Pensieri di uomini classici sulla lingua latina

Græcia capta ferum victorem cæpit, et artesIntuilit agresti Latio;

Così fra genti barbare e ferociBarbari accenti e vociFu dal destino a profferir costretta.

Infera regna canam supero contermina mundo.

Tu se’ lo mio maestro, e lo mio autoreTu se’ solo colui da cui io presiLo bello stile che mi ha fatto onore.

......... Charon cui plurima mentoCanities inculta jacet: stant lumina flamma.Un vecchio bianco per antico peloChe intorno agli occhi avea di fiamme ruote:

Quisquis es armatus qui nostra ad limina tendisE tu che se’ costì, anima viva,Umbrarum hic locus est somni noctisque soporae,Partiti da cotesti che son mortiCorpora viva nefas Stygia vectare carinaPiù lieve legno convien che ti porti.

Batte col remo qualunque si adagia,

Quam multa in sylvis autumni frigore primoLapsa cadunt folia....Come di autunno si levan le foglieL’una appresso dell’altra infin che il ramoRende alla terra tutte le sue spoglie.

Radit iter liquidum celeres nec commovet alasCon l’ale aperte e ferme al dolce nidoVolan per l’aer....

Ter conatus ibi collo dare brachia circumTer frustra comprensa manus effugit imago.Tre volte dietro a lei le mani avvinsi,E tante mi tornai con esse al petto.

Vulnus alit venis, et cæco carpitur igniE nelle vene vive occulta fiamma.Incipit effari, mediaque in voce resistitPiù volte già per dir le labbra apersiPoi rimase la voce in mezzo il petto........ Atque in verbo vestigia torsitCol fin delle parole il passo volse.Miserere animi non digna ferentisMiserere del mio non degno affanno.

Pone me pigris ubi nulla campisArbor æstiva recreatur auraQuod latus mundi nebulæ, malusqueJuppiter urget: etc. etc.Pommi ove il sole occide i fiori e l’erbaE dove vince lui il ghiaccio e la neve:Pommi ov’è il carro suo temprato e lieveE dov’è chi cel rende e chi cel serba: ecc. ecc.

Et faveo morbo cum juvat ipse dolor

Or lasso alzo la mano e l’arme rendo:e da Seneca Misericordiæ genus est cito occidereUn modo di pietà è occider tosto:

....... Quando assetato e stancoNon più bebbe del fiume acqua che sangue.

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,Le cortesie, l’audaci imprese.....

Ut flos in septis secretus nascitur hortis,Ignotus pecori nullo contusus aratroQuem mulcent auræ firmat sol educat imber......Sic virgo dum intacta manet........La verginella è simile alla rosaChe in bel giardin sulla nativa spinaMentre sola e sicura si riposa,Né gregge né pastor le se avvicina:L’aura soave e l’alba rugiadosaL’acqua la terra al suo favore inchina......

Ut lea quam sævo fætam pressere cubiliVenantes Numidæ natos erecta super statMente sub incerta: torvum ac miserabile frendensIlla quidem turbare globos, et frangere morsuTela queat sed prolis amor crudelia vincitPectora, et in media catulos circumspicit ira.Com’orsa, cui l’alpestre cacciatoreNella petrosa tana assalit’abbia,Sta sopra i figli con incerto coreE in suono freme di pietà e di rabbia:Ira la invita e natural furoreA spiegar l’ugne a insanguinar le labbia,Amor la intenerisce e la ritiraA riguardare i figli in mezzo all’ira.

Tum Dea nube cava tenuem sine viribus umbramIn faciem Æneæ (visu mirabile monstrum)Dardaniis ornat telis; clypeumque, jubasqueDivini assimulat capitis: dat inania verba,Dat sine mente sonum, gressusque effingit euntis.

Questi (cioè Belzebù) di cava nube ombra leggera(Mirabil mostro) in forma d’uom compose,E la sembianza di Clorinda alteraGli finse e l’armi ricche e luminose:Diegli il parlare, e senza mente il notoSuon della voce, e il portamento e il moto.

Est in secessu longo, locus, insula portumEfficit objectu laterum, quibus omnis ab altoFrangitur inque sinus scindit sese unda reductos,Hinc atque hinc vastæ rupes geminique minanturIn cælum scopuli;Luogo è in una dell’Erme assai ripostoOve si curva il lido, e in fuori stendeDue lunghe corna, e fra lor tiene ascostoUn ampio seno, e porto un scoglio rendeChe a lui la fronte, e il tergo all’onda ha oppostoChe vien dall’alto, e la respinge e fende.S’inalzan quinci e quindi, e torreggiantiFan due gran rupi segno a naviganti.

...... Pelago credas innare revulsasCycladas, aut montes occurrere montibus altos:Tanta mole viri turritis puppibus instant.Stupea flamma manu, telique volatile ferrumSpargitur: arva nova neptunia cæde rubescunt.Svelte nuotar le Cicladi direstiPer l’onde, e i monti coi gran monti urtarsi:L’impeto è tanto onde quei vanno e questiCo’ legni torreggianti ad incontrarsi.Già volar dardi e faci, e già funestiVedi di nuova strage i mari sparsi.

Ac veluti pueris abscinthia tetra medentesCum dare conantur prius oras pocula circumContingunt mellis dulci flavoque liquore,Ut puerorum ætas improvida ludificeturLabrorum tenus, interea perpotet amarumAbscinthi laticem, deceptaque non capiaturSed potius tali facto recreata valescat.Così all’egro fanciul porgiamo aspersiDi soave liquor gli orli del vaso:Succhi amari ingannato intanto ei beveE dall’inganno suo vita riceve.

D’alta facondia inessicabil vena

Protinus acciri diros ad regia fratresLimina (concilium horrendum) et genus omne suorumImperat. Ecce ingens igitur dat buccina signum,Quo subito intonuit celsis domus alta cavernis,Undique opaca ingens; antra intonuere profunda;Atque procul gravido tremefacta est corpore tellus:e Torquato Chiama gli abitator dell’ombre eterneIl rauco suon della tartarea tromba:Treman le spazïose atre caverne,E l’aer cieco a quel romor rimbomba;Né stridendo così dalle superneRegïoni del cielo il folgor piomba,Né sì scossa giammai trema la terraQuando i vapori in sen gravida serra.Continuo ruit ad portas gens omnis, et adsuntLucifugi cætus, varia atque bicorpora monstra,Pube tenus facies hominum; verum hispida in anguemDesinit ingenti sinuata volumine cauda;Tosto gli Dei d’abisso in varie tormeConcorron d’ogni intorno all’alte porte;Oh come strane! oh come orribil forme!Quant’è negli occhi lor terrore e morte!Stampano alcuni il suol di ferin’ormeE in fronte umana han chiome d’angui attorte,

E lor s’aggira dietro immensa coda,Che quasi sferza si ripiega e snoda.Gorgonas hi sphyngasque obscæno corpore redduntCentaurosque hydrasque illi ignivomasque chimæras,Centum alli scyllas, ac fædificas arpyas,Et quæ multa homines simulacra horrentia fingunt:Qui mille immonde arpie vedresti, e milleCentauri, e Sfingi, e pallide Gorgoni;Molte e molte latrar voraci Scille,E fischiar Idre, e sibilar Pitoni,E vomitar Chimere atre faville,E Polifemi orrendi e Gerïoni:E in nuovi mostri, e non più intesi o vistiDiversi aspetti in un confusi e misti.

Ipse rudi fultus solio nigraque verendusMajestate sedet.....Orrida maestà nel fiero aspetto ecc.

Tartarei proceres, cælo gens orta sereno,Quos olim huc superi mecum inclementia RegisEthere dejectos flagranti fulmine adegit.....Tartarei Numi, di seder più degniLà sovra il sole, ov’è l’origin vostra,Che meco già dai più felici regniSpinse il gran caso in questa orribil chiostra:....... Quæ prœlia totoEgerimus cælo, quibus olim denique utrimqueSit certatum odiis, notum: at meminisse necesse estIlle astris potitur partem et plus occupat æquoÆtheris, ac pœnas inimica a gente recepit.

Gli antichi altrui sospetti e i fieri sdegniNoti son troppo, e l’alta impresa nostra:Or colui regge a suo voler le stelle,E noi siam giudicati alme rubelle........ pro syderibus, pro luce serenaNobis senta situ loca, sole carentia tectaReddidit, ac tenebris jussit torquere sub imisImmites animas hominum, illætabile regnumHaud superæ aspirare poli datur amplius aulæ.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .In partemque homini, nostri data Regia cæli est.Ed invece del dì sereno e puro,Dell’aureo sol degli stellati giri,N’ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,Né vuol che al primo onor per noi si aspiri.E poscia (ahi! quanto a ricordarlo è duro!Questo è quel che più inaspra i miei martiri)Ne’ bei seggi celesti ha l’uom chiamato,L’uom vile e di vil fango in terra nato.

Spes etiam valida solatur compede vinctum,Crura sonant ferro sed canit inter opus.Spes alit agricolas, spes sulcis credit aratis,Semina quæ magno fœnere reddat ager.Con me nel carcer neroRagiona il prigioniero,Si scorda affanni e peneE al suon di sue cateneCantando va talor.

Perché gli son compagnaL’estivo raggio ardenteL’agricoltor non sente,Suda ma non si lagnaDell’opra, e del sudor.

Te nudrice alle Muse, ospite e Dea,Le barbariche genti che ti han domaNomavan tutte; e questo a noi pur feaLieve la varia antiqua infame soma.

Che se i tuoi vizj e gli anni e sorte reaTi han morto il senno ed il valor di Roma,In te viveva il gran dir che avvolgeaRegali allori alla servil tua chioma.

Or ardi, Italia, al tuo Genio ancor questeReliquie estreme di cotanto impero.Anzi il toscano tuo parlar celeste

Ognor più stempra nel sermon straniero,Onde più che di tua divisa vesteSia il vincitor di tua barbarie altero.

Comments

Loading comments…