Esperienze intorno alla generazione degl'insetti

Ella sorrise alquanto: e poi; s’egli erraL’opinion, mi disse, de’ mortaliDove chiave di senso non disserra:Certo non ti dovrien punger li straliD’ammirazione omai; poi dietro a’ sensiVedi, che la ragione ha corte l’ali.

Forse che ancor con più solerti studiPoi ridurrò questo lavor perfetto.

Θῆρες δ᾽ οὐ θήρεσσιν ἐοικότες ὠμηστῇσιν,Οὐδὲ μὲν οὐδ᾽ ἄνδρεσσιν ὁμὸν δέμας, ἄλλο δ᾽ ἀπ᾽ ἄλλωνΣυμμιγέες μελέων κίον ἀθρόοι, ἠύτε μῆλαἘκ σταθμῶν ἅλις εἶσιν ὀπηδεύοντα νομῆι.Τοίους καὶ προτέρους ἐξ ἰλύος ἐβλάστησεΧθὼν αὐτὴ μικτοῖσιν ἀρηρεμένους μελέεσσιν,

Non è finto il destrier ma naturale,Ch’una giumenta generò d’un grifo;Simile al padre avea la piuma, e l’ale,Li piedi anteriori, il capo, e ’l grifo;In tutte l’altre membra parea qualeEra la madre, e chiamasi Ippogrifo.

Sempre a quel ver, ch’ha faccia di menzognaDee l’uom chiuder le labbra quanto ei puotePerò che senza colpa fa vergogna.

Nonne vides quaecunque mora fluidoque caloreCorpora tabescunt in parva animalia verti?

δείδω μή μοι τόφρα Μενοιτίου ἄλκιμον υἱὸνμυῖαι καδδῦσαι κατὰ χαλκοτύπους ὠτειλὰςεὐλὰς ἐγγείνωνται, ἀεικίσσωσι δὲ νεκρόν,ἐκ δ' αἰὼν πέφαται, κατὰ δὲ χρόα πάντα σαπείῃ.

τέκνον μή τοι ταῦτα μετὰ φρεσὶ σῇσι μελόντων.τῷ μὲν ἐγὼ πειρήσω ἀλαλκεῖν ἄγρια φῦλαμυίας, αἵ ῥά τε φῶτας ἀρηϊφάτους κατέδουσιν·ἤν περ γὰρ κεῖταί γε τελεσφόρον εἰς ἐνιαυτόν,αἰεὶ τῷ δ´ ἔσται χρὼς ἔμπεδος, ἢ καὶ ἀρείων.

Così per gli gran savi si confessaChe la Fenice muore e poi rinasce.

Turpe est difficiles habere nugas,Et stultus labor est ineptiarum.

I segreti del Ciel sol colui vedeChe serra gli occhi e crede.

Qua, dixit, repares arte, requiris, apes?Obrue mactati corpus tellure iuvenci.Quod petis a nobis, obrutus ille dabit.Iussa facit pastor, fervent examina putriDe bove: mille animas una necata dedit.

Quattuor eximios praestanti corpore tauros,Qui tibi nunc viridis depascunt summa Lycaei,Delige, & intacta totidem cervice iuvencas.Quattuor his aras alta ad delubra dearumConstitue, & sacrum iugulis demitte cruorem,Corporaque ipsa boum frondoso desere luco.

Post, ubi nona suos, aurora induxerat ortus,Inferias Orphei mittit, lucumque revisit.Heic vero subitum ac dictu mirabile monstrumAdspiciunt, liquefacta boum per viscera totoStridere apes utero & ruptis effervere costis,Immensasque trahi nubes, iamque arbore summaConfluere & lentis uvam demittere ramis.

Exiguus primum atque ipsos contractus ad ususEligitur locus; hunc angustique imbrice tectiParietibusque premunt arctis, & quattuor addunt,Quattuor a ventis obliqua luce fenestras.

Ma però s’elle ti venisser menoPer qualche caso, e destituto fossiDalla speranza di poter averneD’alcun luogo vicino, io voglio aprirtiUn magistero nobile e mirando;Che ti farà col putrefatto sangueDa i morti tori ripararle ancora;Come già fece il gran pastor d’ArcadiaAmmaestrato dal ceruleo vate,Che per l’ondoso mar Carpazio pasceGli armenti informi de le orribil foche:Perciò che quella fortunata gente,Che beve l’onde del felice fiume,Che stagna poi per lo disteso pianoPresso al Canopo, ove Alessandro il grandePose l’alta città ch’ebbe il suo nome.La quale ha intorno sè le belle ville,

Che la riviera de le salubri ondeRiga e le mena le barchette intorno;Questo venendo lunge fin da gl’Indi,Ch’hanno i lor corpi colorati e neri,Feconda il bel terren del verde EgittoE poi sen’ va per sette bocche in mare.Questo paese adunque intorno al NiloSa il modo che si dee tener chi vuoleGenerar l’api e far novelli esami.Primieramente eleggi in picciol loco,Fatto e disposto sol per tale effetto,E cingi questo d’ogni parte intornoDi chiusi muri, e sopra un picciol tettoD’embrici poni, ed indi ad ogni facciaApri quattro finestre che sian volteA i quattro primi venti, onde entrar possaLa luce che suol dar principio e vitaE moto e senso a tutti gli animanti;Poi vo’ che prenda un giovanetto toro,Che pur or curvi le sue prime cornaE non arrivi ancora al terzo maggio,E con le nari e la bavosa boccaSoffi mugghiando fuori orribil tuono;D’indi con rami ben nodosi e graviTanto lo batterai che caschi in terra,E fatto questo chiudilo in quel loco,Ponendo sotto lui popoli, e salci,

E sopra cassia, con serpillo e timo;E nel principio sia di primaveraQuando le grue tornando a le fredde alpiScrivon per l’aere liquido e tranquilloLa biforcata lettera de i Greci.In questo tempo da le tenere ossaIl tepefatto umor bollendo ondeggia(O potenza di Dio quanto sei grande,Quanto mirabil!); d’ogni parte alloraTu vedi pullular quegli animali,Informi prima, tronchi e senza piedi,Senz’ali, vermi, e ch’hanno appena il moto.Poscia in quel punto quel bel spirto infusoSpira e figura i piè, le braccia e l’ale,E di vaghi color le pinge e inaura.Ond’elle fatte rilucenti e belleSpiegano all’aria le stridenti penne,Che par che siano una rorante pioggiaSpinta dal vento in cui fiammeggi il sole,O le saette lucide che i Parti,Ferocissima gente, ed ora i TurchiScuoton da i nervi degl’incurvat’archi.

I quoque, delectos mactatos obrue tauros(Cognita res usu), de putri viscere passimFlorilegae nascuntur apes, quae more parentumRura colunt operique favent in spemque laborant.

Hoc geritur Zephyris primum impellentibus undas,Ante novis rubeant quam prata coloribus, anteGarrula quam tignis nidum suspendat hirundo,

καὶ ζῆ μὲν ἁγνὸν ἡ σοφὴ σχεδὸν βίον,ἄγευστος πὔσα νεκρικῶν σπαραγμάτων

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,Erano ignudi e stimolati moltoDa mosconi e da vespe ch’eran’ ivi;Elle rigavan lor di sangue il volto,Che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi

Da fastidiosi vermi era ricolto.

Concava littoreo demas si brachia cancro,Caetera supponas terrae, de parte sepultaScorpius exibit caudaque minabitur unca.

Forse era ver, ma non però credibileA chi del senso suo fosse signore.

Σφόνδυλοι ἐννεάδεσμοι ὑπερ τείρουσι κεραίης

Ascanius curvo direxit spicula cornu:Nec dextrae erranti deus abfuit, actaque multoPerque uterum sonitu perque ilia venit arundo.

Οἳ δ᾽ αἰεὶ περὶ νεκρὸν ὁμίλεον, ὡς ὅτε μυῖαιΣταθμῷ ἔνι βρομέωσι περιγλαγέας κατὰ πέλλαςὭρῃ ἐν εἰαρινῇ, ὅτε τε γλάγος ἄγγεα δεύει·Ὥς ἄρα τοὶ περὶ νεκρὸν ὁμίλεον.

Sic ubi deseruit madidos septemfluus agrosNilus, & antiquo sua flumina reddidit alveo,Aetherioque recens exarsit sidere limus,Plurima cultores versis animalia glebisInveniunt, & in his quaedam modo coepta sub ipsumNascendi spatium, quaedam imperfecta, suisqueTrunca vident numeris, & eodem in corpore saepeAltera pars vivit, rudis est pars altera tellus.Quippe ubi temperiem sumpsere humorque calorque,Concipiunt, & ab his oriuntur cuncta duobus.Cumque sit ignis aquae pugnax, vapor humidus omnesRes creat, & discors concordia foetibus apta est.

Si come nuoce al gregge semplicettoLa scorta sua, quand’ella esce di strada,Che tutta errando poi convien che vada,

Semina limus habet virides generantia ranas:Et generat truncas pedibus. Mox apta natandoCrura dat. Utque eadem sint longis saltibus apta.

Ed ecco ad un, ch’era da nostra proda,S’avventò un serpente che ’l trafisseLà dove ’l collo alle spalle s’annoda.Nè o si tosto mai, nè i si scrisse,Com’ei s’accese ed arse, e cener tuttoConvenne che cascando divenisse:E poi che fu a terra sì distrutto,La polver si raccolse, e per sè stessaIn quel medesmo ritornò di butto:

... s’io al vero son timido amico,Temo di perder vita tra coloroChe questo tempo chiameranno antico.

Più volte l’han smembrato, e non mai morto,Nè per smembrarlo uccider si potea,Che se tagliato, o mano, o gamba gli era,La rappiccava, che parea di cera.Or fin’ a’ denti il capo gli divideGrifone, or Aquilante fin’ al petto.Egli de’ colpi lor sempre si ride;S’adiran’ essi, che non hanno effetto.Chi mai d’alto cader l’argento vide,Che gli alchimisti hanno mercurio detto,E spargere e raccor tutti i suoi membri,Sentendo di costui, se ne rimembri.

Se gli spiccano il capo, Orrilo scende,Nè cessa brancolar sin che lo trovi,Ed or pel crine ed or pel naso il prende,Lo salda al collo, e non so con che chiovi.Piglial talor Grifone, e ’l braccio stende,Nel fiume il getta, e non par ch’anco giovi.Che nuota Orrilo al fondo com’un pesce,E col suo capo salvo alla riva esce.

Però, disse ’l maestro, se tu tronchiQualche fraschetta d’una d’este piante,Li pensier ch’hai si faran tutti monchi.Allor porsi la mano un poco avante,E colsi un ramuscel da un gran pruno;E ’l tronco suo gridò, perchè mi schiante?Da che fatto fu poi di sangue bruno,Ricominciò a gridar, perchè mi scerpi?Non hai tu spirto di pietade alcuno?Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi;Ben dovrebbe esser la tua man più pia,Se state fossim’anime di serpi.Come d’un stizzo verde ch’arso siaDall’un de’ capi, che dall’altro gemeE cigola per vento, che va via,Così di quella scheggia usciva insiemeParole e sangue; ond’i’ lasciai la cimaCadere, e stetti, come l’uom, che teme.

Ma voi, che avete gl’intelletti sani,Mirate la dottrina che si ascondeSotto il velame delli versi strani.Le cose belle (diceva il Berni) preziose e care,Saporite, soavi e delicateScoperte in man non si debbon portarePerchè da’ porci non sieno imbrattate:Dalla natura si vuole imparare,

Che ha le sue frutte e le sue cose armate

Di spine e reste e ossa e buccia e scorza,

Contra la violenza ed alla forza

Del ciel, degli animali e degli uccelli,

Ed ha nascosto sotto terra l’oro,

E le gioie e le perle e gli altri belli

Segreti agli uomin perchè costin loro;

E son ben smemorati e pazzi quelli

Che fuor portando palese il tesoro

Par che chiamino i ladri e gli assassini,

E ’l diavol che gli spogli e gli rovini.

Poich’ anche par che la giustizia voglia,

Dandosi il ben per premio e guidardone

Della fatica, che quel che n’ha voglia

Debba esser valentuomo e non poltrone;

E pare anche che gusto e grazia accoglia

A vivande che sien per altro buone,

E le faccia più care, e più graditeUn saporetto con che sien condite.Però quando leggete l’OdisseaE quelle guerre orrende e disperate,

E trovate ferita qualche Dea,

O qualche Dio, non vi scandalizzate,

Che quel buon uom’ altr’intender volea

Per quel che fuor dimostra alle brigate,

Alle brigate goffe, agli animali

Che con la vista non passan gli occhiali.

E così qui non vi fermate in queste

Scorze di fuor, ma passate più innanzi,

Chè s’esserci altro sotto non credeste,

Per dio avreste fatto pochi avanzi;

E di tenerle ben ragione areste

Sogni d’infermi e fole di romanzi;

Or dell’ingegno ognun la zappa pigli,

E sudi e s’affatichi e s’assottigli.

Non v’ accorgete voi che noi siam vermi,Nati a formar l’angelica farfalla.

Quod si spes generis defecerit omnis ubiqueSeminaque aruerint Iovis implacabilis ira,Sicut apes teneri reparantur caede iuvenci.Hic superaccedit tantum labor: ante iuvencusBisdenosque dies bisdenasque ordine noctesGraminis arcendus pastu, prohibendus ab undis.Interea in stabulis tantum illi pinguia moriSufficiunt folia, & lactenti cortice ramus.Viscera ubi caesi fuerint liquefacta, videbisBombycem fractis condensum erumpere costisAtque globos toto tinearum effervere tergo,Et veluti putres passim concrescere fungos.

E perchè egli è Aristotile bisognaCredergli, ancorchè dica la menzogna.

Voglion molti, che Amor dio degli amoriSiasi mezzo fanciullo, e mezzo augello,E si pasca di cuor come gli astori.Altri che un verme sia, simile a quelloChe nasce nelle corna de’ castroni,E gli raggira, e cava di cervello.

Se ’l vero appunto non scrisse io lo scuso,Perchè si stette all’altrui relazione,

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