Pesaro 24 Ottobre 1814.
Stimatissimo Signore. Nuovi al certo, o Signore, comparirangli codesti caratteri, né capaci in niun modo di scusarsi della loro audacia. Pure lo accerto che la apparente temerità vien provenuta dalla debita, e viva ammirazioni’ sincera eli’ io nutro verso a i suoi preclari talenti, e alla sua (direi quasi) non ordinaria dottrina; la fama di entrambi, e gli elogi che ognora da questi ridondano mi avean fatti conoscere i pregi della di Lei persona. Il desiderio che m’anima di farmi noti, ed amici gli vuomini (sic) datene, e tutti i saggi, che tentano e s’afi’atican di accrescerò il comune patrimonio dell’arti e dello scienze, per l’intiera Letteraria República, furono i primi impulsi e le prime cagioni, che mi spingeano a rendergli manifesti i miei sentimenti. 1 vincoli poscia indissolubili, e sacri, di una ame ignota, ma avventurosissima parentela, che fortunato a Lei mi congiunge, mi fecero in sull’istante troncare ogn’importuno ritegno, e con ragione importuno e intempestivo lo credo, giacche1 conscio pur sono del suo gentilo carattere, e del dolce, pacifico suo Genio. 8’ io scrivere dovuto avessi ad un Politico, o ad un Guerriero, mi sarei contentato di profumare il primo con lodi esagerate e bugiardo proclamandolo saggio in mezzo ai vizi che circondano il Trono, e in mezzo alle bramo dei cortigiani gabinetti; o paragonato avrei il secondo al sapiente Voban, che vince col silenzio dello studio d’Archimede, e a Montecuccoli, e a Turrena terribili Scipioni in campo illustre di Marte, e magnifici Luculli nei cari ozi della pace. Se poi od un Principe, o ad un Federico, mi sarebbe stato d’uopo colla penna di Racine, con quella medesima penna che fu la delizia della Corte di Luigi XIV, ritrattar questo Sovrano come il Filosofo del suo Secolo, o come lo specchio dei Principi agl’occhi puranco del più rigido Aristarco; in ciò oh! la strana vilenza (sic), che avrebbe soferta la mia indole, e il buon senso! Qual vasto apparato di favole milesie, o di gotica barbarie avrei dovuto pingere con affettati colori per far scender Tersite dalla stirpe d’Achille, e Marsano dal sangue di Rinaldo! Ma io scrivo ad un giovane valoroso, che spinge rapidi e franchi i nobili suoi passi, per la cariera (sic) di Minerva ed Appolline (sic), traendo i suoi giorni fra il lume, che trasparve un dì dalle selve del Tuscolo, ed Arcadia; io scrivo ad un Genio, che tutte abborrisce le lodi cortigiane, e fallaci, e tutta comprende l’effemminata galanteria dei nostri petis (sic) Maitres piena d’inutili smorfie, di simulate espressioni, o insieme di mordaci censure por Madama, e per Monsieur. Laonde gli dovrei dir con Orazio,
Invito capace a lusingare puranche lo stoico Epitteto. Ma io ancor non son degno di un discorso così famigliare, e sol mi appago per ora di nuovamente rinovar le proteste di rispetto, e di stima, che sincero il mio animo a Lei tributa; assai felice se potrò ottenere il suffragio di Colui, che nei più alti gradi della scienza umana avrà meritato un giorno l’ammirazione, e l’applauso di tutta l’Europa. Suo devotissimo Servitore.
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