Il primo amore
Canti
Tornami a mente il dí che la battagliad’amor sentii la prima volta, e dissi:oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,io mirava colei ch’a questo coreprimiera il varco ed innocente aprissi.Ahi come mal mi governasti, amore!Perché seco dovea sí dolce affettorecar tanto desio, tanto dolore?e non sereno, e non intero e schietto,anzi pien di travaglio e di lamentoal cor mi discendea tanto diletto?Dimmi, tenero core, or che spavento,che angoscia era la tua fra quel pensieropresso al qual t’era noia ogni contento?quel pensier che nel dí, che lusinghieroti si offeriva nella notte, quandotutto queto parea nell’emisfero:tu inquieto, e felice e miserando,m’affaticavi in su le piume il fianco,ad ogni or fortemente palpitando.E dove io tristo ed affannato e stancogli occhi al sonno chiudea, come per febrerotto e deliro il sonno venia manco.
Oh come viva in mezzo alle tenebresorgea la dolce imago, e gli occhi chiusila contemplavan sotto alle palpebre!oh come soavissimi diffusimoti per l’ossa mi serpeano, oh comemille nell’alma instabili, confusipensieri si volgean! qual tra le chiomed’antica selva zefiro scorrendo,un lungo, incerto mormorar ne prome.E mentre io taccio, e mentre io non contendo,che dicevi o mio cor, che si partiaquella per che penando ivi e battendo?Il cuocer non piú tosto io mi sentiadella vampa d’amor, che il venticelloche l’aleggiava, volossene via.Senza sonno io giacea sul dí novello,e i destrier che dovean farmi deserto,battean la zampa sotto al patrio ostello.Ed io timido e cheto ed inesperto,ver lo balcone al buio protendeal’orecchio avido e l’occhio indarno aperto,la voce ad ascoltar, se ne doveadi quelle labbra uscir, ch’ultima fosse;la voce, ch’altro il cielo, ahi, mi togliea.Quante volte plebea voce percosseil dubitoso orecchio, e un gel mi prese,e il core in forse a palpitar si mosse!E poi che finalmente mi discesela cara voce al core, e de’ cavaie delle rote il romorio s’intese;orbo rimaso allor, mi rannicchiaipalpitando nel letto e, chiusi gli occhi,strinsi il cor con la mano, e sospirai.Poscia traendo i tremuli ginocchistupidamente per la muta stanza,ch’altro sará, dicea, che il cor mi tocchi?
Amarissima allor la ricordanzalocommisi nel petto, e mi serravaad ogni voce il core, a ogni sembianza.E lunga doglia il sen mi ricercava,com’è quando a distesa Olimpo piovemalinconicamente e i campi lava.Ned io ti conoscea, garzon di novee nove Soli, in questo a pianger natoquando facevi, amor, le prime prove.Quando in ispregio ogni piacer, né gratom’era degli astri il riso, o dell’auroraqueta il silenzio, o il verdeggiar del prato.Anche di gloria amor taceami alloranel petto, cui scaldar tanto solea,che di beltade amor vi fea dimora.Né gli occhi ai noti studi io rivolgea,e quelli m’apparian vani per cuivano ogni altro desir creduto avea.Deh come mai da me sí vario fui,e tanto amor mi tolse un altro amore?Deh quanto, in veritá, vani siam nui!Solo il mio cor piaceami, e col mio corein un perenne ragionar sepolto,alla guardia seder del mio dolore.E l’occhio a terra chino o in sé raccolto,di riscontrarsi fuggitivo e vagoné in leggiadro soffria né in turpe volto:che la illibata, la candida imagoturbare egli temea pinta nel seno,come all’aure si turba onda di lago.E quel di non aver goduto appienopentimento, che l’anima ci grava,e il piacer che passò cangia in veleno,per li fuggiti dí mi stimolavatuttora il sen: che la vergogna il durosuo morso in questo cor giá non oprava.
Al cielo, a voi, gentili anime, io giuroche voglia non m’entrò bassa nel petto,ch’arsi di foco intaminato e puro.Vive quel foco ancor, vive l’affetto,spira nel pensier mio la bella imago,da cui, se non celeste, altro dilettogiammai non ebbi, e sol di lei m’appago.
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