A) TESTIMONIANZE
Firenze
Biblioteca Nazionale
1. Cod. Magl. VI. 243 (F).
Cod. cart. sec . XVI; miscellanea di scritti vari; cc. 64r-74r: Opera de misure diverse composta da Leone Bap. Alberti fiorentino ad instantia dello [Ill.mo?] Borso Duca de Ferrara. Ludi Matematici. Contiene poco meno della metà del testo albertiano. Arrivato alla fine del paragrafo corrispondente nel nostro testo a p. 151, 12, il copista abbandona l’Alberti per aggiungere un lungo discorso sulla quadratura del circolo. Nel testo dei Ludi mancano le figure nei vari spazi lasciati in bianco.
Descrizione del Cod. in Mazzatinti, Inventari, vol. XII, p. 172.
Biblioteca Laurenziana
2. Cod. Ashburnham 356 (FL).
Miscellanea cart. secc . XV (fine) e XVI. A cc. 26r-31v: L. B. A. ex ludis rerum mathematicarum; testo incompleto. La trascrizione, sospesa a metà della c. 31v, arriva al passo corrispondente nel nostro testo a p. 147, 21, cioè poco più di un terzo del testo.
Cfr. P . O . Kristeller, Iter italicum, vol. I, p. 84 (b).
Biblioteca Riccardiana
3. Cod. 211O (FR).
Cod. cart. sec . XVI, già proprietà di Don Giovanni Medici; copiato forse da Cosimo Bartoli (secondo G. Mancini, Vita di L. B . Alberti cit., p. 288 n.). Contiene: cc. 1-24, il trattato anon. di prospettiva, pubblicato dal Bonucci, in Op. volg., vol. IV, come opera dell’Alberti (sull’attribuzione vedi A. Parronchi, Le fonti di P. Uccello, in «Paragone», 95, nov. 1957, pp. 4-33); cc. 25r-45v, adespoto e anepigrafo il testo dei Ludi corredato da figure, alcune delle quali mancanti.
Cfr. P. O . Kristeller, op. cit., I, p. 216.
4. Cod. 2942 ( FR).
Cod. cart. secc . XV (fine) -XVI . Contiene: cc. 46r-67r: L. B . Alberti ex ludis rerum mathematicarum, con figure.
Cfr. Kristeller, op. cit., I, p. 223.
5. Cod. Moreni 3 ( FR).
Cod. cart. sec . XVI; bel cod. calligrafico. Contiene:
Descrizione in C. Nardini, I mss della Bibl. Moreniana, vol. I, Firenze, 1903, p. 4 .
Genova
Biblioteca Universitaria
6. Cod. G. IV. 29 (G).
Cod. cart., secc. XV-XVI. Bel cod. con belle figure, ma contiene un testo molto rimaneggiato. A cc. 33r-55r: L. B. A Alberti Liber de ludis rerum mathematicarum.
Per la descrizione del cod. vedi vol. I, p. 451 della presente edizione.
Ravenna
Biblioteca Classense
7. Cod. 208 (R).
Cod. cart. sec. XVI, cc. 28, non numerate. Contiene: cc. 1-28: L. B. Alberti ad .. . Meliadusum .. . ex ludis rerum mathematicarum.
Cfr. Mazzatinti, Inventari cit., vol. IV, p. 193.
Roma
Biblioteca Nazionale
8. Fondo Vitt. Emanuele, cod. 574 (RN).
Cod. cart. sec . XVI: già Buoncompagni; copiato da un manoscritto trascritto nel 1463 da Antonio Betto (in fondo del cod. si legge: MCCCCLXIII. Die viiii° Aprilis in sero expletum per me Antonium Bettum) che non sono riuscito a trovare. A cc. r-22v: L. B. A . ex ludis rerum mathematicarum, con figure e con forti caratteristiche settentrionali nella lingua.
Vedi E. Narducci, Catalogo dei mss ora posseduti dal D. Baldassare Buoncompagni, 2 ed., Roma, 1892, pp. 118-19 (Cod. 193).
ROUEN
Bibliothèque Municipale
9. Cod. Leber 1158 (3056) (Ro).
Cod. cart. sec . XV (direi c. 1460); cc. 36; bellissimo cod., forse di presentazione, con fregi e fiori alla c. 1r e in fondo uno stemma; coperta in legno. Contiene a cc. 1r-36r: L. B. A. ex ludis rerum mathematicarum.
Cfr. Catalogue des livres imprimés, manuscrits, etc. composant la bibliothèque de M. C. Leber, Tom. I, Parigi, 1839, p. 176, e H. Omont, Catalogue générale des mss des bibliothèques publiques de France: Départements, vol. II, Parigi, 1888, p. 79.
Venezia
Biblioteca Marciana'
10. Cod. Ital. XI.67 (7351) (V).
Miscell. cart. secc . XV-XVI. Contiene, tra molte altre cose: cc. 122127, la Descriptio Urbis Romae dell’Alberti: cc. 130r-141r, il testo dei Ludi, trascritto da due mani diverse (131r-133r; 133v-141r), incompleto evidentemente per la perdita di una carta all’inizio e di parecchie in fine. Il testo comincia con «il punto A» (cfr. il nostro testo a p. 135, 21) e termina con «di questa forma (come vedete qui sotto)» (cfr. il nostro testo a p. 155, 12). A c. 131r una mano più tarda ha aggiunto in cima: L. B. Alberti Ludi Matematici.
Cfr. Kristeller, op. cit., vol. II, p. 278, e G. Orlandi, in «Quaderno n. 1 della Facoltà di Architettura dell’Università di Genova», ottobre 1969, pp. 82-83.
Cambridge (Mass.)
Harvard College Library
11. Cod. Typ . 422/2 (H).
Cod. cart. sec . XV (fine), cc. 29 non numerate. Contiene: L. B. Alberti ex ludis rerum mathematicarum, con figure. Cfr. Faye & Bond, Supplement to De Ricci & Wilson, Census of Medieval and Renaissance mss in the U. S . and Canada, New York, 1962, p. 277.
EDIZIONI
1. Nel volume degli Opuscoli morali di Leon Battista Alberti, curato da Cosimo Bartoli, Venezia, 1568, sotto il titolo di Piacevolezze matematiche (pp. 225-55).
2. Opere volgari di L. B. Alberti, annotate e illustrate da A. Bonucci, vol. IV, Firenze, 1847, pp. 405-40.
3. Leonardo: Pagine di Scienza, con introduzione, note e ritratti, a cura di S. Timpanaro, Milano, 1926, pp. 3-36.
B) LA PRESENTE EDIZIONE
Nella breve premessa alla sua edizione (pp. 402-03) il Bonucci riprendeva le critiche già mosse contro il suo predecessore Bartoli (ibid., pp. 160-62), e si vantava di «ritornarla (cioè la lezione di questo testo) alla sua antica ingenuità» in base a tre codici: uno suo «antico ms» (non meglio identificato né identificabile) e due Riccardiani nn. 2110 e 2945 (giustamente 2942). Ma come in altri casi (cfr.«Rinascimento», III, 1952, pp. 231 sgg.), Bartoli non aveva tutti i torti datigli dal Bonucci, né questi è riuscito a dipanare la matassa degli errori che aggrovigliano le varie trascrizioni di questo opuscolo. A differenza dei testi letterari albertiani, quello dei Ludi è steso in un linguaggio semplice, concreto, tecnico, pieno di frasi che si ripetono, di cifre e lettere e dimostrazioni geometriche accompagnate da figure, e perciò pieno anche di trappole per l’incauto copista. Non c’è da stupirsi che la tradizione manoscritta sia piena di errori e anche di tentativi di rimediare a quelli più evidenti. D’altra parte, trattandosi di materia tecnica, si è tentati di sospettare in alcuni casi che chi copiava badasse più al senso che alla lettera, e inoltre non si peritasse talvolta di aggiungere del suo (come nel cod. H) o roba altrui (come nel cod. F), o di riordinare e rimaneggiare materia e lingua (caso estremo il cod. G). Per conseguenza la tradizione manoscritta presenta numerose varianti che non avranno niente a che vedere con l’autore, essendo nate da errori, rifacimenti e interventi vari.
Non abbiamo per questo testo un codice autografo né una copia riveduta dall’autore. Abbiamo invece un gruppo di manoscritti, tra cui è possibile scorgere certe affinità e che è lecito supporre risalgano ad una fonte unica. A parte certi codici cinquecenteschi più o meno contaminati o rifatti, la tradizione manoscritta ci offre materialmente lo stesso testo; ma nella forma, perfino tra i codici quattrocenteschi più affini, rimangono molte piccole varianti, la maggioranza delle quali sarà certamente dovuta a sviste e a correzioni di copisti anziché a revisione da parte dell’autore. Rimane perciò difficile, in fin dei conti, appurare quale sia stata nei minimi particolari della lingua la forma precisa del testo voluta dall’Alberti. Trattandosi di un’opera tecnica, la questione pare avere qui meno importanza che per le opere letterarie: l’essenziale in questo caso (e l’Alberti ci mira esplicitamente nelle ultime parole del trattato) è che il testo sia «chiaro e aperto», cioè che la sostanza sia giusta, chiara e corretta, e s’accordi con le figure che son parti integrali del testo; il che non sempre accade nei codici né nelle edizioni sopra indicate. Per tutte queste ragioni ci è sembrato opportuno scegliere come base uno dei codici più corretti del ’400, e precisamente Ro (che sarebbe tra l’altro anche il codice più antico), e di correggerlo e integrarlo dove paresse strettamente necessario con l’aiuto degli altri manoscritti. Avendo collazionato tutti i codici e controllato in tutti i particolari i procedimenti matematici crediamo che ne risulti un testo finalmente corretto e intelligibile e il più vicino possibile alle intenzioni dell’autore. Ci è parso inutile ingombrare l’apparato di tutte le varianti. Abbiamo fatto invece una scelta soltanto di quelle che giustificano la lezione di passi dubbi o confusi, e che rivelano le fondamentali affinità tra i vari codici, discostandoci da questo principio solo nel caso del cod. H, di cui abbiamo indicato qualche passo che ci sembra caratteristico di glosse o aggiunte posteriori. Le figure sono riprodotte dal cod. FR, che per questa parte è più completo e più chiaro. In alcuni disegni abbiamo corretto qualche particolare per farlo corrispondere col relativo testo (si trattava di emendare o spostare qualche lettera, di togliere qualche linea erronea, di aggiungere qualche parola descrittiva). In due casi però, ove i codici sono concordi, non siamo riusciti a vedere chiaro nei procedimenti descritti dall’Alberti; a p. 160 (e relativo disegno), egli non spiega bene l’uso della statera, né si capisce perché essa debba essere «accomandata» al luogo D; a p. 168, pare impossibile eseguire il triangolo intorno al secondo dardo D, perché, secondo la stretta interpretazione della lettera, le mire verso Bologna ‘per dirittura’ del dardo e della ciliegia non possono incrociarsi (se non a Bologna) e ‘tagliare il filo posto e tirato fra ’l dardo e la rosa’. In queste circostanze lasciamo stare come sono testo e disegni.
Mantengo per quest’opera il titolo latino dato da quasi tutti i codici. Anche in questo particolare il Bartoli, traducendolo con Piacevolezze matematiche, non fu tanto fuori segno quanto ci vorrebbe far credere il Bonucci.
La data della composizione dei Ludi sarebbe certamente anteriore al gennaio del 1452, quando morì Meliaduso d’Este, e forse anteriore all’ottobre. del 1450, quando morì il fratello Leonello d’Este, a cui l’Alberti sembra alludere nel testo (p. 156) come ancora vivo. Il contesto di questo accenno a Leonello ci porterebbe comunque ad una data posteriore, e probabilmente di poco, alla stesura, o almeno alla concezione, del lib. X del De re aedificatoria. Sulla questione si veda il mio articolo sulla composizione di quest’ultima opera dell’Alberti nel «Münchner Jahrbuch der Bildenden Kunst», XI, 1960, pp. 152 sgg.
C) APPARATO CRITICO
Note
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