Terza canzone (Ferrante)
«Se al suono i’ già cantai di lieti carmiI duo campion congiuntiNon men di fe che di fraterno nodo;E quante ebber vittorie e gran trofeiSulle dacie campagne,Ove mostrar con prove illustri quantoNelle italiche destre il ferro vaglia:E tante dier ferite, e sparser sangueChe l’empio Trace ancor ne geme e langue:
Rivolta oimè la cetra a tristi laiLor morte acerba or piango:Morte che tinse di funesto orroreIl nostro bel natio dolce terreno,E di Trinacria i campi;Sì fìa che del mio pianto,E de’ miei luttuosi aspri lamentiPietà ne giunga a le più stranie genti.
Oh qual fu l’aspra doglia e il tristo luttoEntro la gente armata,Quand’ella vide, ahi dolorosa vista!L’inclito Federigo a terra estintoPremer col busto esangue
Le sue stesse armi, e le guerrere insegne,L’elmo, il baston, lo scudo, e la famosaSpada di eterne glorie ornata e cinta,E ancor del tracio sangue aspersa e tinta.
Spettacolo non diè men fero e crudoDomenico sul campo, ov’ebbe gloriaEgual quand’altri vinse, e quando e’ cadde;Però che pien di sangue e di feriteDisdegnando il feral breve riposo.Che agli egri ed a’ languentiLargo concede il furibondo Marte,Della crudel battaglia entro l’orroreFermò il piede e la fronte, e’l ferro strinse,Finchè spirto e vigoreGirò in sua destra debole e tremante;Ma poi cedendo al fatoChiuse i bei lumi; e assai soavementePosando in su le insegne ambo le palmeSpirò, sembrando dir: d’altro non calme.
Morte crudel, se per tuo colpo atroceCader dovean sul campoI duo guerrieri in sul fiorir degli anni,E cinte appena le lor bionde chiomeDi trionfali allori;Sparger del sangue lor le dacie arenePotevi, e saziar l’ire e il tuo furore;Perchè serbar loro aspra e ria sventuraE’l fato estremo a le sicane mura?
Ah sì, per eternar la doglia e’l piantoDella patria infelice,Atro destino le appresenta agli occhi,Non che solo al pensier, l’orrida imago;E vuol che la dolenteVegga del sangue de’ suoi dolci figliRosseggiar l’onde e’l mameritino lido,E’ colli di Trinacria, e le pianureUn tempo liete e chiare, or triste e scure.
Ahi quante volle il dì gli occhi volgendoAl gran Peloro intorno
Rammenta il caso orrendo; ahi quante additaI luoghi, u’ sua gran prole eterne impresseOrme di gloria, e dice:Qui pugnò Federigo, e al suon dell’armeTremaro i colli e rimbombar le valli;Qui fu percosso: qui di sue feriteLieto, scorrendo e insanguinando il pianoEmpièo la gente ostil d’atro spavento;Qui cominciò a languir... qui cadde spento!»...............
Comments
Loading comments…