Atto secondo
La Cassaria
Lucramo.Il Furbo ancor non ritorna. LasciatoloHo in piazza dianzi, ch’un danar mi comperiDi radici; e credea dovesse giungereA casa prima di me, che fermatomiSono in più lochi venendo. Ma eccolo,Che pur ritorna. Bisogna sempre, asino,Ch’io t’abbia dietro il bastone o lo stimulo,Ch’io non ti posso altrimente far muovereDi passo mai. Costà ti ferma, et odimi,Per quanto gli occhi ti sono, per quanto t’èCara la lingua; chè so che pochissimoConto fai delle spalle, e voglio credereChe l’abbi in odio, ch’ogni dì materiaTruovi, anzi ognora, di fartele battere:Per quanto il capo t’è caro, chè rompereNon te lo vegghi, e le cervella spargereInnanzi a’ piedi; apri l’orecchie, e ascoltami.Furbo.Aprirò la bocca anco, acciocchè m’entrinoMeglio le tue parole.Lucramo. Anzi pur chiudila;Nel resto poi, di sopra e di sotto apritiQuanto ti par. Ti cavo gli occhi, e tagliotiLa lingua, se di questo ch’io comunicoTeco, tu parli.Furbo. Io tacerò.Lucramo. Ora ascoltami.Tu sai, che da sei giorni in qua continua-mente ho detto ch’io voglio ire in Sicilia,Come questo nocchiero, il quale a DrepanoVuol ritornar, si parta; e in guisa dettoloHo, che tu lo credevi, ed anco il credenoLe fanciulle, e lo crede ognun che praticaMeco co’ miei di casa: ma contrarioDalle parole ho sempre avuto l’animo;
Che non mi vô partir, ma così simuloAcciocchè questi gioveni che voglionoO mostran di voler le nostre femmine,Quel c’hanno a far in venti giorni, affrettinoDi fare in uno, o tosto mi chiariscano.Dove io sarò che le fanciulle l’odano,O altri a cui mi piaccia di far credereCh’io mi voglia partir, ti darò un numeroGrande di commissioni. Abbi in memoria,Ch’io non ho intenzïon che si eseguiscano;E sopra tutto guarda non mi spendereDanaro ch’io ti dia. Fa che sollecitoTi mostri e diligente; ma sia il fingereSenza mio danno. Intendimi tu?Furbo. Intendoti.Lucramo.Or ritorniamo verso casa. AccóstatiAll’uscio un poco; un poco ancora: or férmati.Tu di’ che ’l nocchier vuol ch’oggi si carchinoTutte le cose nostre?Furbo. Così dicovi.Lucramo.E vuol domani uscir del porto e mettersiA cammino?Furbo. Così m’ha detto.Lucramo. Affrettisi,Dunque, quel che s’ha a far. Udite, femmineDi spesa grande e di pochissimo utile;Che siete tanto belle e sì piacevoli,Che non potete trovar chi vi liberiDi servitù. Non son ciechi gli altri uomini,Nè balordi, come io, che corsi a spendereIl mio danajo in duo vetri, credendomiChe fossin belle gioje: ma rendeteviCerte, ch’io non vô stare in questa perdita.S’io non potrò quel c’ho speso riscuotereTutto a un tratto, mi sforzerò rimetterloInsieme a poco a poco: non puote essereChe non vi guadagniate due o tre coppieDi carlini ogni giorno, che soccorrereMi potranno a vestirvi, o almeno a pascervi.
Tosto ch’io sarò giunto dove ho in animoCh’andiamo, vô che le botteghe s’aprano.Non vô già cominciar qui, non vô ch’abbianoQuesto contento i signori di Sibari;Signori senza signoría, più gonfiiDi vento che le palle. O brutte femmine,A chi dico io, ribaldelle, disutili?Sfornite tutti li letti, e piegate leLenzuola con le coltre, e riponete leCamicie e li grembiuli o bianchi o sucidi,E così i vostri torciglioni e cuffie,Pezzette, bambagelli e l’altre tattere;Ma gli specchietti, l’ampolle e li bossoliMettete fra li panni, ed acconciateliIn modo, che portando non si rompano;Se non volete forse che le naticheVi rompa lo staffil. Furbo, te’, compramiParecchi passa di fune, ed ammagliamiCasse e forzieri, e matarazzi e coltrici:Menami poi sei facchini; deh, menaneOtto, ch’a un tratto ogni cosa mi sgombrino.Che aspetti? chè non voli? Vedete asinoPigro! Ma tu non odi? Io vô che al dazioTu vada, e dica a quei lupi, che mandinoUn di lor qui, che prima che s’imballino,Vegga le robe, acciò poi non mi faccianoScaricar ed aprirle, e non mi dianoAll’uscir della porta altra molestia.Odi; costà m’aspetta: odi, la musicaÈ tutta per amor.
Furbo. Contro ribeccola.Lucramo.Tarda a tornar tanto che verisimilePaja che sia stato al porto, e rapportamiChe ritrovato t’ha il nocchiero, e dettotiChe la partita sua, che doveva essereDomani, è differita, ed anco in dubbio;Ma dimmelo ove le fanciulle m’odano.Ecco c’ho fatto uscir di casa Erofilo,E Caridor con esso lui. Mi debbonoAver pur troppo udito, e forse vengonoPer accordarmi, chè meglio del solitoCi denno aver il modo. Ma qui attendereNon li vô nella strada, acciò non credanoCh’io m’offerisca lor perchè mi parlino.
Caridoro.Che faremo ora che siam chiari, Erofilo,Della partita di costui? ParrebbetiCh’andassimo a trovarlo, e proponendogliVarî partiti e migliori, e pregandoloQuanto si può più pregar, e mostrandogliE facendo toccar con mano l’utileSuo, e quando siamo appresso per concludere,Vedessimo di far che almen sì subitoNon si partisse?Erofilo. O Caridor, parrebbemi,Che si provasse ogni cosa possibilePer ritenerlo; ma s’io non comunicoLa cosa prima con Volpino, e piglioneIl suo parer, non mi voglio risolvere.Del qual non so ch’io creda o ch’io m’immagini,Che tanto indugi a ritornar.Caridoro. Se FulcioNon lo ritrova, almen non stesse a perdereTempo; ritornasse egli!Erofilo. Non parlandogli
Prima, e della partenza ragguagliandoloDi costui, non saprei che far.Caridoro. Or eccoli,Per dio: vengono insieme amendue; vedili.
Volpino.Si potría, Fulcio, per salvar duo giovaniAmanti, e gastigar un avarissimoE ribaldo ruffiano, ordire astuziaChe fosse più di questa memorabile?Fulcio.Volpin, per quella fede che grandissimaHo nelle spalle, mi par che sia simileCotesta invenzïone alla carciofola,In cui durezza, spine e amaritudineMolta più trovi, che bontade.Volpino. AbbiamociDa confortar in questo, che venendociPur mal, puniti non sarem per minimoFallo. A che peggio possiamo noi giugnere,Che alle mazzate?Fulcio. E chi può me’ ricevereDi te, che ti ritrovi le più idoneeSpalle del mondo?Volpino. Sol le tue le vincono,Che stancherían le braccia di dieci uomini,E cento mazze il giorno lograrebbono.Caridoro.Par che vengan ridendo.Erofilo. I pazzi ridonoDi poca cosa.Volpino. Eccoli, che ci aspettano.Caridoro.Pur mi giova sperar nella letiziaChe mostrano.Erofilo. Gli è vana; chè di LucramoNon sanno, che si parta così subito.Volpino.Dio vi salvi, patroni.
Erofilo. Ben abbiamoneBisogno, e ch’egli e li Santi ci salvino.Volpino.Anzi non vô che Dio o che Santi piglinoFatica di salvarvi ora, possendoviSalvar io sol. Non più Volpin mi nomino,Ma la salute.Erofilo. Oimè! non sai che LucramoÈ per partirsi domattina?Volpino. Partasi,Con tempesta.Caridoro. Deh non, chè porterebbonoCon esso lui le fanciulle pericolo.Volpino.Io vô che le fanciulle in terra restino,E ch’egli in mar si affoghi. Io, come prosperaSalute sono a voi, così infortunioSono al ruffiano: quel ghiotton distruggereOgni modo, e salvar voi mi delibero;Ma non crediate che si parta.Erofilo. Partesi;Credi a chi ’l sa.Volpino. Per spaventarvi simulaDi partire il ribaldo.Caridoro. Non vedendoci,E non sappiendoci essere ove udivasiCiò che dicea, comandò alle sue femmine,Che le lenzuola e le coltri piegassino,E vesti e fin alle camicie sucide,E nelle casse il tutto riponessino;Ed ha mandato il Furbo a quei del dazio,Che gli espediscan le robe; e commessogliHa che meni facchini che le portinoQuesta sera alla nave. Volpin, renditiCerto ch’egli si parte.Erofilo. Oimè! partendosiChe fia di me? Dovunque vada Eulalia,Anderà il mio côr anco.Caridoro. Anderà simile-mente il mio con Corisca.Volpino. Se deliberiChe ’l tuo côr vada domattina, avvisami,Ch’io pigli, prima che serrin l’ufizio,La sua bolletta, chè non lo ritenghino
Ai passi.Fulcio. Nè serà fuor di propositoChe facci al tuo una vesta, acciò nol becchino,Trovandol nudo, li corbacci e l’aquile.Erofilo.Ve’, Caridoro, come ci dileggianoquesti furfanti gaglioffi!Caridoro. Deh miseroChi serve amor!Volpino. Noi che serviamo a miseri,Servi siam, Fulcio, doppiamente miseri.Creduto non avrei che fossi, Erofilo,Di sì poca fiducia, che sentendotiVolpino appresso, ti dovessi mettereTanta paura in cosa così picciola.Erofilo.Picciola questa? e qual’altra puot’essereGrande, se questa è picciola?Volpino. GuardatemiIn viso: parte il ruffian? vô concedereCiò che dite: io rispondo, che volendoviGovernar a mio modo, vi vô mettere,Prima che siamo a domani, a te EulaliaIn braccio, a te Corisca; e questo Lucramo,Sì arrogante, tosar come una pecora.Caridoro.O Volpino dabbene!Erofilo. Dabbenissimo!Volpino.Ma dimmi hai tu apparecchiate le forbici,Ch’i’ dissi, da tosar?Erofilo. Che forbici hammi tuDetto?Volpino. Non ti dissi io che facessi operaD’aver in man le chiavi della cameraDi tuo padre?Erofilo. L’ho avute.Volpino. E si mandassinoFuor tutti i servi di casa, e più il NebbiaDegli altri?Erofilo. Tutto è fatto.Volpino. Ecco le forbiciCh’io domandavo: or attendi ed ascoltami.Ho ritrovato in questa terra un gioveneCauto, sufficïente ed al propositoNostro, col quale ebbi stretta amicizia
Mentre che con tuo padre io stavo a Napoli,Dove era, ed è d’un di quei gentiluominiServo. Ora suo padrone qui mandato loHa per certe faccende, e ritornarseneDeve domani. Pur jer giunse, e statociMai più non è.Erofilo. Che m’appartiene intendereCotesto?Volpino. Tel dirò; ascoltami. VoglioloVestir co’ panni di tuo padre; mettergliGiubbone e calze e berretta e pantoffole,Ed una veste lunga e tutto l’abitoDi mercatante: egli ha buona presenzia:Acconceròllo in modo, che vedendoloOgnun l’avrà per uomo di gran traffico.Così vestito andrà a trovar Lucramo:Gli daremo la cassa che in depositoQuei litiganti fiorentini diederoA tuo padre, stivata di finissimiFilati d’oro.Erofilo. E che n’ha a far?Volpino. Che a LucramoLa porti, glila lasci pegno, e facciasiDar Eulalia.Erofilo. La lasci in mano a Lucramo?Volpino.A Lucramo.Erofilo. Al ruffiano!Volpino. Al ruffiano. OdimiUn poco. Vò che dia la cassa a Lucramo,O sia al ruffian, come ti par lo nomina;E che gli dica, che pegno lasciargli laVuol per un giorno o dui, finchè gli numeriIl prezzo, il qual mostrerà di concludereCon lui.Erofilo. T’ho ben inteso. Come diavolo,Che la lasci a un ruffiano?Volpino. E che la femminaSi faccia dar. Voglio che andiam poi subito...Erofilo.Parla pur d’altro. In mano a un barro, a un perfido,Al maggior ladroncel del mondo, mettereRoba di tanta valuta?Volpino. A me lasciane
La cura: ascolta.Erofilo. È di troppo pericolo.Volpino.Non è, se ascolti: si potrà poi facile-mente...Erofilo. Che facilmente?Volpino. Se stai tacito,Te lo dirò. Gli è di bisogno, Erofilo,Qualunque vuol...Erofilo. Deh che ciance, che favoleSon queste che avviluppi?Volpino. Non volendomiUdir, tuo danno: ben io pazzo...Caridoro. LascialoDir.Erofilo. Dica.Volpino. A travagliarmi in voler utileFar a chi non lo vuol. Mi mangi il cancaroSe più...Caridoro. Non ti partir, Volpino: ascoltaloUn poco, tu.Erofilo. Che vuoi tu dir? Ascoltoti.Volpino.Quel ch’io vô dir? Tu mi preghi e mi stimuliE tutto il dì consumi, ch’io m’industriiE trovi modo ch’abbi questa giovane:Io n’ho trovati cento, e mai trovatoneUno non ho che ti piaccia. Un difficileTi pare, un altro di troppo pericolo;Quel lungo, quel scoperto: chi può intenderti?Vorresti e non vorresti; tu desideri,E non sai che. Non si può far, Erofilo,Credilo a me, mai cosa memorabileSenza fatica e senza gran pericolo.Che pensi tu con tuoi sospiri e lagrimePoter piegar questo ruffiano a dartila?Erofilo.Pur mi parrebbe gran sciocchezza a mettereCosa di tanta valuta a pericoloSì manifesto. Non sai che duo miliaDucati, e credo più, i filati vaglionoChe sono in quella cassa, e che in depositoA mio padre fûr dati? Che se fossero
Nostri, mi disporrei forse più facile-mente di porli a rischio. Saríen forbiciDa tosar noi coteste, e non la pecoraChe detto m’hai.Volpino. Mi stimi tu sì, Erofilo,Di poco ingegno, ch’io volessi perdereCosa di tanto prezzo, e apparecchiatomiNon abbia come riaverla subito?Lásciane a me la cura: io sto a pericoloPiù di te. Quando i miei disegni avessinoMal esito, di che poco mi dubito,Tu non ne sentiresti altra molestiaChe di parole; io tormenti gravissimiNella persona, o mi farebbe in carcereMorir di fame.Erofilo. E che via c’è, ponendolaIn mano di costui, poi di levargliela,Se li denari prima non appajono;Delli quali sai ben ch’abbiam penuria?Ma se pria che i filati si riabbiano,Torna mio padre; o se ’l ruffian, partendosiQuesta notte (chè qui tutto è il pericolo),Se gli porta con lui; dimmi, a che termineCi ritroviamo?Volpino. S’averai pazienziaD’udirmi, troverai che buono ed ottimoDisegno è il mio; e che c’è modo facileChe questa notte ancora si riabbiano.Erofilo.Orsù, t’ascolto: di’.Volpino. Tosto che data laCassa abbia il nostro mercatante a Lucramo,E che posta in sua man abbia la giovane,Voglio che al capitano di giustizia,Al padre di costui, tu vada e faccigliQuerela, che di casa tua rubatatiSia stata questa cassa, e che t’immaginiChe sia stato un ruffiano il quale t’abitaVicino.Erofilo. Intendo.Volpino. Egli è cosa credibile,
Poich’è ruffiano, che ladro possa essere:E tu lo pregherai che farti graziaVoglia che ’l suo bargello venga, e cerchigliLa casa. Caridoro favorevoleTi sarà appresso il padre, e farà muovereImmantinente il bargello.Caridoro. Gli è facileCosa cotesta: io verrò, bisognandoci,Anco in persona.Volpino. Gli sarem sì subitoAddosso, che la cassa trovaremovi,Che non avrà di porla altrove spazio.Esso dirà ch’un mercatante datagliL’ha in pegno, sinchè gli paghi una femminaChe gli ha venduta. Chi gli vorrà credere,Che per cosa che appena val, mettiamola,Cento ducati, debba per duo miliaAvergli dati pegni? Or, ritrovandogliIl furto in casa, sarà senza dubbioPreso per ladro e strascinato in carcere;E se dipoi lo impicchino e lo squartino,Che v’abbiam noi a far? Per le tristizieSue, in ogni modo, e questo e peggio merita.Erofilo.Ben, per dio! Oh bel disegno! e può succedere,Volpino.Tu, Caridoro, preso che sia Lucramo,Essendo l’uom che sei, per te medesimoPotrai fornir tutto il tuo desiderio.Parla al bargello, e con esso lui ordinaChe ti faccia condur tosto la giovane,Che sia cacciato quel ghiottone in carcere.Vada poi come vuol la cosa, o impicchinloO lo lascino ancor, se campa Lucramo,Avrà sempre di grazia di lasciartelaIn dono, se te gli mostrerai d’essereCon tuo padre e con gli altri favorevole.Caridoro.Per dio, Volpino, una corona meriti.Fulcio.Anzi una bella mitra.Volpino. Non può, Fulcio,Alle tue dignitadi ognuno ascendere.Erofilo.Or dove è questo tuo, che porre in abitoVogliam di mercatante?Volpino. Maravigliomi
Che non sia qui, ma non può stare a giugnere.Erofilo.Vuoi ch’egli stesso la cassa si carichiIn collo?Volpino. A questo è preso anco un buon ordine.Egli ha seco un villano, del medesimoPatron lavoratore: qui mandatiliHa il gentiluomo, acciò che gli ritrovinoDue paja o tre di giuvenchi, e li comprino.Costui sarà il facchino. Ma apparecchia laVeste e quell’altre cose che bisognano;Chè giunto qui, non stia a bada.Caridoro. VoleteviServire in altro di me?Volpino. RitornartenePuoi, Caridoro, a casa: ben faremotiTutto il successo intendere.Caridoro. Anderòmmene.Addio.Fulcio. Se non vi accade altro servizioDa me, anderò col mio patrone.Volpino. Vattene.
Volpino.Io dovea pur ricordarmi che ’l TrappolaSolea dir ver rade volte. Ben sempliceSon stato, e mal accorto, che lasciatomiL’abbia restar addietro. Se ’l suo solitoAvrà fatto qui ancora, che uccellatomiAbbia, non potrò quel che designatomiAvevo, oggi far più, nè più rimettereAltro in suo loco, chè gli è sera. Or eccolo,Per dio: poichè gli è qui, spero che prospera-mente ogni cosa mi debbia succedere.Trappola.Gli è pur gran fatto, Brusco, ch’un servizioTu non sappia mai far, ch’uom te n’abbia obbligo.Brusco.Gli è maggior fatto che non abbi, Trappola,Mai sì da far per te, che non ti dienoLe cose d’altri e che non s’appartengono,Da far ancora.Trappola. Mie le cose reputo
Di Volpino, nè men che le mie proprie;E questa è la mia usanza, ed appartiemmisiProcacciar sempre mai nuove amicizie.Brusco.Se tua usanza è acquistar nuove amicizie,E ti appartien, con tua fatica acquistale,Nè voler dar a me e a gli altri incomodo,Che non abbiamo simil desiderio.Trappola.E che avevamo a far?Brusco. Per li buoi mettereDel fieno in nave, e per il nostro vivereFornirci delle cose che bisognano.Trappola.Ci sarà tempo.Volpino. Mi credevo, Trappola,Che tu m’avessi ingannato.Trappola. Rincrescemi,Per dio, Volpin, ch’io t’abbia fatto credereIl falso, ma non ci ebbi più avvertenzia.Volpino.Tu vien’ su molta gravità.Trappola. DovendomiOggi far uomo grave, è convenevoleChe ’l passo impari a far grave.Volpino. DovrestiloTu saper me’ d’ogn’altro, che sei solitoSpesso d’andar co’ ferri a’ piè, per meritiTuoi.Trappola. Chi vi suol ir più di te? chè bestiaNon è di trotto sì duro, che apprendereNon avesse dovuto un soave ambio,Se ’l patron suo sì lungamente fattolePortar le bolze avesse; come fattoliHa portar a te il tuo.Volpino. Vien dentro: lascia leCiance, chè non abbiam tempo da perdere.
Per dio, son quasi in pensier di tornarmeneAll’albergo, e lasciar qui questa bestiaSenza me, che vuol far altrui servizioCon mia fatica, e vorrà guadagnarseneUno o duoi scudi. Io so che senza premioNon ci saría sì pronto e sì sollicito,E non vorrà però ch’io ne participi.E per quel ch’io comprendo, giuntar voglionoNon so chi: la qual cosa discoprendosi,Sarò non men riputato colpevoleDi lui, e serò a parte, se ci mettonoLe mani addosso, con lui del supplicio;E forse più che a parte, perchè perderePosso più di lui molto. Egli salvandosiLa persona, esce fuor d’ogni pericolo:Io non così, chè li buoi non si salvano,Salvandomi io. Il patron rivalerseneVorrà sopra di me, c’ho vacche e pecoreE capre e porci, e tante masserizie,Che cento lire non le comprarebbono.Deh, gli è meglio ch’io torni. Ah no, che avendoliPromesso, come io gli ho, e non attenendogli,Fo male, e gli do causa di sempre essermiNimico; e so che in mille modi nuocereMi potría col patrone, e noceríami,Ch’egli ha una lingua che potrebbe radere,Così ben taglia; e il padron gli dà credito:Come fan quasi tutti, che più ascoltanoVolentier questi che mal riferiscono,Che quei che bene. Benchè quei che diconoBene, son così pochi che li numeriCol naso; ma quest’altri che rapportanoMale, sono infiniti: ed è una regolaGenerale, a chi vuole entrare in grazia
Di suo patron, che accusi gli altri, e dicaneCiò che ne sa di male; e le buone opereAltrui, più che può, asconda o minuiscale,E dimostri che poco o nulla vaglianoTutti gli altri, sian pigri e stiano in ozio,Che non abbiano amore, nè si curinoO male o bene che le cose vadanoDel patrone, e che ruban pur che possano;Ma ch’egli solo è fedele e amorevole,Sol diligente, accurato e sollecito.Pur, sia come si vuol, io mi deliberoChe nè in questo anco possa aver materiaDa dolersi di me. Ben voglio subitoChe sia fatto il bisogno, ritornarmeneAll’albergo, chè quando alcun disordineSopravvenisse, con lui non mi colgano.
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