Non mi posso tener più ch'io non dica
Non mi posso tener più ch’io non dica,O pontefice al mondo quinto UrbanoEt o re di Buem Carlo monarca,Considerando quanto fu amicaVostra assembranza a ciascheduno umanoQuando là foste ove ’l Rodano varca.Cantava Roma il Ducato e la MarcaRomagna e l’altra Italia in questo tempo:Da po’ che ’l spirto e ’l tempoVidon d’accordo, ognun dicea — RifattoSarà ciascun latino e messo in pace,Ogni lupo rapaceSarà da questi due tosto disfatto;Poi oltremar terranno il cammin drittoA conquistar le terre dell’Egitto. —Dogliosi stavan ciaschedun tiranni,Popoli e Comun facean gran festa,Stava il buon forte, e ’l reo forte tremava:Altri scacciati fuori co’ lor danniDelle lor terre eran diverse gesta,Ch’alle paterne mura ognun sperava:La mercanzïa tutta n’esaltava:E que’ che ciò non avesse creduto
Ben era sordo e muto,Veggendo far di due maggiori un segno:Porti, sentieri, vie e strade aperteCredevan esser certe.Se non che par che un proverbio degnoV’abbia assaliti con sì fatto suono,Che consiglio di due non fu mai buono.Però che contro al creder d’ogni parteAdoperate nel principio vostro,Il qual dispiace quanto prima piacque.Seguendo andate l’opere di Marte;Nè terra nè castel nè alcun dicastroPuò star sicur se non ha intorno l’acque.Veniste là onde tal mossa nacque,Per disfar di Liguria la gran sterpe:Ma come fiera serpeGittò veleno et annodò la coda.E perchè niun di voi era ciurmato,Partiste da mercato:Et or cercate pecorelle a proda,Vogliendo far ciascun paese nudoChe contro a voi non abbia lancia o scudo.A te che tien l’apostolico ammanto,Dell’alto re de’ re vicario in terra,Voglio parlare in questa parte solo;Però che tutto fuor di modo santoÈ fuggir dalla pace e voler guerra,E ’ncontro a quelli del celeste polo.Se io nelle mie rime corro o volo,Ragion mi muove; perchè niun maggioreDè’ esser del Signore.Dunque, se sedia tien’ pel re superno,Lèggi quel ch’esso a ciaschedun comanda;Non seguir altra banda:E’ fu ed è e sempre fia eterno,Dicendo e maestrando — Pace a voi. —E tu in sua vece mal la mostri a noi.Rivolto è ’l mondo da quel tempo anticoChe molti di tuo par fuggìan tesoroPerchè disiavan la vita divina.
Se questo è ver, ragguarda ciò ch’io dico;E comìnciati a Pietro, e segui il coroCh’e’ trentatrè seguenti a lui declina,Facendo sempre in lor la mente fina;Nell’opre di ben far fieri ciascuno,E poi ad uno ad unoDi martìro alla morte ebber corona;E tra costor si fu Urbano il primo.Ma, s’io il vero stimo,Che fama del secondo Urban risuona,Del gran concilio suo che sì ferventeMosse al passaggio tutto l’occidente!E mosse allora questi Arrigo terzo:E non dugento ma dugento milleFu cotal turba a passar oltre mare.Tal oste agl’infedel non parve scherzo:Tripoli ed Antïoccia e le lor villeAcri e Jerusalem feron tornareSotto i cristiani. Et or ti vo’ contareDel terzo Urbano; il cui tempo oggi parme,Usar veggendo l’armeCon le qual Federigo allora corseQuando Toscana in molte parti prese:E mentre in queste offeseSi discendea, vera novella porseSiccome il Saladin con gente moltaLa Terra Santa avea per forza tolta.Quella stagion mi par, che fu allora;Salvo che perder tu non puoi quel loco,Perchè non l’hai, il qual perdè costui:Ma ben potresti racquistarlo ogn’ora.E qui di differenza è molto poco,Perchè ti staï come stette lui:E tua e nostra è, e non d’altrui,La vergogna e la beffa et anche il danno.I tuo’ pensier non vannoAl quarto Urbano, quando in fuga volseLo Saracino stuol ch’avea Manfredi.Ma tu se’ il quinto; e vediUn picciol re che Alessandria tolse
Pel mondo andar e domandarti aiutoPer far passaggio, ed or non l’hai voluto.A te che tieni il nome sempre augustoDirò quant’hai i tuo’ pensier diversiDalla speranza che ciascun disìa.Conquider i tiranni, com’è giusto,Dovevi, ed i Comun tutti universiMetter in pace nella dritta via.Tutto per e converso par che sia:Tu lasci il lupo, e vai drieto all’agnello.Pianga chi fu sì felloChe per promesse tue aprì sue porte;Carta nè scritta non gli valse teco:Così ’l Sanese ciecoDa Malatesta cominciò sua morte.Fatt’hai usciti, e nessun hai rimesso,Fuor d’ogni modo imperïal concesso.Pace co’ Turchi e guerra co’ CristianiPigliando prede, ogni sentier fu rotto,Togliendo a cui tu puo’ sua libertate.Se tu vuo’ fama, va’ contro a’ pagani:Ma forse temi non vi sia Nembrotto,Udendo le sue cose smisurate.Il nome tuo dovrìa molte fïateFarti pensar qual fu il buon Carlo Magno:Tu non te ne dài lagnoD’avere il soprannome il quale ebb’egli.Carlo secondo Calvo poco visse,Ma al ben far si misse:E Carlo Grosso terzo gli aspri e felliInfedeli Normanni tanto vinse,Che alla fede tosto gli ripinse.O quarto da costor, qual è che veggiaDa te virtù e ben in tra’ viventi?Perchè avarizia in te si mostra e serba?Credi tu che alcun scriva od alcun leggia,Et ora e sempre fia chi ti rammenti?Come farai, così diran le verba.E già mi par udir con voce acerbaDi Trievi di Maganza e di Cologna
Di Buem di SansognaDi Brandiborgo et ancor di BavieraBiastemar i signor, da poi ch’elettoTu fosti per lor detto:La paglia il ferro e l’oro e tua manieraMaladir sento, e dire ad ogni passo— Di quel possi tu ber che bevve Crasso. —Canzon, vattene a RomaLà dove Urbano troverai e Carlo:Di’ a ciascun il ver com’io ti parlo.
Comments
Loading comments…