Gerusalemme liberata — Canto terzo
Giunge a Gerusalemme il campo: e quiviIn fera guisa è da Clorinda accolto.Sveglia in Erminia amor Tancredi: e viviFa i proprj incendj al discoprir d’un volto.Restan gli Avventurier di duce privi:Ch’un sol colpo d’Argante a lor l’ha tolto.Pietose essequie fangli. Il pio Buglione,Ch’antica selva si recida, impone.
Già l’aura messaggiera erasi destaA nunziar che se ne vien l’aurora:Ella intanto s’adorna, e l’aurea testaDi rose, colte in Paradiso, infiora;Quando il campo, ch’ all’arme omai s’appresta,In voce mormorava alta e sonora,E prevenia le trombe: e queste poiDier più lieti e canori i segni suoi.
II.
Il saggio Capitan con dolce morsoI desiderj lor guida e seconda:Chè più facil saria svolger il corsoPresso Cariddi alla volubil’onda,O tardar Borea, allor che scuote il dorsoDell’Apennino, e i legni in mare affonda.Gli ordina, gl’incammina, e ’n suon gli reggeRapido sì, ma rapido con legge.
III.
Ali ha ciascuno al core, ed ali al piede:Nè del suo ratto andar però s’accorge.Ma quando il sol gli aridi campi fiedeCon raggj assai ferventi, e in alto sorge;Ecco apparir Gerusalem si vede:Ecco additar Gerusalem si scorge:Ecco da mille voci unitamenteGerusalemme salutar si sente.
IV.
Così di naviganti audace stuolo,Che mova a ricercar estranio lido,E in mar dubbioso, e sotto ignoto poloProvi l’onde fallaci, e ’l vento infido;S’alfin discopre il desiato suolo,Il saluta da lunge in lieto grido:E l’uno all’altro il mostra, e intanto obliaLa noja, e ’l mal della passata via.
V.
Al gran piacer che quella prima vistaDolcemente spirò nell’altrui petto,Alta contrizion successe, mistaDi timoroso e riverente affetto.Osano appena d’innalzar la vistaVer la Città, di Cristo albergo eletto;Dove morì, dove sepolto fue,Dove poi rivestì le membra sue.
VI.
Sommessi accenti, e tacite parole,Rotti singulti, e flebili sospiriDella gente, che in un s’allegra, e duole,Fan che per l’aria un mormorio s’aggiri;Qual nelle folte selve udir si suole,S’avvien che tra le frondi il vento spiri:O quale infra gli scoglj, o presso ai lidiSibila il mar, percosso, in rauchi stridi.
VII.
Nudo ciascuno il piè calca il sentiero;Chè l’esempio de’ Duci ogni altro move.Serico fregio o d’or, piuma o cimieroSuperbo dal suo capo ogn’un rimove:Ed insieme del cor l’abito alteroDepone, e calde e píe lagrime piove.Pur, quasi al pianto abbia la via rinchiusa,Così parlando ogn’un se stesso accusa:
VIII.
Dunque ove tu, Signor, di mille riviSanguinosi il terren lasciasti asperso,D’amaro pianto almen duo fonti viviIn sì acerba memoria oggi non verso?Agghiacciato mio cor, chè non deriviPer gli occhj, e stilli in lagrime converso?Duro mio cor, chè non ti spetri e frangi?Pianger ben merti ogn’or, s’ora non piangi.
IX.
Dalla Cittade intanto un ch’alla guardaSta d’alta torre, e scopre i monti e i campi,Colà giuso la polve alzarsi guarda,Sicchè par che gran nube in aria stampi:Par che baleni quella nube ed arda,Come di fiamme gravida e di lampi:Poi lo splendor di lucidi metalliScerne, e distingue gli uomini, e i cavalli.
X.
Allor gridava: oh qual per l’aria stesaPolvere i’ veggio! o come par che splenda!Su, suso, o cittadini, alla difesaS’armi ciascun veloce, e i muri ascenda:Già presente è il nemico. E poi ripresaLa voce: ogn’un s’affretti, e l’arme prenda:Ecco il nemico, è quì: mira la polve,Che sotto orrida nebbia il cielo involve.
XI.
I semplici fanciulli, e i vecchj inermi,E ’l volgo delle donne sbigottite,Che non sanno ferir, nè fare schermi,Traean supplici e mesti alle Meschite.Gli altri di membra, e d’animo più fermiGià frettolosi l’arme avean rapite.Accorre altri alle porte, altri alle mura:Il Re va intorno, e ’l tutto vede e cura.
XII.
Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasseOve sorge una torre infra due porte,Sicch’è presso al bisogno; e son più basseQuindi le piaggie, e le montagne scorte.Volle che quivi seco Erminia andasse:Erminia bella, ch’ei raccolse in corte,Poi ch’a lei fu dalle Cristiane squadrePresa Antiochia, e morto il Re suo padre.
XIII.
Clorinda intanto incontra ai Franchi è gita:Molti van seco, ed ella a tutti è innante.Ma in altra parte, ond’è secreta uscita,Sta preparato alle riscosse Argante.La generosa i suoi seguaci incítaCo’ detti, e con l’intrepido sembiante:Ben con alto principio a noi conviene,Dicea, fondar dell’Asia oggi la spene.
XIV.
Mentre ragiona a’ suoi, non lunge scorseUn Franco stuolo addur rustiche prede;Che (come è l’uso) a depredar precorse;Or con gregge, ed armenti al campo riede.Ella ver lor, e verso lei sen corseIl Duce lor, ch’a se venir la vede.Gardo il Duce è nomato, uom di gran possa,Ma non già tal ch’a lei resister possa.
XV.
Gardo a quel fero scontro è spinto a terraIn su gli occhj de’ Franchi e de’ Pagani,Ch’allor tutti gridar, di quella guerraLieti augurj prendendo, i quai fur vani.Spronando addosso agli altri ella si serra,E val la destra sua per cento mani.Seguirla i suoi guerrier per quella stradaChe spianar gli urti, e che s’aprì la spada.
XVI.
Tosto la preda al predator ritoglie:Cede lo stuol de’ Franchi a poco a poco;Tanto che’n cima a un colle ei si raccoglie,Ove ajutate son l’arme dal loco.Allor, siccome turbine si scioglieE cade dalle nubi aereo foco,Il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna,Sua squadra mosse, ed arrestò l’antenna.
XVII.
Porta sì salda la gran lancia, e in guisaVien feroce e leggiadro il giovinetto;Che veggendolo d’alto il Re, s’avvisaChe sia guerriero infra gli scelti eletto.Onde dice a colei ch’è seco assisa,E che già sente palpitarsi il petto:Ben conoscer dei tu per sì lungo usoOgni Cristian, benchè nell’armi chiuso.
XVIII.
Chi è dunque costui che così beneS’adatta in giostra, e fero in vista è tanto?A quella, in vece di risposta, vieneSu le labra un sospir, su gli occhj il pianto.Pur gli spirti e le lagrime ritiene,Ma non così che lor non mostri alquanto:Chè gli occhj pregni un bel purpureo giroTinse, e roco spuntò mezzo il sospiro.
XIX.
Poi gli dice infingevole, e nascondeSotto il manto dell’odio altro desio:Oimè! bene il conosco, ed ho ben dondeDeggia fra mille riconoscerl’io:Chè spesso il vidi i campi e le profondeFosse del sangue empir del popol mio.Ahi quanto è crudo nel ferire! a piagaCh’ei faccia, erba non giova, od arte maga.
XX.
Egli è il Prence Tancredi: oh prigionieroMio fosse un giorno! e nol vorrei già morto:Vivo il vorrei, perchè’n me desse al feroDesio dolce vendetta alcun conforto.Così parlava, e de’ suoi detti il vero,Da chi l’udiva, in altro senso è torto;E fuor n’uscì con le sue voci estremeMisto un sospir ch’indarno ella già preme.
XXI.
Clorinda intanto ad incontrar l’assaltoVa di Tancredi, e pon la lancia in resta.Ferirsi alle visiere, e i tronchi in altoVolaro, e parte nuda ella ne resta:Chè, rotti i laccj all’elmo suo, d’un salto(Mirabil colpo!) ei le balzò di testa:E le chiome dorate al vento sparse,Giovane donna in mezzo ’l campo apparse.
XXII.
Lampeggiar gli occhj, e folgorar gli sguardiDolci nell’ira, or che sarian nel riso?Tancredi, a chè pur pensi? a chè pur guardi?Non riconosci tu l’amato viso?Quest’è pur quel bel volto, onde tutt’ardi:Tuo core il dica, ov’è il suo esempio inciso:Questa è colei che rinfrescar la fronteVedesti già nel solitario fonte.
Tancredi a che pur pensi, a che pur guardi?Non riconosci tu l’amato viso?
XXIII.
Ei ch’al cimiero, ed al dipinto scudoNon badò prima, or, lei veggendo, impetra.Ella, quanto può meglio, il capo ignudoSi ricopre, e l’assale; ed ei s’arretra.Va contra gli altri, e ruota il ferro crudo;Ma però da lei pace non impetra;Che minacciosa il segue, e volgi, grida:E di due morti in un punto lo sfida.
XXIV.
Percosso il cavalier non ripercote;Nè sì dal ferro a riguardarsi attende,Come a guardar i begli occhj e le gote,Ond’Amor l’arco inevitabil tende.Fra se dicea: van le percosse voteTalor che la sua destra armata scende:Ma colpo mai del bello ignudo voltoNon cade in fallo, e sempre il cor m’è colto.
XXV.
Risolve alfin, benchè pietà non spere,Di non morir, tacendo, occulto amante.Vuol ch’ella sappia ch’un prigion suo fereGià inerme, e supplichevole e tremante.Onde le dice: o tu che mostri averePer nemico me sol fra turbe tante,Usciam di questa mischia; ed in disparteIo potrò teco, e tu meco provarte.
XXVI.
Così me’ si vedrà s’al tuo s’agguagliaIl mio valore; ella accettò l’invito:E come esser senz’elmo a lei non caglia,Gía baldanzosa, ed ei seguia smarrito.Recata s’era in atto di battagliaGià la Guerriera, e già l’avea ferito;Quand’egli, or ferma, disse; e siano fattiAnzi la pugna della pugna i patti.
XXVII.
Fermossi, e lui di pauroso audaceRendè in quel punto il disperato amore.I patti sian, dicea, poichè tu paceMeco non vuoi, che tu mi tragga il core.Il mio cor, non più mio, s’a te dispiaceCh’egli più viva, volontario more.È tuo gran tempo: e tempo è ben che trarloOmai tu debba; e non debb’io vietarlo:
XXVIII.
Ecco, le braccia inchino, e t’appresentoSenza difesa il petto: or che nol fiedi?Vuoi ch’agevoli l’opra? io son contentoTrarmi l’usbergo or or, se nudo il chiedi.Distinguea forse in più duro lamentoI suoi dolori il misero Tancredi;Ma calca l’impedisce intempestivaDe’ Pagani e de’ suoi che soprarriva.
XXIX.
Cedean cacciati dallo stuol CristianoI Palestini, o sia temenza od arte.Un de’ persecutori, uomo inumano,Videle sventolar le chiome sparte,E da tergo in passando, alzò la manoPer ferir lei ne la sua ignuda parte;Ma Tancredi gridò, che se n’accorse,E con la spada a quel gran colpo accorse.
XXX.
Pur non gì tutto invano, e ne’ confiniDel bianco collo il bel capo ferille.Fu levissima piaga, e i biondi criniRosseggiaron così d’alquante stille,Come rosseggia l’or che di rubiniPer man d’illustre artefice sfaville.Ma il Prence infuriato, allor si spinseAddosso a quel villano, e ’l ferro strinse.
XXXI.
Quel si dilegua, e questi acceso d’iraIl segue; e van come per l’aria strale.Ella riman sospesa, ed ambo miraLontani molto, nè seguir le cale:Ma co’ suoi fuggitivi si ritira;Talor mostra la fronte, e i Franchi assale:Or si volge, or rivolge, or fugge, or fuga;Nè si può dir la sua caccia, nè fuga.
XXXII.
Tal gran tauro talor nell’ampio agone,Se volge il corno ai cani, onde è seguito,S’arretran essi; e s’a fuggir si pone,Ciascun ritorna a seguitarlo ardito.Clorinda, nel fuggir, da tergo opponeAlto lo scudo, e ’l capo è custodito.Così coperti van ne’ giuochi MoriDalle palle lanciate i fuggitori.
XXXIII.
Già questi seguitando, e quei fuggendoS’erano all’alte mura avvicinati;Quando alzaro i Pagani un grido orrendo,E indietro si fur subito voltati:E fecero un gran giro, e poi volgendoRitornaro a ferir le spalle e i lati:E intanto Argante giù movea dal monteLa schiera sua, per assalirgli a fronte.
XXXIV.
Il feroce Circasso uscì di stuolo;Ch’esser voll’egli il feritor primiero:E quegli, in cui ferì, fu steso al suolo,E sossopra in un fascio il suo destriero:E pria che l’asta in tronchi andasse a volo,Molti, cadendo, compagnia gli fero;Poi stringe il ferro, e quando giunge appieno,Sempre uccide, od abbatte, o piaga almeno.
XXXV.
Clorinda emula sua tolse di vitaIl forte Ardelio, uom già d’età matura;Ma di vecchiezza indomita, e munitaDi due gran figlj, e pur non fu sicura;Ch’Alcandro il maggior figlio aspra feritaRimosso avea dalla paterna cura:E Poliferno, che restogli appresso,A gran pena salvar potè se stesso.
XXXVI.
Ma Tancredi, dappoi ch’egli non giungeQuel villan, che destriero ha più corrente,Si mira addietro, e vede ben che lungeTroppo è trascorsa la sua audace gente:Vedela intorniata, e ’l corsier punge,Volgendo il freno, e là s’invia repente:Ned egli solo i suoi guerrier soccorre;Ma quello stuol ch’a tutti i rischj accorre.
XXXVII.
Quel di Dudon avventurier drappello,Fior degli eroi, nerbo e vigor del campo.Rinaldo il più magnanimo e ’l più bello,Tutti precorre; ed è men ratto il lampo.Ben tosto il portamento e ’l bianco augelloConosce Erminia nel celeste campo;E dice al Re che ’n lui fissa lo sguardo:Eccoti il domator d’ogni gagliardo.
XXXVIII.
Questi ha nel pregio della spada egualiPochi, o nessuno, ed è fanciullo ancora.Se fosser tra’ nemici altri sei tali,Già Soria tutta vinta e serva fora:E già domi sarebbono i più australiRegni, e i regni più prossimi all’aurora:E forse il Nilo occulterebbe invano,Dal giogo, il capo incognito e lontano.
XXXIX.
Rinaldo ha nome; e la sua destra irataTeman più d’ogni machina le mura.Or volgi gli occhj ov’io ti mostro, e guataColui che d’oro e verde ha l’armatura:Quegli è Dudone, ed è da lui guidataQuesta schiera, che schiera è di ventura:È guerrier d’alto sangue, e molto esperto,Che d’età vince, e non cede di merto.
XL.
Mira quel grande ch’è coperto a bruno,È Gernando il fratel del Re Norvegio:Non ha la terra uom più superbo alcuno;Questo sol de’ suoi fatti oscura il pregio.E son que’ due che van sì giunti in uno,Ed han bianco il vestir, bianco ogni fregio,Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,In valor d’arme, e in lealtà famosi.
XLI.
Così parlava; e già vedean là sottoCome la strage più e più s’ingrosse,Chè Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto,Benchè d’uomini denso e d’armi fosse.E poi lo stuol ch’è da Dudon condottoVi giunse, ed aspramente anco il percosse.Argante, Argante stesso, ad un grand’urtoDi Rinaldo, abbattuto, appena è surto.
XLII.
Nè sorgea forse; ma in quel punto stessoAl figliuol di Bertoldo il destrier cade:E restandogli sotto il piede oppresso,Convien ch’indi a ritrarlo alquanto bade.Lo stuol Pagan frattanto in rotta messo,Si ripara fuggendo alla Cittade.Soli Argante e Clorinda, argine e spondaSono al furor che lor da tergo inonda.
XLIII.
Ultimi vanno, e l’impeto seguenteIn lor s’arresta alquanto, e si reprime;Sicchè potean men perigliosamenteQuelle genti fuggir, che fuggian prime.Segue Dudon nella vittoria ardenteI fuggitivi, e ’l fer Tigrane opprimeCon l’urto del cavallo; e con la spadaFa che scemo del capo a terra cada.
XLIV.
Nè giova ad Algazzarre il fino usbergo,Ned a Corban robusto il forte elmetto;Chè in guisa lor ferì la nuca e ’l tergo,Che ne passò la piaga al viso, al petto:E per sua mano ancor del dolce albergoL’alma uscì d’Amuratte, e di Meemetto,E del crudo Almansor; nè ’l gran CircassoPuò sicuro da lui mover il passo.
XLV.
Freme in se stesso Argante, e pur talvoltaSi ferma e volge, e poi cede pur anco.Alfin così improvviso a lui si volta,E di tanto rovescio il coglie al fianco,Che dentro il ferro vi s’immerge, e toltaÈ dal colpo la vita al Duce Franco.Cade, e gli occhj ch’appena aprir si ponno,Dura quiete preme, e ferreo sonno.
XLVI.
Gli aprì tre volte, e i dolci rai del CieloCercò fruire, e sovra un braccio alzarsi:E tre volte ricadde, e fosco veloGli occhj adombrò, che stanchi alfin serrarsi.Si dissolvono i membri, e ’l mortal geloIrrigiditi, e di sudor gli ha sparsi.Sovra il corpo già morto il fero ArgantePunto non bada, e via trascorre avante.
XLVII.
Con tutto ciò, sebben d’andar non cessa,Si volge ai Franchi, e grida: o cavalieri,Questa sanguigna spada è quella stessa,Che ’l Signor vostro mi donò pur jeri:Ditegli come in uso oggi l’ho messa;Ch’udirà la novella ei volentieri:E caro esser gli dee che ’l suo bel donoSia conosciuto al paragon sì buono.
XLVIII.
Ditegli che vederne omai s’aspettiNelle viscere sue più certa prova:E quando d’assalirne ei non s’affretti,Verrò, non aspettato, ov’ei si trova.Irritati i Cristiani ai feri detti,Tutti ver lui già si moveano a prova;Ma con gli altri esso è già corso in sicuroSotto la guardia dell’amico muro.
XLIX.
I difensori a grandinar le pietreDall’alte mura in guisa incominciaro;E quasi innumerabili faretre,Tante saette agli archi ministraro;Che forza è pur, che ’l Franco stuol s’arretre:E i Saracin nella cittade entraro.Ma già Rinaldo, avendo il piè sottrattoAl giacente destrier, s’era quì tratto.
L.
Venia per far nel barbaro omicidaDell’estinto Dudone aspra vendetta;E fra’ suoi giunto, alteramente grida:Or qual indugio è questo? e chè s’aspetta?Poich’è morto il Signor che ne fu guida,Chè non corriamo a vendicarlo in fretta?Dunque in sì grave occasion di sdegnoEsser può fragil muro a noi ritegno?
LI.
Non, se di ferro doppio, o d’adamanteQuesta muraglia impenetrabil fosse,Colà dentro sicuro il fero ArganteS’appiatteria dalle vostr’alte posse.Andiam pure all’assalto: ed egli innanteA tutti gli altri in questo dir si mosse;Chè nulla teme la sicura testaO di sassi o di strai, nembo o tempesta.
LII.
Ei crollando il gran capo, alza la facciaPiena di sì terribile ardimento,Che sin dentro alle mura i cori agghiacciaAi difensor d’insolito spavento.Mentre egli altri rincora, altri minaccia,Sopravvien chi reprime il suo talento:Chè Goffredo lor manda il buon Sigiero,De’ gravi imperj suoi nunzio severo.
LIII.
Questi sgrida, in suo nome, il troppo ardire,E incontinente il ritornar impone.Tornatene, dicea, ch’alle vostr’ireNon è il loco opportuno, o la stagione.Goffredo il vi comanda. A questo direRinaldo sè frenò, ch’altrui fu sprone:Benchè dentro ne frema, e in più d’un segnoDimostri fuore il mal celato sdegno.
LIV.
Tornar le schiere indietro, e dai nemiciNon fu il ritorno lor punto turbato.Nè in parte alcuna de gli estremi uficjIl corpo di Dudon restò fraudato.Su le pietose braccia i fidi amiciPortarlo, caro peso ed onorato.Mira intanto il Buglion d’eccelsa parteDella forte Cittade il sito e l’arte.
LV.
Gerusalem sovra due colli è postaD’impari altezza, e volti fronte a fronte:Va per lo mezzo suo valle interpostaChe lei distingue, e l’un dall’altro monte.Fuor da tre lati ha malagevol costa:Per l’altro vassi, e non par che si monte.Ma d’altissime mura è più difesaLa parte piana, e incontra Borea stesa.
LVI.
La Città dentro ha lochi, in cui si serbaL’acqua che piove, e laghi e fonti vivi:Ma fuor la terra intorno è nuda d’erba,E di fontane sterile, e di rivi.Nè si vede fiorir lieta e superbaD’alberi, e fare schermo ai raggj estivi;Se non se in quanto oltra sei miglia un boscoSorge d’ombre nocenti orrido e fosco.
LVII.
Ha da quel lato donde il giorno appare,Del felice Giordan le nobil’onde.E dalla parte occidental del mareMediterraneo le arenose sponde.Verso Borea è Betel, ch’alzò l’altareAl bue dell’oro, e la Samaria; e dondeAustro portar le suol piovoso nembo,Betelem che ’l gran parto ascose in grembo.
LVIII.
Or mentre guarda e l’alte mura e ’l sitoDella Città, Goffredo, e del paese;E pensa ove s’accampi, onde assalitoSia il muro ostil più facile all’offese;Erminia il vide, e dimostrollo a ditoAl Re pagano, e così a dir riprese:Goffredo è quel che nel purpureo mantoHa di regio e d’augusto in se cotanto.
LIX.
Veramente è costui nato all’impero,Sì del regnar, del comandar sa l’arti:E non minor che Duce è Cavaliero;Ma del doppio valor tutte ha le parti.Nè fra turba sì grande uom più guerriero,O più saggio di lui potrei mostrarti.Sol Raimondo in consiglio, ed in battagliaSol Rinaldo e Tancredi a lui s’agguaglia.
LX.
Risponde il Re pagan: ben ho di luiContezza, e ’l vidi alla gran corte in Francia,Quand’io d’Egitto messaggier vi fui:E ’l vidi in nobil giostra oprar la lancia.E sebben gli anni giovinetti suiNon gli vestian di piume ancor la guancia,Pur dava, ai detti all’opre alle sembianze,Presagio omai d’altissime speranze.
LXI.
Presagio ahi troppo vero! e quì le cigliaTurbate inchina, e poi le innalza, e chiede:Dimmi chi sia colui c’ha pur vermigliaLa sopravveste, e seco a par si vede.Oh quanto di sembianti a lui simiglia,Sebben alquanto di statura cede.È Baldovin, risponde, e ben si scopreNel volto a lui fratel, ma più nell’opre.
LXII.
Or rimira colui, che quasi in modoD’uomo che consigli, sta dall’altro fianco:Quegli è Raimondo, il qual tanto ti lodoD’accorgimento, uom già canuto e bianco.Non è chi tesser me’ bellico frodoDi lui sapesse, o sia Latino o Franco.Ma quell’altro più in là, ch’orato ha l’elmo,Del Re Britanno è il buon figliuol Guglielmo.
LXIII.
V’è Guelfo seco, egli è d’opre leggiadreEmulo, e d’alto sangue, e d’alto stato.Ben il conosco alle sue spalle quadre,Ed a quel petto colmo e rilevato.Ma ’l gran nemico mio tra queste squadreGià riveder non posso, e pur vi guato.Io dico Boemondo il micidiale,Distruggitor del sangue mio reale.
LXIV.
Così parlavan questi; e ’l Capitano,Poi ch’intorno ha mirato, ai suoi discende.E perchè crede che la Terra invanoS’oppugneria, dove il più erto ascende;Contra la porta aquilonar, nel pianoChe con lei si congiunge, alza le tende;E quinci procedendo, infra la torreChe chiamano Angolar, gli altri fa porre.
LXV.
Da quel giro del campo è contenutoDella cittade il terzo, o poco meno:Chè d’ogni intorno non avria potuto(Cotanto ella volgea) cingerla appieno.Ma le vie tutte, ond’aver puote ajuto,Tenta Goffredo d’impedirle almeno:Ed occupar fa gli opportuni passi,Onde da lei si viene, ed a lei vassi.
LXVI.
Impon che sian le tende indi muniteE di fosse profonde, e di trinciere:Che d’una parte a cittadine uscite,Dall’altra oppone a correríe straniere.Ma poi che fur queste opere fornite,Voll’egli il corpo di Dudon vedere:E colà trasse, ove il buon Duce estintoDa mesta turba e lagrimosa è cinto.
LXVII.
Di nobil pompa i fidi amici ornaroIl gran feretro, ove sublime ei giace.Quando Goffredo entrò, le turbe alzaroLa voce assai più flebile e loquace.Ma con volto nè torbido, nè chiaroFrena il suo affetto il pio Buglione, e tace.E poi che ’n lui, pensando, alquanto fisseLe luci ebbe tenute, alfin sì disse.
LXVIII.
Già non si deve a te doglia nè pianto;Chè se muori nel mondo, in Ciel rinasci:E quì dove ti spogli il mortal manto,Di gloria impresse alte vestigia lasci.Vivesti qual guerrier Cristiano e santo;E come tal sei morto: or godi, e pasciIn Dio gli occhj bramosi, o felice alma,Ed hai del ben oprar corona e palma.
LXIX.
Vivi beata pur; chè nostra sorte,Non tua sventura a lagrimar n’invita:Posciach’al tuo partir sì degna e forteParte di noi fa col tuo piè partita.Ma se questa, che ’l volgo appella morte,Privati ha noi d’una terrena aita;Celeste aita ora impetrar ne puoi,Che ’l Ciel t’accoglie infra gli eletti suoi.
LXX.
E come, a nostro pro, veduto abbiamoCh’usavi, uom già mortal, l’arme mortali;Così vederti oprare anco speriamo,Spirto divin, l’arme del Ciel fatali.Impara i voti omai, ch’a te porgiamo,Raccorre, e dar soccorso ai nostri mali:Indi vittoria annunzio: a te devotiSolverem trionfando, al tempio, i voti.
LXXI.
Così diss’ egli: e già la notte oscuraAvea tutti del giorno i raggj spenti;E con l’oblío d’ogni nojosa curaPonea tregua alle lagrime, ai lamenti.Ma il Capitan ch’espugnar mai le muraNon crede senza i bellici stromenti,Pensa ond’abbia le travi, ed in quai formeLe machine componga, e poco dorme.
LXXII.
Sorse a pari col Sole, ed egli stessoSeguir la pompa funeral poi volle.A Dudon d’odorifero cipressoComposto hanno il sepolcro appiè d’un colle,Non lunge agli steccati; e sovra ad essoUn’altissima palma i rami estolle.Or quì fu posto; e i sacerdoti intantoQuiete all’alma gli pregar col canto.
LXXIII.
Quinci e quindi fra i rami erano appeseInsegne, e prigioniere arme diverse,Già da lui tolte in più felici impreseAlle genti di Siria, ed alle Perse.Della corazza sua, dell’altro arneseIn mezzo il grosso tronco si coperse.Quì (vi fu scritto poi) giace Dudone:Onorate l’altissimo campione.
LXXIV.
Ma il pietoso Buglion, poi che da questaOpra si tolse dolorosa e pia;Tutti i fabbri del campo alla forestaCon buona scorta di soldati invia.Ella è tra valli ascosa, e manifestaL’avea fatta a i Francesi uom di Soria.Qui per troncar le machine n’andaro,A cui non abbia la Città riparo.
LXXV.
L’un l’altro esorta, che le piante atterri,E faccia al bosco inusitati oltraggj.Caggion recise da’ taglienti ferriLe sacre palme, e i frassini selvaggj:I funebri cipressi, e i pini, e i cerri,L’elci frondose, e gli alti abeti, e i faggj:Gli olmi mariti, a cui talor s’appoggiaLa vite, e con piè torto al ciel sen poggia.
LXXVI.
Altri i tassi, e le quercie altri percote,Che mille volte rinnovar le chiome;E mille volte ad ogni incontro immoteL’ire de’ venti han rintuzzate e dome:Ed altri impone alle stridenti roteD’orni e di cedri l’odorate some.Lascian al suon dell’arme, al vario grido,E le fere e gli augei la tana e ’l nido.
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