Gerusalemme liberata — Canto quarto
Tutti i numi d’Inferno à se raccoglieL’imperador del tenebroso regno;E per dare a’ Cristiani acerbe doglieVuol, ch’ usi ognun di lor suo iniquo ingegno.Per lor opra Idraote a crude voglieSi volge, e vuol ch’ Armida al suo disegnoSpiani la via, parlando in dolci modi:E sue machine son bellezze, e frodi.
Me n t r e son questi alle bell’opre intenti,Perchè debbano tosto in uso porse;Il gran nemico dell’umane gentiContra i Cristiani i lividi occhj torse,E scorgendogli omai lieti, e contenti,Ambo le labbra per furor si morse,E qual tauro ferito, il suo doloreVersò, mugghiando e sospirando, fuore.
II.
Quinci avendo per tutto il pensier voltoA recar ne’ Cristiani ultima doglia,Che sia, comanda, il popol suo raccolto(Concilio orrendo!) entro la regia soglia:Come sia pur leggiera impresa (ahi stolto!)Il repugnare alla divina voglia;Stolto, ch’al Ciel s’agguaglia, e in oblio pone,Come di Dio la destra irata tuone.
III.
Chiama gli abitator dell’ombre eterneIl rauco suon della tartarea tromba:Treman le spaziose atre caverne,E l’aer cieco a quel romor rimbomba.Nè sì stridendo mai dalle superneRegioni del Cielo il folgor piomba,Nè sì scossa giammai tréma la terra,Quando i vapori in sen gravida serra.
IV.
Tosto gli Dei d’abisso in varie tormeConcorron d’ogn’intorno all’alte porte,Oh come strane, o come orribil forme,Quant’è negli occhj lor terrore, e morte!Stampano alcuni il suol di ferine orme,E ’n fronte umana han chiome d’angui attorte,E lor s’aggira dietro immensa coda,Che quasi sferza si ripiega, e snoda.
V.
Quì mille immonde Arpie vedresti, e milleCentauri, e Sfingi, e pallide Gorgoni,Molte e molte latrar voraci Scille,E fischiar Idre, e sibilar Pitoni,E vomitar Chimere atre faville,E Polifemi orrendi, e Gerioni,E in nuovi mostri, e non più intesi o visti,Diversi aspetti in un confusi, e misti.
VI.
D’essi parte a sinistra, e parte a destraA seder vanno al crudo Re davante.Siede Pluton nel mezzo, e con la destraSostien lo scetro ruvido e pesante:Nè tanto scoglio in mar, nè rupe alpestra,Nè pur Calpe s’innalza, o ’l magno Atlante,Ch’anzi lui non paresse un picciol colle;Sì la gran fronte, e le gran corna estolle.
VII.
Orrida maestà nel fero aspettoTerrore accresce, e più superbo il rende:Rosseggian gli occhj, e di veneno infetto,Come infausta cometa, il guardo splende:Gl’involve il mento, e su l’irsuto pettoIspida e folta la gran barba scende:E in guisa di voragine profonda,S’apre la bocca d’atro sangue immonda.
VIII.
Qual’i fumi sulfurei, ed infiammatiEscon di Mongibello, e ’l puzzo e ’l tuono;Tal della fera bocca i negri fiati,Tale il fetore e le faville sono.Mentre ei parlava, Cerbero i latratiRipresse, e l’Idra si fè muta al suono:Restò Cocíto, e ne tremar gli abissi;E in questi detti il gran rimbombo udissi:
IX.
Tartarei Numi, di seder più degniLà sovra il Sole, ond’è l’origin vostra,Che meco già dai più felici regniSpinse il gran caso in questa orribil chiostra;Gli antichi altrui sospetti, e i fieri sdegniNoti son troppo, e l’alta impresa nostra.Or colui regge a suo voler le stelle,E noi siam giudicate alme rubelle.
X.
Ed in vece del dì sereno e puro,Dell’aureo Sol, degli stellati giri,N’ha quì rinchiusi in questo abisso oscuro,Nè vuol ch’al primo onor per noi s’aspiri.E poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro!Quest’è quel che più inaspra i miei martíri)Ne’ bei seggj celesti ha l’uom chiamato;L’uom vile, e di vil fango in terra nato.
XI.
Nè ciò gli parve assai; ma in preda a morte,Sol per farne più danno, il Figlio diede.Ei venne, e ruppe le tartaree porte,E porre osò ne’ regni nostri il piede,E trarne l’alme a noi dovute in sorte,E riportarne al Ciel sì ricche prede;Vincitor trionfando; e in nostro schernoLe insegne ivi spiegar del vinto Inferno.
XII.
Ma chè rinnovo i miei dolor parlando?Chi non ha già l’ingiurie nostre intese?Ed in qual parte si trovò, nè quandoCh’egli cessasse dalle usate imprese?Non più dèssi alle antiche andar pensando,Pensar dobbiamo alle presenti offese.Deh non vedete omai come egli tentiTutte al suo culto richiamar le genti?
XIII.
Noi trarrem neghittosi i giorni, e l’ore,Nè degna cura fia che ’l cor n’accenda?E soffrirem che forza ognor maggioreIl suo popol fedele in Asia prenda?E che Giudea soggioghi, e che ’l suo onore,Che ’l nome suo più si dilati e stenda?Che suoni in altre lingue, e in altri carmiSi scriva, e incida in nuovi bronzi, e marmi?
XIV.
Che sian gl’Idoli nostri a terra sparsi?Che i nostri altari il mondo a lui converta?Ch’a lui sospesi i voti, a lui sol’arsiSiano gl’incensi, ed auro e mirra offerta?Ch’ove a noi tempio non solea serrarsi,Or via non resti all’arti nostre aperta?Che di tant’alme il solito tributoNe manchi, e in voto regno alberghi Pluto?
XV.
Ah non fia ver, chè non sono anco estintiGli spirti in noi di quel valor primiero,Quando di ferro e d’alte fiamme cintiPugnammo già contra il celeste impero.Fummo, io nol nego, in quel conflitto vinti;Pur non mancò virtute al gran pensiero:Ebbero i più felici allor vittoria;Rimase a noi d’invitto ardir la gloria.
XVI.
Ma perchè più v’indugio? Itene, o mieiFidi consorti, o mia potenza e forze:Ite veloci, ed opprimete i rei,Prima che ’l lor poter più si rinforze;Pria che tutt’arda il regno degli Ebrei,Questa fiamma crescente omai s’ammorze:Fra loro entrate, e in ultimo lor dannoOr la forza s’adopri, ed or l’inganno.
XVII.
Sia destin ciò ch’io voglio; altri dispersoSen vada errando: altri rimanga ucciso:Altri in cure d’amor lascive immerso,Idol si faccia un dolce sguardo e un riso:Sia 'l ferro incontro al suo rettor conversoDallo stuol ribellante e in se diviso:Pera il campo e ruini, e resti in tuttoOgni vestigio suo con lui distrutto.
XVIII.
Non aspettar già l’alme a Dio rubelleChe fosser queste voci al fin condotte;Ma fuor volando, a riveder le stelleGià se n’uscian dalla profonda notte;Come sonanti e torbide procelle,Che vengan fuor delle natíe lor grotteAd oscurar il cielo, a portar guerraAi gran regni del mare e della terra.
XIX.
Tosto spiegando in varj lati i vanni,Si furon questi per lo mondo sparti;E incominciaro a fabbricar inganniDiversi e nuovi, e ad usar lor arti.Ma di’ tu, Musa, come i primi danniMandassero ai Cristiani, e di quai parti:Tu ’l sai; ma di tant’opra a noi sì lungeDebil aura di fama appena giunge.
XX.
Reggea Damasco e le città vicineIdraote famoso e nobil mago;Che fin da’ suoi prim’anni all’indovineArti si diede, e ne fu ognor più vago.Ma che giovar, se non potè del fineDi quella incerta guerra esser presago?Ned aspetto di stelle erranti o fisse,Nè risposta d’Inferno il ver predisse?
XXI.
Giudicò questi (ahi cieca umana mente,Come i giudícj tuoi son vani e torti!)Ch’all’esercito invitto d’OccidenteApparecchiasse il Ciel ruine e morti:Però credendo che l’Egizia genteLa palma dell’impresa alfin riporti,Desia che ’l popol suo nella vittoriaSia dell’acquisto a parte, e della gloria.
XXII.
Ma perchè il valor Franco ha in grande stima,Di sanguigna vittoria i danni teme;E va pensando con qual'arte in primaIl poter de’ Cristiani in parte sceme:Sicchè più agevolmente indi s’opprimaDalle sue genti, e dall’Egizie insieme.In questo suo pensier il sovraggiungeL’Angelo iniquo, e più l’instiga e punge.
XXIII.
Esso il consiglia, e gli ministra i modiOnde l’impresa agevolar si puote.Donna, a cui di beltà le prime lodiConcedea l’Oriente, è sua nipote.Gli accorgimenti e le più occulte frodi,Ch’usi o femmina o maga, a lei son note.Questa a se chiama, e seco i suoi consigljComparte, e vuol che cura ella ne pigli.
XXIV.
Dice: o diletta mia, che sotto biondiCapelli, e fra sì tenere sembianze,Canuto senno, e cor virile ascondi,E già nell’arti mie me stesso avanze;Gran pensier volgo; e se tu lui secondi,Seguiteran gli effetti alle speranze:Tessi la tela ch’io ti mostro ordita,Di cauto vecchio esecutrice ardita.
XXV.
Vanne al campo nemico: ivi s’impieghiOgn’arte femminil, ch’amore alletti:Bagna di pianto, e fà melati i preghi:Tronca e confondi co’ sospiri i detti:Beltà dolente e miserabil pieghiAl tuo volere i più ostinati petti:Vela il soverchio ardir con la vergogna,E fà manto del vero alla menzogna.
XXVI.
Prendi, s’esser potrà, Goffredo all’escaDe’ dolci sguardi, e de’ bei detti adorni;Sicch’all’uomo invaghito omai rincrescaL’incominciata guerra, e la distorni.Se ciò non puoi, gli altri più grandi adesca:Menagli in parte, ond’alcun mai non torni.Poi distingue i consiglj: alfin le dice:Per la fe, per la patria il tutto lice.
XXVII.
La bella Armida di sua forma altera,E de’ doni del sesso e dell’etate,L’impresa prende; e in su la prima seraParte, e tiene sol vie chiuse e celate:E ’n treccia, e ’n gonna femminile speraVincer popoli invitti, e schiere armate.Ma son del suo partir tra ’l volgo, ad arte,Diverse voci poi diffuse e sparte.
XXVIII.
Dopo non molti dì vien la DonzellaDove spiegate i Franchi avean le tende.All’apparir della beltà novellaNasce un bisbiglio, e ’l guardo ognun v’intende;Siccome là, dove cometa o stella,Non più vista di giorno, in ciel risplende:E traggon tutti per veder chi siaSì bella peregrina, e chi l’invia.
XXIX.
Argo non mai, non vide Cipro o Delo,D’abito o di beltà forme sì care.D’auro ha la chioma; ed or dal bianco veloTraluce involta, or discoperta appare.Così qualor si rasserena il cielo,Or da candida nube il Sol traspare;Or dalla nube uscendo, i raggj intornoPiù chiari spiega, e ne raddoppia il giorno.
XXX.
Fa nove crespe l’aura al crin disciolto,Che natura per se rincrespa in onde:Stassi l’avaro sguardo in se raccolto,E i tesori d’amore, e i suoi nasconde.Dolce color di rose in quel bel voltoFra l’avorio si sparge e si confonde:Ma nella bocca, ond’esce aura amorosa,Sola rosseggia, e semplice la rosa.
XXXI.
Mostra il bel petto le sue nevi ignude,Onde il foco d’amor si nutre e desta:Parte appar delle mamme acerbe e crude,Parte altrui ne ricopre invida vesta:Invida, ma s’agli occhj il varco chiude,L’amoroso pensier già non arresta;Chè non ben pago di bellezza esterna,Negli occulti secreti anco s’interna.
XXXII.
Come per acqua, o per cristallo interoTrapassa il raggio, e nol divide o parte;Per entro il chiuso manto osa il pensieroSì penetrar nella vietata parte:Ivi si spazia, ivi contempla il veroDi tante maraviglie a parte a parte:Poscia al desio le narra e le descrive,E ne fa le sue fiamme in lui più vive.
XXXIII.
Lodata passa, e vagheggiata Armida,Fra le cupide turbe, e se n’avvede.Nol mostra già, benchè in suo cor ne rida,E ne disegni alte vittorie e prede.Mentre sospesa alquanto, alcuna guidaChe la conduca al Capitan, richiede;Eustazio occorse a lei, che del sovranoPrincipe delle squadre era germano.
XXXIV.
Come al lume farfalla, ei si rivolseAllo splendor della beltà divina;E rimirar dappresso i lumi volse,Che dolcemente atto modesto inchina:E ne trasse gran fiamma, e la raccolse,Come da foco suole esca vicina:E disse verso lei, ch’audace e baldoIl fea degli anni e dell’amore il caldo:
XXXV.
Donna, se pur tal nome a te conviensi;Chè non somigli tu cosa terrena:Nè v’è figlia d’Adamo, in cui dispensiCotanto il ciel di sua luce serena:Chè da te si ricerca? e donde viensi?Qual tua ventura o nostra or quì ti mena?Fà ch’io sappia chi sei; fà ch’io non erriNell’onorarti, e s’è ragion, m’atterri.
XXXVI.
Risponde: Il tuo lodar troppo alto sale;Nè tanto in suso il merto nostro arriva:Cosa vedi, Signor, non pur mortale,Ma già morta ai diletti, al duol sol viva.Mia sciagura mi spinge in loco tale,Vergine peregrina e fuggitiva:Ricorro al pio Goffredo, e in lui confido;Tal va di sua bontade intorno il grido.
XXXVII.
Tu l’adito m’impetra al Capitano,S’hai, come pare, alma cortese e pia.Ed egli: è ben ragion ch’all’un germanoL’altro ti guidi, e intercessor ti sia.Vergine bella, non ricorri invano:Non è vile appo lui la grazia mia:Spender tutto potrai, come t’aggrada,Ciò che vaglia il suo scettro, o la mia spada.
XXXVIII.
Tace, e la guida ove tra i grandi eroiAllor dal volgo il pio Buglion s’invola.Essa inchinollo riverente, e poiVergognosetta non facea parola.Ma quei rossor, ma quei timori suoiRassicura il guerriero, e riconsola;Sicchè i pensati inganni alfine spiegaIn suon che di dolcezza i sensi lega.
XXXIX.
Principe invitto, disse, il cui gran nomeSen vola adorno di sì chiari fregj;Chè l’esser da te vinte, e in guerra domeRecansi a gloria le provincie e i Regi:Noto per tutto è il tuo valore, e comeSin dai nemici avvien che s’ami e pregi;Così anco i tuoi nemici affida, e invitaDi ricercarti, e d’impetrarne aita.
XL.
Ed io che nacqui in sì diversa fede,Che tu abbassasti, e ch’or d’opprimer tenti,Per te spero acquistar la nobil sede,E lo scettro regal de’ miei parenti:E s’altri aita ai suoi congiunti chiedeContra il furor delle straniere genti;Io, poichè ’n lor non ha pietà più loco,Contra il mio sangue il ferro ostíle invoco.
Essa inchinollo riverente, e poiVergognosetta non facea parola.
XLI.
Te chiamo, ed in te spero; e in quell’altezzaPuoi tu sol pormi, onde sospinta io fui.Nè la tua destra esser dee meno avvezzaDi sollevar, che d’atterrar altrui:Nè meno il vanto di pietà si prezza,Che ’l trionfar degli avversarj sui;E s’hai potuto a molti il regno torre,Fia gloria egual nel regno or me riporre.
XLII.
Ma se la nostra fe varia ti moveA disprezzar forse i miei preghi onesti,La fe ch’ho certa in tua pietà, mi giove:Nè dritto par ch’ella delusa resti.Testimon è quel Dio ch’a tutti è Giove,Ch’altrui più giusta aita unqua non desti.Ma perchè il tutto appieno intenda, or odiLe mie sventure insieme, e le altrui frodi.
XLIII.
Figlia i’ son d’Arbilan, che ’l regno tenneDel bel Damasco, e in minor sorte nacque:Ma la bella Cariclia in sposa ottenne,Cui farlo erede del suo imperio piacque.Costei col suo morir quasi prevenneIl nascer mio; chè in tempo estinta giacque,Ch’io fuori uscia dell’alvo: e fu il fataleGiorno ch’a lei diè morte, a me natale.
XLIV.
Ma il primo lustro appena era varcatoDal dì ch’ella spogliossi il mortal velo;Quando il mio genitor, cedendo al fato,Forse con lei si ricongiunse in Cielo:Di me cura lasciando e dello statoAl fratel ch’egli amò con tanto zelo;Chè se in petto mortal pietà risiede,Esser certo dovea della sua fede.
XLV.
Preso dunque di me questi il governo,Vago d’ogni mio ben si mostrò tanto,Che d’incorrotta fe, d’amor paterno,E d’immensa pietade ottenne il vanto.O che ’l maligno suo pensiero internoCelasse allor sotto contrario manto;O che sincere avesse ancor le voglie,Perch’al figliuol mi destinava in moglie.
XLVI.
Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai nè stileDi cavalier, nè nobil’arte apprese;Nulla di pellegrino o di gentileGli piacque mai, nè mai troppo alto intese:Sotto deforme aspetto animo vile,E in cor superbo avare voglie accese:Ruvido in atti, ed in costumi è tale,Ch’è sol ne’ vizj a se medesmo eguale.
XLVII.
Ora il mio buon custode ad uom sì degnoUnirmi in matrimonio in se prefisse;E farlo del mio letto e del mio regnoConsorte; e chiaro a me più volte il disse.Usò la lingua e l’arte, usò l’ingegno,Perchè ’l bramato effetto indi seguisse:Ma promessa da me non trasse mai;Anzi ritrosa ognor tacqui, o negai.
XLVIII.
Partissi alfin con un sembiante oscuro,Onde l’empio suo cor chiaro trasparve.E ben l’istoria del mio mal futuroLeggergli scritta in fronte allor mi parve;Quinci i notturni miei riposi furoTurbati ognor da strani sogni e larve:Ed un fatale orror nell’alma impresso,M’era presagio de’ miei danni espresso.
XLIX.
Spesso l’ombra materna a me s’offria,Pallida imago, e dolorosa in atto;Quanto diversa, oimè, da quel che priaVisto altrove il suo volto avea ritratto.Fuggi, figlia, dicea, morte sì riaChe ti sovrasta omai, partiti ratto.Già veggio il tosco e ’l ferro in tuo sol dannoApparecchiar dal perfido Tiranno.
L.
Ma che giovava, oimè, che del periglioVicino omai fosse presago il core;Se irresoluta in ritrovar consiglioLa mia tenera età rendea il timore?Prender fuggendo volontario esiglio,E ignuda uscir del patrio regno fuoreGrave era sì, ch’io fea minore stimaDi chiuder gli occhj, ove gli apersi in prima.
LI.
Temea, lassa, la morte, e non avea(Chi ’l crederia?) poi di fuggirla ardire;E scoprir la mia tema anco temea,Per non affrettar l’ore al mio morire.Così inquieta e torbida traeaLa vita in un continuo martíre;Qual uom ch’aspetti, che sul collo ignudoAd or ad or gli caggia il ferro crudo.
LII.
In tal mio stato, o fosse amica sorte,O ch’a peggio mi serbi il mio destino,Un de’ ministri della regia corte,Che ’l Re mio padre s’allevò bambino,Mi scoperse che ’l tempo alla mia morte,Dal Tiranno prescritto, era vicino;E ch’egli a quel crudele avea promessoDi porgermi il velen quel giorno stesso.
LIII.
E mi soggiunse poi, ch’ alla mia vita,Sol fuggendo, allungar poteva il corso;E poich’altronde io non sperava aita,Pronto offrì se medesmo al mio soccorso;E confortando mi rendè sì ardita,Che del timor non mi ritenne il morso;Sicch’io non disponessi, all’aer cieco,La patria e ’l zio fuggendo, andarne seco.
LIV.
Sorse la notte oltra l’usato oscura,Che sotto l’ombre amiche ne coperse:Talchè con due donzelle uscii sicura,Compagne elette alle fortune avverse.Ma pure indietro alle mie patrie muraLe luci io rivolgea di pianto asperse:Nè della vista del natío terrenoPotea, partendo, saziarle appieno.
LV.
Fea l’istesso cammin l’occhio, e ’l pensiero;E mal suo grado il piede innanzi giva:Siccome nave ch’improvviso e feroTurbine scioglia dall’amata riva.La notte andammo, e ’l dì seguente interoPer lochi ov’orma altrui non appariva.Ci ricovrammo in un castello alfine,Che siede del mio regno in sul confine.
LVI.
È d’Aronte il castel, (ch’Aronte fueQuel che mi trasse di periglio, e scorse)Ma poichè me fuggito aver le sueMortali insidie, il traditor, s’accorse;Acceso di furor contr’ambidue,Le sue colpe medesme in noi ritorse;Ed ambo fece rei di quell’eccesso,Che commetter in me volle egli stesso.
LVII.
Disse ch’Aronte i’ avea con doni spintoFra sue bevande a mescolar veneno;Per non aver, poi ch’egli fosse estinto,Chi legge mi prescriva, o tenga a freno:E ch’io seguendo un mio lascivo instinto,Volea raccormi a mille amanti in seno.Ahi, che fiamma dal Cielo anzi in me scenda,Santa Onestà, ch’io le tue leggi offenda!
LVIII.
Ch’avara fame d’oro, e sete insiemeDel mio sangue innocente il crudo avesse,Grave m’è si; ma via più il cor mi preme,Che ’l mio candido onor macchiar volesse.L’empio, che i popolari impeti teme,Così le sue menzogne adorna e tesse,Chè la città, del ver dubbia e sospesa,Sollevata non s’armi a mia difesa.
LIX.
Nè, perch’or sieda nel mio seggio, e ’n fronteGià gli risplenda la regal corona,Pone alcun fine a’ miei gran danni, all’onte;Sì la sua feritate oltre lo sprona.Arder minaccia entro ’l castello Aronte,Se di proprio voler non s’imprigiona;Ed a me, lassa, e insieme ai miei consortiGuerra annunzia non pur, ma strazj, e morti.
LX.
Ciò dice egli di far, perchè dal voltoCosì levarsi la vergogna crede;E ritornar nel grado, ond’io l’ho tolto,L’onor del sangue, e della regia sede.Ma il timor n’è cagion, chè non ritoltoGli sia lo scettro, ond’io son vera erede;Chè sol, s’io caggio, por fermo sostegno,Con le ruine mie, puote al suo regno.
LXI.
E ben quel fine avrà l’empio desire,Che già il Tiranno ha stabilito in mente;E saran nel mio sangue estinte l’ire,Che dal mio lagrimar non fiano spente,Se tu nol vieti: a te rifuggo, o Sire,Io misera fanciulla, orba, innocente:E questo pianto, ond’ho i tuoi piedi aspersi,Vagliami sì, che ’l sangue io poi non versi.
LXII.
Per questi piedi, onde i superbi e gli empjCalchi: per questa man che ’l dritto aita:Per l’alte tue vittorie, e per que’ tempjSacri, cui desti, e cui dar cerchi aita;Il mio desir, tu che puoi solo, adempi;E in un col regno a me serbi la vitaLa tua pietà; ma pietà nulla giove,S’anco te il dritto e la ragion non move.
LXIII.
Tu, cui concesse il Cielo, e dielti in fatoVoler il giusto, e poter ciò che vuoi;A me salvar la vita, a te lo stato(Chè tuo fia, s’io ’l ricovro) acquistar puoi.Fra numero sì grande a me sia datoDieci condur de’ tuoi più forti eroi:Ch’avendo i padri amici, e ’l popol fido,Bastan questi a ripormi entro al mio nido.
LXIV.
Anzi un de’ primi, alla cui fe commessaÈ la custodia di secreta porta,Promette aprirla, e nella reggia stessaPorci di notte tempo; e sol m’esortaCh’io da te cerchi alcuna aita; e in essa,Per picciola che sia, si riconfortaPiù che s’altronde avesse un grande stuolo:Tanto l’insegne estima, e ’l nome solo!
LXV.
Ciò detto tace, e la risposta attendeCon atto che, in silenzio, ha voce e preghi.Goffredo il dubbio cor volve e sospendeFra pensier varj, e non sa dove il pieghi.Teme i barbari inganni, e ben comprendeChe non è fede in uom ch’a Dio la neghi.Ma d’altra parte in lui pietoso affettoSi desta, che non dorme in nobil petto.
LXVI.
Nè pur l’usata sua pietà natíaVuol che costei della sua grazia degni,Ma il move utile ancor: ch’util gli fiaChe nell’imperio di Damasco regniChi, da lui dipendendo, apra la viaEd agevoli il corso ai suoi disegni;E genti, ed arme gli ministri, ed oroContra gli Egizj, e chi sarà con loro.
LXVII.
Mentre ei, così dubbioso, a terra voltoLo sguardo tiene, e ’l pensier volve e gira;La donna in lui s’affissa, e dal suo voltoIntenta pende, e gli atti osserva e mira:E perchè tarda, oltra ’l suo creder, moltoLa risposta, ne teme e ne sospira.Quegli la chiesta grazia al fin negolle:Ma diè risposta assai cortese e molle.
LXVIII.
Se in servigio di Dio, ch’a ciò n’elesse,Non s’impiegasser quì le nostre spade,Ben tua speme fondar potresti in esse,E soccorso trovar, non che pietade:Ma se queste sue gregge, e queste oppresseMura non torniam prima in libertade,Giusto non è, con iscemar le genti,Che di nostra vittoria il corso allenti.
LXIX.
Ben ti prometto, e tu per nobil pegnoMia fe ne prendi, e vivi in lei sicura;Che se mai sottrarremo al giogo indegnoQueste sacre, e dal Ciel dilette mura;Di ritornarti al tuo perduto regno,Come pietà n’esorta, avrem poi cura.Or mi farebbe la pietà men pio,S’anzi il suo dritto io non rendessi a Dio.
LXX.
A quel parlar chinò la donna, e fisseLe luci a terra, e stette immota alquanto:Poi sollevolle rugiadose, e disse,Accompagnando i flebil’atti al pianto:Misera! ed a qual’altra il Ciel prescrisseVita mai grave, ed immutabil tanto?Chè si cangia in altrui mente e natura,Pria che si cangi in me sorte sì dura.
LXXI.
Nulla speme più resta: invan mi doglio:Non han più forza in uman petto i preghi.Forse lece sperar che ’l mio cordoglio,Che te non mosse, il reo Tiranno pieghi?Nè già te d’inclemenza accusar voglio,Perchè ’l picciol soccorso a me si neghi;Ma il Cielo accuso, onde il mio mal discende,Che ’n te pietade innesorabil rende.
LXXII.
Non tu, Signor, nè tua bontade è tale;Ma ’l mio destino è che mi nega aita:Crudo destino, empio destin fatale,Uccidi omai questa odiosa vita.L’avermi priva, oimè, fu picciol maleDe’ dolci padri in loro età fiorita;Se non mi vedi ancor, del regno priva,Qual vittima al coltello andar cattiva.
LXXIII.
Chè poichè legge d’onestate, e zeloNon vuol che quì sì lungamente indugi,A cui ricorro intanto? ove mi celo?O quai contra il Tiranno avrò rifugj?Nessun loco sì chiuso è sotto il Cielo,Ch’a lor non s’apra: or perchè tanti indugj?Veggio la morte, e se ’l fuggirla è vano,Incontro a lei n’andrò con questa mano.
LXXIV.
Quì tacque; e parve ch’un regale sdegnoE generoso l’accendesse in vista:E ’l piè volgendo, di partir fea segno,Tutta negli atti dispettosa e trista.Il pianto si spargea senza ritegno,Com’ira suol produrlo a dolor mista:E le nascenti lagrime, a vederle,Erano a’ rai del Sol cristalli e perle.
LXXV.
Le guance asperse di que’ vivi umori,Che giù cadean sin della veste al lembo,Parean vermiglj insieme, e bianchi fiori;Se pur gl’irriga un rugiadoso nembo,Quando su l’apparir de’ primi albóriSpiegano all’aure liete il chiuso grembo:E l’alba che gli mira, e se n’appaga,D’adornarsene il crin diventa vaga.
LXXVI.
Ma il chiaro umor, che di sì spesse stilleLe belle gote e ’l seno adorno rende,Opra effetto di foco, il qual in millePetti serpe celato, e vi s’apprende.O miracol d’Amor, che le favilleTragge del pianto, e i cor nell’acqua accende!Sempre sovra natura egli ha possanza;Ma in virtù di costei se stesso avanza.
LXXVII.
Questo finto dolor da molti elíceLagrime vere, e i cor più duri spetra.Ciascun con lei s’affligge, e fra se dice:Se mercè da Goffredo or non impetra,Ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice,E ’l produsse in aspr’alpe orrida pietra,O l’onda che nel mar si frange e spuma:Crudel, che tal beltà turba e consuma.
LXXVIII.
Ma il giovinetto Eustazio, in cui la faceDi pietade e d’amore è più fervente,Mentre bisbiglia ciascun altro, e tace,Si tragge avanti, e parla audacemente:O germano e Signor, troppo tenaceDel suo primo proposto è la tua mente;Se al consenso comun che brama e prega,Arrendevole alquanto or non si piega.
LXXIX.
Non dico io già, che i Principi, che a curaSi stanno quì de’ popoli soggetti,Torcano il piè dalle oppugnate mura,E sian gli uficj lor da lor negletti:Ma fra noi che guerrier siam di ventura,Senza alcun proprio peso, e meno astrettiAlle leggi degli altri, elegger dieceDifensori del giusto a te ben lece.
LXXX.
Ch’al servigio di Dio già non si toglieL’uom ch’innocente vergine difende;Ed assai care al Ciel son quelle spoglie,Che d’ucciso tiranno altri gli appende.Quando dunque all’impresa or non m’invoglieQuell’util certo che da lei s’attende,Mi ci move il dover, ch’a dar tenutoÈ l’ordin nostro alle donzelle ajuto.
LXXXI.
Ah non sia ver, per Dio, che si ridicaIn Francia, o dove in pregio è cortesia,Che si fugga da noi rischio o faticaPer cagion così giusta, e così pia.Io per me quì depongo elmo e lorica:Quì mi scingo la spada, e più non fiaCh’adopri indegnamente arme o destriero,O ’l nome usurpi mai di cavaliero.
LXXXII.
Così favella, e seco in chiaro suonoTutto l’ordine suo concorde freme;E chiamando il consiglio utile e buono,Co’ preghi il Capitan circonda e preme.Cedo, egli disse allora, e vinto sonoAl concorso di tanti uniti insieme.Abbia, se parvi, il chiesto don costei,Dai vostri si, non dai consiglj miei.
LXXXIII.
Ma se Goffredo di credenza alquantoPur trova in voi, temprate i vostri affetti.Tanto sol disse; e basta lor ben tanto,Perchè ciascun quel ch’ei concede, accetti.Or chè non può di bella donna il pianto,Ed in lingua amorosa i dolci detti?Esce da vaghe labbra aurea catena,Che l’alme a suo voler prende ed affrena.
LXXXIV.
Eustazio lei richiama, e dice: omaiCessi, vaga donzella, il tuo dolore:Chè tal da noi soccorso in breve avrai,Qual par che più richiegga il tuo timore.Serenò allora i nubilosi raiArmida, e sì ridente apparve fuore,Ch’innamorò di sue bellezze il Cielo,Asciugandosi gli occhj col bel velo.
LXXXV.
Rendè lor poscia in dolci e care noteGrazie per l’alte grazie a lei concesse,Mostrando che sariano al mondo noteMai sempre, e sempre nel suo core impresse:E ciò che lingua esprimer ben non puote,Muta eloquenza ne’ suoi gesti espresse:E celò sì sotto mentito aspettoIl suo pensier, ch’altrui non diè sospetto.
LXXXVI.
Quinci vedendo che furtuna arrisoAl gran principio di sue frodi avea,Prima che ’l suo pensier le sia preciso,Dispon di trarre al fine opra sì rea;E far con gli atti dolci, e col bel viso,Più che con l’arti lor Circe o Medea;E in voce di Sirena, ai suoi concentiAddormentar le più svegliate menti.
LXXXVII.
Usa ogni arte la donna, onde sia coltoNella sua rete alcun novello amante:Nè con tutti, nè sempre un stesso voltoSerba; ma cangia a tempo atti e sembiante.Or tien pudíca il guardo in se raccolto;Or lo rivolge cupido e vagante.La sferza in quegli, il freno adopra in questi,Come lor vede in amar lenti o presti.
LXXXVIII.
Se scorge alcun che dal suo amor ritiriL’alma, e i pensier per diffidenza affrene;Gli apre un benigno riso, e in dolci giriVolge le luci in lui liete e serene:E così i pigri e timidi desiriSprona, ed affida la dubbiosa spene:Ed infiammando le amorose voglie,Sgombra quel gel che la paura accoglie.
LXXXIX.
Ad altri poi, ch’audace il segno varca,Scorto da cieco e temerario duce,De’ cari detti, e de’ begli occhj è parca,E in lui timore e riverenza induce:Ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca,Pur anco un raggio di pietà riluce;Sicch’altri teme ben, ma non dispera:E più s’invoglia, quanto appar più altera.
XC.
Stassi talvolta ella in disparte alquanto,E ’l volto e gli atti suoi compone e fingeQuasi dogliosa; e infin su gli occhj il piantoTragge sovente, e poi dentro il respinge.E con quest’arti a lagrimar intantoSeco mill’alme semplicette astringe;E in fuoco di pietà strali d’amoreTempra, onde pera a sì fort’arme il core.
XCI.
Poi, siccome ella a quei pensier s’invole,E novella speranza in lei si deste,Ver gli amanti il piè drizza, e le parole,E di gioja la fronte adorna e veste:E lampeggiar fa quasi un doppio Sole,Il chiaro sguardo, e ’l bel riso celesteSu le nebbie del duolo oscure e folte,Ch’avea lor prima intorno al petto accolte.
XCII.
Ma mentre dolce parla, e dolce ride,E di doppia dolcezza inebria i sensi;Quasi dal petto lor l’alma divide,Non prima usata a quei diletti immensi.Ahi crudo Amor, ch’egualmente n’ancideL’assenzio e ’l mel, che tu fra noi dispensi:E d’ogni tempo egualmente mortaliVengon da te le medicine e i mali.
XCIII.
Fra sì contrarie tempre, in ghiaccio e in foco,In riso e in pianto, e fra paura e spene,Inforsa ognun suo stato; e di lor gioco,L’ingannatrice donna, a prender viene.E s’alcun mai con suon tremante e fiocoOsa, parlando, d’accennar sue pene;Finge, quasi in amor rozza e inesperta,Non veder l’alma ne’ suoi detti aperta.
XCIV.
O pur le luci vergognose e chineTenendo, d’onestà s’orna e colora;Sicchè viene a celar le fresche brineSotto le rose, onde il bel viso infiora.Qual nell’ore più fresche e mattutineDel primo nascer suo veggiam l’aurora;E ’l rossor dello sdegno insieme n’esceCon la vergogna, e si confonde e mesce.
XCV.
Ma se prima negli atti ella s’accorgeD’uom che tenti scoprir le accese voglie,Or gli s’invola e fugge, ed or gli porgeModo onde parli, e in un tempo il ritoglie.Così il dì tutto in vano error lo scorge,Stanco e deluso poi di speme il toglie.Ei si riman, qual cacciator, ch’a seraPerda alfin l’orma di seguita fera.
XCVI.
Queste fur l’arti, onde mill’alme e millePrender furtivamente ella poteo;Anzi pur furon l’arme, onde rapilleEd, a forza, d’Amor serve le feo.Qual maraviglia or fia, se’l fero AchilleD’Amor fu preda, ed Ercole, e Teseo;S’ancor chi per Gesù la spada cinge,L’empio, ne’ laccj suoi talora stringe?
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