L'ombra di Pope
DEgna di nome, e d’Apollineo cantoVolgea la Notte, che da l’alta Giuno,’Cui son le fasce, e l’auree cune in guardiaMandata in terra, e fra mill’altre eletta,Il mio prode Signor d’Adria su i lidiD’alma Prole beò; la sacra Notte;
Dè fervid’estri, e de i pensier feliciTacita madre, che d’argentea luceL’azzurro manto e la stellata chiomaOltr’uso aspersa, de l’eccelso PartoPer l’ampie vie del Ciel ridea superba.Libero spirto, e de i soavi studjFortunato cultore io nel riposoDel pigro Mondo meditava i versi,Che son vita d’Eroi. Su l’auree carte,Che le commosse immagini, e i nascentiCarmi pronte a raccor stavanmi avanti,De l’ore mute regnator tranquilloIl Silenzio pendea; mentre la dottaVigile Cura del nemico SonnoDa me lungi tenea l’umide penne,E i papaveri suoi stillanti obblìo.Ma perchè uguale a l’argomento illustreValor non era in me, come chi cercaConforto altronde, e favellando segueI moti del desìo, dissi: Oh se datoOr te mi fosse aver presente e destro,Pope, o divino Cigno, o troppo prestoTolto a l’Inglese suol, reso a gli DeiChe tanto somigliavi! Ah! se preghieraDe i Vivi laggiù scende, e se pur liceRisolcar l’onda, che non ha ritorno,Lascia, o nato a le Muse ardente ingegnoLascia per poco le secrete sedi,E da i bei mirti del ridente ElisoIn questo cheto orror, che solo guardaLa bianca Luna, e de le conscie stelleIl vagabondo vigilante coro,Vieni, e m’inspira, onde il beato EventoDa me cantato su le Ausonie cordeNe i divin modi tuoi piaccia a te stesso.Ratto il Priego gentil volò, nè seppe
La via negargli il tenebroso stagno,Nè la suprema in adamante scrittaLegge de i Fati, che sul nero margoRigida, sorda, inesorabil siede.Invisibili avea piume, che a tergo,Gli pose Apollo, e d’invincibil forzaLe armò contra il terror, contra i perigliDel vietato cammin. Vide i sereniPlacidi campi, i lieti luoghi, e videLa grand’Ombra onorata, e la potèoFacile al desir mio ne l’aure viveFuori condur de la quìete eterna.Ella quassù lieve ascendea varcataL’eburnea porta de i notturni Sogni,Donde dal grembo de le arcane cose,Pieno de l’opre e de i destin venturi,Tornò a i Compagni, e a le Dardanie proreCon la Cumea Sibilla il pio Trojano.Per lo agitato in ondeggianti cerchjAereo vano il suo venir, qual fidaNunzia, precorse l’armonía di Pindo,Quella, che uscendo, quando a Febo piace,De la lira Dircèa dal curvo senoSuole udita bear Mortali, e Numi.Candido tutta la involgea d’intornoLume, che poi rompendo in larghe rotePiena di deità l’immortal’OmbraTale m’offerse alfin, qual grave, e lietaIn man la cetra, e su la chioma avendoLa prima fronda del Britanno alloro,Fra il maggior Greco, e fra il maggior LatinoSiede, e ragiona ne l’Elisia valle.Me, che per onorarlo al suol cadeaVinto da riverenza, in dolce vistaPer mano prese, e tenne; e in me conversiGli occhi vivaci, donde un doppio uscìa
Lucido, acuto, penetrante raggio,Tal per le vie de la virtù visivaTessute in sottil rete ardor m’infuse,Che mente nuova in me, spirito nuovoSorse improvviso, onde il nettareo suonoDe la sua voce, qual d’invitte naviGuerriero portator, l’ampio TamigiL’udiva un tempo, d’ascoltar fui degno,E de gli Dei poco minor divenni.Perchè, dicea, me che in amabil paceLaggiù passeggio de la Elisia chiostraL’etere puro, ed il purpureo giorno,Sciolto da i sensi, e pur dell’arti amanteD’obblio nemiche, che vivendo amai,Perchè me chiami, e preghi, or che dovutoA le giuste speranze, a i giusti votiTenero Pargoletto a l’Adria in rivaL’antica d’Holdernesse inclita stirpe,Vera d’eroi propago, orna, e rinnova?Tu pur poeta sei; nè di te pocoGrido fin laggiù venne, ove altro cielo,Altro benigno Sol noi cinge, e pasceScarche del denso velo agili forme.Quanto di te fra i verdi lauri annosiDel sacro bosco, ove talor l’immensoDi Venosa Cantor meco s’asside,Non si parlò tra noi? Vede egli, comeFelicemente tu sul Tosco plettroPorti i latini modi, e il nuovo stileTingi de lo splendor di sua favella:Sel vede, e il narra, e con piacer l’ascoltaIl popolo minor de l’Ombre attente,E le tue lodi, ed il tuo nome impara.A questi detti, che poteanmi forseTentar d’orgoglio, arse l’onesta guanciaDi sincero rossor. Qual mai, risposi,
Di voi stessi laggiù tanta vi preseDimenticanza, che di me potesseVenir parola di Colui, che seguoDa lunge adorator delle grand’orme,Per cui volgendo in oro i dì famosiEbbe il Pindaro suo l’età d’Augusto?Come non tutto l’occupò presenteL’alta tua gloria, o Vate, onde negatoA quante in Pindo poi lingue fioriro,Ebbero il Flacco suo l’Angeliche Muse?Troppo a me doni, e qual chi sua ricchezzaScorge da immenso pullular tesoro,Per donar largo impoverir non temi.Com io te non dovea con caldo priegoChiamar da i tuoi bei seggi, or che i promessiDevoti carmi, e dal desìo tardati,Che uscisser degni de le mie dimore,Alfin del mio Signor la nuova ProleDesta col bel vagire, anzi securiDal nero dente de la invidia biecaChiama nel puro aperto dì, che primo.L’aureo de i giorni suoi giro incomincia?Scrivo, tu ben tel sai, scrivo a l’egregioCelebrato Roberto: a lui non sono,Tua mercè, ignote del Meonio carmeL’eroiche forme, del tuo stil costretteSentir le leggi, ed il felice impero.Per te de i fiori d’Elicona sparsoFilosofico ei corse alpestro calleSu i forti vanni del febeo concetto:Per te egli udì, come d’un crin reciso
Con versi, che dettar le Grazie stesse,Potea cantarsi l’ingegnoso furto;E per te quella infin, ch’eterna pioveDa le liriche tue sonore forti,Ambrosia beve, che gli Dei non hanno.Or se tu parte in me spirar pur nieghiDel tuo bel fuoco, nè al mio labbro l’artiChe a te fur note, di piacergli insegni,Dove me tanto paragone aspetta,Che osar mai posso? Il ben avezzo orecchioI degneri versi a sdegno avrebbe.A questo mio pregar, cortese in attoL’Ombra sorrise, e lampeggiò tre voltePiù che mai bella intorno. Indi repenteMe rivolgendo nel suo vivo lume,Come se nuda di corporeo pondoMe ad uom non data agilità movesse,Seco m’alzò, per vie, che al bel tragittoCedean lievi, e serene. Il breve folco,Che segnai seco pel celeste vuoto,Rapidamente precedean volandoLe messaggiere Dionèe colombe,Che con noi ratto là drizzando l’ali,Dove il nato giacea nobil Fanciullo,Si posar su la Cuna; e pria versatiVagamente su lui dal roseo rostroFior molli, e misti d’odorose foglieD’Idalio mirto, alto silenzio imposto,Il colorato varìante colloCome intente ad udir, volsero a lui,Che riparlò l’armonìosa lingua,Che sola parleriano i Numi in Terra.Odi, o Figlio, a dir prese, odi, o d’alteroPadre delizia, e dono, e nato appena
Questa tua gentil’alma, or’or partitaDal fronte eterno de le pure idee,Rivolgi al sacro ragionar de i Vati.Come prime parlaro al chiuso in fasceMagnanimo Pelíde, a te primereParlin le dotte Muse. Ad esse GioveSul primo varco de l’uman vìaggioLe vite de gli Eroi diede in governo.Questa, ove nasci, e fai d’un vago GermeLieto il paterno generoso Tronco,Almo Garzon, non è, non è l’invittaPatria, che al tuo natal dovea Natura.Da te lungi ella giace, ove a Lei centoIngegni, ed arti dolcemente in gremboNudre Minerva, ove Nettuno, e MarteDividono con Lei l’onor de l’armi,E lo scettro de l’onde, e il fren de i venti,Ma de la patria cuna oh come il dannoTi compensar gli Dei! Questa, ove nasci,È l’augusta, immortal d’Adria Regina,Quella, che quassù parmi invitta, e chiaraSorgere al par di Lei, che sul TarpèoSedea donna del Mondo, e del suo nomeLa sicurezza, ed il terror poneaSu la Romana Consolar bipenne:Quella, che per mutar lungo di tempiDa i saggi Padri ne i miglior NepotiGrande, e a sè stessa ugual sempre rinasce,Sede d’intatta libertà, maestraDi felice consiglio, unica in tanteDe gli agitati regni aspre vicende,Che a tutti cara per antico esempioD’imperturbabil fè, tranquilla tesseDe’ suoi destini l’ammirabil corso.Ma tu, Figlio, non sai, quanta prevenneQuesti del tuo Natal fausti momenti
Fama del Padre tuo, cui tutta ferveL’indole patria, e il natìo genio in volto.Mentre occulta ancor’eri, e dolce speme,E dolce peso del materno fianco,Del Re, che tanta dal Tamigi spandeGuerriera fama, Messaggiero augustoLo accolser queste avventurate arene,Che ancor tutte il suo grido empie, ed onora.Quanta in tanto splendor di sangue, e d’avi,E di supremo onore in lui grandezzaVera di cuor! Qual di modestia velo!Quanta di tratto, e di gentil costumeAmabil grazia, che spontaneo feaIl plauso universal venirgli incontro,E l’ossequio miglior, che d’amor nasceQual candor d’alma! Qual pensar sublime,Qual di facondia dono! E qual d’aperteOspiti soglie, e di lodate menseInstancabile lusso! E qual da milleFaci imitanti il dì per le sue stanzeDiffusa luce, e sfavellante gioiaNe le gioconde notti al Genio sacre!Il piacer de la vita a i Saggi caroSeco abitar parea tra il nobil’usoDe le fortune, e il signoril disprezzoDel servo a suoi voleri oro, che altroveTiranno regna su le umane voglie.Quale, e quanto però nel dì, che soloTutti illustrar potea, non fè vedersiQuando il real carattere, onde impressoDovea mostrarsi all’immortal Senato,
Vestìa le sue parole, e il suo sembiante?Cinto di trionfal pubblica pompaMirabil fu vederlo in giovin chiomaCoraggioso Orator, mentre in lui fermeLa maraviglia, ed il piacer teneaDe i gravi Padri le pensose ciglia,Elette gemme di Nestorei dettiVersar dal petto, e fa parlando fede,Che aspettar gli anni non è d’alma eccelsa,Vaga di cominciar dove son l’altreLe vie di gloria di finir contente.Figlio, sin da le fasce intender mostraL’onor di tanto Padre, e a lui sorridi.Anzi a conoscer la tua Madre bella,Che a far più chiari di tua Cuna i pregiBen nata germogliò Bastava Pianta,Impara, o Figlio, con gentil sorriso:La bella Madre tua, cui dier le GrazieIl rider parco, e il favellar leggiadro,Diè Teti il dolce scintillar, che metteDal vivo azzurro de le sue pupille,Tersicore i bei moti, Ebe l’intattoFior de la fresca età, Palle il senno,I vezzi Citerea, Giuno il decoro.Al felice favor de le sue cureCrescan gl’imbelli tuoi giorni immaturi:assida, il suo t’istilliTranquillo, accorto spirito soave,Come Aurora in un fior molle rugda:Ella te cos’I tuoi sonni lusinghi, il breve piantoTronchi sul labbro coi materni baci,Formi le incerte voci, e i vacillantiPassi assicuri. Ella ver te da GnidoQuei, che tanto somigli, alati Amo;Volar vegga sovente, desìosi
Teco d’aver sotto il suo vago ciglioParte de’ giuochi tuoi, de’ tuoi trastulli.Poi quando te fiorir di forze, e d’anniL’Angelico ciel vedrà, prendanti in curaL’arti cultrici. Di Natura i doniSchiudansi in te, come in terreno apricoSi manifesta de’ benigni semiLa vital’aura, e la virtù natìa,I tuoi grand’Avi intendi, e poichè avraiL’antica fama di lor’alte gestaDa tante, e sì lontane età raccolto,Volgiti al più vicino, e caro esempio,Studia il gran Padre tuo, che può bastartiPer tutti solo, e d’uguagliarlo agogna,Prendi da l’opre sue la viva legge,Che de la vita perigliosi, e cintiD’aspre fatiche a te i sentier rischiari,E t’additi fedel, come s’adempiaQuanto attende da te, quanto aver deeil Re, la Patria, e quel, che chiudi e volgiNe le onorate vene egregio sangue,Cresci, o nobil fanciullo, e già presagaIDe’ tuoi spledidi eventi al sen ti stringaLa Gloria nostra, a rispettarti apprendaL’instabile Fortuna. Oh quanta seiGiusta speme de’ tuoi! Ma che più parlo?Me la Notte abbandona. Ecco dal SoleOmai, qual’aureo innondator torrente,La settemplice madre de i colori,La nova luce a scaturir vicinaMe d’alto fere, e sforza i lieti alberghiD’Eliso riveder, pien de’ tuoi Fati,Che taciturna ancor caligin vela.Disse, e in Ciel sorse il giorno, e l’Ombra sparve,
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