Gerusalemme liberata — Canto quattordicesimo
Intende in sogno il Capitan FranceseCome Dio vuol che si richiami all’osteIl buon Rinaldo: ond’egli poi corteseDe’ Principi risponde alle proposte.Ma Piero che già prima il tutto intese,I messi invia là dov’han cortese osteUn mago; il qual lor pria d’Armida scopreGli occulti inganni, indi gli ajuta all’opre.
Usciva omai dal molle e fresco gremboDella gran madre sua la notte oscura;Aure lievi portando, e largo nemboDi sua rugiada preziosa e pura:E scuotendo del vel l’umido lemboNe spargeva i fioretti e la verdura:E i venticelli, dibattendo l’ali,Lusingavano il sonno de’ mortali.
II.
Ed essi ogni pensier, che ’l dì conduce,Tuffato aveano in dolce oblio profondo.Ma vigilando nell’eterna luceSedeva al suo governo il Re del mondo:E rivolgea dal Cielo al Franco DuceLo sguardo favorevole e giocondo.Quinci a lui n’inviava un sogno cheto,Perchè gli rivelasse alto decreto.
III.
Non lunge all’auree porte ond’esce il Sole,È cristallina porta in OrienteChe, per costume, innanzi aprir si suoleChe si dischiuda l’uscio al dì nascente.Da questa escono i sogni, i quai Dio vuoleMandar per grazia a pura e casta mente.Da questa or quel ch’al pio Buglion discende,L’ali dorate inverso lui distende.
IV.
Nulla mai vision nel sonno offerseAltrui sì vaghe immagini o sì belle,Come ora questa a lui, la qual gli aperseI secreti del Cielo e delle stelle.Onde, siccome entro uno speglio, ei scerseCiò che là suso è veramente in elle.Pareagli esser traslato in un serenoCandido, e d’auree fiamme adorno e pieno.
V.
E mentre ammira in quell’eccelso locoL’ampiezza, i moti, i lumi, e l’armonia:Ecco, cinto di rai cinto di foco,Un cavaliero incontra a lui venia.E in suono, a lato a cui sarebbe rocoQual più dolce è qua giù, parlar l’udia:Goffredo, non m’accogli? e non ragioneAl fido amico? or non conosci Ugone?
VI.
Ed ei gli rispondea: quel nuovo aspettoChe par d’un Sol mirabilmente adorno,Dall’antica notizia il mio intellettoSviato ha sì, che tardi a lui ritorno.Gli stendea poi con dolce amico affettoTre fiate le braccia al collo intorno:E tre fiate invan cinta l’imagoFuggia, qual leve sogno od aer vago.
VII.
Sorridea quegli: e, non già come credi,Dicea, son cinto di terrena veste:Semplice forma, e nudo spirto vediQuì, cittadin della Città celeste.Questo è tempio di Dio: quì son le sediDe’ suoi guerrieri, e tu avrai loco in queste.Quando ciò fia? rispose; il mortal laccioSciolgasi omai, s’al restar quì m’è impaccio.
VIII.
Ben, replicogli Ugon, tosto raccoltoNella gloria sarai de’ trionfanti.Pur, militando, converrà che moltoSangue e sudor là giù tu versi innanti.Da te prima ai Pagani esser ritoltoDeve l’imperio de’ paesi santi:E stabilirsi in lor Cristiana reggia,In cui regnare il tuo fratel poi deggia.
IX.
Ma perchè più lo tuo desir s’avviveNell’amor di qua su, più fiso or miraQuesti lucidi alberghi e queste viveFiamme, che mente eterna informa e gira:E in angeliche tempre odi le diveSirene, e ’l suon di lor celeste lira.China (poi disse, e gli additò la terra)Gli occhj a ciò che quel globo ultimo serra.
X.
Quanto è vil la cagion ch’alla virtudeUmana è colà giù premio e contrasto!In che picciolo cerchio, e fra che nudeSolitudini è stretto il vostro fasto!Lei, come isola, il mare intorno chiude;E lui, ch’or Ocean chiamate or vasto,Nulla eguale a tai nomi ha in sè di magno;Ma è bassa palude, e breve stagno.
XI.
Così l’un disse; e l’altro in giuso i lumiVolse, quasi sdegnando, e ne sorrise;Chè vide un punto sol, mar, terre, e fiumi,Che quì pajon distinti in tante guise:Ed ammirò che pur all’ombre, ai fumi,La nostra folle umanità s’affise,Servo imperio cercando, e muta fama:Nè miri il Ciel che a se n’invita e chiama.
XII.
Onde rispose: poiche Dio non piaceDel mio carcer terreno anco disciorme;Prego che del cammin ch’è men fallaceFra gli errori del mondo or tu m’informe.È, replicogli Ugon, la via veraceQuesta che tieni: ondi non torcer l’orme.Sol che richiami dal lontano esiglioIl figliuol di Bertoldo, io ti consiglio.
XIII.
Perchè se l’alta provvidenza elesseTe dell’impresa sommo Capitano;Destinò insieme ch’egli esser dovesseDe’ tuoi consiglj esecutor soprano.A te le prime parti, a lui concesseSon le seconde: tu sei capo, ei manoDi questo campo: e sostener sua veceAltrui non puote, e farlo a te non lece.
XIV.
A lui sol di troncar non fia disdettoIl bosco che ha gl’incanti in sua difesa:E da lui il campo tuo che, per difettoDi gente, inabil sembra a tanta impresa,E par che sia di ritirarsi astretto,Prenderà maggior forza a nova impresa.E i rinforzati muri e d’OrienteSupererà l’esercito possente.
XV.
Tacque; e ’l Buglion rispose: o quanto gratoFora a me che tornasse il cavaliero!Voi, che vedete ogni pensier celato,Sapete s’amo lui, se dico il vero.Ma dì, con quai proposte, od in qual latoSi deve a lui mandarne il messaggiero?Vuoi ch’io preghi, o comandi? E come questoAtto sarà legittimo ed onesto?
XVI.
Allor ripigliò l’altro: il Rege eterno,Che te di tante somme grazie onora,Vuol che da quegli, onde ti diè il governo,Tu sia onorato e riverito ancora.Però non chieder tu (nè senza schernoForse del sommo imperio il chieder fora)Ma richiesto concedi, ed al perdonoScendi degli altrui preghi al primo suono.
XVII.
Guelfo ti pregherà (Dio sì l’inspira)Ch’assolva il fier garzon di quell’erroreIn cui trascorse per soverchio d’ira;Sicchè al campo egli torni, ed al suo onore:E bench’or lunge il giovine delira,E vaneggia nell’ozio e nell’amore;Non dubitar però che in pochi giorni,Opportuno al grand’uopo, ei non ritorni.
XVIII.
Chè ’l vostro Piero, a cui lo Ciel comparteL’alta notizia de’ secreti sui,Saprà drizzare i messaggieri in parteOve certe novelle avran di lui.E sarà lor dimostro il modo e l’arteDi liberarlo, e di condurlo a vui.Così alfin tutti i tuoi compagni errantiRidurrà il Ciel sotto i tuoi segni santi.
XIX.
Or chiuderò il mio dir con una breveConclusion che so ch’a te fia cara.Sarà il tuo sangue al suo commisto: e deveProgenie uscirne gloriosa e chiara.Quì tacque, e sparve come fumo leveAl vento, o nebbia al Sole arida e rara:E sgombrò il sonno, e gli lasciò nel pettoDi gioja e di stupor confuso affetto.
XX.
Apre allora le luci il pio Buglione,E nato vede e già cresciuto il giorno:Onde lascia i riposi, e sovrapponeL’arme alle membra faticose intorno.E poco stante a lui nel padiglioneVeniano i duci al solito soggiorno,Ove a consiglio siedono, e per usoCiò ch’altrove si fa, quivi è concluso.
XXI.
Quivi il buon Guelfo, che il novel pensieroInfuso avea nell’inspirata mente,Incominciando a ragionar primiero,Disse a Goffredo: o principe clemente,Perdono a chieder ne vegn’io, che in veroÈ perdon di peccato anco recente:Onde potrà parer, per avventura,Frettolosa dimanda ed immatura.
XXII.
Ma pensando che chiesto al pio GoffredoPer lo forte Rinaldo è tal perdono:E riguardando a me che in grazia il chiedo,Che vile affatto intercessor non sono;Agevolmente d’impetrar mi credoQuesto ch’a tutti fia giovevol dono.Deh consenti ch’ei rieda, e che, in ammendaDel fallo, in pro comune il sangue spenda.
XXIII.
E chi sarà, s’egli non è, quel forteCh’osi troncar le spaventose piante?Chi girà incontra ai rischj della morteCon più intrepido petto e più costante?Scuoter le mura, ed atterrar le porteVedrailo, e salir solo a tutti innante.Rendi al tuo campo omai rendi, per Dio,Lui ch’è sua alta speme e suo desio.
XXIV.
Rendi il nipote a me sì valoroso,E pronto esecutor rendi a te stesso:Nè soffrir ch’egli torpa in vil riposo;Ma rendi insieme la sua gloria ad esso.Segua il vessillo tuo vittorioso:Sia testimonio a sua virtù concesso:Faccia opre di se degne in chiara luce,E rimirando te maestro e duce.
XXV.
Così pregava; e ciascun altro i preghi,Con favorevol fremito, seguia.Onde Goffredo allor, quasi egli pieghiLa mente a cosa non pensata in pria,Come esser può, dicea, che grazia i’ neghiChe da voi si dimanda e si desia?Ceda il rigore: e sia ragione e leggeCiò che il consenso universale elegge.
XXVI.
Torni Rinaldo, e da quì innanzi affrenePiù moderato l’impeto dell’ire:E risponda con l’opre all’alta speneDi lui concetta, ed al comun desire.Ma il richiamarlo, o Guelfo, a te conviene:Frettoloso egli fia, credo, al venire.Tu scegli il messo, e tu l’indrizza dovePensi che ’l fero giovine si trove.
XXVII.
Tacque; e disse sorgendo il guerrier Dano:Esser io chieggio il messaggier che vada;Nè ricuso cammin dubbio o lontano,Per far il don dell’onorata spada.Questi è di cor fortissimo e di mano,Onde al buon Guelfo assai l’offerta aggrada.Vuol ch’ei sia l’un de’ messi, e che sia l’altroUbaldo, uom cauto, ed avveduto, e scaltro.
XXVIII.
Veduti Ubaldo, in giovinezza, e cerchiVarj costumi avea, varj paesi,Peregrinando dai più freddi cerchjDel nostro mondo agli Etiópi accesi:E com’uom che virtute e senno merchi,Le favelle, le usanze, e i riti appresi.Poscia, in matura età, da Guelfo accoltoFu tra’ compagni, e caro a lui fu molto.
XXIX.
A tai messaggj l’onorata curaDi richiamar l’alto campion si diede:E gl’indrizzava Guelfo a quelle muraTra cui Boemondo ha la sua regia sede;Chè per pubblica fama, e per sicuraOpinion ch’egli vi sia si crede.Ma ’l buon Romito che lor mal direttiConosce, entra fra loro, e tronca i detti;
XXX.
E dice: o cavalier, seguendo il gridoDella fallace opinion volgare,Duce seguite temerario e infidoChe vi fa gire indarno, e traviare.Or d’Ascalona nel propinquo lidoItene, dove un fiume entra nel mare.Quivi fia che v’appaja uom nostro amico;Credete a lui: ciò ch’ei diravvi, io ’l dico.
XXXI.
Ei molto per se vede; e molto inteseDel preveduto vostro alto viaggio,Già gran tempo ha, da me: so che corteseAltrettanto vi fia quanto egli è saggio.Così lor disse; e più da lui non chieseCarlo, o l’altro che seco iva messaggio;Ma furo ubbidienti alle paroleChe spirito divin dettar gli suole.
XXXII.
Preser commiato, e sì il desio gli spronaChe, senza indugio alcun posti in cammino,Drizzaro il lor corso ad Ascalona,Dove ai lidi si frange il mar vicino.E non udian ancor come risuonaIl roco ed alto fremito marino,Quando giunsero a un fiume, il qual di nuovaAcqua accresciuto è per novella piova;
XXXIII.
Sicchè non può capir dentro al suo letto,E sen va più che stral corrente e presto.Mentre essi stan sospesi, a lor, d’aspettoVenerabile, appare un vecchio onestoCoronato di faggio, in lungo e schiettoVestir che di lin candido è contesto:Scuote questi una verga, e il fiume calcaCo’ piedi asciutti, e contra il corso il valca.
XXXIV.
Siccome soglion là vicino al polo,S’avvien che ’l verno i fiumi agghiacci e indure,Correr sul Ren le villanelle a stuoloCon lunghi striscj, e sdrucciolar sicure,Tal ei ne vien sovra l’instabil suoloDi queste acque non gelide e non dure:E tosto colà giunse, onde in lui fisseTenean le luci i due guerrieri, e disse:
XXXV.
Amici, dura e faticosa inchiestaSeguite: e d’uopo è ben ch’altri vi guidi;Chè il cercato guerrier lunge è da questaTerra in paesi inospiti ed infidi.Quanto, o quanto dell’opra anco vi resta!Quanti mar correrete, e quanti lidi!E convien che si stenda il cercar vostroOltre i confini ancor del mondo nostro.
XXXVI.
Ma non vi spiaccia entrar nelle nascoseSpelonche ov’ho la mia secreta sede:Chè ivi udrete da me non lievi cose,E ciò ch’a voi saper più si richiede.Disse; e che lor dia loco all’acqua impose;Ed ella tosto si ritira e cede:E quinci e quindi, di montagna in guisa,Curvata pende, e in mezzo appar divisa.
XXXVII.
Ei, presigli per man, nelle più interneProfondità sotto quel rio lor mena.Debile e incerta luce ivi si scerne,Qual tra’ boschi di Cintia ancor non piena:Ma pur gravide d’acque ampie caverneVeggiono, onde tra noi sorge ogni vena,La qual zampilli in fonte, o in fiume vagoDiscorra, o stagni, o si dilati in lago.
XXXVIII.
E veder ponno onde il Po nasca, ed ondeIdaspe, Gange, Eufrate, Istro derivi:Onde esca pria la Tana: e non ascondeGli occulti suoi principj il Nilo quivi.Trovano un rio più sotto, il qual diffondeVivaci zolfi, e vaghi argenti e vivi.Questi il Sol poi raffina, e il licor molleStringe in candide masse, e in auree zolle.
XXXIX.
E miran d’ogni intorno al ricco fiumeDi care pietre il margine dipinto;Onde, come a più fiaccole s’allume,Splende quel loco, e ’l fosco orror n’è vinto.Quivi scintilla con ceruleo lumeIl celeste zaffiro, ed il giacinto:Vi fiammeggia il carbonchio, e luce il saldoDiamante, e lieto ride il bel smeraldo.
XL.
Stupidi i Guerrier vanno, e nelle noveCose sì tutto il lor pensier s’impiega,Che non fanno alcun motto; alfin pur moveLa voce Ubaldo, e la sua scorta prega:Deh, Padre, dinne ove noi siamo: ed oveCi guidi: e tua condizion ne spiega;Ch’io non so se ’l ver miri, o sogno od ombra;Così alto stupore il cor m’ingombra.
XLI.
Risponde: sete voi nel grembo immensoDella terra che tutto in se produce.Nè già potreste penetrar nel densoDelle viscere sue senza me duce.Vi scorgo al mio palagio, il qual accensoTosto vedrete di mirabil luce.Nacqui io Pagan; ma poi nelle sante acqueRigenerarmi a Dio per grazia piacque.
XLII.
Nè in virtù fatte son d’Angioli stigjL’opere mie maravigliose e conte.Tolga Dio ch’usi note o suffumigj,Per isforzar Cocíto, o Flegetonte.Ma spiando men vo da’ lor vestigjQual’ in sè virtù celi o l’erba, o ’l fonte:E gli altri arcani di Natura ignotiContemplo, e delle stelle i varj moti.
XLIII.
Perocchè non ognor lunge dal CieloTra sotterranei chiostri è la mia stanza;Ma sul Libano spesso, e sul CarmeloIn aerea magion fo dimoranza.Ivi spiegansi a me, senza alcun velo,Venere e Marte in ogni lor sembianza:E veggio come ogni altra o presto o tardiRoti: o benigna o minaccevol guardi.
XLIV.
E sotto i piè mi veggio or folte or radeLe nubi, or negre ed or pinte da Iri:E generar le piogge e le rugiadeRisguardo: e come il vento obliquo spiri:Come il folgor s’infiammi: e per quai stradeTortuose, in giù spinto, ei si raggiri:Scorgo comete, e fochi altri sì presso,Ch’io soleva invaghir già di me stesso.
XLV.
Di me medesmo fui pago cotanto,Ch’io stimai già che il mio saper misuraCerta fosse e infallibile di quantoPuò far l’alto fattor della Natura.Ma quando il vostro Piero al fiume santoM’asperse il crine, e lavò l’alma impura,Drizzò più su il mio guardo, e ’l fece accorto;Ch’ei per se stesso è tenebroso e corto.
XLVI.
Conobbi allor ch’augel notturno al SoleÈ nostra mente ai rai del primo vero:E di me stesso risi e delle foleChe già cotanto insuperbir mi fero.Ma pur seguito ancor, come egli vuole,Le solite arti, e l’uso mio primiero.Ben sono in parte altr’uom da quel ch’io fui:Ch’or da lui pendo, e mi rivolgo a lui;
XLVII.
E in lui m’acqueto; egli comanda e insegna,Mastro insieme e signor sommo e sovrano:Nè già per nostro mezzo oprar disdegnaCose degne talor della sua mano.Or sarà cura mia ch’al campo vegnaL’invitto eroe dal suo carcer lontano;Ch’ei la m’impose, e già gran tempo aspettoIl venir vostro, a me per lui predetto.
XLVIII.
Così con lor parlando al loco vieneOv’egli ha il suo soggiorno e ’l suo riposo.Questo è in forma di speco, e in se contieneCamare e sale, grande e spazioso.E ciò che nudre entro le ricche veneDi più chiaro la terra e prezioso,Splende ivi tutto: ed ei n’è in guisa ornato,Ch’ogni suo fregio è non fatto, ma nato.
XLIX.
Non mancar quì cento ministri e centoChe accorti e pronti a servir gli osti foro.Nè poi in mensa magnifica d’argentoMancar gran vasi, e di cristallo, e d’oro.Ma quando sazio il natural talentoFu de’ cibi, e la sete estinta in loro:Tempo è ben, disse ai cavalieri il mago,Che il maggior desir vostro omai sia pago.
L.
Quivi ricominciò: l’opre e le frodiNote in parte a voi son dell’empia Armida:Come ella al campo venne, e con quai modiMolti guerrier ne trasse, e lor fu guida.Sapete ancor che di tenaci nodiGli avvinse poscia, albergatrice infida:E ch’indi a Gaza gl’inviò con moltiCustodi, e che tra via furon disciolti.
LI.
Or vi narrerò quel ch’appresso occorse;Vera istoria, da voi non anco intesa.Poichè la maga rea vide ritorseLa preda sua, già con tant’arte presa,Ambe le mani per dolor si morse;E fra se disse, di disdegno accesa:Ah vero unqua non fia, che d’aver tantiMiei prigion liberati egli si vanti:
LII.
Se gli altri sciolse, ei serva, ed ei sostegnaLe pene altrui serbate, e ’l lungo affanno.Nè questo anco mi basta; i’ vuò che vegnaSugli altri tutti universale il danno.Così tra se dicendo, ordir disegnaQuesto, ch’or udirete, iniquo inganno.Viensene al loco ove Rinaldo vinseIn pugna i suoi guerrieri, e parte estinse.
LIII.
Quivi egli avendo l’arme sue deposto,Indosso quelle d’un Pagan si pose:Forse perchè bramava irsene ascostoSotto insegne men note e men famose.Prese l’armi la maga, e in esse tostoUn tronco busto avvolse, e poi l’espose:L’espose in riva a un fiume, ove dovevaStuol de’ Franchi arrivare; e ’l prevedeva.
LIV.
E questo antiveder potea ben ella,Che mandar mille spie solea d’intorno;Onde spesso del campo avea novella,E s’altri indi partiva, o fea ritorno;Oltrechè con gli spirti anco favellaSovente, e fa con lor lungo soggiorno.Collocò dunque il corpo morto in parteMolto opportuna a sua ingannevol’arte.
LV.
Non lunge un sagacissimo vallettoPose, di panni pastorai vestito:E impose lui ciò ch’esser fatto o dettoFintamente doveva; e fu eseguito.Questi parlò co’ vostri, e di sospettoSparse quel seme in lor, ch’indi nutritoFruttò risse e discordie, e quasi alfineSediziose guerre e cittadine.
LVI.
Che fu, com’ella disegnò, credutoPer opra del Buglion Rinaldo ucciso:Benchè alfine il sospetto, a torto avuto,Del ver si dileguasse al primo avviso.Cotal d’Armida l’artificio astutoPrimieramente fu qual io diviso.Or udirete ancor come seguissePoscia Rinaldo, e quel ch’indi avvenisse.
LVII.
Qual cauta cacciatrice Armida aspettaRinaldo al varco: ei sull’Oronte giunge,Ove un rio si dirama, e, un’isolettaFormando, tosto a lui si ricongiunge:E in su la riva una colonna erettaVede, e un picciol battello indi non lunge.Fissa egli tosto gli occhj al bel lavoroDel bianco marmo, e legge in lettre d’oro:
LVIII.
O chiunque tu sia, che voglia o casoPeregrinando adduce a queste sponde;Maraviglia maggior l’orto o l’occasoNon ha di ciò che l’isoletta asconde.Passa, se vuoi vederla: è persuasoTosto l’incauto a girne oltra quell’onde.E perchè mal capace era la barca,Gli scudieri abbandona, ed ei sol varca.
LIX.
Come è là giunto, cupido e vaganteVolge intorno lo sguardo, e nulla vede,Fuorch’antri, ed acque, e fiori, ed erbe, e piante;Onde quasi schernito esser si crede.Ma pur quel loco è così lieto, e in tanteGuise l’alletta, ch’ei si ferma e siedeE disarma la fronte, e la ristauraAl soave spirar di placid’aura.
LX.
Il fiume gorgogliar frattanto udíoCon nuovo suono, e là con gli occhj corse;E muover vide un’onda in mezzo al rioChe in se stessa si volse, e si ritorse:E quinci alquanto d’un crin biondo uscío,E quinci di donzella un volto sorse,E quinci il petto, e le mammelle, e de laSua forma infin dove vergogna cela.
LXI.
Così dal palco di notturna scenaO Ninfa o Dea tarda sorgendo appare.Questa, benchè non sia vera SirenaMa sia magica larva, una ben pareDi quelle che già presso alla TirrenaPiaggia abitar l’insidioso mare:Nè men ch’in viso bella, in suono è dolce:E così canta, e ’l Cielo e l’aure molce.
LXII.
O giovinetti, mentre Aprile e MaggioV’ammantan di fiorite e verdi spoglie;Di gloria e di virtù fallace raggioLa tenerella mente ah non v’invoglie.Solo chi segue ciò che piace è saggio,E in sua stagion degli anni il frutto coglie;Questo grida natura: or dunque voiIndurerete l’alma ai detti suoi?
LXIII.
Folli, perchè gettate il caro dono,Che breve è sì, di vostra età novella?Nomi senza soggetto, idoli sonoCiò che pregio e valore il mondo appella.La fama che invaghisce a un dolce suonoVoi superbi mortali, e par sì bella,È un Eco, un sogno, anzi del sogno un’ombraCh’ad ogni vento si dilegua e sgombra.
LXIV.
Goda il corpo sicuro, e in lieti oggettiL’alma tranquilla appaghi i sensi frali:Oblii le noje andate, e non affrettiLe sue miserie in aspettando i mali.Nulla curi, se ’l Ciel tuoni o saetti:Minacci egli a sua voglia, e infiammi strali.Questo è saper, questa è felice vita:Sì l’insegna natura, e sì l’addita.
LXV.
Sì canta l’empia; e ’l giovinetto al sonnoCon note invoglia sì soavi e scorte.Quel serpe a poco a poco, e si fa donnoSovra i sensi di lui possente e forte.Nè i tuoni omai destar, non ch’altri, il ponnoDa quella queta immagine di morte.Esce d’aguato allor la falsa maga,E gli va sopra, di vendetta vaga.
LXVI.
Ma quando in lui fissò lo sguardo, e videCome placido in vista egli respira:E ne’ begli occhj un dolce atto che ride,Benchè sian chiusi, (or che fia s’ei gli gira?)Pria s’arresta sospesa: e gli s’assidePoscia vicina, e placar sente ogn’iraMentre il risguarda: e in su la vaga frontePende omai sì, che par Narciso al fonte.
LXVII.
E quei ch’ivi sorgean vivi sudoriAccoglie lievemente in un suo velo:E, con un dolce ventilar, gli ardoriGli va temprando dell’estivo Cielo.Così (chi ’l crederia?) sopíti ardoriD’occhj nascosi distemprar quel geloChe s’indurava al cor più che diamante,E di nemica ella divenne amante.
LXVIII.
Di ligustri, di giglj, e delle roseLe quai fiorian per quelle piaggie amene,Con nov’arte congiunte, indi composeLente ma tenacissime catene.Queste al collo, alle braccia, ai piè gli pose:Così l’avvinse, e così preso il tiene:Quinci, mentre egli dorme, il fa riporreSovra un suo carro, e ratta il Ciel trascorre.
LXIX.
Nè già ritorna di Damasco al regno,Nè dove ha il suo castello in mezzo all’onde;Ma, ingelosita di sì caro pegnoE vergognosa del suo amor, s’ascondeNell’Oceano immenso, ove alcun legnoRado o non mai va dalle nostre sponde,Fuor tutti i nostri lidi: e quivi elettaPer solinga sua stanza è un’isoletta.
LXX.
Un’isoletta la qual nome prende,Con le vicine sue, dalla Fortuna.Quinci ella in cima a una montagna ascendeDisabitata, e d’ombre oscura e bruna.E per incanto a lei nevose rendeLe spalle, e i fianchi: e senza neve alcunaGli lascia il capo verdeggiante e vago:E vi fonda un palagio appresso un lago;
LXXI.
Ove, in perpetuo April, molle amorosaVita seco ne mena il suo diletto.Or da così lontana e così ascosaPrigion trar voi dovete il giovinetto:E vincer della timida e gelosaLe guardie, ond’è difeso il monte e ’l tetto.E già non mancherà chi là vi scorga,E chi per l’alta impresa arme vi porga.
LXXII.
Troverete, del fiume appena sorti,Donna giovin di viso, antica d’anni:Ch’ai lunghi crini in su la fronte attortiFia nota, ed al color vario de’ panni.Questa per l’alto mar fia che vi portiPiù ratta che non spiega aquila i vanni,Più che non vola il folgore: nè guidaLa troverete al ritornar men fida.
LXXIII.
A piè del monte, ove la maga alberga,Sibilando strisciar novi Pitoni,E cinghiali arricciar l’aspre lor terga,Ed aprir la gran bocca orsi e leoniVedrete; ma scuotendo una mia verga,Temeranno appressarsi ove ella suoni.Poi via maggior (se dritto il ver s’estima)Troverete il periglio in su la cima.
LXXIV.
Un fonte sorge in lei che vaghe e mondeHa l’acque sì, che i riguardanti asseta;Ma dentro ai freddi suoi cristalli ascondeDi tosco estran malvagità secreta;Chè un picciol sorso di sue lucide ondeInebria l’alma tosto, e la fa lieta:Indi a rider uom muove, e tanto il risoS’avanza alfin, ch’ei ne rimane ucciso.
LXXV.
Lunge la bocca disdegnosa e schivaTorcete voi dall’acque empie omicideNè le vivande poste in verde rivaV’allettin poi, nè le donzelle infide:Chè voce avran piacevole e lasciva,E dolce aspetto che lusinga e ride.Ma voi, gli sguardi e le parole accorteSprezzando, entrate pur nelle alte porte.
LXXVI.
Dentro è di muri inestricabil cinto,Che mille torce in se confusi giri:Ma in breve foglio io ve ’l darò distintoSì che nessun error fia che v’aggiri.Siede in mezzo un giardin del laberinto,Che par che da ogni fronde amore spiri.Quivi in grembo alla verde erba novellaGiacerà il cavaliero e la donzella.
LXXVII.
Ma come essa, lasciando il caro amante,In altra parte il piede avrà rivolto;Vuò ch’a lui vi scopriate, e d’adamanteUn scudo, ch’io darò, gli alziate al volto;Sicch’egli vi si specchi, e ’l suo sembianteVeggia, e l’abito molle onde fu involto:Chè a tal vista potrà vergogna e sdegnoScacciar dal petto suo l’amor indegno.
LXXVIII.
Altro che dirvi omai nulla m’avanza,Se non ch’assai sicuri ir ne potrete,E penetrar dell’intricata stanzaNelle più interne parti e più secrete:Perchè non fia che magica possanzaA voi ritardi il corso, o ’l passo viete:Nè potrà pur (cotal virtù vi guida!)Il giunger vostro antiveder Armida.
LXXIX.
Nè men sicura dagli alberghi suoiL’uscita vi sarà poscia e ’l ritorno.Ma giunge omai l’ora del sonno, e voiSorger diman dovete a par col giorno.Così lor disse; e gli menò dipoiOve essi avean la notte a far soggiorno.Ivi lasciando lor lieti e pensosi,Si ritrasse il buon vecchio a’ suoi riposi.
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