V. A istanza de la Colonia Arcadica di Napoli nel 1703

Poesie varie

O erbosa e fiorita, o fresca e morbidasebezia riva, e qual nume dai patriicolli mi tolse e ’n te mi pose? Apollinefu egli forse o ’l nostro Pan capripede?Ma che lodato e’sia, qual egli fossesi,se in così lieta piaggia e così floridami trasse, e dove i miei compagni amabili,de’ quali il nome si da lunge intendesi,veder potrò, coni’io bramava. Or eccogli,eccogli, s’io non erro, in un bel cerchio;io piú non erro, ecco la nostra arcadicafamosa insegna: a la bel l’ombra stannosidegli arboscelli e cantando addolcisconole molli aurette che d’intorno aggiransi.Che dolce suon quelle sampogne rendono,che giá dal gran Sincero a lor passarono!O felice colui ch’a solitarioboschetto i giorni mena e canta e meditae tutto ha, perché nulla desidera.Or qual vegg’io da la cittá con lucidevesti pensoso e solo a noi venirsene,qual chi gran cose nella mente rumina,uom grande, d’occhio grave e di magnanimosembiante? Ei giunge a lento passo, e illustrasida lui l’ombrosa selva; a lui rivolgonsitutti i pastori ed il suono interrompono.

Mira che, ad ambe man le canne armonichetenendo in alto ancora e da le labbiapoco disgiunte, attoniti riguardano.Egli depone il manto aurato e appendeloa un verde ramo, di lontano il miranole Driadi e allegre l’una a l’altra additanlo.Candida pelle a l’uso nostro or cingesi,poi siede anch’egli in giro e del Parrasiobosco si dice abitator. Ripigliasil’usato canto; ma che sento! Similinon son piú a voi le vostre voci. A l’èterequal suon s’inalza? E come mai le querulesiringhe in un balen trombe divennero?Gli augelletti al rumore i nidi lasciano,rimbomba il colle e Pane al nuovo strepitocorre fuor de la grotta e guarda e stupidoalza le mani aperte e inarca il ciglio.Or qual sent’io spirto nel sen che m’agita?Che ninfe o selve? Oltra le vie del solespinger mi sento; eccelse in guerra impresesplendon d’intorno e su la gloria han regno.Suoi denti in sé per disperato sdegnorivolga il tempo, un inno alto sonantedi mano a Febo io vo a rapir, e alloraa lui mi volgerò che in un istanteben cento regni ancor fanciullo ottenne;dirò com’ei sostenneben cento assalti de l’Europa armata,come ardito gravò di ferree spogliele membra molli, come aspra e gelatasprezzò la notte e sprezzò il giorno ardente.Tu non temesti di Nettun fremente’orribi 1 faccia. Tu, P’ilippo invitto,i gioghi carchi di perpetuo vernovarcasti e i fiumi di fatai tragitto.Te vide il Tago in su destrier spumante

dissipar schiere, il Po te vide agli atridi morte orror mostrar secura fronte.L’ire per te, per te le destre han prontegenti infinite, immense schiere. Or vivi,vivi per sempre: e doni il braccio eternoa’ voti nostri ed a’ consigli tuoii regni a te, la bella pace a noi.

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