Gerusalemme liberata — Canto diciottesimo
Prima i suoi falli piange, e poi l’impresaDel bosco tenta, e vince il buon Rinaldo.Del campo Egizio s’è novella intesa,Ch’omai s’appressa; però astuto e baldoVa a spiarne Vafrino: aspra contesaFassi intorno a Sion; ma tanto è saldoL’ajuto che han dal Ciel l’armi Cristiane,Ch’ai nostri in preda la Città rimane.
Giunto Rinaldo ove Goffredo è sortoAd incontrarlo, incominciò: Signore,A vendicarmi del guerrier ch’è morto,Cura mi spinse di geloso onore:E s’io n’offesi te, ben disconfortoNe sentii poscia, e penitenza al core.Or vegno a’ tuoi richiami: ed ogni emendaSon pronto a far, che grato a te mi renda.
II.
A lui, ch’umil gli s’inchinò, le bracciaStese al collo Goffredo, e gli rispose:Ogni trista memoria omai si taccia,E pongansi in oblio le andate cose.E per emenda io vorrò sol che faccia,Quai per uso faresti, opre famose:Chè in danno de’ nemici, e ’n pro de’ nostriVincer convienti della selva i mostri.
III.
L’antichissima selva, onde fu innantiDe’ nostri ordigni la materia tratta,(Qual si sia la cagione) ora è d’incantiSecreta stanza e formidabil fatta:Nè v’è chi legno ivi troncar si vanti:Nè vuol ragion che la Città si battaSenza tali instrumenti: or colà dovePaventan gli altri, il tuo valor si prove.
IV.
Così disse egli: e ’l cavalier s’offerse,Con brevi detti, al rischio e alla fatica:Ma negli atti magnanimi si scerseCh’assai farà, benchè non molto ei dica.E verso gli altri poi lieto converseLa destra e ’l volto all’accoglienza amica.Quì Guelfo, quì Tancredi, e quì già tuttiS’eran dell’oste i Principi ridutti.
V.
Poi che le dimostranze oneste e careCon que’ soprani egli iterò più volte;Placido affabilmente e popolareL’altre genti minori ebbe raccolte.Non saria già più allegro il militareGrido, o le turbe intorno a lui più folte,Se, vinto l’Oriente e ’l Mezzogiorno,Trionfante ei n’andasse in carro adorno.
VI.
Così ne va sino al suo albergo; e siedeIn cerchio quivi ai cari amici accanto:E molto lor risponde, e molto chiedeOr della guerra, or del silvestre incanto.Ma quando ogn’un partendo agio lor diede,Così gli disse l’Eremita santo:Ben gran cose, signore, e lungo corso(Mirabil peregrino) errando hai scorso.
VII.
Quanto devi al gran Re che ’l mondo regge!Tratto egli t’ha dalle incantate soglie:Ei te smarrito agnel fra le sue greggeOr riconduce, e nel suo ovile accoglie:E per la voce del Buglion t’eleggeSecondo esecutor delle sue voglie.Ma non conviensi già che, ancor profano,Nei suoi gran ministerj armi la mano.
VIII.
Chè sei della caligine del mondoE della carne tu di modo asperso,Che ’l Nilo, o ’l Gange, o l’Ocean profondoNon ti potrebbe far candido e terso.Sol la grazia del Ciel quanto hai d’immondoPuò render puro; al Ciel dunque conversoRiverente perdon richiedi, e spiegaLe tue tacite colpe, e piangi e prega.
IX.
Così gli disse; ed ei prima in se stessoPianse i superbi sdegni, e i folli amori:Poi chinato a’ suoi piè, mesto e dimesso,Tutti scoprigli i giovanili errori.Il ministro del Ciel, dopo il concessoPerdono, a lui dicea: co’ novi albóriAd orar te n’andrai là su quel monteChe al raggio mattutin volge la fronte.
X.
Quinci al bosco t’invia, dove cotantiSon fantasmi ingannevoli e bugiardi.Vincerai (questo so) mostri e giganti;Purch’altro folle error non ti ritardi.Deh nè voce che dolce o pianga, o canti,Nè beltà che soave o rida, o guardi,Con tenere lusinghe il cor ti pieghi:Ma sprezza i finti aspetti, e i finti preghi.
XI.
Così il consiglia; e ’l Cavalier s’appresta,Desiando e sperando, all’alta impresa.Passa pensoso il dì, pensosa e mestaLa notte: e pria che in Ciel sia l’alba accesa,Le belle arme si cinge, e sopravvestaNova, ed estrania di color s’ha presa:E tutto solo, e tacito, e pedoneLascia i compagni, e lascia il padiglione.
XII.
Era nella stagion che anco non cedeLibero ogni confin la notte al giorno;Ma l’Oriente rosseggiar si vede,Ed anco è il Ciel d’alcuna stella adorno;Quando ei drizzò ver l’Oliveto il piede,Con gli occhj alzati contemplando intornoQuinci notturne e quindi mattutineBellezze incorruttibili e divine.
XIII.
Fra se stesso pensava: o quante belleLuci il tempio celeste in se raguna!Ha il suo gran carro il dì: l’aurate stelleSpiega la notte, e l’argentata Luna;Ma non è chi vagheggi o questa o quelle:E miriam noi torbida luce e bruna,Ch’un girar d’occhj, un balenar di risoScopre in breve confin il fragil viso.
XIV.
Così pensando, alle più eccelse cimeAscese; e quivi, inchino e riverente,Alzò il pensier sovra ogni Ciel sublimeE le luci fissò ne l’Oriente:La prima vita e le mie colpe primeMira con occhio di pietà clemente,Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,Sì che ’l mio vecchio Adam purghi e rinnovi.
XV.
Così pregava, e gli sorgeva a fronteFatta già d’auro la vermiglia auroraChe l’elmo e l’arme e intorno a lui del monteLe verdi cime illuminando indora;E ventillar nel petto e ne la fronteSentia gli spirti di piacevol’ ora,Che sovra il capo suo scotea dal gremboDe la bell’alba un rugiadoso nembo.
XVI.
La rugiada del Ciel su le sue spoglieCade, che parean cenere al colore,E sì l’asperge che ’l pallor ne toglieE induce in esse un lucido candore;Tal rabbellisce le smarrite foglieAi mattutini geli arido fiore;E tal di vaga gioventù ritornaLieto il serpente, e di novo or s’adorna.
XVII.
Il bel candor della mutata vestaEgli medesmo riguardando ammira.Poscia verso l’antica alta forestaCon sicura baldanza i passi gira.Era là giunto ove i men forti arrestaSolo il terror che di sua vista spira.Pur nè spiacente a lui, nè paurosoIl bosco par, ma lietamente ombroso.
XVIII.
Passa più oltre, ed ode un suono intantoChe dolcissimamente si diffonde.Vi sente d’un ruscello il roco pianto,E ’l sospirar dell’aura infra le fronde:E di musico cigno il flebil canto,E l’usignol che plora, e gli risponde:Organi, e cetre, e voci umane in rime.Tanti e sì fatti suoni un suono esprime!
XIX.
Il Cavalier (pur come agli altri avviene)N’attendeva un gran tuon d’alto spavento.E v’ode poi di Ninfe, e di Sirene,D’aure, d’acque, e d’augei dolce concento.Onde, maravigliando, il piè ritiene,E poi sen va tutto sospeso e lento:E fra via non ritrova altro divietoChe quel d’un fiume trasparente e cheto.
XX.
L’un margo e l’altro del bel fiume adornoDi vaghezze e d’odori olezza e ride.Ei tanto stende il suo girevol corno,Che tra ’l suo giro il gran bosco s’asside:Nè pur gli fa dolce ghirlanda intorno;Ma un canaletto suo v’entra, e ’l divide.Bagna egli il bosco, e ’l bosco il fiume adombra,Con bel cambio fra lor d’umore e d’ombra.
XXI.
Mentre mira il guerriero ove si guade;Ecco un ponte mirabile appariva:Un ricco ponte d’or, che larghe stradeSu gli archi stabilissimi gli offriva.Passa il dorato varco: e quel giù cadeTosto che ’l piè toccata ha l’altra riva:E se ne ’l porta in giù l’acqua repente:L’acqua ch’è, d’un bel rio, fatta un torrente.
XXII.
Ei si rivolge, e dilatato il miraE gonfio assai, quasi per nevi sciolte,Che in se stesso volubil si raggiraCon mille rapidissime rivolte.Ma pur desio di novitade il tiraA spiar tra le piante antiche e folte;E in quelle solitudini selvaggeSempre a se nova maraviglia il tragge.
XXIII.
Dove in passando le vestigia ei posa,Par ch’ivi scaturisca, o che germoglie.Là s’apre il giglio, e quì spunta la rosa;Quì sorge un fonte, ivi un ruscel si scioglie.E sovra, e intorno a lui la selva annosaTutte parea ringiovenir le foglie.S’ammolliscon le scorze, e si rinverdePiù lietamente in ogni pianta il verde.
XXIV.
Rugiadosa di manna era ogni fronda,E distillava dalle scorze il mele.E di nuovo s’udia quella giocondaStrana armonia di canto, e di querele.Ma il coro uman ch’a i cigni, all’aura, all’ondaFacea tenor, non sa dove si cele:Non sa veder chi formi umani accenti,Nè dove siano i musici stromenti.
XXV.
Mentre riguarda, e fede il pensier negaA quel che ’l senso gli offeria per vero;Vede un mirto in disparte, e là si piega,Ove in gran piazza termina un sentiero.L’estranio mirto i suoi gran rami spiega,Più del cipresso e della palma, altero:E sovra tutti gli arbori frondeggia:Ed ivi par del bosco esser la reggia.
XXVI.
Fermo il guerrier nella gran piazza, affisaA maggior novitate allor le ciglia.Quercia gli appar, che per se stessa incisaApre feconda il cavo ventre, e figlia:E n’esce fuor vestita in strana guisaNinfa d’età cresciuta; (o maraviglia!)E vede insieme poi cento altre pianteCento ninfe produr dal sen pregnante.
XXVII.
Quai le mostra la scena, o quai dipinteTalvolta rimiriam Dee boscarecce,Nude le braccia, e l’abito succinte,Con bei coturni, e con disciolte trecce:Tali in sembianza si vedean le finteFiglie delle selvatiche cortecce;Se non che in vece d’arco o di faretra,Chi tien leuto, e chi viola, o cetra.
XXVIII.
E incominciar costor danze e carole:E di se stesse una corona ordiro,E cinsero il guerrier, siccome suoleEsser punto rinchiuso entro il suo giro.Cinser la pianta ancora: e tai paroleNel dolce canto lor da lui s’udiro:Ben caro giungi in queste chiostre amene,O della donna nostra amore e spene.
XXIX.
Giungi aspettato a dar salute all’egra,D’amoroso pensiero arsa e ferita.Questa selva che dianzi era sì negra,Stanza conforme alla dolente vita;Vedi che tutta al tuo venir s’allegra,E in più leggiadre forme è rivestita.Tale era il canto; e poi dal mirto usciaUn dolcissimo suono: e quel s’apria.
XXX.
Già nell’aprir di un rustico SilenoMaraviglie vedea l’antica etade;Ma quel gran mirto dall’aperto senoImmagini mostrò più belle e rade:Donna mostrò ch’assomigliava appieno,Nel falso aspetto, angelica beltade.Rinaldo guata, e di veder gli è avvisoLe sembianze d’Armida, e il dolce viso.
XXXI.
Quella lui mira in un lieta e dolente:Mille affetti in un guardo appajon misti.Poi dice: io pur ti veggio: e finalmentePur ritorni a colei da cui fuggisti.A chè ne vieni? a consolar presenteLe mie vedove notti e i giorni tristi?O vieni a mover guerra, a discacciarme;Chè mi celi il bel volto, e mostri l’arme?
XXXII.
Giungi amante, o nemico? il ricco ponteIo già non preparava ad uom nemico;Nè gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte,Sgombrando i dumi, e ciò ch’a’ passi è intrico.Togli quest’elmo omai: scopri la fronte,E gli occhj agli occhj miei, s’arrivi amico:Giungi i labbri alle labbra, il seno al seno:Porgi la destra alla mia destra almeno.
XXXIII.
Seguia parlando, e in bei pietosi giriVolgeva i lumi, e scoloria i sembianti;Falseggiando i dolcissimi sospiri,E i soavi singulti, e i vaghi pianti:Tal che incauta pietade a quei martírjIntenerir potea gli aspri diamanti.Ma il Cavaliero, accorto si non crudo,Più non v’attende, e stringe il ferro ignudo.
XXXIV.
Vassene al mirto; allor colei s’abbracciaAl caro tronco, e s’interpone, e grida:Ah non sarà mai ver che tu mi facciaOltraggio tal, che l’alber mio recida.Deponi il ferro, o dispietato, o ’l cacciaPria nelle vene all’infelice Armida;Per questo sen, per questo cor, la spadaSolo al bel mirto mio trovar può strada.
XXXV.
Egli alza il ferro, e ’l suo pregar non cura:Ma colei si trasmuta (o novi mostri!)Siccome avvien che d’una altra figuraTrasformando repente il sogno mostri.Così ingrossò le membra, e tornò scuraLa faccia; e vi sparìr gli avorj e gli ostri:Crebbe in gigante altissimo, e si feoCon cento armate braccia un Briareo.
XXXVI.
Cinquanta spade impugna, e con cinquantaScudi risuona, e minacciando freme.Ogn’altra Ninfa ancor d’arme s’ammanta,Fatta un Ciclope orrendo: ed ei non teme;Ma doppia i colpi alla difesa piantaChe pur, come animata, ai colpi geme.Sembran dell’aria i campi, i campi Stigj:Tanti appajono in lor mostri e prodigj!
XXXVII.
Sopra il turbato Ciel, sotto la terra,Tuona e fulmina quello, e trema questa:Vengono i venti e le procelle in guerra,E gli soffiano al volto aspra tempesta.Ma pur mai colpo il Cavalier non erra:Nè per tanto furor punto s’arresta;Tronca la noce: e noce e mirto parve.Quì l’incanto finì, sparir le larve.
XXXVIII.
Tornò sereno il Cielo, e l’aura cheta:Tornò la selva al natural suo stato:Non d’incanti terribile, e non lieta,Piena d’orror, ma dell’orror innato.Ritenta il vincitor s’altro più vietaCh’esser non possa il bosco omai troncato,Poscia sorride, e fra se dice: o vaneSembianze; o folle chi per voi rimane!
XXXIX.
Quinci s’invia verso le tende; e intantoColà gridava il solitario Piero:Già vinto è della selva il fero incanto:Già sen ritorna il vincitor guerriero.Vedilo; ed ei da lunge, in bianco manto,Comparia venerabile ed altero:E dell’aquila sua le argentee piumeSplendeano al Sol d’inusitato lume.
XL.
Ei dal campo giojoso alto salutoHa con sonoro replicar di gridi:E poi con lieto onore è ricevutoDal pio Buglione; e non è chi l’invídi.Dice al Duce il Guerriero: a quel temutoBosco n’andai, come imponesti, e ’l vidi:Vidi, e vinsi gl’incanti: or vadan pureLe genti là, chè son le vie sicure.
XLI.
Vassi all’antica selva: e quindi è toltaMateria tal qual buon giudizio elesse.E benchè oscuro fabbro arte non moltaPor nelle prime machine sapesse;Pur artefice illustre a questa voltaÈ colui ch’alle travi i vinchi intesse;Guglielmo, il Duce Ligure, che priaSignor del mare corseggiar solía.
XLII.
Poi sforzato a ritrarsi, ei cesse i regniAl gran navigio Saracin de’ mari.Ed ora al campo conducea dai legniE le marittime arme, e i marinari.Ed era questi infra i più industri ingegniNe’ meccanici ordigni uom senza pari.E cento seco avea fabbri minori,Di ciò ch’egli disegna esecutori.
XLIII.
Costui non solo incominciò a comporreCatapulte, baliste, ed arieti;Onde alle mura le difese torrePossa, e spezzar le sode alte pareti;Ma fece opra maggior: mirabil torre,Ch’entro di pin tessuta era, e d’abeti;E nelle cuoja avvolto ha quel di fuore,Per ischermirsi da lanciato ardore.
XLIV.
Si scommette la mole, e ricomponeCon sottili giunture in un congiunta:E la trave che testa ha di montoneDall’ime parti sue cozzando spunta.Lancia dal mezzo un ponte: e spesso il poneSull’opposta muraglia a prima giunta:E fuor da lei su per la cima n’esceTorre minor, che in suso è spinta, e cresce.
XLV.
Per le facili vie destra e correnteSovra ben cento sue volubil rote,Gravida d’arme, e gravida di genteSenza molta fatica ella gir puote.Stanno le schiere in rimirando intenteLa prestezza de’ fabbri, e l’arti ignote.E due torri in quel punto anco son fatte,Della prima ad immagine ritratte.
XLVI.
Ma non eran frattanto ai SaraciniL’opre, ch’ivi si fean, del tutto ascoste;Perchè nell’alte mura ai più viciniLochi le guardie ad ispiar son poste.Questi gran salmeríe d’orni e di piniVedean dal bosco esser condotte all’oste:E machine vedean; ma non appienoRiconoscer la forma indi potieno.
XLVII.
Fan lor machine anch’essi; e con molt’arteRinforzano le torri e la muraglia:E l’alzaron così, da quella parteOv’è men’atta a sostener battaglia,Che, a lor credenza, omai sforzo di MarteEsser non può che ad espugnarla vaglia.Ma sovra ogni difesa Ismen preparaCopia di fochi inusitata e rara.
XLVIII.
Mesce il Mago fellon zolfo e bitume,Che dal lago di Sodoma ha raccolto,E fu, credo, in Inferno: e dal gran fiume,Che nove volte il cerchia, anco n’ha tolto;Così fa che quel foco e puta e fume,E che s’avventi, fiammeggiando, al volto.E ben co’ feri incendj egli s’avvisaDi vendicar la cara selva incisa.
XLIX.
Mentre il campo all’assalto, e la CittadeS’apparecchia in tal modo alle difese;Una colomba per l’aeree stradeVista è passar sovra lo stuol Francese:Che ne dimena i presti vanni, e radeQuelle liquide vie con l’ali tese.E già la messaggiera peregrinaDall’alte nubi alla Città s’inchina;
L.
Quando, di non so donde, esce un falconeD’adunco rostro armato e di grand’ugna,Che fra ’l campo e le mura a lei s’oppone.Non aspetta ella del crudel la pugna;Quegli, d’alto volando, al padiglioneMaggior l’incalza, e par ch’omai l’aggiugna:Ed al tenero capo il piede ha sovra;Essa nel grembo al pio Buglion ricovra.
LI.
La raccoglie Goffredo, e la difende:Poi scorge, in lei guardando, estrania cosa.Chè dal collo ad un filo avvinta pendeRinchiusa carta, e sotto un’ala ascosa.La disserra, e dispiega: e bene intendeQuella che in se contien non lunga prosa.Al Signor di Giudea (dicea lo scritto)Invia salute il Capitan d’Egitto.
LII.
Non sbigottir, Signor: resisti e duraInsino al quarto, o insino al giorno quinto;Ch’io vengo a liberar coteste mura:E vedrai tosto il tuo nemico vinto.Questo il secreto fu che la scrittura,In barbariche note, avea distinto,Dato in custodia al portator volante:Chè tai messi in quel tempo usò il Levante.
LIII.
Libera il Prence la colomba: e quella,Che de’ secreti fu rivelatrice,Come esser creda al suo Signor rubella,Non ardì più tornar nunzia infelice.Ma il sopran Duce i minor duci appella,E lor mostra la carta, e così dice:Vedete come il tutto a noi riveliLa provvidenza del Signor de’ Cieli.
LIV.
Già più di ritardar tempo non parmi.Nuova spianata or cominciar potrassi:E fatica e sudor non si risparmi,Per superar d’inverso l’Austro i sassi.Duro fia si far colà strada all’armi:Pur far si può; notato ho il loco e i passi.E ben quel muro, che assicura il sito,D’arme e d’opre men deve esser munito.
LV.
Tu, Raimondo, vogl’io, che da quel latoCon le machine tue le mura offenda.Vuò, che dell’arme mie l’alto apparatoContra la porta aquilonar si stenda;Sì che il nemico il vegga, ed, ingannato,Indi il maggior impeto nostro attenda.Poi la gran torre mia, ch’agevol move,Trascorra alquanto, e porti guerra altrove.
LVI.
Tu drizzerai, Camillo, al tempo stessoNon lontana da me la terza torre.Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso,E che, parlando lui, fra se discorre;Disse: al consiglio da Goffredo espressoNulla giunger si puote, e nulla torre.Lodo solo, oltre ciò, ch’alcun s’inviiNel campo ostil, che i suoi secreti spii.
LVII.
E ne ridica il numero, e ’l pensiero(Quanto raccor potrà) certo e verace.Soggiunge allor Tancredi: ho un mio scudiero,Che a questo ufficio di propor mi piace:Uom pronto e destro, e sovra i piè leggiero:Audace si, ma cautamente audace:Che parla in molte lingue, e varia il notoSuon della voce, e ’l portamento, e ’l moto.
LVIII.
Venne colui chiamato; e poi ch’inteseCiò che Goffredo, e ’l suo Signor desia;Alzò ridendo il volto, ed intrapreseLa cura, e disse: or or mi pongo in via.Tosto sarò, dove quel campo teseLe tende avrà, non conosciuta spia;Vuò penetrar di mezzodì nel vallo,E numerarvi ogn’uomo, ogni cavallo.
LIX.
Quanta e qual sia quell’oste, e ciò che pensiIl Duce loro, a voi ridir prometto.Vantomi in lui scoprir gl’intimi sensi,E i secreti pensier trargli del petto.Così parla Vafrino, e non trattiensi;Ma cangia in lungo manto il suo farsetto:E mostra fa del nudo collo: e prendeD’intorno al capo attorcigliate bende.
LX.
La faretra s’adatta, e l’arco Siro:E barbarico sembra ogni suo gesto.Stupiron quei che favellar l’udiro,Ed in diverse lingue esser sì presto,Ch’Egizio in Menfi, o pur Fenice in TiroL’avria creduto e quel popolo e questo.Egli sen va sovra un destrier ch’appenaSegna nel corso la più molle arena.
LXI.
Ma i Franchi, pria che ’l terzo dì sia giunto,Appianaron le vie scoscese e rotte:E finir gl’instromenti anco in quel punto,Chè non fur le fatiche unqua interrotte;Anzi all’opre de’ giorni avean congiunto,Togliendola al riposo, anco la notte.Nè cosa è più che ritardar gli possaDal far l’estremo omai d’ogni lor possa.
LXII.
Del dì, cui dell’assalto il dì successe,Gran parte orando il pio Buglion dispensa:E impon che ogn’altro i falli suoi confesse,E pasca il pan dell’alme alla gran mensa.Machine ed arme poscia ivi più spesseDimostra, ove adoprarle egli men pensa.E ’l deluso Pagan si riconforta,Ch’oppor le vede alla munita porta.
LXIII.
Col bujo della notte è poi la vastaAgil machina sua colà traslata,Ove è men curvo il muro, e men contrasta,Ch’angulosa non fa parte, e piegata.E d’in sul colle alla Città sovrastaRaimondo ancor con la sua torre armata.La sua Camillo a quel lato avvicina,Che dal Borea all’Occaso alquanto inchina.
LXIV.
Ma come furo in Oriente apparsiI mattutini messaggier del Sole,S’avvidero i Pagani (e ben turbarsi)Che la torre non è dove esser suole:E mirar quinci e quindi anco innalzarsi,Non più veduta, una ed un’altra mole.E in numero infinito anco son visteCatapulte, monton, gatti, e baliste.
LXV.
Non è la turba di Soria già lentaA trasportarne là molte difese,Ove il Buglion le machine appresentaDa quella parte, ove primier l’attese.Ma il Capitan, ch’a tergo aver rammentaL’oste d’Egitto, ha quelle vie già prese.E Guelfo, e i due Roberti a se chiamati:State, dice, a cavallo in sella armati.
LXVI.
E procurate voi che mentre ascendoColà dove quel muro appar men forte,Schiera non sia che subita venendoS’atterghi agli occupati, e guerra porte.Tacque; e già da tre lati assalto orrendoMovon le tre sì valorose scorte.E da tre lati ha il Re sue genti opposte:Chè riprese quel dì l’arme deposte.
LXVII.
Egli medesmo al corpo omai tremantePer gli anni, e grave del suo proprio pondo,L’arme che disusò gran tempo innante,Circonda, e se ne va contra Raimondo.Solimano a Goffredo, e ’l fero ArganteAl buon Camillo oppon, che di BoemondoSeco ha il nipote: e lui fortuna or guida,Perchè ’l nemico a se dovuto uccida.
LXVIII.
Incominciaro a saettar gli arcieri,Infette di veleno, arme mortali:Ed adombrato il Ciel par che s’anneriSotto un immenso nuvolo di strali.Ma con forza maggior colpi più feriNe venian dalle machine murali.Indi gran palle uscian marmoree e gravi,E con punta d’acciar ferrate travi.
LXIX.
Par fulmine ogni sasso, e così tritaL’armatura e le membra a chi n’è colto,Che gli toglie non pur l’alma e la vita,Ma la forma del corpo anco e del volto.Non si ferma la lancia alla ferita:Dopo il colpo del corso avanza molto:Entra da un lato, e fuor per l’altro passaFuggendo, e nel fuggir la morte lassa.
LXX.
Ma non togliea però dalla difesaTanto furor le Saracine genti.Contra quelle percosse avean già tesaPieghevol tela, e cose altre cedenti.L’impeto, che in lor cade, ivi contesaNon trova, e vien che vi si fiacchi e lenti:Essi, ove miran più la calca esposta,Fan con l’arme volanti aspra risposta.
LXXI.
Con tutto ciò d’andarne oltre non cessaL’assalitor, che tripartito move.E chi va sotto gatti, ove la spessaGragnuola di saette indarno piove:E chi le torri all’alto muro appressa,Che loro a suo poter da se rimove;Tenta ogni torre omai lanciare il ponte,Cozza il monton con la ferrata fronte.
LXXII.
Rinaldo intanto irresoluto bada,Chè quel rischio di lui degno non era.E stima onor plebeo, quando egli vadaPer le comuni vie col volgo in schiera.E volge intorno gli occhj, e quella stradaSol gli piace tentar ch’altri dispera.Là dove il muro più munito ed altoIn pace stassi, ei vuol portar l’assalto.
LXXIII.
E volgendosi a quegli, i quai già furoGuidati da Dudon guerrier famosi:O vergogna, dicea, che là quel muroFra cotante arme in pace or si riposi.Ogni rischio al valor sempre è sicuro:Tutte le vie son piane agli animosi.Moviam la guerra, e contra ai colpi crudiFacciam densa testuggine di scudi.
LXXIV.
Giunsersi tutti seco a questo detto:Tutti gli scudi alzar sovra la testa:E gli uniron così, che ferreo tettoFacean contra l’orribile tempesta.Sotto il coperchio il fero stuol ristrettoVa di gran corso, e nulla il corso arresta:Chè la soda testuggine sostieneCiò che di ruinoso in giù ne viene.
LXXV.
Son già sotto le mura; allor RinaldoScala drizzò di cento gradi e cento:E lei con braccio maneggiò sì saldo,Ch’agile è men picciola canna al vento.Or lancia o trave, or gran colonna o spaldoD’alto discende: ei non va su più lento;Ma intrepido ed invitto ad ogni scossa,Sprezzeria, se cadesse, Olimpo ed Ossa.
LXXVI.
Una selva di strali e di ruineSostien sul dosso, e sullo scudo un monte.Scuote una man le mura a se vicine,L’altra, sospesa, in guardia è della fronte.L’esempio all’opre ardite e peregrineSpinge i compagni: ei non è sol che monte:Chè molti appoggian seco eccelse scale,Ma ’l valore e la sorte è disuguale.
LXXVII.
More alcuno, altri cade; egli sublimePoggia, e questi conforta, e quei minaccia.Tanto è già in su, che le merlate cimePuote afferrar con le distese braccia.Gran gente allor vi trae, l’urta, il reprime,Cerca precipitarlo, e pur nol caccia.(Mirabil vista!) a un grande e fermo stuoloResister può, sospeso in aria, un solo.
LXXVIII.
E resiste, e s’avanza, e si rinforza:E come palma suol, cui pondo aggreva,Suo valor combattuto ha maggior forza,E nella oppression più si solleva.E vince alfin tutti i nemici, e sforzaL’aste e gl’intoppi che d’incontro aveva:E sale il muro, e ’l signoreggia, e ’l rendeSgombro e sicuro a chi diretro ascende.
LXXIX.
Ed egli stesso all’ultimo germanoDel pio Buglion, ch’è di cadere in forse,Stesa la vincitrice amica mano,Di salirne secondo aita porse.Frattanto erano altrove al CapitanoVarie fortune e perigliose occorse:Ch’ivi non pur fra gli uomini si pugna;Ma le machine insieme anco fan pugna.
LXXX.
Sul muro aveano i Siri un tronco alzatoCh’antenna un tempo esser solea di nave:E sovra lui col capo aspro e ferrato,Per traverso, sospesa è grossa trave:È indietro quel da canapi tirato,Poi torna innanzi impetuoso e grave:Talor rientra nel suo guscio, ed oraLa testuggin rimanda il collo fuora.
LXXXI.
Urtò la trave immensa, e così dureNella torre addoppiò le sue percosse;Che le ben teste in lei salde giuntureLentando aperse, e la rispinse, e scosse.La torre a quel bisogno armi sicureAvea già in punto, e due gran falci mosse,Che, avventate con arte incontra al legno,Quelle funi troncar ch’eran sostegno.
LXXXII.
Qual gran sasso talor, che o la vecchiezzaSolve d’un monte, o svelle ira de’ venti,Ruinoso dirupa: e porta, e spezzaLe selve, e con le case anco gli armenti;Tal giù traea dalla sublime altezzaL’orribil trave e merli, ed arme, e genti.Diè la torre, a quel moto, uno e duo’ crolli:Tremar le mura, e rimbombaro i colli.
LXXXIII.
Passa il Buglion vittorioso avanti,E già le mura d’occupar si crede;Ma fiamme allora fetide e fumantiLanciarsi incontra immantinente ei vede.Nè dal sulfureo sen fochi mai tantiIl cavernoso Mongibel fuor diede:Nè mai cotanti, negli estivi ardori,Piove l’Indico Ciel caldi vapori.
LXXXIV.
Quì vasi, e cerchj, ed aste ardenti sono:Qual fiamma nera, e qual sanguigna splende.L’odore appuzza, assorda il rombo e ’l tuono,Accieca il fumo, il foco arde e s’apprende.L’umido cuojo alfin saria mal buonoSchermo alla torre: appena or la difende.Già suda, e si rincrespa, e se più tardaIl soccorso del Ciel, convien pur ch’arda.
LXXXV.
Il magnanimo Duce innanzi a tuttiStassi, e non muta nè color nè loco:E quei conforta che su’ cuoj asciuttiVersan l’onde apprestate incontra al foco.In tale stato eran costor ridutti:E già dell’acque rimanea lor poco.Quando ecco un vento, ch’improvviso spira,Contra gli autori suoi l’incendio gira.
LXXXVI.
Vien contro al foco il turbo, e indietro voltoIl foco, ove i Pagan le tele alzaro,Quella molle materia in se raccoltoL’ha immantinente, e n’arde ogni riparo.O glorioso Capitano, o moltoDal gran Dio custodito, al gran Dio caro!A te guerreggia il Cielo: ed ubbidientiVengon chiamati, a suon di trombe, i venti.
LXXXVII.
Ma l’empio Ismen, che le sulfuree faciVide da Borea incontra se converse,Ritentar volle l’arti sue fallaciPer sforzar la natura, e l’aure avverse:E fra due maghe, che di lui seguaciSi fer, sul muro agli occhj altrui s’offerse:E torvo, e nero, e squallido, e barbutoFra due Furie parea Caronte, o Pluto.
LXXXVIII.
Già il mormorar s’udia delle paroleDi cui teme Cocíto, e Flegetonte:Già si vedea l’aria turbare, e ’l SoleCinger d’oscuri nuvoli la fronte;Quando avventato fu dall’alta moleUn gran sasso, che fu parte d’un monte:E tra lor colse sì, ch’una percossaSparse di tutti insieme il sangue e l’ossa.
LXXXIX.
In pezzi minutissimi e sanguigniSi disperser così le inique teste;Che di sotto ai pesanti aspri macigniSoglion poco le biade uscir più peste.Lasciar, gemendo, i tre spirti maligniL’aria serena, e ’l bel raggio celeste:E sen fuggir tra l’ombre empie infernali.Apprendete pietà quinci, o mortali.
XC.
In questo mezzo alla Città la torre,Cui dall’incendio il turbine assicura,S’avvicina così, che può ben porreE fermare il suo ponte in su le mura;Ma Solimano intrepido v’accorre,E ’l passo angusto di tagliar procura:E doppia i colpi, e ben l’avria reciso;Ma un’altra torre apparse all’improvviso.
XCI.
La gran mole crescente oltra i confiniDe’ più alti edifizj in aria passa.Attoniti a quel mostro i SaraciniRestar, vedendo la Città più bassa.Ma il fero Turco, ancor che’n lui ruiniDi pietre un nembo, il loco suo non lassa:Nè di tagliare il ponte anco diffida,E gli altri che temean rincora, e sgrida.
XCII.
S’offerse agli occhj di Goffredo allora,Invisibile altrui, l’Angel MicheleCinto d’armi celesti: e vinto foraIl Sol da lui, cui nulla nube vele.Ecco, disse, Goffredo, è giunta l’oraCh’esca Sion di servitù crudele.Non chinar, non chinar gli occhj smarriti:Mira con quante forze il Ciel t’aiti.
XCIII.
Drizza pur gli occhj a riguardar l’immensoEsercito immortal ch’è in aria accolto:Ch’io dinanzi torrotti il nuvol densoDi vostra umanità, ch’intorno avvoltoAdombrando t’appanna il mortal senso,Sì che vedrai gl’ignudi spirti in volto:E sostener per breve spazio i raiDelle angeliche forme anco potrai.
XCIV.
Mira di quei che fur campion di Cristo,L’anime fatte in Cielo or cittadine,Che pugnan teco, e di sì alto acquistoSi trovan teco al glorioso fine.Là ’ve ondeggiar la polve, e ’l fumo mistoVedi, e di rotte moli alte ruine;Tra quella folta nebbia Ugon combatte,E delle torri i fondamenti abbatte.
XCV.
Ecco poi là Dudon che l’alta portaAquilonar con ferro e fiamma assale:Ministra l’arme ai combattenti, esortaCh’altri su monti, e drizza, e tien le scale.Quel ch’è sul colle, e ’l sacro abito porta,E la corona ai crin sacerdotale,È il pastore Ademaro, alma felice:Vedi ch’ancor vi segna, e benedice.
XCVI.
Leva più in su le ardite luci, e tuttaLa grande oste del Ciel congiunta guata.Egli alzò il guardo: e vide in un riduttaMilizia innumerabile, ed alata.Tre folte squadre, ed ogni squadra instruttaIn tre ordini gira, e si dilata;Ma si dilata più quanto più in fuoriI cerchj son: son gl’intimi i minori.
XCVII.
Quì chinò vinti i lumi, e gli alzò poi:Nè lo spettacol grande ei più rivide.Ma riguardando d’ogni parte i suoi,Scorge che a tutti la vittoria arride.Molti dietro a Rinaldo illustri eroiSaliano: ei già salito i Siri uccide.Il Capitan, che più indugiar si sdegna,Toglie di mano al fido alfier l’insegna.
XCVIII.
E passa primo il ponte, ed impeditaGli è a mezzo il corso dal Soldan la via.Un picciol varco è campo ad infinitaVirtù, che in pochi colpi ivi apparia.Grida il fier Solimano: all’altrui vitaDono e consacro io quì la vita mia.Tagliate, amici, alle mie spalle or questoPonte: chè quì non facil preda i’ resto.
XCIX.
Ma venirne Rinaldo, in volto orrendo,E fuggirne ciascun vedea lontano.Or che farò? se quì la vita spendo,La spando, disse, e la disperdo invano.E in se nove difese anco volgendo,Cedea libero il passo al Capitano,Che minacciando il segue, e della santaCroce il vessillo in su le mura pianta.
C.
La vincitrice insegna in mille giriAlteramente si rivolge intorno:E par che in lei più riverente spiriL’aura, e che splenda in lei più chiaro il giorno:Ch’ogni dardo, ogni stral che in lei si tiri,O la declini, o faccia indi ritorno:Par che Sion, par che l’opposto monteLieto l’adori, e inchini a lei la fronte.
CI.
Allor tutte le squadre il grido alzaroDella vittoria altissimo e festante:E risonarne i monti, e replicaroGli ultimi accenti: e quasi in quello istanteRuppe e vinse Tancredi ogni riparoChe gli aveva all’incontro opposto Argante:E, lanciando il suo ponte, anch’ei velocePassò nel muro, e v’innalzò la Croce.
CII.
Ma verso il Mezzogiorno, ove il canutoRaimondo pugna, e ’l Palestin Tiranno,I guerrier di Guascogna anco potutoGiunger la torre alla Città non hanno:Chè ’l nerbo delle genti ha il Re in ajuto,Ed ostinati alla difesa stanno:E sebben quivi il muro era men fermo,Di machine v’avea maggior lo schermo.
CIII.
Oltrechè, men che altrove, in questo cantoLa gran mole il sentier trovò spedito.Nè tanto arte potè, che pur alquantoDi sua natura non ritegna il sito.Fu l’alto segno di vittoria intantoDai difensori, e dai Guasconi udito:Ed avvisò il Tiranno, e ’l Tolosano,Che la Città già presa è verso il piano.
CIV.
Onde Raimondo ai suoi, dall’altra parte,Grida: o compagni, è la Città già presa.Vinta ancor ne resiste? or soli a parteNon sarem noi di sì onorata impresa?Ma il Re cedendo alfin di là si parte:Perch’ivi disperata è la difesa:E sen rifugge in loco forte ed alto,Ove egli spera sostener l’assalto.
CV.
Entra allor vincitore il campo tuttoPer le mura non sol, ma per le porte.Ch’è già aperto, abbattuto, arso, e distruttoCiò che lor s’opponea, rinchiuso e forte.Spazia l’ira del ferro: e va col luttoE con l’orror, compagni suoi, la morte.Ristagna il sangue in gorghi, e corre in riviPieni di corpi estinti, e di mal vivi.
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