Paralipomeni della Batracomiomachia — Canto Settimo

1

D’aggiunger mi scordai nell’altro cantoChe il topo ancor l’incognito richieseDel nome e dello stato, e come tantoFosse ad un topo pellegrin cortese,E da che libri, ovver per quale incantoLe soricine voci avesse apprese.Parte l’altro gli disse, e il rimanenteVoler dir più con agio il dì seguente.

2

Dedalo egli ebbe nome, e fu per l’arteSimile a quel che fece il laberinto.Che il medesimo fosse, antiche carteMostran la fama aver narrato o finto.Se la ragion de’ tempi in due li parte,Non vo d’anacronismo esser convinto:Gli anni non so di Creta o di Minosse;Il Niebuhr li diria se vivo fosse.

3

Antichissima, come è manifesto,Fu del nostro l’età. Però dichiaro,Lettori e leggitrici, anzi protestoChe il Dedalo per fama oggi sì chiaro,Forse e probabilmente non fu questoDel quale a ragionarvi io mi preparo,Ma più moderno io non saprei dir quanto:Ed in via senza più torna il mio canto.

4

Quel Dedalo che al topo albergo diedeFu di ricca e gentil condizione,Da quei che il generâr lasciato erede;E noiato non so per qual ragioneDegli uomini, che pur, chi dritto vede,In general son ottime persone,Ridotto s’era solitario in villaA condur vita libera e tranquilla.

5

Questi adunque, poichè più di quattr’oreAlto il sole ebbe visto al pellegrinoChe dall’alba dormia con gran saporeRecò che molto innanzi era il mattino,E levato il condusse ove in coloreVario splendea tra l’oro il marrocchino,Nello studio cioè, che intorno intornoEra di libri preziosi adorno.

6

Ivi gli fe’ veder molti volumiD’autori topi antichi e di recenti:I Delirii del gran Fiutaprofumi,La Trappola, tragedia in atti venti;Topaia innanzi l’uso de’ salumi,Gli Atti dell’Accademia de’ Dormienti,L’Amico de’ famelici, ed un canticoPer nascita reale in foglio atlantico.

7

La grammatica inoltre e il dizionarioMostrògli della topica favella,E più d’un altro libro necessarioA drittamente esercitarsi in quellaChe con l’uso de’ verbi alquanto vario,Alle lingue schiavone era sorella.Indi fattol sedere, anch’ei s’assise,Ed in un lungo ragionar si mise.

8

E disse com’ancor presso al confineDi pubertà quel nido avendo eletto,Di fisiche e meccaniche dottrinePreso aveva in quegli ozi un gran diletto,Tal che diverse cose e peregrineAvea per mezzo lor poste ad effetto,E correndo di poi molti paesi,Molti novi trovati aveva appresi.

9

E sommamente divenuto espertoDella storia che detta è naturale,Ben già fin dal principio essendo certoDello stato civil d’ogni animale,Gl’idiomi di molti avea scoperto,Quale ascoltando intentamente, e qualePer volumi trovati: ond’esso a quanteBestie per caso gli venian davante,

10

Come a simili suoi, come a consortiSempre in ciò che poteva era cortese.Ma dopo aver così di molte sortiE città d’animai le lingue apprese,E quinci de’ più frali e de’ più fortiLe più riposte qualitadi intese,Un desiderio in cor gli era spuntatoChe l’avea per molti anni esercitato.

11

Un desiderio di dovere, andandoPer tutto l’orbe, a qualche segno esterno,Come il nostro scopriro altri cercando,Degli animali ritrovar l’inferno,Cioè quel loco ove al morir passandoVivesse l’io degli animali eterno,Il qual ch’eterno fosse al par del nostroDal comun senso gli parea dimostro.

12

Perchè dicea, chiunque gli occhi al soleChiudere, o rinnegar la coscienza,Ed a sè stesso in sè mentir non vuole,Certo esser dee che dalla intelligenzaDe’ bruti a quella dell’umana proleÈ qual da meno a più la differenza,Non di genere tal che se rigettaLa materia un di lor, l’altro l’ammetta.

13

Che certo s’estimar materia fraleDalla retta ragion mi si consenteL’io del topo, del can, d’altro mortale,Che senta e pensi manifestamente,Perchè non possa il nostro esser cotaleNon veggo: e se non pensa inver nè senteIl topo o il can, di dubitar concessoM’è del sentire e del pensar mio stesso.

14

Così dicea. Ma che l’uman cervelloCiò che d’aver per fermo ha stabilitoCreda talmente che dal creder quelloNol rimova ragion, forza o partito,Due cose, parmi, che accoppiare è bello,Mostran quant’altra mai quasi scolpito:L’una, che poi che senza dubbio alcunoDi Copernico il dogma approva ognuno,

15

Non però fermi e persuasi mancoSono i popoli tutti e son le scole,Che l’uomo, in somma, senza uguali al fiancoSegga signor della creata mole,Nè con modo men lepido o men francoSi ripetono ancor le antiche fole,Che fan dell’esser nostro e de’ costumiPer nostro amor partecipare i numi.

16

L’altra, che quei che dell’umana menteL’arcana essenza a ricercar procede,La question delle bestie interamenteLasciar da banda per lo più si vedeQuasi aliena alla sua, con impudenteDissimulazione e mala fede,E conchiuder la sua per modo tale,Ch’all’altra assurdo sia, nulla gli cale.

17

Ma lasciam gli altri a cui per dritto sensoI topi anche moderni io pongo avanti.A Dedalo torniamo ed all’intensoDesio che il mosse a ricercar per quantiClimi ha la terra e l’oceáno immenso,Come fer poscia i cavalieri errantiDelle amate lor donne, in qual dimoraLe bestie morte fosser vive ancora.

18

Trovollo alfin veracemente, e molte.Vide con gli occhi propri alme di brutiIgnude, io dico da quei corpi sciolteChe quassù per velami aveano avuti,Se bene in quelli ancor pareano involte,Come non saprei dir, ma chi vedutiSpiriti ed alme ignude ha di presenza,Sa che sempre di corpi hanno apparenza.

19

Dunque menarlo all’immortal soggiornoDe’ topi estinti offerse al peregrinoDedalo, acciò che consultarli intornoA Topaia potesse ed al destino:Perchè sappiam che chiusi gli occhi al giornoDiventa ogni mortal quasi indovino,E, qual che fosse pria, dotto e prudenteSi rende sì che avanza ogni vivente.

20

Strana questa in principio e fera impresaAl conte e piena di terror parea.Non avean fatta simile discesaOrfeo, Teseo, la Psiche, Ercole, Enea,Che vantâr poscia, e forse l’arte appresaDa topi o talpe alcun di loro avea.Dedalo l’ammonì che denno i fortiPoco temere i vivi e nulla i morti.

21

E inanimito ed all’impresa indottoAvendol facilmente, e confortatoD’alcun de’ cibi di che il topo è ghiotto,D’alucce armògli l’uno e l’altro lato.Più non so dir, l’istoria non fa mottoDi quello onde l’ordigno era formato,Non degl’ingegni e non dell’artifizioPer la virtù del qual facea l’uffizio.

22

Palesemente dimostrò l’effettoChe queste d’ali inusitate someDi quell’altre non ebbero il difettoOnd’Icaro volando al mar diè nome:Di quelle, sia per incidenza detto,Che venner men dal caldo io non so come,Poichè nell’alta region del cieloNon suole il caldo soverchiar, ma il gelo.

23

Dedalo, io dico il nostro, ale si poseAccomodate alla statura umana:Dubitar non convien di queste coseComechè sien di specie alquanto strana.Udiam fra molte che l’età nascoseLa macchina vantar del padre LanaE il globo aerostatico ottien fede,Non per udir, ma perocchè si vede.

24

Così d’ali ambedue vestito il dossoSu pe’ terrazzi del romito ostelloIl novo carco in pria tentato e scossoPreser le vie che proprie ebbe l’uccello.Parea Dedalo appunto un uccel grosso,L’altro al suo lato appunto un pipistrello:Volàr per tratto immenso ed infinitiVider gioghi dall’alto e mari e liti.

25

Vider città di cui non pur l’aspettoMa la memoria ancor copron le zolle,E vider campo o fitta selva o lettoD’acque palustri limaccioso e molle,Ove ad altre città fu luogo elettoDi poi, ch’anco fioriro, anco atterrolleIl tempo, ed or del loro stato avanzaPeritura del par la rinomanza.

26

Non era Troia allor, non eran quelleCh’al terren l’adeguaro Argo e Micene,Non le rivali due, d’onor sorelle,Di fortuna non già, Sparta e Messene;Nè quell’altra era ancor che poi le stelleDovea stancar con la sua fama, Atene;Vôto era il porto e dove or peregrinaLa gente al tronco Partenon s’inchina.

27

Presso al Gange ed all’Indo eccelse muraE popoli appariano a mano a mano,Pagodi nella Cina, ed alla puraLuce del sol da presso e da lontanoCanali rifulgean sopra misuraVari di corso per lo verde piano,Che di città lietissimo e di gente,Di commerci e di danze era frequente.

28

La torre di Babel di sterminataOmbra stampava la deserta landa;E la terra premean dall’acque nataLe piramidi in questa o in quella banda.Poco Italia a quel tempo era abitata,Italia ch’al finir dell’ammirandaAntichità per anni ultima viene,E primi per virtù gli onori ottiene.

29

Sparsa era tutta di vulcani ardenti,E incenerita in questo lato e in quello.Fumavan gli Appennini allor frequentiCome or fuman Vesuvio e Mongibello;E di liquide pietre ignei torrentiAl mar tosco ed all’Adria eran flagello;Fumavan l’Alpi, e la nevosa schienaSolcavan fiamme ed infocata arena.

30

Non era ai due volanti peregriniPossibile drizzar tant’alto i vanni,Che non ceneri pur ma sassoliniNon percotesser lor le membra e i panni:Tali in sembianza di smodati piniSorgean diluvi inver gli eterni scanniDa eccelsissimi gioghi, alto d’intornoA terra e mare intenebrando il giorno.

31

Tonare i monti e rintronar s’udivaOr l’illirica spiaggia ed or la sarda;Nè già, come al presente, era festivaLa veneta pianura e la lombarda;Nè tanti laghi allor, nè con sua rivaIl Lario l’abbellia nè quel di Garda:Nuda era e senza amenità nessuna,E per lave indurate orrida e bruna.

32

Sovra i colli ove Roma oggi dimoraSolitario pascea qualche destriero,Errando al Sol tersissimo che indoraQuel loco al mondo sopra tutti altero.Non conduceva ancor l’ardita proraPer le fauci scillee smorto nocchiero,Che di Calabria per terrestre viaNel suol trinacrio il passegger venia.

33

Dall’altra parte aggiunto al gaditanoEra il lido ove poi Cartago nacque:E già si discoprian di mano in manoFenicii legni qua e là per l’acque.Anche apparia di fuor sull’oceanoQuella che poi sommersa entro vi giacque,Atlantide chiamata, immensa terra,Di cui leggera fama or parla ed erra.

34

Per lei più facil varco aveasi alloraAi lidi là di quell’altro emisferoChe per l’artiche nevi e per l’auroraPolar che avvampa in ciel maligno e nero,Nè di perigli pien così com’oraDritto fendendo l’oceano intero.Di lei fra gli altri ragionò Platone,E il viaggio del topo è testimone.

35

Per ogni dove andar bestie gigantiO posar si vedean sulla verdura,Maggiori assai degl’indici elefantiE di qual bestia enorme è di statura.Parean dall’alto collinette errantiO sorgenti di mezzo alla pianura.Di sì fatti animai son le semente,Come sapete, da gran tempo spente.

36

Reliquie lor le scole ed i museiSoglion l’ossa serbar disotterrate.Riconosciuta ancor da’ nostri augeiL’umile roccia fu che la cittateCopria de’ topi, e quattro volte e seiL’esule volator pien di pietateLa rimirò dall’alto e sospirandoSi volse indietro e si lagnò del bando.

37

Alfin dopo volare e veder tantoChe con lingua seguir non si potria,Scoprì la coppia della quale io cantoUn mar che senza termini apparia.Forse fu quel cui della pace il vantoAlcun che poi solcollo attribuía,Detto da molti ancor meridiano,Sopra tutti latissimo oceano.

38

Nel mezzo della lucida pianuraVidero un segno d’una macchia bruna,Qual pare a riguardar, ma meno oscura,Questa o quell’ombra in sull’argentea luna.E là drizzando il vol nell’aria puraChe percotea del mar l’ampia laguna,Videro immota, e come dir confittaUna nebbia stagnar putrida e fitta.

39

Qual di passeri un groppo o di perniciChe s’atterri a beccar su qualche villaPare al pastor che su per le pendiciPasce le capre al sol quando più brilla,Cotal dall’alto ai due volanti amiciParve quella ch’eterna vi distillaNebbia anzi notte, nella quale involtaUn’isola o piuttosto era sepolta.

40

Altissima in sul mar da tutti i latiQuest’isola sorgea con tali sponde,E scogli intorno a lor sì dirupatiE voragini tante e sì profonde,Ove con tal furor, con tai latratiDavano e sparse rimbalzavan l’onde,Che di pure appressarsi a quella stanzaMai notator nè legno ebbe speranza.

41

Sola potea la region del ventoDare al sordido lido alcuna via.Ma gli augelli scacciava uno spaventoEd un fetor che dalla nebbia uscia.Pure ai nostri non fur d’impedimentoQueste cose, il cui volo ivi finia,Chè quel funereo padiglione eternoCopria de’ bruti il generale inferno.

42

Colà rompendo la selvaggia notteGli stanchi volatori abbassâr l’ale,E quella terra calpestâr che inghiottePuro e semplice l’io d’ogni animale,E posersi a seder sur le dirotteRipe ove il piè non porse altro mortale,Levando gli occhi alla feral montagnaChe il mezzo empiea dell’arida campagna.

43

D’un metallo immortal, massiccio e graveQuel monte il dorso nuvoloso ergea:Nero assai più che per versate laveNon par da presso la montagna etnea;Tornito e liscio, e fra quell’ombre caveUn monumento sepolcral parea:Tali alcun sogno a noi per avventuraSpettacoli creò fuor di natura.

44

Girava il monte più di cento migliaE per tutto il suo giro alle radiciEran bocche diverse a maravigliaDi grandezza tra lor, ma non d’uffici.Degli estinti animali ogni famiglia,Dalle balene ai piccioli lombrici,Alle pulci, agl’insetti, onde ogni umoreHan pieno altri animai dentro e di fuore.

45

Microscopici o in tutto anche nascostiAll’occhio uman quanto si voglia armatoHa quivi la sua bocca. E son dispostiQuei fori sì, che dei maggiori allatoI minori per ordine son posti.Della maggior balena e smisuratoÈ il primo, e digradando a mano a mano,L’occhio s’aguzza in sugli estremi in vano.

46

Porte son questi d’altrettanti inferniChe ad altrettanti generi di brutiSon ricetti durabili ed eterniDell’anime che i corpi hanno perduti.Quivi però da tutti i lidi esterniVenian radendo l’aria intenti e mutiSpirti d’ogni maniera, e quella boccaPrendea ciascun ch’alla sua specie tocca.

47

Cervi, bufali, scimmie, orsi e cavalli,Ostriche, seppie, muggini ed ombrine,Oche, struzzi, pavoni e pappagalli,Vipere e bacherozzi e chioccioline,Forme affollate per gli aerei calliEmpiean del tetro loco ogni confine,Volando, perchè il volo anche è virtudePropria dell’alme di lor membra ignude.

48

Ben quivi discernean Dedalo e il conteQueste forme che al sol non avean viste,Benchè alle spalle, ai fianchi ed alla fronteSempre al lor volo assai ne fur commiste,Che d’ogni valle, o poggio, o selva, o fonte,Van per l’alto ad ogni ora anime tristeVerso quel loco che l’eterna sorteLor seggio destinò dopo la morte.

49

Ma come solamente all’aure oscureDel suo foco la lucciola si tinge,E spariscono al sol quelle figureChe la lanterna magica dipinge,Così le menti assottigliate e pureDi quel vel che vivendo le costringe,Sparir naturalmente al troppo lume,Nè parer che nell’ombra han per costume.

50

E di qui forse avvien che le sepolteGenti di notte comparir son use,E che dal giorno, fuor che rade volte,Soglion le visioni essere escluse.Vuole alcun che le umane alme disciolteIn un di questi inferni anco sien chiuse,Posto là come gli altri in quella sedeChe la grandezza in ordine richiede.

51

E che Virgilio e tutti quei che dieroAll’uman seme un eremo in disparteFavoleggiasser seguitando OmeroE lo stil proprio de’ poeti e l’arte,Essendo del mortal genere in veroPiù feconda che l’uom la maggior parte.Io di questo per me non mi frammetto:Però l’istoria a seguitar m’affretto.

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