Orlando furioso (1928) — Canto 11

1Quantunque debil freno a mezzo il corsoanimoso destrier spesso raccolga,raro è però che di ragione il morsolibidinosa furia a dietro volga,quando il piacere ha in pronto; a guisa d’orsoche dal mel non sí tosto si distolga,poi che gli n’è venuto odore al naso,o qualche stilla ne gustò sul vaso.

2Qual raggion fia che ’l buon Ruggier raffrene,sí che non voglia ora pigliar dilettod’Angelica gentil che nuda tienenel solitario e commodo boschetto?Di Bradamante piú non gli soviene,che tanto aver solea fissa nel petto:e se gli ne sovien pur come prima,pazzo è se questa ancor non prezza e stima;

3con la qual non saria stato quel crudoZenocrate di lui piú continente.Gittato avea Ruggier l’asta e lo scudo,e si traea l’altre arme impaziente;quando abbassando pel bel corpo ignudola donna gli occhi vergognosamente,si vide in dito il prezïoso annelloche giá le tolse ad Albracca Brunello.

4Questo è l’annel ch’ella portò giá in Franciala prima volta che fe’ quel caminocol fratel suo, che v’arrecò la lancia,la qual fu poi d’Astolfo paladino.Con questo fe’ gl’incanti uscire in cianciadi Malagigi al petron di Merlino;con questo Orlando et altri una matinatolse di servitú di Dragontina;

5con questo uscí invisibil de la torredove l’avea richiusa un vecchio rio.A che voglio io tutte sue prove accôrre,se le sapete voi cosí come io?Brunel sin nel giron lei venne a tôrre;ch’Agramante d’averlo ebbe disio.Da indi in qua sempre Fortuna a sdegnoebbe costei, fin che le tolse il regno.

6Or che sel vede, come ho detto, in mano,sí di stupore e d’allegrezza è piena,che quasi dubbia di sognarsi invano,agli occhi, alla man sua dá fede a pena.Del dito se lo leva, e a mano a manosel chiude in bocca: e in men che non balena,cosí dagli occhi di Ruggier si cela,come fa il sol quando la nube il vela.

7Ruggier pur d’ogn’intorno riguardava,e s’aggirava a cerco come un matto;ma poi che de l’annel si ricordava,scornato vi rimase e stupefatto:e la sua inavvertenza bestemiava,e la donna accusava di quello attoingrato e discortese, che rendutoin ricompensa gli era del suo aiuto.

8— Ingrata damigella, è questo quelloguiderdone (dicea), che tu mi rendi?che piú tosto involar vogli l’annello,ch’averlo in don. Perché da me nol prendi?Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snelloe me ti dono, e come vuoi mi spendi;sol che ’l bel viso tuo non mi nascondi.Io so, crudel, che m’odi, e non rispondi.—

9Cosí dicendo, intorno alla fontanabrancolando n’andava come cieco.Oh quante volte abbracciò l’aria vana,sperando la donzella abbracciar seco!Quella, che s’era giá fatta lontana,mai non cessò d’andar, che giunse a un specoche sotto un monte era capace e grande,dove al bisogno suo trovò vivande.

10Quivi un vecchio pastor, che di cavalleun grande armento avea, facea soggiorno.Le iumente pascean giú per la vallele tenere erbe ai freschi rivi intorno.Di qua di lá da l’antro erano stalle,dove fuggíano il sol del mezzo giorno.Angelica quel dí lunga dimoralá dentro fece, e non fu vista ancora.

11E circa il vespro, poi che rifrescossi,e le fu aviso esser posata assai,in certi drappi rozzi aviluppossi,dissimil troppo ai portamenti gai,che verdi, gialli, persi, azzurri e rossiebbe, e di quante foggie furon mai.Non le può tor però tanto umil gonna,che bella non rassembri e nobil donna.

12Taccia chi loda Fillide, o Neera,o Amarilli, o Galatea fugace;che d’esse alcuna sí bella non era,Titiro e Melibeo, con vostra pace.La bella donna tra’ fuor de la schierade le iumente una che piú le piace.Allora allora se le fece inanteun pensier di tornarsene in Levante.

13Ruggiero intanto, poi ch’ebbe gran pezzoindarno atteso s’ella si scopriva,e che s’avide del suo error da sezzo,che non era vicina e non l’udiva;dove lasciato avea il cavallo, avezzoin cielo e in terra, a rimontar veniva:e ritrovò che s’avea tratto il morso,e salia in aria a piú libero corso.

14Fu grave e mala aggiunta all’altro dannovedersi anco restar senza l’augello.Questo, non men che ’l feminile inganno,gli preme al cor; ma piú che questo e quello,gli preme e fa sentir noioso affannol’aver perduto il prezïoso annello;per le virtú non tanto ch’in lui sono,quanto che fu de la sua donna dono.

15Oltremodo dolente si riposeindosso l’arme, e lo scudo alle spalle;dal mar slungossi, e per le piaggie erboseprese il camin verso una larga valle,dove per mezzo all’alte selve ombrosevide il piú largo e ’l piú segnato calle.Non molto va, ch’a destra, ove piú foltaè quella selva, un gran strepito ascolta.

16Strepito ascolta e spaventevol suonod’arme percosse insieme; onde s’affrettatra pianta e pianta: e truova dui, che sonoa gran battaglia in poca piazza e stretta.Non s’hanno alcun riguardo né perdono,per far, non so di che, dura vendetta.L’uno è gigante, alla sembianza fiero;ardito l’altro e franco cavalliero.

16E questo con lo scudo e con la spada,di qua di lá saltando, si difende,perché la mazza sopra non gli cada,con che il gigante a due man sempre offende.Giace morto il cavallo in su la strada.Ruggier si ferma, e alla battaglia attende;e tosto inchina l’animo, e disiache vincitore il cavallier ne sia.

18Non che per questo gli dia alcuno aiuto;ma si tira da parte, e sta a vedere.Ecco col baston grave il piú membrutosopra l’elmo a due man del minor fere.De la percossa è il cavallier caduto:l’altro, che ’l vide attonito giacere,per dargli morte l’elmo gli dislaccia;e fa sí che Ruggier lo vede in faccia.

19Vede Ruggier de la sua dolce e bellae carissima donna Bradamantescoperto il viso; e lei vede esser quellaa cui dar morte vuol l’empio gigante:sí che a battaglia subito l’appella,e con la spada nuda si fa inante:ma quel, che nuova pugna non attende,la donna tramortita in braccio prende;

20e se l’arreca in spalla, e via la porta,come lupo talor piccolo agnello,o l’aquila portar ne l’ugna tortasuole o colombo o simile altro augello.Vede Ruggier quanto il suo aiuto importa,e vien correndo a piú poter; ma quellocon tanta fretta i lunghi passi mena,che con gli occhi Ruggier lo segue a pena.

21Cosí correndo l’uno, e seguitandol’altro, per un sentiero ombroso e fosco,che sempre si venía piú dilatando,in un gran prato uscîr fuor di quel bosco.Non piú di questo; ch’io ritorno a Orlando,che ’l fulgur che portò giá il re Cimosco,avea gittato in mar nel maggior fondo,acciò mai piú non si trovasse al mondo.

22Ma poco ci giovò: che ’l nimico empiode l’umana natura, il qual del telofu l’inventor, ch’ebbe da quel l’esempio,ch’apre le nubi e in terra vien dal cielo;con quasi non minor di quello scempioche ci diè quando Eva ingannò col melo,lo fece ritrovar da un negromante,al tempo de’ nostri avi, o poco inante.

23La machina infernal, di piú di centopassi d’acqua ove stè ascosa molt’anni,al sommo tratta per incantamento,prima portata fu tra gli Alamanni;li quali uno et un altro esperimentofacendone, e il demonio a’ nostri danniassutigliando lor via piú la mente,ne ritrovaro l’uso finalmente.

24Italia e Francia e tutte l’altre bandedel mondo han poi la crudele arte appresa.Alcuno il bronzo in cave forme spande,che liquefatto ha la fornace accesa;bugia altri il ferro; e chi picciol, chi grandeil vaso forma, che piú e meno pesa:e qual bombarda e qual nomina scoppio,qual semplice cannon, qual cannon doppio;

25qual sagra, qual falcon, qual colubrinasento nomar, come al suo autor piú agrada;che ’l ferro spezza, e i marmi apre e ruina,e ovunque passa si fa dar la strada.Rendi, miser soldato, alla fucinapur tutte l’arme c’hai, fin alla spada;e in spalla un scoppio o un arcobugio prendi;che senza, io so, non toccherai stipendi.

26Come trovasti, o scelerata e bruttainvenzïon, mai loco in uman core?Per te la militar gloria è distrutta,per te il mestier de l’arme è senza onore;per te è il valore e la virtú ridutta,che spesso par del buono il rio migliore:non piú la gagliardia, non piú l’ardireper te può in campo al paragon venire.

27Per te son giti et anderan sotterratanti signori e cavallieri tanti,prima che sia finita questa guerra,che ’l mondo, ma piú Italia ha messo in pianti;che s’io v’ho detto, il detto mio non erra,che ben fu il piú crudele e il piú di quantimai furo al mondo ingegni empii e maligni,ch’imaginò sí abominosi ordigni.

28E crederò che Dio, perché vendettane sia in eterno, nel profondo chiudadel cieco abisso quella maladettaanima, appresso al maladetto Giuda.Ma seguitiamo il cavallier ch’in frettabrama trovarsi all’isola d’Ebuda,dove le belle donne e delicateson per vivanda a un marin mostro date.

29Ma quanto avea piú fretta il paladino,tanto parea che men l’avesse il vento.Spiri o dal lato destro o dal mancino,o ne le poppe, sempre è cosí lento,che si può far con lui poco camino;e rimanea talvolta in tutto spento:soffia talor sí averso, che gli è forzao di tornare, o d’ir girando all’orza.

30Fu volontá di Dio che non venisseprima che ’l re d’Ibernia in quella parte,acciò con piú facilitá seguissequel ch’udir vi farò fra poche carte.Sopra l’isola sorti, Orlando disseal suo nochiero: — Or qui potrai fermarte,e’l battel darmi; che portar mi vogliosenz’altra compagnia sopra lo scoglio.

31E voglio la maggior gomona meco,e l’áncora maggior ch’abbi sul legno:io ti farò veder perché l’arreco,se con quel mostro ad affrontar mi vegno. —Gittar fe’ in mare il palischermo seco,con tutto quel ch’era atto al suo disegno.Tutte l’arme lasciò, fuor che la spada;e vêr lo scoglio, sol, prese la strada.

32Si tira i remi al petto, e tien le spallevolte alla parte ove discender vuole;a guisa che del mare o de la valleuscendo al lito, il salso granchio suole.Era ne l’ora che le chiome giallela bella Aurora avea spiegate al Sole,mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso,non senza sdegno di Titon geloso.

33Fattosi appresso al nudo scoglio, quantopotria gagliarda man gittare un sasso,gli pare udire e non udire un pianto;sí all’orecchie gli vien debole e lasso.Tutto si volta sul sinistro canto;e posto gli occhi appresso all’onde al basso,vede una donna, nuda come nacque,legata a un tronco; e i piè le bagnan l’acque.

34Perché gli è ancor lontana, e perché chinala faccia tien, non ben chi sia discerne.Tira in fretta ambi i remi, e s’avicinacon gran disio di piú notizia averne.Ma muggiar sente in questo la marina,e rimbombar le selve e le caverne:gonfiansi l’onde; et ecco il mostro appare,che sotto il petto ha quasi ascoso il mare.

35Come d’oscura valle umida ascendenube di pioggia e di tempesta pregna,che piú che cieca notte si distendeper tutto ’l mondo, e par che ’l giorno spegna;cosí nuota la fera, e del mar prendetanto, che si può dir che tutto il tegna:fremono l’onde. Orlando in sé raccolto,la mira altier, né cangia cor né volto.

36E come quel ch’avea il pensier ben fermodi quanto volea far, si mosse ratto;e perché alla donzella essere schermo,e la fera assalir potesse a un tratto,entrò fra l’orca e lei col palischermo,nel fodero lasciando il brando piatto:l’áncora con la gomona in man prese;poi con gran cor l’orribil mostro attese.

37Tosto che l’orca s’accostò, e scopersenel schifo Orlando con poco intervallo,per ingiottirlo tanta bocca aperse,ch’entrato un uomo vi saria a cavallo.Si spinse Orlando inanzi, e se gl’immersecon quella áncora in gola, e s’io non fallo,col battello anco; e l’áncora attaccollee nel palato e ne la lingua molle:

38sí che né piú si puon calar di sopra,né alzar di sotto le mascelle orrende.Cosí chi ne le mine il ferro adopra,la terra, ovunque si fa via, suspende,che subita ruina non lo cuopra,mentre malcauto al suo lavoro intende.Da un amo all’altro l’áncora è tanto alta,che non v’arriva Orlando, se non salta.

39Messo il puntello, e fattosi sicuroche ’l mostro piú serrar non può la bocca,stringe la spada, e per quel antro oscurodi qua e di lá con tagli e punte tocca.Come si può, poi che son dentro al murogiunti i nimici, ben difender ròcca;cosí difender l’orca si poteadal paladin che ne la gola avea.

40Dal dolor vinta, or sopra il mar si lancia,e mostra i fianchi e le scagliose schene;or dentro vi s’attufa, e con la panciamuove dal fondo e fa salir l’arene.Sentendo l’acqua il cavallier di Francia,che troppo abonda, a nuoto fuor ne viene:lascia l’áncora fitta, e in mano prendela fune che da l’áncora depende.

41E con quella ne vien nuotando in frettaverso lo scoglio; ove fermato il piede,tira l’áncora a sé, ch’in bocca strettacon le due punte il brutto mostro fiede.L’orca a seguire il canape è constrettada quella forza ch’ogni forza eccede,da quella forza che piú in una scossatira, ch’in dieci un argano far possa.

42Come toro salvatico ch’al cornogittar si senta un improviso laccio,salta di qua di lá, s’aggira intorno,si colca e beva, e non può uscir d’impaccio;cosí fuor del suo antico almo soggiornol’orca tratta per forza di quel braccio,con mille guizzi e mille strane ruotesegue la fune, e scior non se ne puote.

43Di bocca il sangue in tanta copia fonde,che questo oggi il mar Rosso si può dire,dove in tal guisa ella percuote l’onde,ch’insino al fondo le vedreste aprire;et or ne bagna il cielo, e il lume ascondedel chiaro sol: tanto le fa salire.Rimbombano al rumor ch’intorno s’ode,le selve, i monti e le lontane prode.

44Fuor de la grotta il vecchio Proteo, quandoode tanto rumor, sopra il mare esce;e visto entrare e uscir de l’orca Orlando,e al lito trar sí smisurato pesce,fugge per l’alto occeano, oblïandolo sparso gregge: e sí il tumulto cresce,che fatto al carro i suoi delfini porre,quel dí Nettunno in Etïopia corre.

45Con Melicerta in collo Ino piangendo,e le Nereide coi capelli sparsi,Glauci e Tritoni e gli altri, non sappiendodove, chi qua chi lá van per salvarsi.Orlando al lito trasse il pesce orrendo,col qual non bisognò piú affaticarsi;che pel travaglio e per l’avuta pena,prima morí, che fosse in su l’arena.

46De l’isola non pochi erano corsia riguardar quella battaglia strana;i quai da vana religion rimorsi,cosí sant’opra riputâr profana:e dicean che sarebbe un nuovo tôrsiProteo nimico, e attizzar l’ira insana,da farli porre il marin gregge in terra,e tutta rinovar l’antica guerra;

47e che meglio sará di chieder paceprima all’offeso dio, che peggio accada;e questo si fará, quando l’audacegittato in mare a placar Proteo vada.Come dá fuoco l’una a l’altra face,e tosto alluma tutta una contrada,cosí d’un cor ne l’altro si difondel’ira ch’Orlando vuol gittar ne l’onde.

48Chi d’una fromba e chi d’un arco armato,chi d’asta, chi di spada, al lito scende;e dinanzi e di dietro e d’ogni lato,lontano e appresso, a piú poter l’offende.Di sí bestiale insulto e troppo ingratogran meraviglia il paladin si prende:pel mostro ucciso ingiuria far si vede,dove aver ne sperò gloria e mercede.

49Ma come l’orso suol, che per le fieremenato sia da Rusci o da Lituani,passando per la via, poco temerel’importuno abbaiar di picciol cani,che pur non se li degna di vedere;cosí poco temea di quei villaniil paladin, che con un soffio solone potrá fracassar tutto lo stuolo.

50E ben si fece far subito piazzache lor si volse, e Durindana prese.S’avea creduto quella gente pazzache le dovesse far poche contese,quando né indosso gli vedea corazza,né scudo in braccio, né alcun altro arnese;ma non sapea che dal capo alle piantedura la pelle avea piú che diamante.

51Quel che d’Orlando agli altri far non lece,di far degli altri a lui giá non è tolto.Trenta n’uccise, e furo in tutto diecebotte, o se piú, non le passò di molto.Tosto intorno sgombrar l’arena fece;e per slegar la donna era giá volto,quando nuovo tumulto e nuovo gridofe’ risuonar da un’altra parte il lido.

52Mentre avea il paladin da questa bandacosí tenuto i barbari impediti,eran senza contrasto quei d’Irlandada piú parte ne l’isola saliti;e spenta ogni pietá, strage nefandadi quel popul facean per tutti i liti:fosse iustizia, o fosse crudeltade,né sesso riguardavano né etade.

53Nessun ripar fan gl’isolani, o poco;parte, ch’accolti son troppo improviso,parte, che poca gente ha il picciol loco,e quella poca è di nessuno aviso.L’aver fu messo a sacco; messo fuocofu ne le case: il populo fu ucciso:le mura fur tutte adeguate al suolo:non fu lasciato vivo un capo solo.

54Orlando, come gli appertenga nullal’alto rumor, le stride e la ruina,viene a colei che su la pietra brullaavea da divorar l’orca marina.Guarda, e gli par conoscer la fanciulla;e piú gli pare, e piú che s’avicina:gli pare Olimpia; et era Olimpia certo,che di sua fede ebbe sí iniquo merto.

55Misera Olimpia! a cui dopo lo scornoche gli le’ Amore, anco Fortuna crudamandò i corsari (e fu il medesmo giorno),che la portaro all’isola d’Ebuda.Riconosce ella Orlando nel ritornoche fa allo scoglio: ma perch’ella è nuda,tien basso il capo; e non che non gli parli,ma gli occhi non ardisce al viso alzarli.

56Orlando domandò ch’iniqua sortel’avesse fatta all’isola veniredi lá dove lasciata col consortelieta l’avea quanto si può piú dire.— Non so (disse ella) s’io v’ho, che la mortevoi mi schivaste, grazie a riferire,o da dolermi che per voi non siaoggi finita la miseria mia.

57Io v’ho da ringraziar ch’una manieradi morir mi schivaste troppo enorme;che troppo saria enorme, se la feranel brutto ventre avesse avuto a porme.Ma giá non vi ringrazio ch’io non pèra;che morte sol può di miseria tôrme:ben vi ringrazierò, se da voi darmiquella vedrò, che d’ogni duol può trarmi. —

58Poi con gran pianto seguitò, dicendocome lo sposo suo l’avea tradita;che la lasciò su l’isola dormendo,donde ella poi fu dai corsar rapita.E mentre ella parlava, rivolgendos’andava in quella guisa che scolpitao dipinta è Diana ne la fonte,che getta l’acqua ad Ateone in fronte;

59che, quanto può, nasconde il petto e ’l ventre,piú liberal dei fianchi e de le rene.Brama Orlando ch’in porto il suo legno entre;che lei, che sciolta avea da le catene,vorria coprir d’alcuna veste. Or mentrech’a questo è intento, Oberto sopraviene,Oberto il re d’Ibernia, ch’avea intesoche ’l marin mostro era sul lito steso;

60e che nuotando un cavallier era itoa porgli in gola un’áncora assai grave;e che l’avea cosí tirato al lito,come si suol tirar contr’acqua nave.Oberto, per veder se riferitocolui da chi l’ha inteso, il vero gli have,se ne vien quivi; e la sua gente intantoarde e distrugge Ebuda in ogni canto.

61Il re d’Ibernia, ancor che fosse Orlandodi sangue tinto, e d’acqua molle, e brutto,brutto del sangue che si trasse quandouscí de l’orca in ch’era entrato tutto,pel conte l’andò pur raffigurando;tanto piú che ne l’animo avea indutto,tosto che del valor sentì la nuova,ch’altri ch’Orlando non faria tal pruova.

62Lo conoscea, perch’era stato infanted’onore in Francia, e se n’era partitoper pigliar la corona, l’anno inante,del padre suo ch’era di vita uscito.Tante volte veduto, e tante e tantegli avea parlato, ch’era in infinito.Lo corse ad abbracciare e a fargli festa,trattasi la celata ch’avea in testa.

63Non meno Orlando di veder contentosi mostrò il re, che ’l re di veder lui.Poi che furo a iterar l’abbracciamentouna o due volte tornati amendui,narrò ad Oberto Orlando il tradimentoche fu fatto alla giovane, e da cuifatto le fu; dal perfido Bireno,che via d’ogn’altro lo dovea far meno.

64Le pruove gli narrò, che tante volteella d’amarlo dimostrato avea:come i parenti e le sustanzie toltele furo, e al fin per lui morir volea;e ch’esso testimonio era di molte,e renderne buon conto ne potea.Mentre parlava, i begli occhi serenide la donna di lagrime eran pieni.

65Era il bel viso suo, quale esser suoleda primavera alcuna volta il cielo,quando la pioggia cade, e a un tempo il solesi sgombra intorno il nubiloso velo.E come il rosignuol dolci carolemena nei rami alor del verde stelo,cosí alle belle lagrime le piumesi bagna Amore, e gode al chiaro lume.

66E ne la face de’ begli occhi accendel’aurato strale, e nel ruscello amorza,che tra vermigli e bianchi fiori scende:e temprato che l’ha, tira di forzacontra il garzon, che né scudo difendené maglia doppia né ferigna scorza;che mentre sta a mirar gli occhi e le chiome,si sente il cor ferito, e non sa come.

67Le bellezze d’Olimpia eran di quelleche son piú rare: e non la fronte sola,gli occhi e le guancie e le chiome avea belle,la bocca, il naso, gli omeri e la gola;ma discendendo giú da le mammelle,le parti che solea coprir la stola,fur di tanta escellenzia, ch’anteporsea quante n’avea il mondo potean forse.

68Vinceano di candor le nievi intatte,et eran piú ch’avorio a toccar molli:le poppe ritondette parean latteche fuor dei giunchi allora allora tolli.Spazio fra lor tal discendea, qual fatteesser veggián fra piccolini collil’ombrose valli, in sua stagione amene,che ’l verno abbia di nieve allora piene.

69I rilevati fianchi e le belle anche,e netto piú che specchio il ventre piano,pareano fatti, e quelle coscie bianche,da Fidia a torno, o da piú dotta mano.Di quelle parti debbovi dir anche,che pur celare ella bramava invano?Dirò insomma ch’in lei dal capo al piede,quant’esser può beltá, tutta si vede.

70Se fosse stata ne le valli Ideevista dal pastor frigio, io non so quantoVener, se ben vincea quell’altre dee,portato avesse di bellezza il vanto:né forse ito saria ne le Amicleecontrade esso a violar l’ospizio santo;ma detto avria: — Con Menelao ti resta,Elena pur; ch’altra io non vo’ che questa. —

71E se fosse costei stata a Crotone,quando Zeusi l’imagine far volse,che por dovea nel tempio di Iunone,e tante belle nude insieme accolse;e che, per una farne in perfezione,da chi una parte e da chi un’altra tolse:non avea da tôrre altra che costei;che tutte le bellezze erano in lei.

72Io non credo che mai Bireno, nudovedesse quel bel corpo; ch’io son certoche stato non saria mai cosí crudo,che l’avesse lasciata in quel deserto.Ch’Oberto se n’accende, io vi concludo,tanto che ’l fuoco non può star coperto.Si studia consolarla, e darle spemech’uscirá in bene il mal ch’ora la preme:

73e le promette andar seco in Olanda;né fin che ne lo stato la rimetta,e ch’abbia fatto iusta e memorandadi quel periuro e traditor vendetta,non cessará con ciò che possa Irlanda,e lo fará quanto potrá piú in fretta.Cercare intanto in quelle case e in questefacea di gonne e di feminee veste.

74Bisogno non sará, per trovar gonne,ch’a cercar fuor de l’isola si mande;ch’ogni dí se n’avea da quelle donneche de l’avido mostro eran vivande.Non fe’ molto cercar, che ritrovonnedi varie foggie Oberto copia grande;e fe’ vestir Olimpia, e ben gl’increbbenon la poter vestir come vorrebbe.

75Ma né sí bella seta o sí fin’oromai Fiorentini industri tesser fenno;né chi ricama fece mai lavoro,postovi tempo, diligenzia e senno,che potesse a costui parer decoro,se lo fêsse Minerva o il dio di Lenno,e degno di coprir sí belle membre,che forza è ad or ad or se ne rimembre.

76Per piú rispetti il paladino moltosi dimostrò di questo amor contento:ch’oltre che ’l re non lasciarebbe ascioltoBireno andar di tanto tradimento,sarebbe anch’esso per tal mezzo toltodi grave e di noioso impedimento,quivi non per Olimpia, ma venutoper dar, se v’era, alla sua donna aiuto.

77Ch’ella non v’era si chiarí di corto,ma giá non si chiarí se v’era stata;perché ogn’uomo ne l’isola era morto,né un sol rimase di sí gran brigata.Il dí seguente si partîr del porto,e tutti insieme andaro in una armata.Con loro andò in Irlanda il paladino;che fu per gire in Francia il suo camino.

78A pena un giorno si fermò in Irlanda;non valser preghi a far che piú vi stesse;Amor, che dietro alla sua donna il manda,di fermarvisi piú non gli concesse.Quindi si parte; e prima raccomandaOlimpia al re, che servi le promesse:ben che non bisognassi; che gli attennemolto piú, che di far non si convenne.

79Cosí fra pochi dí gente raccolse;e fatto lega col re d’Inghilterrae con l’altro di Scozia, gli ritolseOlanda, e in Frisa non gli lasciò terra;et a ribellïone anco gli volsela sua Selandia: e non finí la guerra,che gli diè morte; né però fu talela pena, ch’al delitto andasse eguale.

80Olimpia Oberto si pigliò per moglie,e di contessa la fe’ gran regina.Ma ritorniamo al paladin che scioglienel mar le vele, e notte e dí camina;poi nel medesmo porto le raccoglie,donde pria le spiegò ne la marina:e sul suo Brigliadoro armato salse,e lasciò dietro i venti e l’onde salse.

81Credo che ’l resto di quel verno cosefacesse degne di tenerne conto;ma fur sin a quel tempo sí nascose,che non è colpa mia s’or non le conto;perché Orlando a far l’opre virtuose,piú che a narrarle poi, sempre era pronto:né mai fu alcun de li suoi fatti espresso,se non quando ebbe i testimonii appresso.

82Passò il resto del verno cosí cheto,che di lui non si seppe cosa vera:ma poi che ’l sol ne l’animal discretoche portò Friso, illuminò la sfera,e Zefiro tornò soave e lietoa rimenar la dolce primavera;d’Orlando usciron le mirabil pruovecoi vaghi fiori e con l’erbette nuove.

83Di piano in monte, e di campagna in lido,pien di travaglio e di dolor ne gía;quando all’entrar d’un bosco, un lungo grido,un alto duol l’orecchie gli fería.Spinge il cavallo, e piglia il brando fido,e donde viene il suon, ratto s’invia:ma diferisco un’altra volta a direquel che seguí, se mi vorrete udire.

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