Gerusalemme liberata — Canto quindicesimo
Dal Mago instrutti, i duo guerrier sen vannoDove il pino fatal gli attende in porto:Spiegan la vela, e pria del gran TirannoD’Egitto i legni e l’apparecchio han scorto:Poi tale il vento, e tale il nocchiero hanno,Che ben lungo viaggio estiman corto.All’Isola remota alfine spinti,Da lor le forze sono e i vezzi vinti.
Già richiamava il bel nascente raggioAll’opre ogni animal che in terra alberga;Quando venendo ai due guerrieri il SaggioPortò il foglio, e lo scudo, e l’aurea verga.Accingetevi, disse, al gran viaggioPrima che ’l dì, che spunta omai, più s’erga.Eccovi quì quanto ho promesso, e quantoPuò della maga superar l’incanto.
II.
Erano essi già sorti, e l’arme intornoAlle robuste membra avean già messe:Onde, per vie che non rischiara il giorno,Tosto seguono il vecchio; e son l’istesseVestigia ricalcate, or nel ritorno,Che furon prima nel venire impresse.Ma giunti al letto del suo fiume: amici,Io v’accommiato, ei disse; ite felici.
III.
Gli accoglie il rio nell’alto seno, e l’ondaSoavemente in su gli spinge e portaCome suole innalzar leggiera fronda,La qual da violenza in giù fu torta:E poi gli espon sovra la molle sponda:Quinci mirar la già promessa scorta.Vider picciola nave, e in poppa quella,Che guidar gli dovea, fatal donzella.
IV.
Crinita fronte essa dimostra, e cigliaCortesi e favorevoli e tranquille:E nel sembiante agli Angioli somiglia;Tanta luce ivi par ch’arda e sfaville!La sua gonna or azzurra, ed or vermigliaDiresti, e si colora in guise mille:Sicch’uom sempre diversa a se la vede,Quantunque volte a riguardarla riede.
V.
Così piuma talor, che di gentileAmorosa colomba il collo cinge,Mai non si scorge a se stessa simíle;Ma in diversi colori al Sol si tinge.Or d’accesi rubin sembra un moníle:Or di verdi smeraldi il lume finge:Or insieme gli mesce: e varia e vaga,In cento modi, i riguardanti appaga.
VI.
Entrate, dice, o fortunati, in questaNave ond’io l’Ocean, sicura, varco:Cui destro è ciascun vento, ogni tempestaTranquilla, e lieve ogni gravoso incarco.Per ministra e per duce or mi v’apprestaIl mio signor, del favor suo non parco.Così parlò la donna; e più vicinoFece poscia alla sponda il curvo pino.
VII.
Come la nobil coppia ha in quel raccolta,Spinge la ripa, e gli rallenta il morso:Ed avendo la vela all’aure sciolta,Ella siede al governo, e regge il corso.Gonfio il torrente è sì ch’a questa voltaI naviglj portar ben può sul dorso;Ma questo è sì leggier, che ’l sosterrebbeQual altro rio per novo umor men crebbe.
VIII.
Veloce sovra il natural costumeSpingon la vela in verso il lido i venti.Biancheggian l’acque di canute spume,E rotte dietro mormorar le senti.Ecco giungono omai là dove il fiumeQueta, in letto maggior, l’onde correnti:E nell’ampie voragini del mareDisperso, o divien nulla o nulla appare.
IX.
Appena ha tocco la mirabil naveDella marina, allor turbata, il lembo;Che spariscon le nubi, e cessa il graveNoto che minacciava oscuro nembo.Spiana i monti dell’onde aura soave,E solo increspa il bel ceruleo grembo:E d’un dolce seren diffuso rideIl Ciel, che sè più chiaro unqua non vide.
X.
Trascorse oltre Ascalona, ed a mancinaAndò la navicella inver Ponente.E tosto a Gaza si trovò vicina,Che fu porto di Gaza anticamente.Ma poi, crescendo dell’altrui rovina,Città divenne assai grande e possente:Ed eranvi le piagge allor ripieneQuasi d’uomini sì come d’arene.
XI.
Volgendo il guardo a terra, i navigantiScorgean di tende numero infinito.Miravan cavalier, miravan fantiIre e tornar dalla cittade al lito:E da cammeli onusti, e da elefantiL’arenoso sentier calpesto e trito:Poi del porto vedean ne’ fondi caviSorte, e legate all’ancore le navi;
XII.
Altre spiegar le vele, e ne vedienoAltre i remi trattar veloci e snelle:E da essi e da’ rostri il molle senoSpumar percosso in queste parti e in quelle.Disse la donna allor: benchè ripienoIl lido e ’l mar sia delle genti felle;Non ha insieme però le schiere tutteIl potente Tiranno anco ridutte.
XIII.
Sol dal regno d’Egitto, e dal contornoRaccolte ha queste; or le lontane attende:Chè verso l’Oriente e ’l Mezzo giornoIl vasto imperio suo molto si stende.Sicchè sper’io che prima assai ritornoFatto avrem noi, che mova egli le tende:Egli, o quel che in sua vece esser sopranoDell’esercito suo de’ capitano.
XIV.
Mentre ciò dice, come aquila suoleTra gli altri augelli trapassar sicura,E sorvolando ir tanto appresso il SoleChe nulla vista più la raffigura;Così la nave sua sembra che voleTra legno e legno: e non ha tema o curaChe vi sia chi l’arresti, o chi la segua:E da lor s’allontana, e si dilegua.
XV.
E in un momento incontra Raffia arriva,Città la qual in Siria appar primieraA chi d’Egitto muove: indi alla rivaSterilissima vien di Rinocera.Non lunge un monte poi le si scopriva,Che sporge sovra ’l mar la chioma altera,E i piè si lava nelle instabili onde,E l’ossa di Pompeo nel grembo asconde.
XVI.
Poi Damiata scopre: e come porteAl mar tributo di celesti umoriPer sette il Nilo sue famose porte,E per cento altre ancor foci minori.E naviga oltre la Città dal forteGreco fondata ai Greci abitatori:Ed oltra Faro, isola già che lungeGiacque dal lido, al lido or si congiunge.
XVII.
Rodi e Creta lontane inverso ’l poloNon scerne; e pur lungo Africa sen viene,Sul mar culta e ferace: addentro soloFertil di mostri, e d’infeconde arene.La Marmarica rade: e rade il suoloDove cinque Cittadi ebbe Cirene:Qui Tolomita, e poi con l’onde cheteSorger si mira il favoloso Lete.
XVIII.
La maggior Sirte a’ naviganti infesta,Trattasi in alto, inver le piaggie lassa.E ’l capo di Giudeca indietro resta:E la foce di Magra indi trapassa.Tripoli appar sul lido, e in contra a questaGiace Malta fra l’onde occulta e bassa:E poi riman con l’altre Sirti a tergoAlzerbe, già de’ Lotofagi albergo.
XIX.
Nel curvo lido poi Tunisi vede,Che ha d’ambo i lati del suo golfo un monte:Tunisi ricca ed onorata sedeA par di quante n’ha Libia più conte.A lui di costa la Sicilia siede,Ed il gran Lilibeo gl’innalza a fronte.Or quinci addita la donzella, ai dueGuerrieri, il loco ove Cartagin fue.
XX.
Giace l’alta Cartago; appena i segniDell’alte sue ruine il lido serba.Muojono le Città, muojono i regni:Copre i fasti e le pompe arena ed erba:E l’uom d’esser mortal par che si sdegni:O nostra mente cupida e superba!Giungon quinci a Biserta, e più lontanoHan l’isola de’ Sardi all’altra mano.
XXI.
Trascorser poi le piaggie ove i NumidiMenar già vita pastorale erranti.Trovar Bugia, ed Algieri, infami nidiDi corsari: ed Oran trovar più innanti.E costeggiar di Tingitana i lidi,Nutrice di leoni e d’elefanti:Ch’or di Marocco è il regno, e quel di Fessa:E varcar la Granata incontro ad essa.
XXII.
Son già là dove il mar fra terra inonda,Per via ch’esser d’Alcide opra si finse.E forse è ver ch’una continua spondaFosse, ch’alta ruina in due distinse.Passovvi a forza l’Oceano: e l’ondaAbila quinci, e quindi Calpe spinse.Spagna e Libia partío con foce angusta;Tanto mutar può lunga età vetusta!
XXIII.
Quattro volte era apparso il Sol nell’Orto,Dacchè la nave si spiccò dal lito:Nè mai (ch’uopo non fu) s’accolse in porto,E tanto del cammino ha già fornito.Or entra nello stretto, e passa il cortoVarco, e s’ingolfa in pelago infinito.Se il mar quì è tanto, ove il terreno il serra,Che fia colà dov’egli ha in sen la terra?
XXIV.
Più non si mostra omai tra gli alti fluttiLa fertil Gade, e l’altre due vicine.Fuggite son le terre, e i lidi tutti:Dell’onda il Ciel, del Ciel l’onda è confine.Diceva Ubaldo allor: tu che conduttiN’hai, donna, in questo mar che non ha fine;Dì, s’altri mai quì giunse: e se più innanteNel mondo, ove corriamo, have abitante.
XXV.
Risponde: Ercole poich’uccisi i mostriEbbe di Libia, e del paese Ispano:E tutti scorsi, e vinti i lidi vostri,Non osò di tentar l’alto Oceáno.Segnò le mete, e in troppo brevi chiostriL’ardir ristrinse dell’ingegno umano.Ma quei segni sprezzò ch’egli prescrisse,Di veder vago e di sapere, Ulisse.
XXVI.
Ei passò le colonne, e per l’apertoMare spiegò de’ remi il volo audace:Ma non giovogli esser nell’onde esperto,Perchè inghiottillo l’Ocean vorace:E giacque col suo corpo anco copertoIl suo gran caso, ch’or tra voi si tace.S’altri vi fu da’ venti a forza spinto,O non tornonne, o vi rimase estinto.
XXVII.
Sicchè ignoto è il gran mar che solchi: ignoteIsole mille e mille regni asconde,Nè già d’abitator le terre han vote;Ma son come le vostre anco feconde.Son esse atte al produr: nè steril puoteEsser quella virtù che ’l Sol v’infonde.Ripiglia Ubaldo allor: del mondo occulto,Dimmi, quai son le leggi e quale il culto.
XXVIII.
Gli soggiunse colei: diverse bandeDiversi han riti, ed abiti e favelle.Altri adora le belve: altri la grandeComune madre: il Sole altri e le stelle.V’è chi d’abbominevoli vivandeLe mense ingombra scellerate e felle.E in somma ognun, che in qua da Calpe siede,Barbaro è di costumi, empio di fede.
XXIX.
Dunque (a lei replicava il cavaliero)Quel Dio che scese a illuminar le carte,Vuole ogni raggio ricoprir del veroA questa che del mondo è sì gran parte?No, rispose ella, anzi la fe di PieroFiavi introdotta, ed ogni civil’ arte.Nè già sempre sarà che la via lungaQuesti da’ vostri popoli disgiunga.
XXX.
Tempo verrà che fian d’Ercole i segniFavola vile ai naviganti industri:E i mar riposti, or senza nome, e i regniIgnoti, ancor tra voi saranno illustri.Fia che il più ardito allor di tutti i legniQuanto circonda il mar circondi e lustri.E la terra misuri, immensa mole,Vittorioso ed emulo del Sole.
XXXI.
Un uom della Liguria avrà ardimentoAll’incognito corso esporsi in prima,Nè ’l minaccevol fremito del vento,Nè l’inospito mar, nè ’l dubbio clima,Nè s’altro di periglio, o di spaventoPiù grave e formidabile or si stima;Faran che il generoso, entro ai divietiD’Abila angusti, l’alta mente accheti.
XXXII.
Tu spiegherai, Colombo, a un nuovo poloLontane sì le fortunate antenne,Ch’appena seguirà con gli occhj il voloLa Fama, c’ha mille occhj e mille penne.Canti ella Alcide e Bacco, e di te soloBasti a’ posteri tuoi ch’alquanto accenne:Chè quel poco darà lunga memoriaDi poema degnissima e d’istoria.
XXXIII.
Così dice ella; e per le ondose stradeCorre al Ponente, e piega al Mezzogiorno.E vede come incontra il Sol giù cade,E come a tergo lor rinasce il giorno.E quando appunto i raggj e le rugiadeLa bella aurora seminava intorno,Lor s’offrì, di lontano, oscuro un monteChe tra le nubi nascondea la fronte.
XXXIV.
E ’l vedean poscia, procedendo avante,Quando ogni nuvol già n’era rimosso,Alle acute piramidi sembiante,Sottile inver la cima, e in mezzo grosso:E mostrarsi talor così fumante,Come quel che d’Encelado è sul dosso:Che per propria natura il giorno fuma,E poi la notte il Ciel di fiamme alluma.
XXXV.
Ecco altre isole insieme, altre pendíciScoprian alfin men erte ed elevate.Ed eran queste l’isole felici;Così le nominò la prisca etate,A cui tanto stimava i Cieli amici,Che credea volontarie, e non arateQuì partorir le terre, e in più graditiFrutti, non culte, germogliar le viti.
XXXVI.
Quì non fallaci mai fiorir gli olivi,E ’l mel dicea stillar dall’elci cave:E scender giù da lor montagne i riviCon acque dolci, e mormorio soave:E zefiri e rugiade i raggj estiviTemprarvi sì, che nullo ardor v’è grave:E quì gli Elisj campi, e le famoseStanze delle beate anime pose.
XXXVII.
A queste or vien la donna, ed, omai seteDal fin del corso, lor dicea, non lunge.L’isole di Fortuna ora vedete,Di cui gran fama a voi, ma incerta, giunge.Ben son elle feconde, e vaghe e liete;Ma pur molto di falso al ver s’aggiunge.Così parlando, assai presso si feceA quella che la prima è delle diece.
XXXVIII.
Carlo incomincia allor: se ciò concede,Donna, quell’alta impresa ove ci guidi;Lasciami omai por nella terra il piede,E veder questi inconosciuti lidi:Veder le genti, e ’l culto di lor fede,E tutto quello ond’uom saggio m’invídi,Quando mi gioverà narrar altruiLe novità vedute, e dire: io fui.
XXXIX.
Gli rispose colei: ben degna inveroLa domanda è di te; ma che poss’io,S’egli osta inviolabile e severoIl decreto de’ Cieli al bel desio?Chè ancor volto non è lo spazio interoCh’al grande scoprimento ha fisso Dio:Nè lece a voi dall’Ocean profondoRecar vera notizia al vostro mondo.
XL.
A voi, per grazia, e sovra l’arte e l’usoDe’ naviganti, ir per quest’acque è dato:E scender là dove è il guerrier rinchiuso,E ridurlo del mondo all’altro lato.Tanto vi basti: e l’aspirar più susoSuperbir fora, e calcitrar col fato.Quì tacque: e già parea più bassa farsiL’isola prima, e la seconda alzarsi.
XLI.
Ella mostrando gía che all’OrienteTutte, con ordin lungo, eran dirette:E che largo è fra lor quasi egualmenteQuello spazio di mar che si frammette.Ponsi veder d’abitatrice genteCase e culture ed altri segni in sette:Tre deserte ne sono; e v’han le belveSicurissima tana in monti e in selve.
XLII.
Luogo è in una dell’erme assai riposto,Ove si curva il lido e in fuori stendeDue lunghe corna, e fra lor tiene ascostoUn ampio seno, e porto un scoglio rende,Ch’a lui la fronte, e ’l tergo all’onda ha oppostoChe vien dall’alto, e la respinge e fende.S’innalzan quinci e quindi, e torreggiantiFan due gran rupi segno a’ naviganti.
XLIII.
Tacciono sotto i mar sicuri in pace:Sovra ha di negre selve opaca scena:E in mezzo d’esse una spelonca giace,D’edere, e d’ombre, e di dolci acque amena.Fune non lega quì, nè col tenaceMorso le stanche navi áncora frena.La donna in sì solinga e queta parteEntrava, e raccogliea le vele sparte.
XLIV.
Mirate, disse poi, quell’alta moleChe di quel monte in su la cima siede.Quivi fra cibi, ed ozio, e scherzi, e foleTorpe il campion della Cristiana fede.Voi, con la guida del nascente Sole,Su per quell’erto moverete il piede:Nè vi gravi il tardar; perocchè fora,Se non la mattutina, infausta ogni ora.
XLV.
Ben col lume del dì, ch’anco riluce,Insino al monte andar per voi potrassi.Essi al congedo della nobil ducePoser nel lido desiato i passi:E ritrovar la via, ch’a lui conduce,Agevol sì che i piè non ne fur lassi;E quando v’arrivar, dall’OceánoEra il carro di Febo anco lontano.
XLVI.
Veggion che per dirupi, e fra ruineS’ascende alla sua cima alta e superba:E ch’è fin là di nevi e di pruineSparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.Presso al canuto mento il verde crineFrondeggia: e ’l ghiaccio fede ai giglj serbaEd alle rose tenere; cotantoPuote sovra natura arte d’incanto!
XLVII.
I duo’ guerrieri, in loco ermo e selvaggioChiuso d’ombre, fermarsi a piè del monte:E come il Ciel rigò col novo raggioIl Sol, dell’aurea luce eterno fonte;Su su, gridaro entrambi, e ’l lor viaggioRicominciar con voglie ardite e pronte.Ma esce, non so donde, e s’attraversaFiera serpendo orribile e diversa.
XLVIII.
Innalza d’oro squallido squamoseLe creste e ’l capo, e gonfia il collo d’ira:Arde negli occhj; e le vie tutte ascoseTien sotto il ventre; e tosco e fumo spira.Or rientra in se stessa, or le nodoseRote distende, e sè dopo sè tira.Tal s’appresenta alla solita guarda;Nè però de’ guerrieri i passi tarda.
XLIX.
Già Carlo il ferro stringe, e ’l serpe assale:Ma l’altro grida a lui: che fai? che tente?Per isforzo di man, con arme tale,Vincer avvisi il difensor serpente?Egli scuote la verga aurea immortale,Sicchè la belva il sibilar ne sente:E impaurita al suon, fuggendo ratta,Lascia quel varco libero, e s’appiatta.
L.
Più suso alquanto il passo a lor contendeFero leon che rugge e torvo guata:E i velli arrizza, e le caverne orrendeDella bocca vorace apre e dilata:Si sferza con la coda, e l’ire accende.Ma non è pria la verga a lui mostrata,Ch’un secreto spavento al cor gli agghiacciaOgni nativo ardire, e in fuga il caccia.
LI.
Segue la coppia il suo cammin veloce;Ma formidabile oste han già davanteDi guerrieri animai, varj di voce,Varj di moto, e varj di sembiante.Ciò che di mostruoso e di feroceErra fra ’l Nilo e i termini d’Atlante,Par quì tutto raccolto, e quante belveL’Ercinia ha in sen, quante l’Ircane selve.
LII.
Ma pur sì fero esercito e sì grossoNon vien che lor respinga, o lor resista:Anzi (miracol novo!) in fuga è mossoDa un picciol fischio, e da una breve vista.La coppia omai vittoriosa il dossoDella montagna, senza intoppo, acquista;Se non se inquanto il gelido e l’alpinoDelle rigide vie tarda il cammino.
LIII.
Ma poi che già le nevi ebber varcate,E superato il discosceso e l’erto;Un bel tepido Ciel di dolce stateTrovaro, e ’l pian sul monte ampio ed aperto.Aure fresche maisempre ed odorateVi spiran con tenor stabile e certo:Nè i fiati lor, siccome altrove suole,Sopisce o desta, ivi girando, il Sole.
LIV.
Nè, come altrove suol, ghiaccj ed ardori,Nubi e sereni a quelle piaggie alterna;Ma il Ciel di candidissimi splendoriSempre s’ammanta, e non s’infiamma o verna;E nutre ai prati l’erba, all’erba i fiori,Ai fior l’odor, l’ombra alle piante eterna.Siede sul lago, e signoreggia intornoI monti e i mari il bel palagio adorno.
LV.
I Cavalier per l’alta aspra salitaSentiansi alquanto affaticati e lassi:Onde ne gían per quella via fioritaLenti, or movendo ed or fermando i passi;Quando ecco un fonte, che a bagnar gl’invitaLe asciutte labbra, alto cader da’ sassiE da una larga vena, e con ben milleZampilletti spruzzar l’erbe di stille.
LVI.
Ma tutta insieme poi tra verdi sponde,In profondo canal, l’acqua s’aduna:E sotto l’ombra di perpetue frondeMormorando sen va gelida e bruna;Ma trasparente sì che non ascondeDell’imo letto suo vaghezza alcuna;E sovra le sue rive alta s’estolleL’erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.
LVII.
Ecco il fonte del riso, ed ecco il rioChe mortali periglj in se contiene.Or quì tener a fren nostro desio,Ed esser cauti molto a noi conviene.Chiudiam l’orecchie al dolce canto e rioDi queste del piacer false Sirene.Così n’andar fin dove il fiume vagoSi spande in maggior letto, e forma un lago.
LVIII.
Quivi di cibi preziosa e caraApprestata è una mensa in su le rive:E scherzando sen van per l’acqua chiaraDue donzellette garrule e lascive:Ch’or si spruzzano il volto, or fanno a garaChi prima a un segno destinato arrive.Si tuffano talora: e ’l capo e ’l dorsoScoprono alfin dopo il celato corso.
LIX.
Mosser le natatrici ignude e belleDe’ duo’ guerrieri alquanto i duri petti;Sicchè fermarsi a riguardarle: ed elleSeguian pure i lor giochi, e i lor diletti.Una intanto drizzossi, e le mammelleE tutto ciò che più la vista allettiMostrò, dal seno insuso, aperto al Cielo:E ’l lago all’altre membra era un bel velo.
LX.
Qual mattutina stella esce dall’ondeRugiadosa e stillante: o come fuoreSpuntò nascendo già dalle fecondeSpume dell’Ocean la Dea d’Amore;Tale apparve costei: tal le sue biondeChiome stillavan cristallino umore.Poi girò gli occhj, e pur allor s’infinseQue’ duo’ vedere, e in se tutta si strinse.
LXI.
E ’l crin, che in cima al capo avea raccoltoIn un sol nodo, immantinente sciolse,Che, lunghissimo in giù cadendo e folto,D’un aureo manto i molli avorj involse.O che vago spettacolo è lor tolto!Ma non men vago fu chi loro il tolse.Così dall’acque e da’ capelli ascosaA lor si volse lieta e vergognosa.
LXII.
Rideva insieme, e insieme ella arrossia:Ed era nel rossor più bello il riso,E nel riso il rossor che le copriaInsino al mento il delicato viso.Mosse la voce poi sì dolce e pia,Che fora ciascun altro indi conquiso:O fortunati peregrin, cui liceGiungere in questa sede alma e felice!
LXIII.
Questo è il porto del mondo; e quì il ristoroDelle sue noje, e quel piacer si senteChe già sentì ne’ secoli dell’oroL’antica e senza fren libera gente.L’arme che sin a quì d’uopo vi foro,Potete omai depor sicuramente,E sacrarle in quest’ombra alla quiete:Chè guerrieri quì sol d’Amor sarete.
LXIV.
E dolce campo di battaglia il lettoFiavi, e l’erbetta morbida de’ prati.Noi menerenvi anzi il regale aspettoDi lei, che quì fa i servi suoi beati:Che v’accorrà nel bel numero elettoDi quei ch’alle sue gioje ha destinati.Ma pria la polve in queste acque deporreVi piaccia, e ’l cibo a quella mensa torre.
LXV.
L’una disse così: l’altra concordeL’invito accompagnò d’atti e di sguardi,Siccome al suon delle canore cordeS’accompagnano i passi or presti or tardi.Ma i cavalieri hanno indurate e sordeL’alme a que’ vezzi perfidi e bugiardi:E il lusinghiero aspetto e il parlar dolceDi fuor s’aggira, e solo i sensi molce.
LXVI.
E se di tal dolcezza entro trasfusaParte penétra, onde il desio germoglie;Tosto ragion, nell’armi sue rinchiusa,Sterpa e riseca le nascenti voglie.L’una coppia riman vinta e delusa:L’altra sen va, neppur congedo toglie.Essi entrar nel palagio: esse nell’acqueTuffarsi; a lor sì la repulsa spiacque.
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