Atto quinto
I Suppositi
Questa, in fatti, è pur stata una disgraziaGrande, che prima che trovare ErostratoAbbi potuto, così strabocchevole-mente io sia corso su gli occhi a Filogono;Dove mi è convenuto a forza fingereDi non cognoscer chi si sia, e contendereCon esso lui, e garrire e risponderliParole ingiurïose. Ormai accadaneQuel che si vuole, esser non può che offesoloNon abbia, e gravemente, e che in perpetuoNon me ne voglia mal: sì che delibero,Se ben entrare in casa di DamonioDovessi, di parlar col vero ErostratoImmantinente, e farli la renunziaDel nome e panni suoi; indi fuggirmeneDi qui più tosto che mi sia possibile;Nè mai più, tanto che vive Filogono,Tornare in casa sua, dove da teneroFanciullo insino a questa età più validaAllevato mi son. Ma ecco Pasifilo.Non potea comparir altri più idoneoDa entrar là dentro e da chiamarmi Erostrato.
Pasifilo.(Due novelle ho sentite a me gratissime:L’una, che in casa di messere ErostratoSi apparecchia un convito solennissimo;L’altra, ch’egli mi cerca. Io per levargli laFatica d’ir di qua e di là cercandomi;E perchè ov’è di buono, e in abbondanziaSi mangi, non è alcun che più desideriD’intervenir di me, vengo in grandissimaFretta per ritrovarlo a casa: ed eccolo.)Erostrato.Fammi un piacer, se tu m’ami, Pasifilo.Pasifilo.Chi v’ama più di me? chi ha desiderioPiù di me di servirvi? Comandatemi.Erostrato.Va costà un poco in casa di Damonio,E domanda Dulippo, e digli...Pasifilo. Avvisovi,Che non potrò parlargli, chè gli è in carcere.Erostrato.Come in carcere? e dove?Pasifilo. In luogo pessimo:Non più.Erostrato. Sáine la causa?Pasifilo. Non più: bastiviAver da me saputo che gli è in carcere.Io ve n’ho pur troppo detto.Erostrato. Pasifilo,Vô che mi dichi il tutto, se mai graziaPensi di farmi.Pasifilo. Non vogliate astringermi.Che tocca a voi saperlo?Erostrato. Assai, Pasifilo;Più che non credi.Pasifilo. Ed anco più che credereVoi non potreste, tocca ad altri starseneCheto.Erostrato. Cotesta è la fede, Pasifilo,C’ho in te? l’offerte tue così riescono?Pasifilo.Digiunato avess’io più tosto, e statomi
Senza mangiar tutt’oggi intero, ch’esserviVenuto innanzi.Erostrato. O mel dirai, Pasifilo;O che farai pensier mai più non metterePiè dentro a questa porta.Pasifilo. Voglio, Erostrato,Più tosto che la vostra nimicizia,La general di quanti son gli altri uomini.Ma se udite novelle che vi increschino,Vostra colpa.Erostrato. Nïente può rincrescermiPiù che il mal di Dulippo; nè il mio proprio.Pasifilo.Poi che così vi par, dunque diròvvelo.È stato ritrovato questo poveroGarzon, che con la figlia di DamonioSi giace.Erostrato. Aimè! l’ha saputo Damonio?Pasifilo.L’ha una fante accusato, e il patron subitoPrender l’ha fatto; e così ancor la baliaDella fanciulla, che n’è consapevole;Ed ha fatto amendua cacciare in carcere:In casa sua però; dove, al mio credere,Faran de’ lor peccati penitenzia.Erostrato.Va in cucina, Pasifilo, e fa cuocereE dispor quelle vivande a tuo arbitrio.Pasifilo.Se voi certo m’aveste fatto judiceDe’ savi, non mi avreste dato ufizio,Che fosse più di questo a mio proposito.
Più tosto che mi sia stato possibileHo spinto via costui, perchè le lacrimeNon vegga nè i sospir oda che ascondereNon pônno gli occhi più nel petto. Ah perfidaFortuna! quelli mal, che dispensandogliA parte a parte sarían stati idonei
A far tutta sua vita un uom miserrimo,Tutti insieme raccolti in così piccioloTempo mi versi in capo! e apparecchiarmisiAltri veggo infiniti e memorabili.Tu, il mio patron, che mai quando era gioveneNon si partì da casa, ora in decrepitaEtà condotto hai qui fin di Sicilia,Appunto quando m’era più per nuocereLa giunta sua. Cresciuti e minuitogliE temperati gli hai gli austri e le boreeE gli altri venti, sì che prima giungereO di poi non poteva, ma il dì proprioChe ’l suo venir m’avea da dar più incomodo.Non ti bastava avermi questa praticaMessa tra i piedi, s’anco il dì medesimoTu non facevi l’amorosa pratica,Sin qui condotta con tanto silenzio,Di Polinesta e del padron mio Erostrato,Scoprirsi insieme? Già due anni passano,Che l’hai tenuta occulta; e certo a studio,Per accozzare in un dì infelicissimoE pôrre insieme tutti questi scandoli.Che debb’io far? che posso far? ah misero!Tempo non ho da immaginarmi astuzie.Troppo è pericoloso ogni ora, ogni attimoCh’io differisco soccorrere Erostrato.Conviêmmi, in somma, ritrovar Filogono,E, senza alcuna finzïon, la istoriaTutta narrargli, acciò ch’egli rimedioTruovi alla vita del figliuolo, e subito;Che s’egli non ha ajuto, è in gran pericolo.Così è meglio; così far mi delibero.Benchè son certo ch’estremo supplicioN’avrò a patir: ma il grande amor che al giovenePatrone io porto, per l’infiniti obblighiCh’io gli ho, ricercan che con mio grandissimoDanno salvar la sua vita non dubiti.Ma che farò? Cercherò io FilogonoPer la terra, o starò in casa aspettandoloChe qui ritomi? Se mi truova in pubblico,Veggo che levarà le voci in aria,Nè patirà ascoltarmi, e farà correre
Al grido immantinente tutto il popolo.Sì che meglio è aspettarlo; chè, indugiandosiTroppo, non mancherà cercarlo all’ultimo.
Pasifilo.Cónciali pur, ma a fuoco non si mettanoFin che non siamo per entrare a tavola.(Io spero che il convito andrà per ordine;Ma s’io non ci ero, accadea qualche scandolo.)Erostrato.Che scandalo accadea?Pasifilo. Volea por DalioLa lonza a un tempo e i tordi in un medesimoSchidone al fuoco. Sciocco! non consideraChe questa tarda, e quei tosto si cuocono.Erostrato.Fusse pur il maggior cotesto scandolo!Pasifilo.E de’ dua mali un ne seguía certissimo:Se a par di quella i tordi si lasciavano,Si sarían strutti ed arsi; se levato liAvesse prima, freddi e dispiacevoliSaríano stati.Erostrato. Avuto hai buon judicio.Pasifilo.Anderò in piazza a comperar, parendovi,Melarance ed ulive; chè mancandociTai cose, nulla varrebbe il convivio.Erostrato.Nïente mancherà, non ne aver dubbio.
Poi ch’io gli ho detto che Dulippo è in carcere,Tutto è tornato bizzarro e fantastico:Tanto martello ha che crepa. Ma abbiloQuanto si vuole; il cuor gli crepi e l’anima:Pur ch’io ceni con lui, c’ho da curarmene?
Ma non è questo che viene in qua, dominusCleandrus? bene veniat. Noi porremoliIl cimier delle corna omnino in capite.Polinesta per moglie avrà; chè Erostrato,Per quel che detto gli ho delle buone opereDi lei, non ha d’averla desiderio.
Cleandro.Come potrete voi provar che ErostratoNon sia costui, essendoci contrariaLa presunzion, come vedete, pubblica?E come proverete che FilogonoSiate voi, se quest’altro dice d’essereIl medesimo, e adduce in testimonioQuest’altro, ch’ognun crede che sia Erostrato?Filogono.Io voglio qui constitüirmi in carcere,E che si mandi súbito a Catanea,E vi si mandi a le mie spese, e facciasiDua uomini venire o tre di credito,Che Dulippo, Filogono ed ErostratoCognoschino; e quei dichin se FilogonoSono io o colui, e così ancor se ErostratoO pur Dulippo è questo servo perfido.Pasifilo.(Io lo vô salutar.)Cleandro. Serà lunghissimaVia, e di gran spesa.Filogono. E sia.Cleandro. Ma necessaria;Ch’io non ci so veder altro a proposito.Pasifilo.Dio vi conservi, padron mio dolcissimo.Cleandro.A te dia quel che meriti.Pasifilo. La graziaVostra daràmmi, e godere in perpetuo.Cleandro.Ti darà un laccio che t’impicchi, perfido.Ghiotto, ribaldo che tu sei.Pasifilo. Confessovi
Ch’io son ghiotto; ribaldo no, nè perfido.Ma non so già perchè mi dite ingiuria,S’io vi son servitore ed amico ottimo.Cleandro.Che servitor? che amico?Pasifilo. Per dio, ditemiIn che v’ho offeso?Cleandro. Va alle forche; lievatiDi qui.Pasifilo. Sempre vi ho auto in riverenzia.Cleandro.Traditor, io te ne pagarò, renditiCerto.Pasifilo. E che tradimento può imputarmisi?Cleandro.Te lo farò ben con tuo danno intendere,Ladro, imbriaco, furfante e brutto asino.Pasifilo.Non son però vostro schiavo, ch’io tolleriChe tuttavía mi diciate ignominia.Cleandro.Porco, ancor hai d’aprir la bocca audacia?Io ti farò, se Dio mi lascia vivere...Pasifilo.Quando ho sofferto e sofferto, che diavoloMi farete? non ho roba, nè litigo,Ch’io tema che me la facciate perdere.Cleandro.Gaglioffo, manigoldo.Pasifilo. Io mi credo essereTant’uom da ben, quanto voi siate.Cleandro. Boja, tuNe menti per la gola.Filogono. Ah no; la colleraNon vi trasporti.Pasifilo. Ve’ chi mi vuol battere!Cleandro.Io ti giungerò a tempo: lascia,... e sperotiFar impiccare.Pasifilo. Orsù, non vô contendereCon esso lui.Filogono. Voi siate entrato in collera.Cleandro.Questo tristo... Ma torniamo al propositoNostro: non cessarò, che come meritaLo tratterò. Seguite pur, narrandomiIl caso vostro.Filogono. Quietate un po’ l’animo,
Chè così mi darete mal udienzia.Cleandro.No, dite pur; v’ascolterò benissimo.Filogono.Io dico che si mandi uno a Catanea,E che si faccia...Cleandro. Questo ho inteso; e, al credereMio, non si può miglior partito prendere.Dite che vostro servo è questo giovane?Fate ch’io sappia in che modo; informatemiAppieno d’ogni cosa.Filogono. Informaròvvene.Al tempo che li Turchi Otranto presero...Cleandro.Voi mi tornate i miei danni a memoria.Filogono.Come?Cleandro. Chè allora io fui cacciato, misero!Di quella terra, ch’era la mia patria;E tanto vi perdei, che sempre poveroNè sarò ed infelice.Filogono. D’ogni incomodoVostro mi duol.Cleandro. Seguite.Filogono. In quel medesimoTempo fûro alcun’ nostri di Sicilia,Li quai quel mar con tre galée scorrevano,Ch’ebbero spia, che di preda ricchissimaUn legno d’Infedel’ tornava carico...Cleandro.E v’era su del mio forse in gran copia.Filogono.E alla volta di quello se ne andarono,E fûr seco alle mani. Al fin lo presero,E a Palermo, donde erano, tornaronsiCon esso: e fra le cose che vi avevano,Ci avean questo ribaldo, che, al mio credere,Non dovéa ancora alli cinque anni giungere.Cleandro.Uno, ah misero me! della medesimaEtade vi perdei.Filogono. E ritrovandomiIo quivi, e assai l’aspetto suo piacendomi,Proffersi lor venti ducati, ed ebbilo.Cleandro.Era il fanciullo turco, o pur l’avevanoIn Otranto rapito quei Turchi?Filogono. Eglino,Ch’era il fanciullo d’Otranto, dicevano.Ma che ha a far questo? Io lo comprai, e spesivi
Il mio danajo.Cleandro. Nol dico, Filogono,Per disputar se valse o no la vendita.Deh! fosse egli pur quel...Lizio. Stiam freschi!Cleandro. Ditemi,Avéa egli nome allor Dulippo?Lizio. AbbiateviCura, patron.Filogono. Che ti vuoi tu intromettere?Dulippo no, ma Carino era il proprioNome.Cleandro. Carino? o Dio!Lizio. Sì sì, lasciateviPur trar di bocca ogni cosa.Cleandro. Oh Dio ottimo,S’oggi volesse farmi felicissimo!E perchè il nome gli mutaste proprio?Filogono.Dulippo detto fu, perchè nel piangereSempre chiamar questo nome era solito.Cleandro.Io son ben certo, che questo è il mio unicoFigliuol, che insieme perdei con la patria;Carino, ch’avea il nome di suo avolo:E quel Dulippo, che chiamar fu solitoQuando piangeva, era un de’ miei dimestici,Che lo nudriva e che n’avéa custodia.Lizio.Altrove ancor che nel regno di Napoli,Si truova Bari: in Ferrara trovatoloAvrai. Costui ti vorrà dare a intendereChe del tuo servo è padre, per levartelo.Cleandro.Non dissi mai bugia.Filogono. Non ci interrompere,Temerario.Lizio. Ogni cosa vuol principio.Cleandro.Deh non abbiate, Filogono, un minimoSospetto ch’io vi inganni.
Lizio. Non un minimoSospetto n’ha d’aver, ma sì un grandissimo.Cleandro.Taci tu un poco. Il fanciullo, o Filogono,Tenéa del nome del padre memoria,O della madre, o della sua progenie?Filogono.Si ricordava della madre, ed hallamiGià nominata; ma non l’ho in memoria.Lizio.Ce l’ho ben io.Cleandro. Dillo tu dunque, Lizio.Lizio.Non dirò già.Filogono. Dillo, se ’l sai.Lizio. SaputoneHa pur troppo da voi: prima che dirglielo,Mi lascerei scannar. Dovreste accorgerviPur ch’egli va a tenton: se lo sa, dicaloPrima di noi.Cleandro. Cotesto mi fia facile.La mia moglie e sua madre era SofroniaNominata.Lizio. Per dio, gran fatto, essendoviInsieme già accordati, che egli dettoviAbbia che nominata era Sofronia!Cleandro.Non mi bisogna più evidenti indicii;Chè questo è il mio figliuol senza alcun dubbio,Che mi fu tolto, già venti anni passano,E mille volte ho pianto. Dee nell’umeroSinistro aver un segno rosso, simileAd una mora.Lizio. Il segno v’ha: v’avess’egliCosì...Cleandro. Buone parole. Ah Lizio, andiamoloA ritrovare. O fortuna, ben libera-mente t’assolvo d’ogni antica ingiuria,Poichè mi fai ritrovare il carissimoMio figliuolo.Filogono. Io gli ho tanto men obbligo,Chè ’l mio ho perduto: e voi, che favorevoleSperavo avere, or veggo che contrario
Mi sarete e nimico.Cleandro. Andiam, Filogono,A trovar mio figliuol; chè par che l’animoMi dica che trovarete medesima-mente il vostro.Filogono. Sì, andiamo.Cleandro. Poichè truovo lePorte aperte, entraremo a la dimestica.Lizio.Deh guardate, padron, che in qualche trappolaNon vi meni costui.Filogono. Quasi, se ErostratoPerduto avessi, io mi curassi vivere.
Damonio.Vien qua, ciancera e temeraria femmina:Come sapría questa cosa Pasifilo,Se tu non glie l’avessi fatto intendere?Psiteria.Messer, non l’ha già da me inteso, e dicoviChe egli è stato il primo a domandarmene.Damonio.Tu ne menti, ribalda: ma deliberaDi dire il vero, o che cotesto fradicioCarcame d’osso in osso io t’abbia a rompere.Psiteria.Se ritrovate altrimenti, ammazzatemiAncora.Damonio. E dove ti parlò?Psiteria. Qui proprioNella via, non è un’ora.Damonio. E che facevi tuQui?Psiteria. Andava a casa di mona Beritola,Per veder una mia tela che a tessereLe ho data.Damonio. E che accadéa così a PasifiloDi parlar teco, se tu già, ria femmina,Non eri prima a cominciar la favola?Psiteria.Anzi, egli fu che cominciò a riprendermiE dirmi ingiuria, che a voi questa praticaAvevo discoperta; e domandandogliIo donde lo sapéa, mi disse: — Ho uditotiQuando testè lo dicevi a Damonio;
Ch’io stava in parte onde potevo intenderti. —E credo veramente che appiattato siEra tra il fieno nella stalla.Damonio. Ah miseroMe! che farò? che farò? ahi lasso! LievatiDi qui, gaglioffa. Io ti voglio un dì svellereDalle radici cotesta maledicaLingua. Altrettanto mi duol che PasifiloLo sappia. Chi ben confidar desideraUn suo segreto, lo dica a Pasifilo,E lasci far a lui: lo saprà il populoSolamente, e chi ha orecchie: eccettüandoneQuesti dua soli, altri non l’ha da intendere.Or se ne parla per la terra pubblica-mente. Sarà Cleandro il primo. ErostratoIl secondo sarà stato ad intenderlo.Oh bella, oh ricca dote ed onorevole,Che gli s’è apparecchiata! Quando, misero!Quando sperar potrò di maritarnela?Misero più che la stessa miseria!Dio buono, fate almen, che non sia favolaQuel ch’ella mi dicéa testè; che ignobileNon è, come s’ha finto, questo giovene,E che è figliuol d’un cittadin ricchissimoE de’ primi che sien nella sua patria.Quando a gran pezzo nè ricco nè nobileFosse come ella dice, pur che poveroNon fusse in tutto o villano, di graziaAvrei che fosse sua moglie, e faréiglilaSposare incontinente. Ma mi dubito,Che per ridurla a suo disegno, finto siAbbia Dulippo queste ciance. VoglioloEsaminare un poco: mi dà l’animoChe al suo parlar conoscerò se istoriaÈ questa vera, o finzione e favola.Ma quel ch’esce di là non è Pasifilo?
Pasifilo.O Dio! ch’io trovi in casa ora Damonio!Damonio.(Che vuol da me?)Pasifilo. Ch’io giunga primo a dirglielo.Damonio.(Che mi vuol dire? Onde vien tanto gaudio,Che così salta?)Pasifilo. Oh me felice! veggoloLà nella via.Damonio. Che novella, Pasifilo,Mi arrechi? D’onde vien tanta letizia?Pasifilo.Quïete, pace, contento vi annunzio.Damonio.Ne avrei bisogno.Pasifilo. Io so che di malissimaVoglia sête d’un caso intervenutovi,Che forse non pensate che notiziaN’abbia. Ma cessi il duol, fate buon animo;Chè il servitor che v’ha fatto l’ingiuria,È figliuol di tal uomo che mendarvi laPuò; nè voi, benchè siate ricco e nobile,Vi avete da sdegnar che vi sia genero.Damonio.Che ne sai tu?Pasifilo. Or suo padre FilogonoDi Catanea, che dovete cognoscerePer fama della sua grande ed amplissimaRicchezza, è qui arrivato di SiciliaIn casa di questo vicin.Damonio. Di Erostrato?Pasifilo.Anzi pur di Dulippo. Ben credevasiChe questo vicin vostro fusse Erostrato,E non è; ma colui ch’avete in carcere,E si facéa nomar Dulippo, ErostratoHa nome, ed è il patron. Quest’altro gioveneScolaro è il servitor; e non Erostrato,Ma Dulippo si chiama. Così aveanoTra loro ordito, acciò ch’entrasse ErostratoIn abito di fante alli servizii
Vostri; e con questo mezzo, con più comodo,Venisse a fine del suo desiderio.Damonio.Dunque, falso non è quel che narrato miHa Polinesta?Pasifilo. Dice ella il medesimo?Damonio.Sì, ma che fosse una ciancia credevomi.Pasifilo.State sicur che è verità verissima.Voi vederete ora venir FilogonoQui a voi, con quel ch’esser vi voléa genero,Messer Cleandro. Udite un’altra istoria.Messer Cleandro trova questo gioveneChe s’ha fatto fin qui nomare Erostrato,Esser figliuolo suo, che con la patriaInsieme già gl’Infedeli gli tolsero;Poi fu venduto in Sicilia a Filogono,Che l’ha allevato da fanciullo piccolo.Nè il più bel caso, nè il più memorabileFu mai: se ne farebbe una commedia.Da lor potrete chiarirvi benissimo,Che verran qui; nè credo molto indugino.Damonio.Io voglio da Dulippo, o sia da Erostrato,Udir appunto tutta questa istoria,Prima ch’io venga a parlar con Filogono.Pasifilo.Sarà ben fatto: io dirò lor che tardinoAncora un poco. Ma veggo che vengono.
Sanese.Non accade nè all’un nè all’altro stendervi,Per far le scuse, in così lungo prologo;Chè non mi avendo voi fatta altra ingiuria,Che l’un di darmi una baja piacevoleE farmi il falso per il vero credere;L’altro di dirmi oltraggio ed ignominiaCon qualche justa causa; non essendociSuccesso peggio che parole, libera-mente vi perdono: anzi, per dio dicovi,Ch’io non vorrei ch’altrimenti accadutomiFusse; chè questo mi fia têma e regola,
Che un’altra volta io non sarò sì credulo.E tanto più leggermente passarmeneDebb’io senza disdegno, essendo praticaD’amore.Cleandro. Così è il vero: è ormai superfluoA dirne più. Vi può, gentiluomo, essereCaro, oltra quel che voi dite, che v’abbino,Senza alcun vostro danno, questi gioveniCosì giuntato, chè avrete una fabulaDa poter dir qualche volta a proposito,Che fia a chi l’udirà grata e piacevole.E voi crediate che in cielo, o Filogono,Era così ordinato; chè possibilePer altra via non era che a notiziaVenissi mai del mio figliuol carissimo.Filogono.Credo che sia così, nè che una minimaFoglia qua giù si muova, senza l’ordineDi Dio. Ma andiamo a ritrovar Damonio,Ch’ogni momento mi par un lunghissimoAnno, che a ritrovar tardo il mio Erostrato.Cleandro.Andiam noi. Gentiluom, meglio è tornarvene,E tu, Carino, in casa; chè non debbonoTai cose esser trattate dal principio,Al mio parer, con tanti testimonii.
Pasifilo.Messer Cleandro, non debbo aver graziaChe mi diciate ove v’ho fatto ingiuria?Cleandro.Pasifilo mio caro, io son chiarissimoChe quello che t’ho detto, te l’ho indebita-mente detto: ma avere in causa propriaDato fede e credenzia a un testimonioChe di ragion non ci dovéa aver credito,M’ha fatto in questo fallo teco incorrere.Pasifilo.Mi piace che non sia dalla maliziaLa ragion tutta oppressa. Pur sì facile,Per dio, non dovevate essere a credere,
E darmi tanto obbrobrio e tanto incarico.Cleandro.Non più: tu hai ragione, il mio Pasifilo:Son tuo, come fui sempre; ed accennandomi,Son per farti veder la sperïenzia.Per otto dì t’invito alla mia tavola.Ma ecco che di casa esce Damonio.
Cleandro.Veniamo a voi per rivoltarvi in gaudio,Damonio, la mestizia la qual debita-mente pensiamo che vi debba affliggere,Del caso occorso; per certo dicendoviChe quel servitor vostro, che da gioveneImprudente v’ha offeso, vi può amplissima-mente emendare ogni danno, ogni caricoChe v’abbia fatto: perchè questo nobileUomo è suo padre, nomato FilogonoDi Catanea; di sangue e di progenieNon inferiore a voi; ma ben di rendite,Di possession, di danari e di traffichiMolto superïor, come per pubblicaFama dovete aver chiara notizia.Filogono.Ed io, presente questi gentiluomini,Vi profferisco mio figliuol per genero:E se per emendar la vostra ingiuriaAltra cosa far posso, comandatemi,Che mi ci trovarete paratissimo.Cleandro.Ed io, che vostra figlia in matrimonioVi domandavo, di voi contenissimoResto, quando la diate a questo giovene;Al qual, e per l’etade e pel grandissimoAmor che insieme s’han portato e portano,Sarà moglie più giusta e più legittima.Io che moglie volea per farmi nascere
Erede, non ne ho più nè desiderioNè bisogno; quando oggi il mio carissimoFigliuol, che nella presa della patriaAvea perduto, ho trovato, Dio grazia:Come più ad agio poi vi farò intendere.Damonio.Il parentado vostro e l’amicizia,Per molte condizion che in voi si truovano,Non men desiderar debb’io, Filogono,Che voi la mia. Così con sincero animoL’accetto, e sopra a quante me ne fussenoOfferte mai, o ch’io cercate abbia, essereMi dee grata. Il figliuol vostro per generoE per figliuolo voglio; e voi, Filogono,Per ottimo parente e onorandissimo.E tanto più di ciò mi gode l’animo,Quanto che voi, messer Cleandro, veggoneRimaner satisfatto: e appresso piacemiE m’allegro con voi del vostro gaudio,Di che informato appieno m’ha Pasifilo.Eccovi il vostro figliuolo e mio genero;E questa è vostra nuora!Erostrato. O mio padre!Pasifilo. EccoviQuanto sono a’ figliuoli i padri teneri!Per soverchia letizia non può esprimerePur una sola parola Filogono,Ed in quel cambio singhiottisce e lacrima.Ma che volete voi qui far in pubblico?Andiamo in casa.Damonio. Ben dice Pasifilo:Andiamo in casa, e starem con più comodo.
Nevola.Ho portato, padrone, i ferri.Damonio. PortaliVia.
Nevola.Che n’ho a far?Pasifilo. Che quanto è lungo il manico,Tu te li chiavi, ben m’intendi, Nevola.Brigata, addio. Siate contenti, essendoviLa fabula piaciuta de i Suppositi,Farci alcun segno che lo possiam credere.
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