O, che il Sol muta albergo

O, che il Sol muta albergo,E del Leon stellatoVa sù l’estivo tergoI raggi a saettar:Batte, ed in suon pietoso,Apri, mi dice Amore;Teco dal dì focosoMi venni a riparar.

Apri la tua capanna:Il fervido meriggioVedi come m’affanna,Come mi fa languir.Apri, Pastor, t’affretta;Non provocarmi a sdegno;Temi la mia vendetta;Sai come so ferir.

Io scendo, ed apro al Dio,Che prega e in un minaccia.Entra; e il tugurio mioSente il divin suo piè.Presente oli qual diffondeAmabil luce in giro!Presente oh quale infondeSoave fuoco in me!

Amor s’asside, e stancoL’arco dal collo slega,Spoglia de’ dardi il fianco,Che mai depor non sa:All’omero raccoglieL’affaticate penne,Ed ai begli occhi toglieQuella, che cieco il fa.

Un lin puro qual neve,Di Dori amico dono,Dispiega, e lieve lieveTerge il sudato crin;Terge l’accesso volto,Respira; e così poiParla ver me rivoltoL’Idalio Fanciullin.

Dal primo albore erraiDori cercando invano,Dori, che (se nol sai)La cura mia divien.Folta d’antichi faggiCercai quella selvetta,Dove dai caldi raggiA ristorarsi vien.

Selvetta, ove disceseL’Aurora impaziente.Quando per me l’acceseL’Eolio Cacciator;Selvetta, ove pur scultoVidi di Dori il nome,Che al vegetare occultoCresce co’ tronchi ancor

D’olmi ricinte intornoCercai l’argenteo fonte,Dove talor del giornoLenta l’ardor depon;Fonte, ove in dolci guiseGià la mia bella madreIn altri dì s’assiseCol Cinirèo Garzon.

Al fedel antro ombrosoCorsi, che di corimbiRiveste un tortùosoLascivo verdeggiarAntro, che in bianco veloGià fè la Dea triformeInnamorata in CieloIl carro abbandonar.

Movendo il guardo e il passoCercai se v’era Dori:V’era il felice sasso,Dove talor posòMa in aria lusinghieraSul vedovo macignoDori gentil non veraChe sospirando io vò.

Conoscitor di questiBoschi d’Arcadia lieti,Dirmi, Pastor, saprestiCelata ove si stàÈ forza ch’io la troviE che le fiamme mie,il mio valor rinnoviNe’rai di sua beltà.

Sebben nel Ciel fiammeggiaAlto il Titanio lume,Nè Pastorel, nè greggiaOsa lasc iar l’ovil;Dori per rinvenireFenderò l’aure ardenti:Che non sì può soffrirePer Ninfa sì gentil?

Tacque, e mirommi fiso;Poi ripigliò: Rispondi.Ahi come un mio sorrisoIncauto mi tradì!Mutando allor favella,So, disse Amor sdegnato,Dov’è la Ninfa bella,Che tanto m’invaghì.

E vidilo le pronteBell’armi sue raccorre,E alla turbata fronteLa benda rannodar.Il suo nemico aspettoTimido non sostenni;E il cuor presago in pettoIo mi sentii tremar.

Ahi! si levò su l’ali,E dalla tesa cordaVibrommi un de’ suoi straliQuanto vibrar si può;E nel mio cuor scolpita,E nel mio core ascosa,Per la fatal feritaAmor Dori trovò.

Comments

Loading comments…