Gerusalemme liberata — Canto diciannovesimo
Intera palma del famoso ArganteTancredi ottiene in singolar tenzone.Salvo è il Re nella rocca. Erminia ha innanteVafrino; e questa a lui gran cose espone.Riede instrutto: ella è seco; e ’l caro amanteDi lei trovano esangue in sul sabbione.Piange ella, e ’l cura poi. Goffredo intendeQuali insidie il Pagan contra gli tende.
I.
Già la morte, o il consiglio, o la pauraDalle difese ogni Pagano ha tolto:E sol non s’è dall’espugnate muraIl pertinace Argante anco rivolto.Mostra ei la faccia intrepida e sicura,E pugna pur fra gli avversarj avvolto,Più che morir, temendo esser rispinto:E vuol morendo anco parer non vinto.
II.
Ma sovra ogni altro feritore infestoSovraggiunge Tancredi e lui percote.Ben è il Circasso a riconoscer presto,Al portamento agli atti all’arme note,Lui che pugnò già seco, e ’l giorno sestoTornar promise, e le promesse ir vote.Onde gridò: così la fe, Tancredi,Mi servi tu? così alla pugna or riedi?
III.
Tardi riedi, e non solo. Io non rifiutoPerò combatter teco, e riprovarmi;Benchè non qual guerrier, ma quì venutoQuasi inventor di machine tu parmi.Fatti scudo de’ tuoi: trova in ajutoNovi ordigni di guerra, e insolite armi;Chè non potrai dalle mie mani, o forteDelle donne uccisor, fuggir la morte.
IV.
Sorrise il buon Tancredi un cotal risoDi sdegno, e in detti alteri ebbe risposto:Tardo è il ritorno mio; ma pur avvisoChe frettoloso e’ ti parrà ben tosto:E bramerai che te da me divisoO l’alpe avesse, o fosse il mar frapposto;E che del mio indugiar non fu cagioneTema o viltà, vedrai col paragone.
V.
Vienne in disparte pur, tu che omicidaSei de’ giganti solo e degli eroi:L’uccisor delle femmine ti sfida.Così gli dice: indi si volge ai suoi,E fa ritrargli dall’offesa, e grida:Cessate pur di molestarlo or voi:Ch’è proprio mio più che comun nemicoQuesti, ed a lui mi stringe obbligo antico.
VI.
Or discendine giù solo, o seguítoCome più vuoi (ripiglia il fier Circasso)Và in frequentato loco, od in romíto,Chè per dubbio, o svantaggio io non ti lasso.Sì fatto ed accettato il fero invito,Muovon concordi alla gran lite il passo.L’odio in un gli accompagna, e fa il rancoreL’un nemico dell’altro or difensore.
VII.
Grande è il zelo d’onor, grande il desireChe Tancredi del sangue ha del Pagano;Nè la sete ammorzar crede dell’ire,Se n’esce stilla fuor per altrui mano.E con lo scudo il copre, e: non ferire,Grida a quanti rincontra anco lontano:Sì che salvo il nemico infra gli amiciTragge dall’arme irate e vincitrici.
VIII.
Escon della Cittade, e dan le spalleAi padiglion delle accampate genti:E se ne van dove un girevol calleGli porta per secreti avvolgimenti:E ritrovano ombrosa angusta valleTra più colli giacer; non altrimentiChe se fosse un teatro: o fosse ad usoDi battaglie, e di cacce intorno chiuso.
IX.
Quì si fermano entrambi: e pur sospesoVolgeasi Argante alla Cittade afflitta.Vede Tancredi che ’l Pagan difesoNon è di scudo, e ’l suo lontano ei gitta.Poscia lui dice: or qual pensier t’ha preso?Pensi ch’è giunta l’ora a te prescritta?S’antivedendo ciò timido stai,È il tuo timore intempestivo omai.
X.
Penso, risponde, alla Città del regnoDi Giudea antichissima Regina,Che vinta or cade; e indarno esser sostegnoIo procurai della fatal ruina.E ch’è poca vendetta al mio disdegnoIl capo tuo, che ’l Cielo or mi destina.Tacque, e incontra si van con gran risguardo:Chè ben conosce l’un l’altro gagliardo.
XI.
È di corpo Tancredi agile e sciolto,E di man velocissimo, e di piede.Sovrasta a lui con l’alto capo, e moltoDi grossezza di membra Argante eccede.Girar Tancredi inchino, e in se raccoltoPer avventarsi, e sottentrar si vede:E con la spada sua la spada trovaNemica, e in disviarla usa ogni prova.
XII.
Ma disteso ed eretto il fero ArganteDimostra arte simíle, atto diverso.Quanto egli può va col gran braccio innante:E cerca il ferro no, ma il corpo avverso;Quel tenta aditi novi in ogni instante:Questi gli ha il ferro al volto ogn’or converso.Minaccia, e intento a proibirgli stassiFurtive entrate, e subiti trapassi.
XIII.
Così pugna naval, quando non spiraPer lo piano del mare Africo o Noto,Fra due legni ineguali egual si mira;Ch’un d’altezza preval, l’altro di moto.L’un con volte e rivolte assale e giraDa prora a poppa: e si sta l’altro immoto;E quando il più leggier se gli avvicina,D’alta parte minaccia alta ruina.
XIV.
Mentre il Latin di sottentrar ritenta,Sviando il ferro che si vede opporre,Vibra Argante la spada, e gli appresentaLa punta agli occhj: egli al riparo accorre;Ma lei sì presta allor, sì violentaCala il Pagan, che ’l difensor precorre,E ’l fere al fianco; e visto il fianco infermoGrida: lo schermitor vinto è di schermo.
XV.
Fra lo sdegno Tancredi e la vergognaSi rode, e lascia i soliti riguardi:E in cotal guisa la vendetta agogna,Che sua perdita stima il vincer tardi.Sol risponde col ferro alla rampogna,E ’l drizza all’elmo, ove apre il passo ai guardi.Ribatte Argante il colpo, e risolutoTancredi a mezza spada è già venuto.
XVI.
Passa veloce allor col piè sinestro,E con la manca al dritto braccio il prende;E con la destra intanto il lato destroDi punte mortalissime gli offende.Questa, diceva, al vincitor maestroIl vinto schermidor risposta rende.Freme il Circasso, e si contorce, e scuote,Ma il braccio prigionier ritrar non puote.
XVII.
Alfin lasciò la spada alla catenaPendente, e sotto al buon Latin si spinse.Fè l’istesso Tancredi, e con gran lenaL’un calcò l’altro, e l’un l’altro ricinse.Nè con più forza dall’adusta arenaSospese Alcide il gran gigante, e strinse,Di quella onde facean tenaci nodiLe nerborute braccia in varj modi.
XVIII.
Tai fur gli avvolgimenti e tai le scosse,Ch’ambi in un tempo il suol presser col fianco.Argante, od arte o sua ventura fosse,Sovra ha il braccio migliore, e sotto il manco.Ma la man ch’è più atta alle percosse,Sottogiace impedita al guerrier Franco,Ond’ei, che ’l suo svantaggio e ’l rischio vede,Si sviluppa dall’altro, e salta in piede.
XIX.
Sorge più tardi, e un gran fendente, in primaChe sorto ei sia, vien sopra al Saracino.Ma come all’Euro la frondosa cimaPiega, e in un tempo la solleva il pino,Così lui sua virtute alza e sublima,Quando ei ne gía per ricader più chino.Or ricomincian quì colpi a vicenda.La pugna ha manco d’arte, ed è più orrenda.
XX.
Esce a Tancredi in più d’un loco il sangue;Ma ne versa il Pagan quasi torrenti.Già nelle sceme forze il furor langue,Siccome fiamma in deboli alimenti.Tancredi che ’l vedea col braccio esangueGirar i colpi ad or ad or più lenti,Dal magnanimo cor deposta l’ira,Placido gli ragiona, e ’l piè ritira.
XXI.
Cedimi, uom forte; o riconoscer vogliaMe per tuo vincitore, o la Fortuna.Nè ricerco da te trionfo, o spoglia:Nè mi riserbo in te ragione alcuna.Terribile il Pagan, più che mai soglia,Tutte le furie sue desta e raguna.Risponde: or dunque il meglio aver ti vante,Ed osi di viltà tentare Argante?
XXII.
Usa la sorte tua; chè nulla io temo:Nè lascerò la tua follia impunita.Come face rinforza anzi l’estremoLe fiamme, e luminosa esce di vita;Tal riempiendo ei d’ira il sangue scemo,Rinvigorì la gagliardía smarrita:E l’ore della morte omai vicineVolle illustrar con generoso fine.
XXIII.
La man sinistra alla compagna accosta,E con ambe congiunte il ferro abbassa:Cala un fendente: e benchè trovi oppostaLa spada ostil, la sforza ed oltre passa:Scende alla spalla, e giù di costa in costaMolte ferite in un sol punto lassa.Se non teme Tancredi, il petto audaceNon fè natura di timor capace.
XXIV.
Quel doppia il colpo orribile, ed al ventoLe forze e l’ire inutilmente ha sparte:Perchè Tancredi, alla percossa intento,Se ne sottrasse, e si lanciò in disparte.Tu, dal tuo peso tratto, in giù col mentoN’andasti, Argante, e non potesti aitarte:Per te cadesti; avventuroso intanto,Ch’altri non ha di tua caduta il vanto.
XXV.
Il cader dilatò le piaghe aperte,E ’l sangue espresso dilagando scese.Punta ei la manca in terra, e si converte,Ritto sovra un ginocchio, alle difese:Renditi, grida: e gli fa nuove offerte,Senza nojarlo, il vincitor cortese.Quegli di furto intanto il ferro caccia,E sul tallone il fiede: indi il minaccia.
XXVI.
Infuriossi allor Tancredi, e disse:Così abusi, fellon, la pietà mia?Poi la spada gli fisse, e gli rifisseNella visiera, ove accertò la via.Moriva Argante, e tal moría qual visse:Minacciava morendo, e non languia.Superbi, formidabili, e ferociGli ultimi moti fur, l’ultime voci.
XXVII.
Ripon Tancredi il ferro, e poi devotoRingrazia Dio del trionfal onore.Ma lasciato di forze ha quasi vuotoLa sanguigna vittoria il vincitore.Teme egli assai che del viaggio al motoDurar non possa il suo fievol vigore.Pur s’incammina, e così passo passoPer le già corse vie move il piè lasso.
XXVIII.
Trar molto il debil fianco oltra non puote,E quanto più si sforza, più s’affanna.Onde in terra s’asside, e pon le goteSu la destra che par tremula canna.Ciò che vedea, pargli veder che rote:E di tenebre il dì già gli s’appanna.Al fin isviene: e ’l vincitor dal vintoNon ben saria, nel rimirar, distinto.
XXIX.
Mentre quì segue la solinga guerra,Che privata cagion fè così ardente,L’ira de’ vincitor trascorre, ed erraPer la Città sul popolo nocente.Or chi giammai dell’espugnata terraPotrebbe appien l’immagine dolenteRitrarre in carte? od adeguar, parlando,Lo spettacolo atroce e miserando?
XXX.
Ogni cosa di strage era già pieno:Vedeansi in mucchj e in monti i corpi avvolti.Là i feriti su i morti, e quì giacienoSotto morti insepolti egri sepolti.Fuggian, premendo i pargoletti al seno,Le meste madri co’ capelli sciolti;E ’l predator, di spoglie e di rapineCarco, stringea le vergini nel crine.
XXXI.
Ma per le vie che al più sublime colleSaglion verso Occidente, ov’è il gran Tempio,Tutto del sangue ostíle orrido e molleRinaldo corre, e caccia il popolo empio.La fera spada il generoso estolleSovra gli armati capi, e ne fa scempio.È schermo frale ogni elmo ed ogni scudo:Difesa è quì l’esser dell’arme ignudo.
XXXII.
Sol contra il ferro il nobil ferro adopra,E sdegna negl’inermi esser feroce:E quei ch’ardir non armi, arme non copra,Caccia col guardo, e con l’orribil voce.Vedresti, di valor mirabil opra,Come or disprezza, ora minaccia, or nuoce;Come con rischio disegual fugatiSono egualmente pur nudi ed armati.
XXXIII.
Già col più imbelle volgo anco ritrattoS’è non picciolo stuol del più guerrieroNel Tempio che, più volte arso e rifatto,Si noma ancor, dal fondator primiero,Di Salomone; e fu per lui già fattoDi cedri, e d’oro, e di bei marmi altero.Or non sì ricco già; pur saldo e forteÈ d’alte torri, e di ferrate porte.
XXXIV.
Giunto il gran Cavaliero ove raccolteS’eran le turbe in loco ampio e sublime;Trovò chiuse le porte, e trovò molteDifese apparecchiate in su le cime.Alzò lo sguardo orribile, e due volteTutto il mirò dall’alte parti all’ime,Varco angusto cercando; ed altrettanteIl circondò con le veloci piante.
XXXV.
Qual lupo predatore all’aer brunoLe chiuse mandre insidiando aggira,Secco l’avide fauci, e nel digiunoDa nativo odio stimolato e d’ira;Tale egli intorno spia s’adito alcuno(Piano od erto che siasi) aprirsi mira.Si ferma alfin nella gran piazza: e d’altoStanno aspettando i miseri l’assalto.
XXXVI.
In disparte giacea (qual che si fosseL’uso a cui si serbava) eccelsa trave:Nè così alte mai, nè così grosseSpiega l’antenne sue Ligura nave.Ver la gran porta il Cavalier la mosseCon quella man, cui nessun pondo è grave:E recandosi lei di lancia in modo,Urtò d’incontro impetuoso e sodo.
XXXVII.
Restar non può marmo o metallo innantiAl duro urtare, al riurtar più forte.Svelse dal sasso i cardini sonanti:Ruppe i serraglj, ed abbattè le porte.Non l’ariete di far più si vanti;Non la bombarda fulmine di morte.Per la dischiusa via la gente inonda,Quasi un diluvio, e ’l vincitor seconda.
XXXVIII.
Rende misera strage atra e funestaL’alta magion, che fu magion di Dio.O giustizia del Ciel, quanto men prestaTanto più grave sovra il popol rio!Dal tuo secreto provveder fu destaL’ira ne’ cor pietosi, e incrudelío.Lavò col sangue suo l’empio PaganoQuel tempio che già fatto avea profano.
XXXIX.
Ma intanto Soliman ver la gran torreIto se n’è, che di David s’appella:E quì fa de’ guerrier l’avanzo accorre,E sbarra intorno e questa strada e quella:E ’l Tiranno Aladino anco vi corre.Come il Soldan lui vede, a lui favella:Vieni, o famoso Re, vieni, e là sovraAlla rocca fortissima ricovra.
XL.
Chè dal furor delle nemiche spadeGuardar vi puoi la tua salute, e ’l regno.Oimè, risponde, oimè, che la CittadeStrugge dal fondo suo barbaro sdegno:E la mia vita, e ’l nostro imperio cade.Vissi, e regnai: non vivo or più, nè regno.Ben si può dir: noi fummo; a tutti è giuntoL’ultimo dì, l’inevitabil punto.
XLI.
Ov’è, Signor, la tua virtute antica?(Disse il Soldan tutto cruccioso allora)Tolgaci i regni pur sorte nemica;Chè ’l regal pregio è nostro, e in noi dimora.Ma colà dentro omai dalla faticaLe stanche e gravi tue membra ristora.Così gli parla; e fa che si raccogliaIl vecchio Re nella guardata soglia.
XLII.
Egli ferrata mazza a due man prende,E si ripon la fida spada al fianco.E stassi al varco intrepido, e difendeIl chiuso delle strade al popol Franco.Eran mortali le percosse orrende:Quella che non uccide, atterra almanco.Già fugge ogn’un dalla sbarrata piazza,Dove appressar vede l’orribil mazza.
XLIII.
Ecco, da fera compagnia seguíto,Sopraggiungeva il Tolosan Raimondo.Al periglioso passo il vecchio arditoCorse, e sprezzò di quei gran colpi il pondo.Primo ei ferì; ma invano ebbe ferito:Non ferì invano il feritor secondo;Chè in fronte il colse, e l’atterrò col pesoSupin, tremante, a braccia aperte, e steso.
XLIV.
Finalmente ritorna anco ne’ vintiLa virtù che ’l timore avea fugata:E i Franchi vincitori o son rispinti,O pur caggiono uccisi in su l’entrata.Ma il Soldan, che giacere infra gli estintiIl tramortito duce ai piè si guata,Grida ai suoi cavalier: costui sia trattoDentro alle sbarre, e prigionier sia fatto.
XLV.
Si movon quegli ad eseguir l’effetto;Ma trovan dura e faticosa impresa:Perchè non è d’alcun de’ suoi neglettoRaimondo, e corron tutti in sua difesa.Quinci furor, quindi pietoso affettoPugna: nè vil cagione è di contesa.Di sì grand’uom la libertà, la vita,Questi a guardar, quegli a rapir invita.
XLVI.
Pur vinto avrebbe a lungo andar la provaIl Soldano ostinato alla vendetta;Ch’alla fulminea mazza oppor non giovaO doppio scudo, o tempra d’elmo eletta:Ma grande aita, a’ suoi nemici, e novaDi qua di là vede arrivare in fretta:Chè da’ due lati opposti, in un sol punto,Il sopran Duce e ’l gran Guerriero è giunto.
XLVII.
Come pastor quando, fremendo intornoIl vento e i tuoni, e balenando i lampi,Vede oscurar di mille nubi il giorno,Ritrae la greggia dagli aperti campi:E sollecito cerca alcun soggiornoOve l’ira del Ciel sicuro scampi;Ei col grido indrizzando e con la vergaLe mandre innanzi, agli ultimi s’atterga;
XLVIII.
Così il Pagan, che già venir sentíaL’irreparabil turbo e la tempesta,Che di fremiti orrendi il Ciel feria,D’arme ingombrando e quella parte e questa;Le custodite genti innanzi inviaNella gran torre, ed egli ultimo resta.Ultimo parte, e sì cede al periglio,Ch’audace appare in provvido consiglio.
XLIX.
Pur a fatica avvien che si ripariDentro alle porte, e le riserra appena;Chè già, rotte le sbarre, ai limitariRinaldo vien, nè quivi anco s’affrena.Desio di superar chi non ha pariIn opra d’arme, e giuramento il mena:Chè non oblia, che in voto egli promiseDi dar morte a colui che ’l Dano uccise.
L.
E ben allor allor l’invitta manoTentato avria l’inespugnabil muro:Nè forse colà dentro era il SoldanoDal fatal suo nemico assai sicuro;Ma già suona a ritratta il Capitano:Già l’orizonte d’ogn’intorno è scuro.Goffredo alloggia nella terra, e vuoleRinnovar poi l’assalto al novo Sole.
LI.
Diceva ai suoi, lietissimo in sembianza,Favorito ha il gran Dio l’armi Cristiane:Fatto è il sommo de’ fatti, e poco avanzaDell’opra, e nulla del timor rimane.La torre (estrema, e misera speranzaDegl’infedeli) espugnerem dimane.Pietà frattanto a confortar v’inviti,Con sollecito amor, gli egri e i feriti.
LII.
Ite, e curate quei c’han fatto acquistoDi questa patria a noi col sangue loro.Ciò più conviensi ai cavalier di Cristo,Che desio di vendetta o di tesoro.Troppo, ahi troppo di strage oggi s’è visto,Troppa in alcuni avidità dell’oro.Rapir più oltra, e incrudelir i’ vieto.Or divulghin le trombe il mio divieto.
LIII.
Tacque: e poi se n’andò là dove il ConteRiavuto dal colpo anco ne geme.Nè Soliman con meno ardita fronteAi suoi ragiona, e ’l duol nell’alma preme:Siate, o compagni, di Fortuna all’onteInvitti, insin che verde è fior di speme:Chè sotto alta apparenza di fallaceSpavento, oggi men grave il danno giace.
LIV.
Prese i nemici han sol le mura e i tettiE ’l volgo umil, non la Cittade han presa:Chè nel capo del Re, ne’ vostri petti,Nelle man vostre è la Città compresa.Veggio il Re salvo, e salvi i suoi più eletti:Veggio che ne circonda alta difesa.Vano trofeo d’abbandonata terraAbbiansi i Franchi, alfin perdran la guerra.
LV.
E certo i’ son che perderanla alfine;Chè nella sorte prospera insolentiFian volti agli omicidj, alle rapine,Ed agl’ingiuriosi abbracciamenti:E saran di leggier tra le ruine,Tra gli stupri e le prede oppressi e spinti,Se in tanta tracotanza omai sorgiungeL’oste d’Egitto: e non puote esser lunge.
LVI.
Intanto noi signoreggiar co’ sassiPotrem della Città gli alti edificj:Ed ogni calle, onde al Sepolcro vassi,Torran le nostre machine ai nemici.Così, vigor porgendo ai cor già lassi,La speme rinnovò negl’infelici.Or mentre quì tai cose eran passate,Errò Vafrin tra mille schiere armate.
LVII.
All’esercito avverso eletto in spia,Già declinando il Sol, partì Vafrino:E corse oscura e solitaria viaNotturno e sconosciuto peregrino.Ascalona passò, che non usciaDal balcon d’Oriente anco il mattino.Poi, quando è nel meriggio il solar lampo,A vista fu del poderoso campo.
LVIII.
Vide tende infinite, e ventilantiStendardi in cima azzurri e persi e gialli;E tante udì lingue discordi, e tantiTimpani e corni e barbari metalli,E voci di cammelli, e d’elefanti,Tra ’l nitrir de’ magnanimi cavalli,Che fra se disse: quì l’Africa tuttaTranslata viene, e quì l’Asia è condutta.
LIX.
Mira egli alquanto pria come sia forteDel campo il sito, e qual vallo il circonde.Poscia non tenta vie furtive e torte:Nè dal frequente popolo s’asconde;Ma, per dritto sentier, tra regie porteTrapassa, ed or dimanda ed or risponde.A dimande a risposte astute e pronteAccoppia baldanzosa audace fronte.
LX.
Di qua di là sollecito s’aggiraPer le vie, per le piazze, e per le tende.I guerrier, i destrier, l’arme rimira;L’arti, e gli ordini osserva, e i nomi apprende.Nè di ciò pago, a maggior cose aspira:Spia gli occulti disegni, e parte intende.Tanto s’avvolge, e così destro e piano,Ch’adito s’apre al padiglion soprano.
LXI.
Vede, mirando quì, sdruscita tela,Ond’ha varco la voce, onde si scerne:Che là proprio risponde, ove son de laStanza regal le ritirate interne:Sicchè i secreti del signor mal celaAd uom ch’ascolti dalle parti esterne.Vafrin vi guata, e par ch’ad altro intenda,Come sia cura sua conciar la tenda.
LXII.
Stavasi il Capitan la testa ignudo,Le membra armato, e con purpureo ammanto.Lunge due paggj avean l’elmo e lo scudo.Preme egli un’asta, e vi s’appoggia alquanto.Guardava un uom di torvo aspetto e crudo,Membruto, ed alto, il qual gli era da canto.Vafrino è attento, e di Goffredo a nomeParlar sentendo, alza gli orecchj al nome.
LXIII.
Parla il Duce a colui: dunque sicuroSei così tu di dar morte a Goffredo?Risponde quegli: io sonne, e in corte giuroNon tornar mai, se vincitor non riedo.Preverrò ben color che meco furoAl congiurare: e premio altro non chiedo,Se non ch’io possa un bel trofeo dell’armiDrizzar nel Cairo, e sottopor tai carmi:
LXIV.
Queste arme in guerra al Capitan Francese,Distruggitor dell’Asia, Ormondo trasse,Quando gli trasse l’alma; e le sospese,Perchè memoria ad ogni età ne passe.Non fia (l’altro dicea) che ’l Re corteseL’opera grande inonorata lasse.Ben ei darà ciò che per te si chiede;Ma congiunto l’avrai d’alta mercede.
LXV.
Or apparecchia pur l’armi mentite:Chè ’l giorno omai della battaglia è presso.Son, rispose, già preste; e quì finiteQueste parole, e ’l Duce tacque, ed esso.Restò Vafrino, alle gran cose udite,Sospeso e dubbio, e rivolgea in se stessoQual’arti di congiura, e quali sienoLe mentite arme, e nol comprese appieno.
LXVI.
Indi partissi; e quella notte interaDesto passò, ch’occhio serrar non volse.Ma, quando poi di novo ogni bandieraAll’aure mattutine il campo sciolse,Anch’ei marciò con l’altra gente in schiera:Fermossi anch’egli ov’ella albergo tolse:E pur anco tornò di tenda in tendaPer udir cosa, onde il ver meglio intenda.
LXVII.
Cercando trova in sede alta e pomposaFra cavalieri Armida, e fra donzelle:Che stassi in se romíta, e sospirosaFra se co’ suoi pensier par che favelle.Su la candida man la guancia posa,E china a terra le amorose stelle.Non sa se pianga o no: ben può vederleUmidi gli occhj, e gravidi di perle.
LXVIII.
Vedele incontra il fero Adrasto assisoChe par ch’occhio non batta e che non spiri;Tanto da lei pendea: tanto in lei fisoPasceva i suoi famelici desiri!Ma Tisaferno, or l’uno or l’altro in visoGuardando, or vien che brami, or che s’adiri:E segna il mobil volto or di coloreDi rabbioso disdegno, ed or d’amore.
LXIX.
Scorge poscia Altamor che, in cerchio accoltoFra le donzelle, alquanto era in disparte.Non lascia il desir vago a freno sciolto;Ma gira gli occhj cupidi con arte.Volge un guardo alla mano, uno al bel volto:Talora insidia più guardata parte:E là s’interna ove mal cauto apria,Fra due mamme, un bel vel secreta via.
LXX.
Alza alfin gli occhj Armida, e pur alquantoLa bella fronte sua torna serena;E repente fra i nuvoli del piantoUn soave sorriso apre, e balena.Signor, dicea, membrando il vostro vanto,L’anima mia puote scemar la pena:Chè d’esser vendicata in breve aspetta:E dolce è l’ira in aspettar vendetta.
LXXI.
Risponde l’Indian: la fronte mestaDeh, per Dio, rasserena, e ’l duolo alleggia:Ch’assai tosto avverrà che l’empia testaDi quel Rinaldo a piè tronca ti veggia:O menarolti prigionier con questaUltrice mano, ove prigion tu ’l chieggia.Così promisi in voto; or l’altro, ch’ode,Motto non fa; ma tra suo cor si rode.
LXXII.
Volgendo in Tisaferno il dolce sguardo:Tu, che dici, Signor? colei soggiunge.Risponde egli infingendo: io, che son tardo,Seguiterò il valor così da lungeDi questo tuo terribile e gagliardo:E con tai detti amaramente il punge.Ripiglia l’Indo allor: ben è ragione,Che lunge segua, e tema il paragone.
LXXIII.
Crollando Tisaferno il capo alteroDisse: o foss’io signor del mio talento:Libero avessi in questa spada impero;Chè tosto e’ si parria chi sia più lento.Non temo io te, nè i tuoi gran vanti, o fero;Ma il Cielo, e ’l mio nemico amor pavento.Tacque; e sorgeva Adrasto a far disfida;Ma la prevenne, e s’interpose Armida.
LXXIV.
Diss’ella: o Cavalier, perchè quel dono,Donatomi più volte, anco togliete?Miei campion sete voi; pur esser buonoDovria tal nome a por tra voi quiete.Meco s’adira, chi s’adira: io sonoNell’offese l’offesa; e voi ’l sapete.Così lor parla; e così avvien che accordiSotto giogo di ferro alme discordi.
LXXV.
È presente Vafrino, e ’l tutto ascolta:E, sottrattone il vero, indi si toglie.Spia dell’alta congiura, e lei ravvoltaTrova in silenzio, e nulla ne raccoglie.Chiedene improntamente anco talvolta:E la difficoltà cresce le voglie.O quì lasciar la vita egli è disposto,O riportarne il gran secreto ascosto.
LXXVI.
Mille e più vie d’accorgimento ignote,Mille e più pensa inusitate frodi.E pur con tutto ciò non gli son noteDell’occulta congiura o l’arme, o i modi.Fortuna alfin (quel ch’ei per se non puote)Isviluppò d’ogni suo dubbio i nodi.Sì ch’ei distinto e manifesto intese,Come l’insidie al pio Buglion sian tese.
LXXVII.
Era tornato ov’è pur anco assisa,Fra’ suoi campioni, la nemica amante:Ch’ivi opportun l’investigarne avvisa,Ove traean genti sì varie e tante.Or quì s’accosta a una donzella, in guisaChe par che v’abbia conoscenza innante;Par v’abbia d’amistade antica usanza,E ragiona in affabile sembianza.
LXXVIII.
Egli dicea, quasi per gioco, anch’ioVorrei d’alcuna bella esser campione:E troncar penserei col ferro mioIl capo o di Rinaldo o del Buglione.Chiedila pure a me, se n’hai desio,La testa d’alcun barbaro barone.Così comincia, e pensa appoco appocoA più grave parlar ridurre il gioco.
LXXIX.
Ma in questo dir sorrise, e fè, ridendo,Un cotal atto suo nativo usato.Una dell’altre allor quì sorgiungendo,L’udì, guardollo, e poi gli venne a lato;Disse: involarti a ciascun’altra intendo:Nè ti dorrai d’amor male impiegato.In mio campion t’eleggo; ed in disparte,Come a mio cavalier, vuò ragionarte.
LXXX.
Ritirollo, e parlò: riconosciutoHo te, Vafrin, tu me conoscer dei:Nel cor turbossi lo scudiero astuto;Pur si rivolse, sorridendo, a lei:Non t’ho (che mi sovvenga) unqua veduto;E degna pur d’esser mirata sei.Questo so ben, ch’assai vario da quello,Che tu dicesti, è il nome, ond’io m’appello.
LXXXI.
Me, su la piaggia di Biserta apríca,Lesbin produsse, e mi nomò Almanzorre:Tosto, disse ella, ho conoscenza antica,D’ogni esser tuo: nè già mi voglio apporre.Non ti celar da me, ch’io sono amica,Ed in tuo pro vorrei la vita esporre.Erminia son, già di Re figlia, e servaPoi di Tancredi un tempo, e tua conserva.
LXXXII.
Nella dolce prigion due lieti mesiPietoso prigionier m’avesti in guarda:E mi servisti in bei modi cortesi.Ben dessa i’ son, ben dessa i’ son: riguarda.Lo scudier, come pria v’ha gli occhj intesi,La bella faccia a ravvisar non tarda.Vivi (ella soggiungea) da me sicuro:Per questo Ciel, per questo Sol te ’l giuro.
LXXXIII.
Anzi pregar ti vuò che, quando torni,Mi riconduca alla prigion mia cara.Torbide notti e tenebrosi giorni,Misera, vivo in libertate amara.E se quì per ispia forse soggiorni,Ti si fa incontro alta fortuna e rara.Saprai da me congiure, e ciò ch’altroveMalagevol sarà che tu ritrove.
LXXXIV.
Così gli parla; e intanto ei mira e tace;Pensa all’esempio della falsa Armida.Femina è cosa garrula e fallace:Vuole, e disvuole: è folle uom che sen fida.Sì tra se volge: or se venir ti piace,Alfin le disse, io ne sarò tua guida.Sia fermato tra noi questo e conchiusoSerbisi il parlar d’altro a miglior uso.
LXXXV.
Gli ordini danno di salire in sellaAnzi il mover del campo allora allora.Parte Vafrin del padiglione, ed ellaSi torna all’altre, e alquanto ivi dimora.Di scherzar fa sembiante, e pur favellaDel campion novo, e se ne vien poi fuora:Viene al loco prescritto, e s’accompagna:Ed escon poi del campo alla campagna.
LXXXVI.
Già eran giunti in parte assai romíta:E già sparian le Saracine tende;Quando ei le disse: or dì come alla vitaDel pio Goffredo altri l’insidie tende.Allor colei della congiura orditaL’iniqua tela a lui dispiega e stende.Son (gli divisa) otto guerrier di Corte,Tra’ quali il più famoso è Ormondo il forte.
LXXXVII.
Questi (che che lor mova, odio o disdegno)Han conspirato, e l’arte lor fia tale:Quel dì che in lite verrà d’Asia il regno,Tra’ duo’ gran campi in gran pugna campale;Avran su l’arme della Croce il segno,E l’arme avranno alla Francesca: e qualeLa guardia di Goffredo ha bianco e d’oroIl suo vestir, sarà l’abito loro.
LXXXVIII.
Ma ciascun terrà cosa in su l’elmetto,Che noto a’ suoi per uom Pagano il faccia.Quando fia poi rimescolato e strettoL’un campo e l’altro, elli porransi in traccia,E insidieranno al valoroso petto,Mostrando di custodi amica faccia.E ’l ferro armato di veleno avranno,Perchè mortal sia d’ogni piaga il danno.
LXXXIX.
E perchè fra’ Pagani anco risassiCh’io so vostri usi, ed arme, e sopravveste;Fer che le false insegne io divisassi,E fui costretta ad opere moleste.Queste son le cagion che ’l campo io lassi:Fuggo l’imperiose altrui richieste.Schivo ed abborro in qual si voglia modoContaminarmi in atto alcun di frodo.
XC.
Queste son le cagion, ma non già sole;E quì si tacque, e di rossor si tinse,E chinò gli occhj, e l’ultime paroleRitener volle, e non ben le distinse.Lo scudier, che da lei ritrar pur vuoleCiò ch’ella vergognando in se ristrinse,Di poca fede, disse, or perchè celeLe più vere cagioni al tuo fedele?
XCI.
Ella dal petto un gran sospiro apriva,E parlava con suon tremante e roco:Mal guardata vergogna intempestiva,Vattene omai; non hai tu quì più loco.A chè pur tenti, o in van ritrosa e schiva,Celar col foco tuo d’amore il foco?Debiti fur questi rispetti innante;Non or, che fatta son donzella errante.
XCII.
Soggiunse poi: la notte a me fatale,Ed alla patria mia che giacque oppressa,Perdei più che non parve: e ’l mio gran maleNon ebbi in lei; ma derivò da essa.Lieve perdita è il regno; io col regaleMio alto stato anco perdei me stessa;Per mai non ricovrarla, allor perdeiLa mente folle, e ’l core, e i sensi miei.
XCIII.
Vafrin, tu sai, che timidetta accorsi,Tanta strage vedendo e tante prede,Al tuo signore e mio, che prima i’ scorsiArmato por nella mia reggia il piede:E chinandomi a lui tai voci porsi:Invitto vincitor, pietà, mercede:Non prego io te per la mia vita: il fioreSalvami sol del verginale onore.
XCIV.
Egli, la sua porgendo alla mia mano,Non aspettò che ’l mio pregar finisse:Vergine bella, non ricorri in vano;Io ne sarò tuo difensor, mi disse.Allora un non so chè soave e pianoSentii ch’al cor mi scese, e vi s’affisse:Che serpendomi poi per l’alma vaga,Non so come, divenne incendio e piaga.
XCV.
Visitommi egli spesso, e in dolce suono,Consolando il mio duol, meco si dolse;Dicea: l’intera libertà ti dono,E delle spoglie mie spoglia non volse.Oimè, che fu rapina e parve dono:Chè rendendomi a me da me mi tolse.Quel mi rendè ch’è via men caro e degno;Ma s’usurpò del core, a forza, il regno.
XCVI.
Mal amor si nasconde. A te soventeDesiosa i’ chiedea del mio signore.Veggendo i segni tu d’inferma mente:Erminia, mi dicesti, ardi d’amore.Io te ’l negai; ma un mio sospiro ardenteFu più verace testimon del core:E in vece forse della lingua, il guardoManifestava il foco onde tutt’ardo.
XCVII.
Sfortunato silenzio; avessi io almenoChiesta allor medicina al gran martíre;S’esser poscia dovea lentato il freno,Quando non gioverebbe, al mio desire.Partimmi in somma, e le mie piaghe in senoPortai celate, e ne credei morire.Alfin, cercando al viver mio soccorso,Mi sciolse amor d’ogni rispetto il morso.
XCVIII.
Sicchè a trovarne il mio signor io mossi,Ch’egra mi fece, e mi potea far sana.Ma tra via fero intoppo attraversossiDi gente inclementissima e villana.Poco mancò che preda lor non fossi;Pur in parte fuggimmi erma e lontana:E colà vissi, in solitaria cella,Cittadina di boschi e pastorella.
XCIX.
Ma poichè quel desio, che fu ripressoAlcun dì per la tema, in me risorse;Tornarmi ritentando al loco stesso,La medesma sciagura anco m’occorse.Fuggir non potei già; ch’era omai pressoPredatrice masnada, e troppo corse.Così fui presa: e quei che mi rapiroEgizj fur, ch’a Gaza indi sen giro.
C.
E in don menarmi al Capitano, a cuiDiedi di me contezza, e ’l persuasi,Sicch’onorata, e inviolata fuiQue’ dì che con Armida ivi rimasi.Così venni più volte in forza altrui,E men sottrassi: ecco i miei duri casi.Pur le prime catene anco riservaLa tante volte liberata, e serva.
CI.
Oh! pur colui, che circondolle intornoAll’alma sì che non fia chi le scioglia,Non dica: errante ancella, altro soggiornoCercati pure: e me seco non voglia;Ma pietoso gradisca il mio ritorno,E nell’antica mia prigion m’accoglia.Così diceagli Erminia: e insieme andaroLa notte e ’l giorno ragionando a paro.
CII.
Il più usato sentier lasciò Vafrino,Calle cercando o più sicuro o corto.Giunsero in loco alla Città vicino,Quando è il Sol nell’Occaso, e imbruna l’Orto:E trovaron di sangue atro il cammino:E poi vider nel sangue un guerrier morto,Che le vie tutte ingombra, e la gran facciaTien volta ai Cielo, e morto anco minaccia.
CIII.
L’uso dell’arme, e ’l portamento estranoPagan mostrarlo: e lo scudier trascorse.Un altro alquanto ne giacea lontano,Che tosto agli occhj di Vafrino occorse.Egli disse fra se: questi è Cristiano.Più il mise poscia il vestir bruno in forse.Salta di sella, e gli discopre il viso:Ed oimè, grida, è quì Tancredi ucciso.
CIV.
A riguardar sovra il guerrier feroceLa male avventurosa era fermata;Quando dal suon della dolente vocePer lo mezzo del cor fu saettata.Al nome di Tancredi ella veloceAccorse in guisa d’ebra e forsennata.Vista la faccia scolorita e bella,Non scese no, precipitò di sella.
CV.
E in lui versò d’inessicabil venaLacrime, e voce di sospiri mista:In che misero punto or quì mi menaFortuna! ah che veduta amara e trista!Dopo gran tempo i’ ti ritrovo appena,Tancredi, e ti riveggio, e non son vista;Vista non son da te, benchè presente,E trovando ti perdo eternamente.
CVI.
Misera, non credea ch’agli occhj mieiPotessi in alcun tempo esser nojoso:Or cieca farmi volentier torreiPer non vederti, e riguardar non oso.Oimè! de’ lumi già sì dolci e reiOv’è la fiamma? ov’è il bel raggio ascoso?Delle fiorite guancie il bel vermiglioOv’è fuggito? ov’è il seren del ciglio?
CVII.
Ma chè? squallido e scuro anco mi piaci;Anima bella, se quinci entro gire,S’odi il mio pianto, alle mie voglie audaciPerdona il furto, e ’l temerario ardire.Dalle pallide labbra i freddi bacj,Che più caldi sperai, vuò pur rapire.Parte torrò di sue ragioni a morte,Baciando queste labbra esangui e smorte.
CVIII.
Pietosa bocca, che solevi in vitaConsolar il mio duol di tue parole,Lecito sia ch’anzi la mia partitaD’alcun tuo caro bacio io mi console.E forse allor, s’era a cercarlo ardita,Quel davi tu, ch’ora convien che invole.Lecito sia ch’ora ti stringa, e poiVersi lo spirto mio fra i labbri tuoi.
CIX.
Raccogli tu l’anima mia seguace:Drizzala tu dove la tua sen gío.Così parla gemendo, e si disfaceQuasi per gli occhj, e par conversa in rio.Rivenne quegli a quell’umor vivace,E le languide labbra alquanto aprío:Aprì le labbra, e, con le luci chiuse,Un suo sospir con que’ di lei confuse.
CX.
Sente la donna il cavalier che geme;E forza è pur che si conforti alquanto.Apri gli occhj, Tancredi, a queste estremeEsequie, grida, ch’io ti fo col pianto.Riguarda me, chè vuò venirne insiemeLa lunga strada, e vuò morirti accanto.Riguarda me: non ten fuggir sì presto.L’ultimo don ch’io ti dimando è questo.
CXI.
Apre Tancredi gli occhj, e poi gli abbassaTorbidi e gravi: ed ella pur si lagna.Dice Vafrino a lei: questi non passa;Curisi adunque prima, e poi si piagna.Egli il disarma: ella tremante e lassaPorge la mano all’opere compagna.Mira, e tratta le piaghe, e di feruteGiudice esperta, spera indi salute.
CXII.
Vede che ’l mal dalla stanchezza nasce,E dagli umori in troppa copia sparti.Ma non ha, fuor che un velo, onde gli fasceLe sue ferite in sì solinghe parti.Amor le trova inusitate fasce,E di pietà le insegna insolite arti:Le asciugò con le chiome, e rilegollePur con le chiome che troncarsi volle;
CXIII.
Perocchè ’l velo suo bastar non puote,Breve e sottile, alle sì spesse piaghe.Dittamo e croco non avea; ma notePer uso tal sapea potenti e maghe.Già il mortifero sonno ei da se scuote:Già può le luci alzar mobili e vaghe.Vede il suo servo, e la pietosa donnaSopra si mira in peregrina gonna.
CXIV.
Chiede: o Vafrin, quì come giungi, e quando?E tu chi sei, medica mia pietosa?Ella fra lieta e dubbia, sospirando,Tinse il bel volto di color di rosa.Saprai, rispose, il tutto: or (te ’l comando,Come medica tua) taci, e riposa.Salute avrai: prepara il guiderdone.Ed al suo capo il grembo indi soppone.
CXV.
Pensa intanto Vafrin come all’ostelloAgiato il porti anzi più fosca sera:Ed ecco di guerrier giunge un drappello.Conosce ei ben che di Tancredi è schiera.Quando affrontò il Circasso, e per appelloDi battaglia chiamollo, insieme egli era.Non seguì lui, perch’ei non volle allora,Poi dubbioso il cercò della dimora.
CXVI.
Seguian molti altri la medesma inchiesta;Ma ritrovarlo avvien che lor succeda.Delle stesse lor braccia essi han contestaQuasi una sede, ov’ei s’appoggi, e sieda.Disse Tancredi allora: adunque restaIl valoroso Argante ai corvi in preda?Ah per Dio non si lasci, e non si frodiO della sepoltura, o delle lodi.
CXVII.
Nessuna a me, col busto esangue e muto,Riman più guerra; egli morì qual forte:Onde a ragion gli è quell’onor dovuto,Che solo in terra avanzo è della morte.Così, da molti ricevendo ajuto,Fa che ’l nemico suo dietro si porte.Vafrino al fianco di colei si pose,Siccome uom suole alle guardate cose.
CXVIII.
Soggiunse il Prence: alla Città regale,Non alle tende mie vuò che si vada;Chè s’umano accidente a questa fraleVita sovrasta, è ben ch’ivi m’accada.Chè ’l loco ove morì l’uomo immortale,Può forse al Cielo agevolar la strada:E sarà pago un mio pensier devotoD’aver peregrinato al fin del voto.
CXIX.
Disse; e colà portato egli fu postoSovra le piume, e ’l prese un sonno cheto.Vafrino alla donzella, e non discosto,Ritrova albergo assai chiuso e secreto.Quinci s’invia, dov’è Goffredo: e tostoEntra, chè non gli è fatto alcun divieto:Sebben allor della futura impresaIn bilance i consiglj appende, e pesa.
CXX.
Del letto, ove la stanca egra personaPosa Raimondo, il Duce è sulla sponda:E d’ogn’intorno nobile coronaDe’ più potenti e più saggj il circonda.Or, mentre lo scudiero a lui ragiona,Non v’è chi d’altro chieda, o chi risponda.Signor, dicea, come imponesti andaiTra gl’infedeli, e ’l campo lor cercai.
CXXI.
Ma non aspettar già che di quell’osteL’innumerabil numero ti conti.I’ vidi che, al passar, le valli ascosteSotto e’ teneva e i piani tutti e i monti.Vidi che dove giunga, ove s’accoste,Spoglia la terra, e secca i fiumi e i fonti:Perchè non bastan l’acque alla lor sete:E poco è lor ciò che la Siria miete.
CXXII.
Ma sì de’ cavalier, sì de’ pedoniSono in gran parte inutili le schiere:Gente che non intende ordini o suoni,Nè stringe ferro, e di lontan sol fere.Ben ve ne sono alquanti eletti e buoniChe seguite di Persia han le bandiere.E forse squadra anco migliore è quellaChe la squadra immortal del Re s’appella.
CXXIII.
Ella è detta immortal, perchè difettoIn quel numero mai non fu pur d’uno:Ma empie il loco voto, e sempre elettoSottentra uom novo, ove ne manchi alcuno.Il Capitan del campo, Emiren detto,Pari ha in senno e in valor pochi o nessuno.E gli comanda il Re che provocartiDebba a pugna campal con tutte l’arti.
CXXIV.
Nè credo già che al dì secondo tardiL’esercito nemico a comparire.Ma tu Rinaldo assai convien che guardiIl capo, ond’è fra lor tanto desire:Chè i più famosi in arme, e i più gagliardiGli hanno incontra arrotato il ferro e l’ire:Perchè Armida se stessa in guiderdone,A qual di loro il troncherà, propone.
CXXV.
Fra questi è il valoroso e nobil Perso:Dico Altamoro il Re di Sarmacante.Adrasto v’è che ha il regno suo là versoI confin dell’Aurora, ed è gigante:Uom d’ogni umanità così diverso,Che frena per cavallo un elefante.V’è Tisaferno a cui, nell’esser prode,Concorde fama dà sovrana lode.
CXXVI.
Così dice egli; e ’l Giovinetto in voltoTutto scintilla, ed ha negli occhj il foco.Vorria già tra’ nemici essere avvolto:Nè cape in se, nè ritrovar può loco.Quinci Vafrino al Capitan rivolto:Signor, soggiunse, insin quì detto è poco.La somma delle cose or quì si chiuda:Impugneransi in te l’arme di Giuda.
CXXVII.
Di parte in parte poi tutto gli esposeCiò che di fraudolente in lui si tesse:L’arme, e ’l velen, le insegne insidiose,Il vanto udito, i premj, e le promesse.Molto chiesto gli fu, molto rispose:Breve tra lor silenzio indi successe.Poscia innalzando il Capitano il ciglioChiede a Raimondo: Or qual’è il tuo consiglio?
CXXVIII.
Ed egli: È mio parer ch’ai novi albóri,Come concluso fu, più non s’assaglia;Ma si stringa la torre: onde uscir fuoriChi dentro stassi a suo piacer non vaglia:E posi il nostro campo, e si ristoriFrattanto ad uopo di maggior battaglia.Pensa poi tu s’è meglio usar la spadaCon forza aperta, o ’l gir tenendo a bada.
CXXIX.
Mio giudizio è però ch’a te convegnaDi te stesso curar sovra ogni cura;Chè per te vince l’oste, e per te regna.Chi senza te l’indrizza, e l’assicura?E perchè i traditor non celi insegna;Mutar le insegne a’ tuoi guerrier procura.Così la fraude a te palese fattaSarà da quel medesmo in chi s’appiatta.
CXXX.
Risponde il capitan: come hai per uso,Mostri amico volere e saggia mente;Ma quel che dubbio lasci, or sia conchiuso.Uscirem contro alla nemica gente.Nè già star deve in muro o in vallo chiusoIl campo domator dell’Oriente.Sia da quegli empj il valor nostro espertoNella più aperta luce, in loco aperto.
CXXXI.
Non sosterran delle vittorie il nome,Non che de’ vincitor l’aspetto altero,Non che l’arme: e lor forze saran dome,Fermo stabilimento al nostro impero.La torre o tosto renderassi, o comeAltri nol vieti, il prenderla è leggiero.Quì il magnanimo tace, e fa partita;Chè ’l cader delle stelle al sonno invita.
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