Inferno — Canto X
Commedia
Quel color che viltà di fuor mi pinse,Veggenndo il duca mio tornare in volta,Più tosto dentro il suo nuovo ristrinse.Attento si fermò coni’ uom che ascolta;Che l’occhio noi potea menare a lungaPer l’aer nero e per la nebbia folta.5Pure a noi converrà vincer la punga,Cominciò el: se non... tal ne s’offerse.Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga?
Io vidi ben sì com’ei ricoperse 10Lo cominciar con l’altro che poi venne,Che fur parole alle prime diverse.Ma non dimen paura il suo dir dienne,Perch’io traeva la parola troncaForse a peggior sentenzia ch’ei non tenne. 15In questo fondo della trista concaDiscende mai alcun del primo grado,Che sol per pena ha la speranza cionca?Questa question fec’io; e quei: Di radoIncontra, mi rispose che di noi 20Faccia il cammino alcun per quale io vado.Ver’è che altra fiata quaggiù fuiCongiurato da quella Eriton cruda,Che richiamava l’ombre a’corpi sui.Di poco era di me la carne nuda, 25Ch’ella mi fece entrar dentro a quel muro,Per trarne un spirto del cerchio di Giuda.Quell’ è il più basso loco e il più oscuro,E il più lontan dal ciel che tutto gira:Ben so il camin: però ti fa securo. 30Questa palude, che il gran puzzo spira,Cinge d’intorno la città dolente,
U’ non potemo entrare omai senz’ira.Ed altro disse, ma non l’ho a mente;Perocché l'occhio m’avea tutto tratto 35Ver l'alta torre alla cima rovente,Ove in un punto furon dritte rattoTre furie infernal di sangue tinte,Che membra femminili avìeno, ed atto;E con idre verdissime eran cinte: 40Serpenti di ceraste avean per crine,Onde le fiere tempie eran avvinte.E quei, che ben conobbe le meschineDella regina dell’eterno pianto:Guarda, mi disse, le feroci Erine. 45Questa è Megera dal sinistro canto:Quella, che piange dal destro, è Aletto:Tesifone è nel mezzo: e tacque a tanto.Coll' unghie si fendea ciascuna il petto;Batteansi a palme, e gridavan sì alto, 50Ch’io mi strinsi al poeta per sospetto.Venga Medusa: sì il farem di smalto,
Gridavan tutte riguardando in giuso:Mal non vengiammo in Teseo l’assalto.Volgiti indietro; e tien lo viso chiuso; 35Che se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi,Nulla sarebbe del tornar mai suso.Così disse il Maestro; ed egli stessiMi volse, e non si tenne alle mie mani,Che con le sue ancor non mi chiudessi. 60O voi, che avete gl’intelletti sani,Mirate la dottrina che s’ascondeSotto il velame degli versi strani.E già venia su per le torbid’ondeUn fracasso d’un suon pien di spavanto, 65Per cui tremavan amendue le sponde;Non altrimenti fatto che d’un vento
Impetuoso per gli avversi ardori,Che fier la selva, e senza alcun rattentoLi rami schianta, abbatte, e porta fori: 70Dinanzi polveroso va superbo ,E fa fuggir le fiere e li pastori.Gli occhi mi sciolse, e disse: Or drizza il nerboDel viso su per quella schiuma anticaPer indi ove quel fummo è più acerbo. 75Come le rane innanzi alla nimicaBiscia per l’acqua si dileguan tutte,Fin che alla terra ciascuna s’abbica;Vid’io più di mille anime distrutteFuggir così dinanzi ad un che al passo 80Passava Stige colle piante asciutte.Dal volto rimovea quell’aer grasso,Menando la sinistra innanzi spesso;E sol di quell’ angoscia parea lasso.Ben m’accorsi ch’egli era del ciel messo , 85E volsimi al Maestro : e quei fé’ segno,
Ch’io stessi cheto, ed inchinassi ad esso.Ahi quanto mi parea pien di disdegno!Venne alla porta, e con una verghettaL’aperse , che non v’ebbe alcun ritegno. 90O cacciati del ciel, gente dispetta,Cominciò egli in su l’orribil soglia,Ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?Perchè ricalcitrate a quella voglia,A cui non puote il fin mai esser mozzo,95
E che più volte v’ha cresciuta doglia?Che giova nelle fata dar di cozzo,Cerbero vostro, se ben vi ricorda,Ne porta ancor pelato il mento e il gozzo.Poi si rivolse per la strada lorda, 100E non fé’ motto a noi: ma fé’ sembianteD’uomo, cui altra cura stringa e morda,Che quella di colui che gli è davante.E noi movemmo i piedi in ver la terra,Sicuri appresso le parole sante. 105Dentro v’entrammo senza alcuna guerra:Ed io , ch’avea di riguardar disioLa condizion che tal fortezza serra,Com’io fui dentro, 1’ occhio intorno invìo;E veggio ad ogni man grande campagna 110Piena di duolo e di tormento rio.Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
Sì com’a Pola presso del Quarnaro ,Che Italia chiude e i suoi termini bagna,Fanno i sepolcri tutto il loco varo: 115Così facean quivi d’ogni parte,Salvo che il modo v’era più amaro ;Che tra gli avelli fiamme erano sparte.Per le quali eran sì del tutto accesi,Che ferro più non chiede verun’arte. 120Tutti gli lor coperchi eran sospesi,E fuor n’uscivan sì duri lamenti ,Che ben parean di miseri e d’offesi.Ed io: Maestro, quai son quelle genti ,Che seppellite dentro da quell’ arche 125Si fan sentir con gli sospir dolenti?Ed egli a me: Qui son gli eresiarche
Co’ lor seguaci d’ogni setta, e moltoPiù che non credi, son le tombe carche.Simile qui con simile è sepolto: 130E i monimenti son più, e men caldi.E poi ch’alla man destra si fu volto,Passammo tra i martìri e gli alti spaldi.
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