Appressamento della morte — Canto I
Era morta la lampa in Occidente,E queto ’l fumo sopra i tetti e quetaDe’ cani era la voce e de la gente:
Quand’i’ volto a cercare eccelsa meta,Mi ritrova’ in mezzo a una gran landa,Bella, che vinto è ’ngegno di poeta.
Spandeva suo chiaror per ogni bandaLa sorella del sole, e fea d’argentoGli arbori ch’a quel loco eran ghirlanda.
I rami folti gian cantando al vento,E ’l mesto rosignol che sempre piagneDiceva tra le frasche suo lamento.
Chiaro apparian da lungi le montagne,E ’l suon d’un ruscelletto che correaEmpiea il ciel di dolcezza e le campagne.
Fiorita tutta la piaggia ridea,E un’ombra vaga ne la valle brunaGiù d’una collinetta discendea.
Sprezzando ira di gente e di fortuna,Pel muto calle i’ gia da me diviso,Cui vestia ’l lume della bianca luna.
Quella vaghezza rimirando fiso,Sentia l’auretta che gli odori spande,Mollissima passarmi sopra ’l viso.
Se lieto i’ fossi è van che tu dimande,Grand’era ’l ben ch’aveva, ed era ’l beneOnde speme nutria, di quel più grande.
Ahi son fumo quaggiù l’ore serene!Un momento è letizia, e ’l pianto dura.Ahi la tema è saggezza, error la spene.
Ecco imbrunir la notte, e farsi scuraLa gran faccia del ciel ch’era sì bella,E la dolcezza in cor farsi paura.
Un nugol torbo, padre di procella,Sorgea di dietro ai monti e crescea tantoChe non si vedea più luna né stella.
Io ’l mirava aggrandirsi d’ogni canto,E salir su per l’aria a poco a poco,E al ciel sopra mia testa farsi manto.
Veniva ’l lume ad ora ad or più fioco,E ’ntanto tra le frasche crescea ’l vento,E sbatteva le piante del bel loco,
E si facea più forte ogni momentoCon tale uno stridor che svolazzavaTra le fronde ogni augel per lo spavento.
E la nube crescendo in giù calavaVer la marina, sì che l’un suo lemboToccava i monti e l’altro il mar toccava.
Pareva ’l loco d’ombra muta in gremboDi notte senza lampa chiusa cella,E crescea ’l buio a lo ’ngrossar del nembo.
Già cominciava ’l suon de la procella,E di lontan s’udiva urlar la pioggiaCome lupi d’intorno a morta agnella.
Dentro le nubi in paurosa foggiaGuizzavan lampi e mi fean batter gli occhi,E n’era ’l terren tristo e l’aria roggia.
I’ sentia già scrollarmisi i ginocchiCh’i tuoni brontolavano a quel metroChe torrente vicin che giù trabocchi.
Talora i’ mi sostava e l’aer tetroGuardava spaurato e poi correaSì ch’i panni e le chiome ivano addietro.
E ’l duro vento col petto rompeaChe gocce fredde giù per l’aria neraSoffiando, sopra ’l volto mi spignea.
E ’l tuon veniami ’ncontra come feraRugghiando orribilmente senza posa,E cresceva la pioggia e la bufera.
E ne la selva era terribil cosaIl volar foglie e rami e polve e sassi,E ’l rombar che la lingua dir non osa.
I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi:Tant’era pien di dotta e di terroreChe non sapea più star né mover passi.
Era ’l balen sì spesso che ’l baglioreS’accendea sempre e mai non era spento,Perch’ al fine i’ ristetti a quell’orrore,
E mi rivolsi indietro; e ’n quel momentoSi stinse ’l lampo e tornò buja l’etraEd acquetossi ’l tuono e stette ’l vento.
Taceva ’l tutto, ed i’ era di pietraE sudava e tremava che la menteCome ’l rimembra, per l’orror s’arretra;
E ’l palpitar si facea più frequente:Quando com’astro che per l’aer caggia,Un lume scese e femmisi presente.
Splendeva in quella tenebria selvaggiaSì chiaro che vincea vampa di foco,Qual fornace di notte in muta piaggia,
E splendendo cresceva a poco a poco;E ’n mezzo vi pareva uman sembianteVago sì ch’a ’l ritrar mio stile è roco.
Ed i’ tremava dal capo a le piante,Ma pur dolcezza mi sentia nel pettoIn levar gli occhi a quel che m’era innante.
Bianco vestia lo Spirto benedettoRaggiante come d’Espero la stella,E avea ’l crin biondo e giovenil l’aspetto.
Io l’Angel son che tua natura abbella,Tua guardia, (e su i ginocchi allor cascai)Cominciò quegli in sua santa favella.
La gran Signora da’ sereni raiMandommi ch’ha di te pietade in cielo.Poco t’è lunge ’l dì che tu morrai.
I’ mi fei bianco in volto e venni gelo,Attonito rimasi e mi sentiaRitrarsi ’l core ed arricciarsi ’l pelo.
E muto stetti, e pur volea dir: Sia,O Signor, quel ch’è fermo in tuo consiglio,Ma voce de la strozza non uscia.
E sol potei chinar la fronte e ’l ciglio,E caddi al suol boccone; e quegli alloraLevommi a un tratto e, Fa cor, disse, o figlio.
Non ti dolga di tua poca dimoraIn questa piaggia trista, e non ti cagliaCh’ancor del quarto lustro non se’ fora.
Or ti parrà da quanto aspra battagliaVoler sia de l’Eterno che for esca,E come umana gente si travaglia,
E quant’è van quel che le menti adesca,Ed ammiranda vision vedrai,Per che gir di qua lunge non t’incresca,
E poi soggiunse: Mira, ed i’ mirai.
Comments
Loading comments…