileDe l’infelice Aminta? e un simil fineSortir vorresti? Elpino Amici, state allegri,Che falso è quel romor, che à voi pervenneDe la sua morte.

ChoroO che ci narri, e quanto

Ci racconsoli: e non è dunque il veroChe si precipitasse? Elpino Anzi è pur vero,Ma fù felice il precipitio; e sottoUna dolente imagine di morteGli recò vita, e gioia. egli hor si giaceNel seno accolto de l’amata Ninfa,Quanto spietata già, tanto hor pietosa;E le rasciuga da begli occhi il piantoCon la sua bocca. Io à trovar ne vadoMontano, di lei padre, et à condurloColà dov’essi stanno; e solo il suoVolere è quel, che manca, e che prolungaIl concorde voler d’ambidue loro.

ChoroPari è l’età, la gentilezza, è pari,

E concorde il desio: e’l buon MontanoVago è d’haver nipoti, e di munireDi si dolce presidio la vecchiaia.Si che farà del lor voler il suo.Ma tu deh, Elpin, narra, qual Dio, qual sorte.Nel periglioso precipitio AmintaHabbia salvato? Elpino Io son contento: udite,Udite, quel, che con quest’occhi hò visto.Io ero anzi il mio speco, che si giacePresso la valle, e quasi à pie del colle,Dove la costa face di se grembo:Quivi con Tirsi ragionando andavaPur di colei, che ne l’istessa reteLui prima, e me dapoi ravvolse, e strinse;E proponendo à la sua fuga, al suoLibero stato, il mio dolce servigio;

Quando ci trasse gli occhi ad alto un grido:E’l veder rovinar un’huom dal sommo,E’l vederlo cader sovra una macchia,Fù tutto un punto. Sporgea fuor del collePoco di sopra à noi d’herbe, e di spini,E d’altri rami strettamente giunti,E quasi in un tessuti, un fascio grande.Quivi, prima che urtasse in altro luogo,A cader venne: e, bench’egli co’l pesoLo sfondasse, e più in giuso indi cadesse,Quasi su’ nostri piedi, quel ritegnoTanto d’impeto tolse à la caduta,Ch’ella non fù mortal; fù nondimenoGrave così, ch’ei giacque un’hora, e piue,Stordito affatto, e di se stesso fuori.Noi muti, di pietate, e di stupore,Restammo à lo spettacolo improviso,Riconoscendo lui: ma, conoscendo,Ch’egli morto non era, e che non eraPer morir forse, mitighiam l’affanno.All’hor Tirsi mi diè notizia intieraDe’ suoi secreti, et angosciosi amori.Ma, mentre procuriam di ravvivarloCon diversi argomenti, havendo in tantoGià mandato à chiamar Alfesibeo,A cui Febo insegnò la Medica arte,Allhor che diede à me la cetra, e’l plettro,Sopragiunsero insieme Dafne, e Silvia,Che (come intesi poi) givan cercandoQuel corpo, che credean di vita privo.

Ma, come Silvia il riconobbe, e videLe belle guancie tenere d’AmintaIscolorite in sì leggiadri modi,Che Viola non è che impallidiscaSì dolcemente, e lui languir sì fatto,Che parea già ne gli ultimi sospiriEssalar l’alma, in guisa di BaccanteGridando, e percotendosi il bel petto,Lasciò cadersi in su’l giacente corpo,E giunse viso à viso, e bocca à bocca.

ChoroHor non ritenne adunque la vergogna

Lei, ch’è tanto severa, e schiva tanto?

ElpinoLa vergogna ritien debile amore;

Ma debil freno è di potente Amore:Poi, si come ne gli occhi havesse un fonte,Inaffiar cominciò co’l pianto suoIl colui freddo viso, e fù quell’acquaDi cotanta virtù, ch’egli rivenne;E gli occhi aprendo, un doloroso OhimeSpinse dal petto interno;Ma quell’Ohime, ch’amaroCosì dal cor partissi,S’incontrò ne lo spirtoDe la sua cara Silvia, e fù raccoltoDa la soave bocca: e tutto quiviSubito raddolcissi.Hor, chi potrebbe dir, come in quel puntoRimanessero entrambi, fatto certoCiascun de l’altrui vita, e fatto certoAminta de l’Amor de la sua Ninfa?

E vistosi con lei congiunto, e stretto?Chi è servo d’Amor, per se lo stimi.Ma non si può stimar, non che ridire.

ChoroAminta è sano sì, ch’egli sia fuori

Del rischio de la vita? Elpino Aminta è sano,Se non ch’alquanto pur graffiat’ha ’l viso,Et alquanto dirotta la persona;Ma sarà nulla, et ei per nulla il tiene.Felice lui, che sì gran segno hà datoD’Amore, e de l’Amor il dolce hor gusta,A cui gli affanni scorsi, et i perigliFanno soave, e dolce condimento:Ma restate con Dio, ch’io vò seguireIl mio viaggio, e ritrovar Montano.

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