Le ricordanze

Canti (1831)

Vaghe stelle de l’Orsa, io non credeaTornare ancor per uso a contemplarviSul paterno giardino scintillanti,E ragionar con voi da le fenestreDi questo albergo ove abitai fanciullo,E de le gioie mie vidi la fine.Quante immagini un tempo, e quante foleCreommi nel pensier l’aspetto vostroE de le luci a voi compagne! alloraChe, tacito, seduto in verde zolla,De la sera io solea passar gran parteMirando il cielo, ed ascoltando il cantoDe la rana rimota a la campagna!E la lucciola errava appo le siepiE in su l’aiuole, susurrando al ventoI viali odorati, ed i cipressiLà ne la selva; e sotto al patrio tettoSonavan voci alterne, e le tranquille

Opre de’ servi. E che pensieri immensi,Che dolci sogni mi spirò la vistaDi quel lontano mar, quei monti azzurri,Che di qua scopro, e che varcare un giornoIo mi pensava, arcani mondi, arcanaFelicità fingendo al viver mio!Ignaro del mio fato, e quante volteQuesta mia vita dolorosa e nudaVolentier con la morte avrei cangiato.Nè mi diceva il cor che l’età verdeSarei dannato a consumare in questoNatio borgo selvaggio, intra una genteZotica, vil; cui nomi strani, e spessoArgomento di riso e di trastullo,Son dottrina e saper; che m’odia e fugge,Per invidia non già, chè non mi tieneMaggior di se, ma perchè tale estimaCh’io mi tenga in cor mio, sebben di fuoriA persona giammai non ne fo segno.Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,Senz’amor, senza vita; ed aspro a forzaTra lo stuol de’ malevoli divengo:Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,E sprezzator de gli uomini mi rendo,Per la greggia ch’ho appresso: e intanto vola

Il caro tempo giovanil; più caroChe la fama e l’allòr, più che la puraLuce del giorno, e lo spirar: ti perdoSenza un diletto, inutilmente, in questoSoggiorno disumano, intra gli affanni,O de l’arida vita unico fiore.Viene il vento recando il suon de l’oraDa la torre del borgo. Era confortoQuesto suon, mi rimembra, a le mie notti,Quando fanciullo, ne la buia stanza,Per assidui terrori io vigilava,Sospirando il mattin. Qui non è cosaCh’io vegga o senta, onde un’immagin dentroNon torni, e un dolce sovvenir non sorga.Dolce per se; ma con dolor sottentraIl pensier del presente, un van desioDel passato, ancor tristo, e il dire: io fui.Quella loggia colà, volta a gli estremiRaggi del dì; queste dipinte mura,Quei figurati armenti, e il Sol che nasceSu romita campagna, a gli ozi mieiPorser mille diletti allor che al fiancoM’era, parlando, il mio possente erroreSempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,Al chiaror de le nevi, intorno a queste

Ampie fenestre sibilando il vento,Rimbombaro i sollazzi e le festoseMie voci al tempo che l’acerbo, indegnoMistero de le cose a noi si mostraPien di dolcezza; indelibata, interaIl garzoncel, come inesperto amante,La sua vita ingannevole vagheggia,E celeste beltà fingendo ammira.O speranze, speranze; ameni inganniDe la mia prima età! sempre, parlando,Ritorno a voi; chè per andar di tempo,Per variar d’affetti e di pensieri,Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,Son la gloria e l’onor: diletti e beniMero desio: non ha la vita un frutto;Inutile miseria. E sebben vòtiSon gli anni miei, sebben deserto, oscuroIl mio stato mortal, poco mi toglieLa fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvoltaA voi ripenso, o mie speranze antiche,Ed a quel caro immaginar mio primo;Indi riguardo il viver mio sì vileE sì dolente, e che la morte è quelloChe di cotanta speme oggi m’avanza;Sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto

Consolarmi non so del mio destino.E quando pur questa invocata morteSarammi accanto, e fia venuto il fineDe la sventura mia; quando la terraMi fia straniera valle, e dal mio sguardoFuggirà l’avvenir; di voi per certoRisovverrammi; e quella imago ancoraSospirar mi farà, farammi acerboL’esser vissuto indarno, e la dolcezzaDel dì fatal tempererà d’affanno.E già nel primo giovanil tumultoDi contenti, d’angosce e di desio,Morte chiamai più volte, e lungamenteMi sedetti colà su la fontanaPensoso di cessar dentro quell’acqueLa speme e il dolor mio. Poscia, per ciecoMalor, condotto de la vita in forse,Piansi la bella giovanezza, e il fioreDe’ miei poveri dì, che sì per tempoCadeva: e spesso a l’ore tarde, assisoSul conscio letto, dolorosamenteA la fioca lucerna poetando,Lamentai co’ silenzi e con la notteIl fuggitivo spirto, ed a me stessoIn sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,O primo tempo giovanile, o giorniVezzosi, inenarrabili, allor quandoAl rapito mortal primieramenteSorridon le donzelle; a gara intornoOgni cosa sorride; invidia tace,Non desta ancora ovver benigna; e quasi(Inusitata meraviglia!) il mondoLa destra soccorrevole gli porge,Scusa gli errori suoi, festeggia il novoSuo venir ne la vita, ed inchinandoMostra che per signor l’accolga e chiami?Fugaci giorni! a somigliar d’un lampoSon dileguati. E qual mortale ignaroDi sventura esser può, se a lui già scorsaQuella vaga stagion, se il suo buon tempo,Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?O Nerina! e di te forse non odoQuesti luoghi parlar? caduta forseDal mio pensier sei tu? Dove sei gita,Che qui sola di te la ricordanzaTrovo, dolcezza mia? Più non ti vedeQuesta Terra natal: quella finestra,Ond’eri usata favellarmi, e doveMesto riluce de le stelle il raggio,

È deserta. Ove sei che più non odoLa tua voce sonar, siccome un giorno,Quando soleva ogni lontano accentoDel labbro tuo, ch’a me giungesse, il voltoScolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoiFuro, mio dolce amor. Passasti. Ad altriIl passar per la terra oggi è sortito,E l’abitar questi odorati colli.Ma rapida passasti; e come un sognoFu la tua vita. Ivi danzando; in fronteLa gioia ti splendea, splendea ne gli occhiQuel confidente immaginar, quel lumeDi gioventù, quando spegneali il fato,E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regnaL’antico amor. Se a feste anco talvolta,Se a radunanze io movo, infra me stessoDico: o Nerina, a radunanze, a festeTu non ti acconci più, tu più non movi.Se torna maggio, e ramoscelli e suoniVan gli amanti recando a le fanciulle,Dico: Nerina mia, per te non tornaPrimavera giammai, non torna amore.Ogni giorno sereno, ogni fioritaPiaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento,Dico: Nerina or più non gode; i campi,

L’aria non mira. Ahi tu passasti, eternoSospiro mio: passasti: e fia compagnaD’ogni mio vago immaginar, di tuttiI miei teneri sensi, i tristi e cariMoti del cor, la rimembranza acerba.

Comments

Loading comments…