Serenissimo Senato
Serenissimo Senato,Un Poeta indebitato,Trattenuto dai timoriDegli attenti Creditori,Se ne viene al vostro Trono,E ben degno è di perdono.Se il cammin mi fosse aperto,Padri eccelsi, vorrei certoCol tributo de’ miei carmiIn persona a voi prostarmi.So, che sempre meglio chiedeQuell’ossequio, che si vede,Che si move, parla, espone,E risponde a chi s’oppone,Profittando de’ momentiFavorevoli ai Presenti.Ed in vero, o saggi, o prodiDel Ben pubblico custodi,Padri eccelsi, quand’io venni,E pregai, quali non ottenni,Supplichevole Oratore,Clementissimo favore?
Sono in Parma, ov’ho la sorteDi servire in regal Corte,Che in due Principi rinserraQuanto v’ha di grande in Terra.Passo giorni tristi e neriCarco d’anni e di pensieri,Perchè ho debiti parecchi,Parte nuovi, e parte vecchi,Che per vivere ho contratti,E non ho mai soddisfatti.Al mio cuor son tante spineMille intere Genovine,Che fur prestiti cortesi,Ch’eran d’altri, e ch’io già spesi,E che prima di morireVorrei pur restituire.Ma far questo e come mai,Come uscir di tanti guaiSe non ho per mio sostegnoChe la penna, e che l’ingegno?Sono, ohimè!, per ogni latoDalla angustie circondato:Son ridotto a non potereFarmi in Pubblico vedere:Chè se mai con piè dubbiosoFuor la testa metter oso,Invan studio gir lontanoDa chi cercami, ed invanoPer fuggir questo pcricoloMuto calle, e muto vicolo,Che per tutto a mio rossoreSempre trovo un Creditore.Nè mi giova a volto bassoToccar via, che ad ogni passoSon tirato per i panni:Chi mi dice son vent’anni,
Chi son dieci, e chi son sei,Che non veggo i denar miei.Per non esser sì confusoNeppur valmi lo star chiuso;L’uscio mio, se in casa stò,Aver bene mai non può:Che chi deve aver da meVi stà fermo su due piè,Batte, picchia,. e all’uscio muto,Che battuto e ribattutoNon risponde, nel partireDice cose da non dire.Padri eccelsi, un Uom, che è natoSotto un Ciel così onorato,Così pien di libertate,Come quello, ove regnate,Viver deve sempre caricoDi vergogna e di rammarico,Senza speme di riscattoDi que’debiti, che ha fatto?Dovrà eterno prigionieroViver sempre in Ciel straniero?Uom, che sempre per affetto,Per dovere fu soggettoAlla Ligure immortaleNobil sua Patria regale:Uom, che amolla ovunque ei fosse,Che di gioja si commosse,E innalzò la fronte alteraQuando videla guerrieraCol valore de’ suoi FigliTrìonfare de’ perigli?Uom che ignoto alfin non è,E che a Genova non fè,Non fè al Sangue ed a’ ParentiDisonor co’ suoi talenti?
Niun sollievo a lui daràLa Fraterna Eredità,Mal disposta, mal divisa,Ed in parte anco indecisa?So, che appena riverentiLe mie Suppliche innocenti,Padri eccelsi, a voi verranno,Contro me congiurerannoGl’inflessibili rigoriDe’ miei santi Esecutori,E con grave autoritàDa lor forse si dirà:Che adempiuto ogni Legato,Ogni Debito pagato,Deve il resto esser assuntoIn suffraggio del Defunto;E che son gli altri danariDi que’ tanto a Cristo cariPoverelli del Vangelo,Che son degni del lor zelo.Ma se a’ Poveri lasciòIl Fratello, che testò,Ignorar come potea,Trascurar come dovea,Che il Maggiore PoverelloEra appunto suo Fratello?Quasi sacre ( e chi nol sa? )Son l’estreme volontà.Del suo faccia quel che vuoleChi per sempre perde il Sole;Faccia quel, che più gli piace;Faccia il Giusto, e vada in pace.Ma chi muor, perchè in buon’oraNon provvede ai Vivi ancora?Perchè lascia in tomba esangue,In miserie il proprio sangue?
Perchè, oh Dio!, sente, e non curall gran dritto di Natura,Che Dio stesso d’alto regge,D’alto modera, e protegge?Dritto santo, eterno dritto,Più che in carte impresso e scrittoDentro il cuore delle gentiDal Signore de’ Viventi.Oh fraterno Testamento,Con qual l ena io ti rammento!Perchè in te leggo, e ravvisoQuel, che forse in ParadisoPuò tardare al Fratel mioIl gran Ben di veder Dio!Padri augusti, che il potete,Al suo meglio provvedete,Abbia omai dall’alta manoDel poter vostro sovranoCon reciproco conforto,Bene il Vivo, e pace il Morto.
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