Gerusalemme liberata — Canto secondo
Novo incanto fa Ismen, che vano uscito,Vuole Aladin che muoja ogni Cristiano.La pudíca Sofronia e Olindo ardito,Perchè cessi il furor del Re Pagano,Voglion morir. Clorinda, il caso udito,Non lascia lor più de’ ministri in mano.Argante, poi che quel ch’Alete diceNon cura il Franco, a lui guerra aspra indice.
Mentre il Tiranno s’apparecchia all’armi,Soletto Ismeno un dì gli s’appresenta:Ismen, che trar di sotto ai chiusi marmiPuò corpo estinto, e far che spiri e senta:Ismen, che al suon de’ mormoranti carmiFin nella reggia sua Pluto spaventa,E i suoi Demon negli empj uficj impiegaPur come servi, e gli discioglie, e lega.
II.
Questi or Macone adora, e fu Cristiano,Ma i primi riti anco lasciar non puote;Anzi sovente in uso empio e profanoConfonde le due leggi a sè mal note.Ed or dalle spelonche, ove, lontanoDal volgo, esercitar suol l’arti ignote,Vien nel pubblico rischio al suo Signore;A Re malvagio consiglier peggiore.
III.
Signor, dicea, senza tardar sen vieneIl vincitor esercito temuto;Ma facciam noi ciò che a noi far conviene;Darà il Ciel, darà il mondo ai forti ajuto.Ben tu di Re, di duce hai tutte pieneLe parti, e lunge hai visto e provveduto.S’empie in tal guisa ogn’altro i propri uficj,Tomba fia questa terra a’ tuoi nemici.
IV.
Io quanto a me ne vengo, e del periglio,E dell’opre compagno ad aitarte.Ciò che può dar di vecchia età consiglio,Tutto prometto, e ciò che magica arte.Gli Angeli che dal Cielo ebbero esiglioCostringerò delle fatiche a parte.Ma dond’io voglia incominciar gl’incanti,E con quai modi, or narrerotti avanti.
V.
Nel tempio de’ Cristiani occulto giaceUn sotterraneo altare; e quivi è il voltoDi colei, che sua diva, e madre face,Quel volgo, del suo Dio nato e sepolto.Dinanzi al simulacro accesa faceContinua splende: egli è in un velo avvolto;Pendono intorno, in lungo ordine, i votiChe vi portaro i creduli devoti.
VI.
Or questa effigie lor, di là rapita,Voglio che tu di propria man trasporte,E la riponga entro la tua Meschita:Io poscia incanto adoprerò sì forte,Ch’ognor, mentre ella quì fia custodita,Sarà fatal custodia a queste porte;Tra mura inespugnabili il tuo imperoSicuro fia, per novo alto mistero.
VII.
Sì disse, e ’l persuase: e impazienteIl Re sen corse alla magion di Dio,E sforzò i Sacerdoti, e irreverenteIl casto simulacro indi rapío;E portollo a quel tempio, ove soventeS’irrita il Ciel col folle culto e rio.Nel profan loco, e su la sacra imagoSusurrò poi le sue bestemmie il Mago.
VIII.
Ma come apparse in ciel l’alba novella,Quel, cui l’immondo tempio in guardia è dato,Non rivide l’immagine, dov’ellaFu posta, e invan cerconne in altro lato.Tosto n’avvisa il Re, ch’alla novellaDi lui si mostra fieramente irato:Ed immagina ben ch’alcun fedeleAbbia fatto quel furto, e che se ’l cele.
IX.
O fu di man fedele opra furtiva,O pur il Ciel quì sua potenza adopra:Che di colei ch’è sua Regina e diva,Sdegna che loco vil l’immagin copra:Ch’incerta fama è ancor, se ciò s’ascrivaAd arte umana, od a mirabil’opra.Ben è pietà, che la pietade e ’l zeloUman cedendo, autor sen creda il Cielo.
X.
Il Re ne fa con importuna inchiestaRicercar ogni chiesa, ogni magione:Ed a chi gli nasconde, o manifestaIl furto o il reo, gran pene, e premj impone.E’l Mago di spiarne anco non restaCon tutte l’arti il ver; ma non s’appone:Chè ’l Cielo (opra sua fosse, o fosse altrui)Celolla, ad onta degl’incanti, a lui.
XI.
Ma poichè ’l Re crudel vide occultarseQuel che peccato de’ fedeli ei pensa;Tutto in lor d’odio infellonissi, ed arseD’ira, e di rabbia immoderata immensa.Ogni rispetto obblia; vuol vendicarse,(Segua che puote) e sfogar l’alma accensa:Morrà, dicea, non andrà l’ira a voto,Nella strage comune il ladro ignoto.
XII.
Purchè ’l reo non si salvi, il giusto peraE l’innocente. Ma qual giusto io dico?È colpevol ciascun, nè in loro schieraUom fu giammai del nostro nome amico.S’anima v’è nel novo error sincera,Basti a novella pena un fallo antico.Su, su, fedeli miei, su via prendeteLe fiamme, e ’l ferro, ardete, ed uccidete.
XIII.
Così parla alle turbe, e se n’inteseLa fama tra’ fedeli immantinente,Ch’attoniti restar, sì gli sorpreseIl timor della morte omai presente.E non è chi la fuga o le difese,Lo scusare o ’l pregare ardisca, o tente;Ma le timide genti e irresolute,Donde meno speraro ebber salute.
XIV.
Vergine era fra lor di già maturaVerginità, d’alti pensieri e regj:D’alta beltà, ma sua beltà non cura,O tanto sol quant’onestà sen fregi.È il suo pregio maggior, che tra le muraD’angusta casa asconde i suoi gran pregj:E de’ vagheggiatori ella s’involaAlle lodi, agli sguardi, inculta e sola.
XV.
Pur guardia esser non può che’n tutto celiBeltà degna ch’appaja, e che s’ammiri:Nè tu il consenti, Amor; ma la riveliD’un giovenetto ai cupidi desiri.Amor, ch’or cieco, or Argo, ora ne veliDi benda gli occhj, ora ce gli apri e giri;Tu per mille custodie entro ai più castiVerginei alberghi il guardo altrui portasti.
XVI.
Colei Sofronia, Olindo egli s’appella,D’una cittade entrambi, e d’una fede.Ei che modesto è sì, com’essa è bella,Brama assai, poco spera, e nulla chiede;Nè sa scoprirsi, o non ardisce: ed ellaO lo sprezza, o nol vede, o non s’avvede.Così finora il misero ha servitoO non visto, o mal noto, o mal gradito.
XVII.
S’ode l’annunzio intanto, e che s’apprestaMiserabile strage al popol loro.A lei che generosa è quanto onesta,Viene in pensier come salvar costoro.Move fortezza il gran pensier; l’arrestaPoi la vergogna, e ’l virginal decoro.Vince fortezza, anzi s’accorda, e faceSè vergognosa, e la vergogna audace.
XVIII.
La vergine tra ’l volgo uscì soletta,Non coprì sue bellezze, e non l’espose;Raccolse gli occhj, andò nel vel ristretta,Con ischive maniere, e generose.Non sai ben dir, s’adorna, o se negletta,Se caso, od arte il bel volto compose;Di Natura, d’Amor, de’ Cieli amiciLe negligenze sue sono artificj.
XIX.
Mirata da ciascun passa, e non miraL’altera donna, e innanzi al Re sen viene;Nè perchè irato il veggia, il piè ritira,Ma il fero aspetto intrepida sostiene.Vengo, Signor (gli disse) e ’ntanto l’iraPrego sospenda, e ’l tuo popolo affrene:Vengo a scoprirti, e vengo a darti presoQuel reo che cerchi, onde sei tanto offeso.
XX.
All’onesta baldanza, all’improvvisoFolgorar di bellezze altere e sante,Quasi confuso il Re, quasi conquiso,Frenò lo sdegno, e placò il fier sembiante.S’egli era d’alma, o se costei di visoSevera manco, ei diveniane amante;Ma ritrosa beltà ritroso coreNon prende: e sono i vezzi esca d’Amore.
XXI.
Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,S’amor non fu, che mosse il cor villano.Narra (ei le dice) il tutto: ecco io commetto,Che non s’offenda il popol tuo Cristiano.Ed ella: il reo si trova al tuo cospetto:Opra è il furto, Signor, di questa mano:Io l’immagine tolsi: io son colei,Che tu ricerchi, e me punir tu dei.
XXII.
Così al pubblico fato il capo alteroOfferse, e ’l volle in se sola raccorre.Magnanima menzogna! or quando è il veroSì bello, che si possa a te preporre?Riman sospeso, e non sì tosto il feroTiranno all’ira, come suol, trascorre.Poi la richiede: Io vuo’ che tu mi scopraChi diè consiglio, e chi fu insieme all’opra.
XXIII.
Non volli far della mia gloria altruiNè pur minima parte, ella gli dice;Sol di me stessa io consapevol fui,Sol consigliera, e sola esecutrice.Dunque in te sola, ripigliò colui,Caderà l’ira mia vendicatrice.Disse ella: è giusto; esser a me conviene,Se fui sola all’onor, sola alle pene.
XXIV.
Quì comincia il Tiranno a risdegnarsi;Poi le dimanda: Ov’hai l’imago ascosa?Non la nascosi, a lui risponde, io l’arsi;E l’arderla stimai laudabil cosa.Così almen non potrà più violarsiPer man de’ miscredenti ingiuriosa.Signore, o chiedi il furto, o ’l ladro chiedi;Quel non vedrai in eterno, e questo il vedi.
XXV.
Benchè nè furto è il mio, nè ladra io sono;Giusto è ritor ciò ch’a gran torto è tolto.Or questo udendo, in minaccevol suonoFreme il Tiranno; e ’l fren dell’ira è sciolto.Non speri più di ritrovar perdonoCor pudíco, alta mente, o nobil volto:E indarno Amor, contra lo sdegno crudo,Di sua vaga bellezza a lei fa scudo.
XXVI.
Presa è la bella donna, e incrudelitoIl Re la danna entro un incendio a morte.Già ’l velo, e ’l casto manto è a lei rapito;Stringon le molli braccia aspre ritorte.Ella si tace; e in lei non sbigottito,Ma pur commosso alquanto è il petto forte;E smarrisce il bel volto in un colore,Che non è pallidezza, ma candore.
XXVII.
Divulgossi il gran caso, e quivi trattoGià ’l popol s’era: Olindo anco v’accorse;Dubbia era la persona, e certo il fatto,Venia, che fosse la sua donna in forse.Come la bella prigionera in attoNon pur di rea, ma di dannata ei scorse;Come i ministri al duro uficio intentiVide, precipitoso urtò le genti.
XXVIII.
Al Re gridò: non è, non è già reaCostei del furto, e per follia sen vanta.Non pensò, non ardì, nè far poteaDonna sola e inesperta opra cotanta.Come ingannò i custodi? e della DeaCon qual'arte involò l’immagin santa?Se ’l fece, il narri. Io l’ho, Signor, furata.Ahi tanto amò la non amante amata!
XXIX.
Soggiunse poscia: io là, donde riceveL’alta vostra Meschita e l’aura e ’l die;Di notte ascesi, e trapassai per breveForo, tentando inaccessibil vie.A me l’onor, la morte a me si deve;Non usurpi costei le pene mie.Mie son quelle catene, e per me questaFiamma s’accende, e ’l rogo a me s’appresta.
XXX.
Alza Sofronia il viso, e umanamenteCon occhj di pietade in lui rimira.A chè ne vieni, o misero innocente?Qual consiglio o furor, ti guida o tira?Non son'io dunque senza te possenteA sostener ciò che d’un uom può l’ira?Ho petto anch’io ch’ad una morte credeDi bastar solo, e compagnia non chiede.
XXXI.
Parla così all’amante, e nol disponeSì ch’egli si disdica, e pensier mute.O spettacolo grande, ove a tenzoneSono amore e magnanima virtute!Ove la morte al vincitor si poneIn premio; e ’l mal del vinto è la salute!Ma più s’irrita il Re, quant’ella, ed essoÈ più costante in incolpar se stesso.
XXXII.
Pargli che vilipeso egli ne resti;E che’n disprezzo suo sprezzin le pene.Credasi, dice, ad ambo, e quella e questiVinca, e la palma sia qual si conviene.Indi accenna ai sergenti, i quai son prestiA legar il garzon di lor catene.Sono ambo stretti al palo stesso, e voltoÈ il tergo al tergo, e ’l volto ascoso al volto.
XXXIII.
Composto è lor d’intorno il rogo omai,E già le fiamme il mantice v’incíta:Quando il fanciullo in dolorosi laiProruppe, e disse a lei ch’è seco unita:Questo dunque è quel laccio, ond’io speraiTeco accoppiarmi in compagnia di vita?Questo è quel foco, ch’io credea che i coriNe dovesse infiammar d’eguali ardori?
XXXIV.
Altre fiamme, altri nodi Amor promise:Altri ce n’apparecchia iniqua sorte.Troppo, ahi ben troppo, ella già noi divise!Ma duramente or ne congiunge in morte.Piacemi almen, poichè in sì strane guiseMorir pur dei, del rogo esser consorte,Se del letto non fui: duolmi il tuo fato,Il mio non già, poich’io ti moro a lato.
XXXV.
Ed oh mia sorte avventurosa appieno!O fortunati miei dolci martirj!S’impetrerò che giunto seno a seno,L’anima mia nella tua bocca io spiri;E venendo tu meco a un tempo meno,In me fuor mandi gli ultimi sospiri.Così dice piangendo; ella ripigliaSoavemente, e in tai detti il consiglia:
XXXVI.
Amico, altri pensieri, altri lamentiPer più alta cagione il tempo chiede.Chè non pensi a tue colpe? e non rammentiQual Dio prometta ai buoni ampia mercede?Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,E lieto aspira alla superna sede.Mira il Ciel com’è bello, e mira il Sole,Ch’a sè par che n’inviti, e ne console.
XXXVII.
Quì il volgo de’ Pagani il pianto estolle:Piange il fedel, ma in voci assai più basse.Un non so chè d’inusitato e mollePar che nel duro petto al Re trapasse.Ei presentillo, e si sdegnò; nè vollePiegarsi, e gli occhj torse, e si ritrasse.Tu sola il duol comun non accompagni,Sofronia, e pianta da ciascun non piagni.
XXXVIII.
Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero(Chè tal parea) d’alta sembianza, e degna:E mostra d’arme, e d’abito straniero,Che di lontan, peregrinando, vegna.La tigre che sull’elmo ha per cimiero,Tutti gli occhj a se trae; famosa insegna,Insegna usata da Clorinda in guerra,Onde la credon lei, nè ’l creder erra.
XXXIX.
Costei gl’ingegni femminili, e gli usiTutti sprezzò sin dall’età più acerba:Ai lavori d’Aracne, all’ago, ai fusiInchinar non degnò la man superba:Fuggì gli abiti molli, e i lochi chiusi;Chè ne’ campi onestate anco si serba:Armò d’orgoglio il volto, e si compiacqueRigido farlo, e pur rigido piacque.
XL.
Tenera ancor, con pargoletta destraStrinse, e lentò d’un corridore il morso:Trattò l’asta e la spada, ed in palestraIndurò i membri, ed allenogli al corso:Poscia o per via montana, o per silvestra,L’orme seguì di fier leone e d’orso:Seguì le guerre, e in esse e fra le selve,Fera agli uomini parve, uomo alle belve.
Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero(Chè tal parea) d’alta sembianza e degna;
XLI.
Viene or costei dalle contrade Perse,Perchè ai Cristiani a suo poter resista;Bench’altre volte ha di lor membra asperseLe piaggie, e l’onda di lor sangue ha mista.Or quivi in arrivando a lei s’offerseL’apparato di morte a prima vista.Di mirar vaga, e di saper qual falloCondanna i rei, sospinge oltre il cavallo.
XLII.
Cedon le turbe, e i duo legati insiemeElla si ferma a riguardar dappressoMira che l’una tace, e l’altro geme,E più vigor mostra il men forte sesso.Pianger lui vede in guisa d’uom, cui premePietà, non doglia, o duol non di se stesso:E tacer lei con gli occhj ai ciel sì fisa,Ch’anzi ’l morir par di quaggiù divisa.
XLIII.
Clorinda intenerissi, e si condolseD’ambeduo loro, e lacrimonne alquanto.Pur maggior sente il duol per chi non duolse,Più la move il silenzio, e meno il pianto.Senza troppo indugiare ella si volseAd un uom che canuto avea daccanto.Deh dimmi, chi son questi? ed al martoroQual gli conduce o sorte, o colpa loro?
XLIV.
Così pregollo: e da colui rispostoBreve, ma pieno alle dimande fue.Stupissi udendo, e immaginò ben tostoCh’egualmente innocenti eran que’ due.Già di vietar lor morte ha in se proposto,Quanto potranno i preghi o l’armi sue.Pronta accorre alla fiamma, e fa ritrarla,Che già s’appressa: ed ai ministri parla.
XLV.
Alcun non sia di voi, che ’n questo duroUficio oltra seguire abbia baldanza,Finch’io non parli al Re: ben v’assicuro,Ch’ei non v’accuserà della tardanza.Ubbidiro i sergenti, e mossi furoDa quella grande sua regal sembianza.Poi verso il Re si mosse, e lui tra viaElla trovò, che ’ncontra lei venia.
XLVI.
Io son Clorinda, disse; hai forse intesaTalor nomarmi, e quì, Signor, ne vegno,Per ritrovarmi teco alla difesaDella fede comune, e del tuo regno.Son pronta (imponi pure) ad ogni impresa:L’alte non temo, e l’umili non sdegno.Voglimi in campo aperto, o pur tra ’l chiusoDelle mura impiegar, nulla ricuso.
XLVII.
Tacque, e rispose il Re: qual sì disgiuntaTerra è dall’Asia, o dal cammin del Sole,Vergine gloriosa, ove non giuntaSia la tua fama, e l’onor tuo non vole?Or che s’è la tua spada a me congiunta,D’ogni timor m’affidi, e mi console.Non, s’esercito grande unito insiemeFosse in mio scampo, avrei più certa speme.
XLVIII.
Già già mi par ch’a giunger quì GoffredoOltra il dover indugi. Or tu dimandiCh’impieghi io te: sol di te degne credoL’imprese malagevoli, e le grandi.Sovra i nostri guerrieri a te concedoLo scettro, e legge sia quel che comandi.Così parlava: ella rendea corteseGrazie per lodi: indi il parlar riprese.
XLIX.
Nova cosa parer dovrà per certoChe preceda ai servigj il guiderdone;Ma tua bontà m’affida: io vuo’ che’n mertoDel futuro servir que’ rei mi done.In don gli chieggio, e pur se ’l fallo è incerto,Gli danna inclementissima ragione.Ma taccio questo, e taccio i segni espressi,Ond’argomento l’innocenza in essi.
L.
E dirò sol, ch’è quì comun sentenzaChe i Cristiani togliessero l’imago;Ma discord'io da voi; nè però senzaAlta ragion del mio parer m’appago.Fu delle nostre leggi irriverenzaQuell’opra far che persuase il Mago;Chè non convien ne’ nostri tempj a nuiGl’idoli avere, e men gl’idoli altrui.
LI.
Dunque suso a Macon recar mi giovaIl miracol dell’opra, ed ei lo fecePer dimostrar che i tempj suoi con novaReligion contaminar non lece.Faccia Ismeno, incantando, ogni sua prova,Egli, a cui le malíe son d’arme in vece:Trattiamo il ferro pur noi cavalieri;Quest’arte è nostra, e ’n questa sol si speri.
LII.
Tacque, ciò detto: e ’l Re, bench’a pietadeL’irato cor difficilmente pieghi,Pur compiacer la volle: e ’l persuadeRagione, e ’l move autorità di preghi.Abbian vita, rispose, e libertade,E nulla a tanto intercessor si neghi.Siasi questa o giustizia, ovver perdono,Innocenti gli assolvo, e rei gli dono.
LIII.
Così furon disciolti. AvventurosoBen veramente fu d’Olindo il fato;Ch’atto potè mostrar, che ’n generosoPetto alfine ha d’amore amor destato.Va dal rogo alle nozze, ed è già sposoFatto di reo, non pur d’amante amato.Volle con lei morire: ella non schiva,Poichè seco non muor, che seco viva.
LIV.
Ma il sospettoso Re stimò periglioTanta virtù congiunta aver vicina;Onde, com’egli volle, ambo in esiglioOltra i termini andar di Palestina.Ei pur seguendo il suo crudel consiglio,Bandisce altri fedeli, altri confina.Oh come lascian mesti i pargolettiFiglj, e gli antichi padri, e i dolci letti!
LV.
Dura division! scaccia sol quelliDi forte corpo, e di svegliato ingegno;Ma il mansueto sesso, e gli anni imbelliSeco ritien, siccome ostaggj, in pegno.Molti n’andaro errando; altri rubelliFersi, e più che ’l timor, potè lo sdegno.Questi unirsi co’ Franchi, e gl’incontraroAppunto il dì che in Emaus entraro.
LVI.
Emaus è Città, cui breve stradaDalla regal Gerusalem disgiunge:Ed uom che lento a suo diporto vada,Se parte matutino, a nona giunge.O quanto intender questo ai Franchi aggrada:Oh quanto più ’l desio gli affretta e punge!Ma perch’oltre il meriggio il sol già scende,Quì fa spiegare il Capitan le tende.
LVII.
L’avean già tese: e poco era remotaL’alma luce del Sol dall’Oceano;Quando due gran Baroni in veste ignotaVenir son visti, e ’n portamento estrano.Ogni atto lor pacifico dinotaChe vengon come amici al Capitano.Del gran Re dell’Egitto eran messaggj,E molti intorno avean scudieri e paggj.
LVIII.
Alete è l’un, che da principio indegnoTra le brutture della plebe è sorto;Ma l’innalzaro ai primi onor del regnoParlar facondo e lusinghiero e scorto,Pieghevoli costumi, e vario ingegno,Al finger pronto, all’ingannare accorto:Gran fabbro di calunnie, adorne in modiNovi, che son accuse, e pajon lodi.
LIX.
L’altro è il Circasso Argante, uom che stranieroSen venne alla regal corte d’Egitto;Ma de’ satrapi fatto è dell’impero,E in sommi gradi alla milizia ascritto:Impaziente, inesorabil, fero,Nell’arme infaticabile ed invitto;D’ogni Dio sprezzator, e che riponeNella spada sua legge, e sua ragione.
LX.
Chieser questi udienza, ed al cospettoDel famoso Goffredo ammessi entraro:E in umil seggio, e in un vestire schiettoFra’ suoi Duci sedendo il ritrovaro;Ma verace valor, benchè negletto,È di se stesso a se fregio assai chiaro.Picciol segno d’onor gli fece Argante,In guisa pur d’uom grande, e non curante.
LXI.
Ma la destra si pose Alete al seno,E chinò il capo, e piegò a terra i lumi;E l’onorò con ogni modo appieno,Che di sua gente portino i costumi.Cominciò poscia; e di sua bocca uscienoPiù che mel dolci d’eloquenza i fiumi;E perchè i Franchi han già il sermone appresoDella Soria, fu ciò ch’ei disse inteso.
LXII.
O degno sol, cui d’ubbidire or degniQuesta adunanza di famosi eroi,Che per l’addietro ancor le palme e i regniDa te conobbe, e dai consiglj tuoi.Il nome tuo, che non riman tra i segniD’Alcide, omai risuona anco fra noi:E la fama d’Egitto in ogni parteDel tuo valor chiare novelle ha sparte.
LXIII.
Nè v’è fra tanti alcun che non le ascolte,Come egli suol le maraviglie estreme;Ma dal mio Re con istupore accolteSono non sol, ma con diletto insieme:E s’appaga in narrarle anco più volte,Amando in te ciò ch’altri invidia e teme.Ama il valore, e volontario eleggeTeco unirsi d’amor, se non di legge.
LXIV.
Da sì bella cagion dunque sospinto,L’amicizia e la pace a te richiede;E l’ mezzo, onde l’un resti all’altro avvinto,Sia la virtù, s’esser non può la fede.Ma perchè inteso avea che t’eri accintoPer iscacciar l’amico suo di sede;Volle, pria ch’altro male indi seguisse,Ch’a te la mente sua per noi s’aprisse.
LXV.
E la sua mente è tal: che s’appagartiVorrai di quanto hai fatto in guerra tuo,Nè Giudea molestar, nè l’altre partiChe ricopre il favor del regno suo;Ei promette all’incontro assicurartiIl non ben fermo stato: e se voi duoSarete uniti, or quando i Turchi e i PersiPotranno unqua sperar di riaversi?
LXVI.
Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte,Che lunga età porre in obblio non puote;Eserciti, città, vinti, e disfatte,Superati disagj, e strade ignote;Sicch’al grido, o smarrite o stupefatteSon le provincie intorno, e le remote;E se ben acquistar puoi novi imperj,Acquistar nova gloria indarno speri.
LXVII.
Giunta è tua gloria al sommo, e per l’innanziFuggir le dubbie guerre a te conviene;Ch’ove tu vinca, sol di stato avanzi,Nè tua gloria maggior quinci diviene:Ma l’imperio acquistato e preso dianzi,E l’onor perdi, se ’l contrario avviene.Ben gioco è di fortuna audace e stolto,Por contra il poco e incerto, il certo e ’l molto.
LXVIII.
Ma il consiglio di tal, cui forse pesaCh’altri gli acquisti a lungo andar conserve,E l’aver sempre vinto in ogni impresa,E quella voglia natural che ferve,E sempre è più ne’ cor più grandi accesa,D’aver le genti tributarie e serve;Faran, per avventura, a te la paceFuggir, più che la guerra altri non face.
LXIX.
T’esorteranno a seguitar la stradaChe t’è dal fato largamente aperta:A non depor questa famosa spada,Al cui valore ogni vittoria è certa,Finchè la legge di Macon non cada:Finchè l’Asia per te non sia deserta.Dolci cose ad udire, e dolci inganni,Ond’escon poi sovente estremi danni.
LXX.
Ma s’animosità gli occhj non benda,Nè il lume oscura in te della ragione,Scorgerai ch’ove tu la guerra prenda,Hai di temer, non di sperar cagione;Chè fortuna quaggiù varia a vicenda,Mandandoci venture or triste, or buone:Ed ai voli troppo alti e repentiniSogliono i precipizj esser vicini.
LXXI.
Dimmi, s’a danni tuoi l’Egitto move,D’oro e d’arme potente, e di consiglio:E s’avvien che la guerra anco rinoveIl Perso e ’l Turco, e di Cassano il figlio;Quai forzi opporre a sì gran furia, o doveRitrovar potrai scampo al tuo periglio?Ti affida forse il Re malvagio Greco,Il qual dai sacri patti unito è teco?
LXXII.
La fede Greca a chi non è palese?Tu da un sol tradimento ogn’altro impara:Anzi da mille; perchè mille ha teseInsidie a voi la gente infida, avara.Dunque chi dianzi il passo a voi contese,Per voi la vita esporre or si prepara?Chi le vie, che comuni a tutti sono,Negò, del proprio sangue or farà dono?
LXXIII.
Ma forse hai tu riposta ogni tua spemeIn queste squadre, ond’ora cinto siedi.Quei che sparsi vincesti, uniti insiemeDi vincer anco agevolmente credi:Sebben son le tue schiere or molto sceme,Tra le guerre e i disagj, e tu tel vedi:Sebben novo nemico a te s’accresce,E co’ Persi e co’ Turchi Egizj mesce.
LXXIV.
Or, quando pur estimi esser fatale,Che vincer non ti possa il ferro mai;Siati concesso: e siati a punto taleIl decreto del Ciel, qual tu tel fai.Vinceratti la fame: a questo maleChe rifugio, per Dio, che schermo avrai?Vibra contra costei la lancia, e stringiLa spada, e la vittoria anco ti fingi.
LXXV.
Ogni campo d’intorno arso e distruttoHa la provida man degli abitanti;E in chiuse mura, e in alte torri il fruttoRiposto, al tuo venir più giorni avanti.Tu ch’ardito sin quì ti sei condutto,Onde speri nutrir cavalli e fanti?Dirai: l’armata in mar cura ne prende.Da’ venti dunque il viver tuo dipende?
LXXVI.
Comanda forse tua fortuna ai venti,E gli avvince a sua voglia, e gli dislega?Il mar ch’ai preghi è sordo, ed ai lamenti,Te sol udendo, al tuo voler si piega?O non potranno pur le nostre genti,E le Perse e le Turche, unite in lega,Così potente armata in un raccorre,Ch’a questi legni tuoi si possa opporre?
LXXVII.
Doppia vittoria a te, Signor, bisogna,S’hai dell’impresa a riportar l’onore.Una perdita sola, alta vergognaPuò cagionarti, e danno anco maggiore;Ch’ove la nostra armata in rotta pognaLa tua; quì poi di fame il campo more:E se tu sei perdente, indarno poiSaran vittoriosi i legni tuoi.
LXXVIII.
Ora se in tale stato anco rifiutiCol gran Re dell’Egitto e pace e tregua(Diasi licenza al ver) l’altre virtuti,Questo consiglio tuo non bene adegua.Ma voglia il Ciel che ’l tuo pensier si muti,S’a guerra è volto, e che ’l contrario segua;Sicchè l’Asia respiri omai dai lutti,E goda tu della vittoria i frutti.
LXXIX.
Nè voi, che del periglio e degli affanni,E della gloria a lui sete consorti,Il favor di fortuna or tanto inganni,Che nove guerre a provocar v’esorti.Ma, qual nocchier che dai marini inganniRidutti ha i legni ai desiati porti,Raccor dovreste omai le sparse vele,Nè fidarvi di nuovo al mar crudele.
LXXX.
Quì tacque Alete; e ’l suo parlar seguiroCon basso mormorar que’ forti eroi:E ben, negli atti disdegnosi, apriroQuanto ciascun quella proposta annoi.Il capitan rivolse gli occhj in giroTre volte e quattro, e mirò in fronte i suoi;E poi nel volto di colui gli affisseCh’attendea la risposta, e così disse:
LXXXI.
Messaggier, dolcemente a noi sponestiOra cortese, or minaccioso invito.Se ’l tuo Re m’ama, e loda i nostri gesti,È sua mercede, e m’è l’amor gradito.A quella parte poi, dove protestiLa guerra a noi del Paganesmo unito;Risponderò, come da me si suole,Liberi sensi in semplici parole.
LXXXII.
Sappi che tanto abbiam sin or soffertoIn mare, in terra, all’aria chiara e scura,Solo acciocchè ne fosse il calle apertoA quelle sacre e venerabil mura;Per acquistar appo Dio grazia e merto,Togliendo lor di servitù sì dura:Nè mai grave ne fia, per fin sì degno,Esporre onor mondano, e vita e regno.
LXXXIII.
Chè non ambiziosi avari affettiNe spronaro all’impresa, e ne fur guida:Sgombri il Padre del Ciel dai nostri pettiPeste sì rea, s’in alcun pur s’annida;Nè soffra che l’asperga, o che l’infettiDi venen dolce, che piacendo ancida;Ma la sua man, che i duri cor penétraSoavemente, e gli ammolisce e spetra;
LXXXIV.
Questa ha noi mossi, e questa ha noi condutti,Tratti d’ogni periglio e d’ogni impaccio:Questa fa piani i monti, e i fiumi asciutti,L’ardor toglie alla state, al verno il ghiaccio:Placa del mare i tempestosi flutti:Stringe e rallenta questa a’ venti il laccio:Quindi son l’alte mura aperte ed arse,Quindi l’armate schiere uccise e sparse.
LXXXV.
Quindi l’ardir, quindi la speme nasce,Non dalle frali nostre forze, e stanche,Non dall’armata, e non da quante pasceGenti la Grecia, e non dall’armi Franche.Pur ch’ella mai non ci abbandoni e lasce,Poco dobbiam curar ch’altri ci manche.Chi sa come difende, e come fere,Soccorso ai suoi periglj altro non chere.
LXXXVI.
Ma quando di sua aita ella ne priviPer gli error nostri, o per giudícj occulti;Chi fia di noi ch’esser sepolto schiviOve i membri di Dio fur già sepulti?Noi morirem, nè invidia avremo ai vivi:Noi morirem, ma non morremo inulti;Nè l’Asia riderà di nostra sorte:Nè pianta fia da noi la nostra morte.
LXXXVII.
Non creder già che noi fuggiam la pace,Come guerra mortal si fugge e pave;Chè l’amicizia del tuo Re ne piace,Nè l’unirci con lui ne sarà grave.Ma s’al suo impero la Giudea soggiace,Tu ’l sai, perchè tal cura ei dunque n’ave?De’ regni altrui l’acquisto ei non ci vieti,E regga in pace i suoi tranquilli e lieti.
LXXXVIII.
Così rispose, e di pungente rabbiaLa risposta ad Argante il cor trafisse:Nè ’l celò già, ma con enfiate labbiaSi trasse avanti al Capitano, e disse:Chi la pace non vuol, la guerra s’abbia;Chè penuria giammai non fu di risse:E ben la pace ricusar tu mostri,Se non t’acqueti ai primi detti nostri.
LXXXIX.
Indi il suo manto per lo lembo prese,Curvollo, e fenne un seno, e ’l seno sporto,Così pur anco a ragionar riprese,Via più che prima dispettoso e torto:O sprezzator delle più dubbie imprese,E guerra, e pace in questo sen t’apporto:Tua sia l’elezione; or ti consigliaSenz’altro indugio, e qual più vuoi, ti piglia.
XC.
L’atto fiero, e ’l parlar tutti commosseA chiamar guerra in un concorde grido;Non attendendo che risposto fosseDal magnanimo lor Duce Goffrido.Spiegò quel crudo il seno, e ’l manto scosse,Ed a guerra mortal, disse, vi sfido.E ’l disse in atto sì feroce ed empio,Che parve aprir di Giano il chiuso tempio.
XCI.
Parve ch’aprendo il seno, indi traesseIl furor pazzo, e la discordia fera;E che ne gli occhj orribili gli ardesseLa gran face d’Aletto e di Megera.Quel grande già, che incontra il cielo eresseL’alta mole d’error, forse tal era;E in cotal atto il rimirò BabelleAlzar la fronte, e minacciar le stelle.
XCII.
Soggiunse allor Goffredo: Or riportateAl vostro Re che venga e che s’affretti;Chè la guerra accettiam che minacciate:E s’ei non vien, fra ’l Nilo suo n’aspetti.Accommiatò lor poscia in dolci e grateManiere, e gli onorò di doni eletti:Ricchissimo ad Alete un elmo diede,Ch’a Nicea conquistò fra l’altre prede.
XCIII.
Ebbe Argante una spada, e ’l fabro egregioL’else e ’l pomo le fè gemmato, e d’oro,Con magisterio tal che perde il pregioDella ricca materia appo il lavoro.Poi che la tempra, e la ricchezza e ’l fregio,Sottilmente da lui mirati foro,Disse Argante al Buglion: vedrai ben tostoCome da me il tuo dono in uso è posto.
XCIV.
Indi tolto congedo, e da lui dittoAl suo compagno, or ce n’andremo omai,Io ver Gerusalem, tu verso Egitto,Tu col sol nuovo, io co’ notturni rai,Ch’uopo di mia presenza, o di mio scrittoEssere non può colà dove tu vai;Reca tu la risposta, io dilungarmiQuinci non vuò, dove si trattan l’armi.
XCV.
Così di messaggier fatto è nemico;Sia fretta intempestiva o sia matura,La ragion delle genti, e l’uso anticoS’offenda o no, ne ’l pensa egli, ne ’l cura:Senza risposta aver va per l’amicoSilenzio delle stelle all’alte mura,D’indugio impaziente; ed a chi restaGià non men la dimora anco è molesta.
XCVI.
Era la notte allor ch’alto riposoHan l’onde e i venti, e parea muto il mondo,Gli animai lassi, e quei che ’l mare ondoso,O de’ liquidi laghi alberga il fondo,E chi si giace in tana, o in mandra ascoso,E i pinti augelli nell’oblio giocondoSotto il silenzio de’ secreti orroriSopían gli affanni, e raddolciano i cori.
XCVII.
Ma ne ’l campo fedel, ne ’l Franco DucaSi discioglie dal sonno, o almen s’accheta;Tanta in lor cupidigia è che rilucaOmai del ciel l’alba aspettata e lieta,Perchè il cammin lor mostri, e gli conducaAlla città che al gran passaggio è meta,Mirando ad or ad or se raggio alcunoSpunti, o rischiari della notte il bruno.
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