41 - Umilissimamente in ginocchione

Poesie

Umilissimamente in ginocchionele confesso, Signora, il mio peccato,io sono un solennissimo poltrone,mancator di parola, screanzato.Insomma io sono proprio una bestiacciae me lo dico francamente in faccia.

Né pretendo scusarmi, ancorché sappiache vizi tali son doti e retaggidi persone di nobile prosappia,di magistrati ed alti personaggi,e benché sappia che il non mantenerela parola è un’azion da cavaliere.

No, mia Signora, che che il mondo dicaonde addombrare i vizi de’ potenti,in mia difesa io non l’adduco mica.Io dell’ultima classe de’ viventiho della plebe l’esclusivo drittodi sentire il rimorso di un delitto.

Perciò, sapendo che ho mancato a leidopo tante promesse replicate,arrossisco, vergognomi e offrireivolontario il mio culo alle sferzatepiuttosto che soffrir l’onta e il rossoredi comparirle innanzi mancatore.

Ma che posso or far perché sia toltoil mio peccato dalla sua memoria?Le piace che componga alquanto il voltoe le intuoni una prece espiatoria?Ebbene: eccomi qui più smunto e seriodel sovrano famoso del salterio.

Salve donna Camilla tutta grazianel morale così come nel fisico,sopra la quale il ciel mai non si saziaversare i doni suoi, quantunque a risicoche gridin l’altre donne con mestizia:A lei tutto, a noi niente? Oh che giustizia!

Salve tu moglie di cotanto uomo,raro e prezioso assai più de’ brillantiche compera e che vende in faccia al Duomo.Salve tu madre di campioni erranti,valorosi più assai di mille squadrealle tavole tonde ed alle quadre.

Salve nipote di quel bravo zio,generoso, leale, umano, nobile,franco, grazioso, buon servo di Dioe dell’Isola d’Orta il più bel mobile.Salve tu madre delle tre ragazzeconservatrici delle buone razze.

Salve tu madre d’altra figlia eletta,tipo d’ogni più onesta costumanza,che avrà marito quando men l’aspetta.Salve suocera tu d’una Costanzache per sue forme e per buontà di cuoreè un fiore, un ananas d’ogni sapore.

Deh per virtù di questa settenariaserie di gaudi, che t’inebrian l’alma,una indulgenza accordami plenariae il mar dell’ira tua riponi in calma,quoniam pro meo peccato cogitaviet stratum meum lacrymis rigavi.

Orsù via dunque, i miei clamori ascoltameas omnesque iniquitates dele,e s’io torno a mancarti un’altra voltas’estingua per me il sole e le candele,o se il ciel mi concede di guardaremi mostri sol de’ conti da pagare.

Possa il sonno fuggirmi in quel momentoch’alzo la gamba per montar sul letto,e se pure che dorma è il ciel contentosognar sempre mi faccia a mio dispettonuovo impiego più adatto, assai promessoe sospirato indarno infino adesso.

Finalmente per sempre mi soscrivod’indomito appetito esser bersaglio,senza denaro e di vivande privo,ed a soffrir che mi si mostri in sbaglioda chi non ben distingue le personeper groppier di roletta o faraone.

Da tutto ciò, Camilla mia, tu vediquanto abborro e detesto il mio peccatoperciò levo i ginocchi e m’alzo in piedipersuaso che m’hai già perdonato,anzi mi pare udirti dire: Oh bravo!Tu sei de’ guadi miei proprio l’ottavo.

Comments

Loading comments…