Orlando furioso (1928) — Canto 17
1Il giusto Dio, quando i peccati nostrihanno di remission passato il segno,acciò che la giustizia sua dimostriuguale alla pietá, spesso dá regnoa tiranni atrocissimi et a mostri,e dá lor forza e di mal fare ingegno.Per questo Mario e Silla pose al mondo,e duo Neroni e Caio furibondo,
2Domizïano e l’ultimo Antonino;e tolse da la immonda e bassa plebe,et esaltò all’imperio Massimino;e nascer prima fe’ Creonte a Tebe;e diè Mezenzio al populo Agilino,che fe’ di sangue uman grasse le glebe;e diede Italia a tempi men remotiin preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti.
3Che d’Atila dirò? che de l’iniquoEzzellin da Roman? che d’altri cento?che dopo un lungo andar sempre in obliquo,ne manda Dio per pena e per tormento.Di questo abbián non pur al tempo antiquo,ma ancora al nostro, chiaro esperimento,quando a noi, greggi inutili e malnati,ha dato per guardian lupi arrabbiati:
4a cui non par ch’abbi a bastar lor fame,ch’abbi il lor ventre a capir tanta carne;e chiaman lupi di piú ingorde brameda boschi oltramontani a divorarne.Di Trasimeno l’insepulto ossamee di Canne e di Trebia poco parneverso quel che le ripe e i campi ingrassa,dov’Ada e Mella e Ronco e Tarro passa.
5Or Dio consente che noi sián punitida populi di noi forse peggiori,per li multiplicati et infinitinostri nefandi, obbrobriosi errori.Tempo verrá ch’a depredar lor litiandremo noi, se mai saren migliori,e che i peccati lor giungano al segno,che l’eterna Bontá muovano a sdegno.
6Doveano allora aver gli eccessi lorodi Dio turbata la serena fronte,che scórse ogni lor luogo il Turco e ’l Morocon stupri, uccisïon, rapine et onte:ma piú di tutti gli altri danni, fôrogravati dal furor di Rodomonte.Dissi ch’ebbe di lui la nuova Carlo,e che ’n piazza venía per ritrovarlo.
7Vede tra via la gente sua troncata,arsi i palazzi, e ruinati i templi,gran parte de la terra desolata:mai non si vider sí crudeli esempli.— Dove fuggite, turba spaventata?Non è tra voi chi ’l danno suo contempli?Che cittá, che refugio piú vi resta,quando si perda sí vilmente questa?
8Dunque un uom solo in vostra terra preso,cinto di mura onde non può fuggire,si partirá che non l’avrete offeso,quando tutti v’avrá fatto morire? —Cosí Carlo dicea, che d’ira accesotanta vergogna non potea patire.E giunse dove inanti alla gran cortevide il pagan por la sua gente a morte.
9Quivi gran parte era del populazzo,sperandovi trovare aiuto, ascesa;perché forte di mura era il palazzo,con munizion da far lunga difesa.Rodomonte, d’orgoglio e d'ira pazzo,solo s’avea tutta la piazza presa:e l’una man, che prezza il mondo poco,ruota la spada, e l’altra getta il fuoco.
10E de la regal casa, alta e sublime,percuote e risuonar fa le gran porte.Gettan le turbe da le eccelse cimee merli e torri, e si metton per morte.Guastare i tetti non è alcun che stime;e legne e pietre vanno ad una sorte,lastre e colonne, e le dorate traviche furo in prezzo agli lor padri e agli avi.
11Sta su la porta il re d’Algier, lucentedi chiaro acciar che ’l capo gli arma e ’l busto,come uscito di tenebre serpente,poi c’ha lasciato ogni squalor vetusto,del nuovo scoglio altiero, e che si senteringiovenito e piú che mai robusto:tre lingue vibra, et ha negli occhi foco;dovunque passa, ogn’animal dá loco.
12Non sasso, merlo, trave, arco o balestra,né ciò che sopra il Saracin percuote,ponno allentar la sanguinosa destrache la gran porta taglia, spezza e scuote:e dentro fatto v’ha tanta finestra,che ben vedere e veduto esser puotedai visi impressi di color di morte,che tutta piena quivi hanno la corte.
13Suonar per gli alti e spazïosi tettis’odono gridi e feminil lamenti:l’afflitte donne, percotendo i petti,corron per casa pallide e dolenti;e abbracciati gli usci e i genïali lettiche tosto hanno a lasciare a strane genti.Tratta la cosa era in periglio tanto,quando ’l re giunse, e suoi baroni accanto.
14Carlo si volse a quelle man robustech’ebbe altre volte a gran bisogni pronte.— Non sète quelli voi, che meco fustecontra Agolante (disse) in Aspramonte?Sono le forze vostre ora sí fruste,che, s’uccideste lui, Troiano e Almontecon centomila, or ne temete un solopur di quel sangue e pur di quello stuolo?
15Perché debbo vedere in voi fortezzaora minor ch’io la vedessi allora?Mostrate a questo can vostra prodezza,a questo can che gli uomini devora.Un magnanimo cor morte non prezza,presta o tarda che sia, pur che ben muora.Ma dubitar non posso ove voi sète,che fatto sempre vincitor m’avete. —
16Al fin de le parole urta il destriero,con l’asta bassa, al Saracino adosso.Mossesi a un tratto il paladino Ugiero,a un tempo Namo et Ulivier si è mosso,Avino, Avolio, Otone e Berlingiero,ch’un senza l’altro mai veder non posso:e ferir tutti sopra a Rodomontee nel petto e nei fianchi e ne la fronte.
17Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormaidi parlar d’ira e di cantar di morte;e sia per questa volta detto assaidel Saracin non men crudel che forte:che tempo è ritornar dov’io lasciaiGrifon, giunto a Damasco in su le portecon Orrigille perfida, e con quelloch’adulter era, e non di lei fratello.
18De le piú ricche terre di Levante,de le piú populose e meglio ornatesi dice esser Damasco, che distantesiede a Ierusalem sette giornate,in un piano fruttifero e abondante,non men giocondo il verno, che l’estate.A questa terra il primo raggio tollede la nascente aurora un vicin colle.
19Per la cittá duo fiumi cristallinivanno inaffiando per diversi riviun numero infinito di giardini,non mai di fior, non mai di fronde privi.Dicesi ancor, che macinar molinipotrian far l’acque lanfe che son quivi;e chi va per le vie vi sente, fuoredi tutte quelle case, uscire odore.
20Tutta coperta è la strada maestradi panni di diversi color lieti;e d’odorifera erba, e di silvestrafronda la terra e tutte le pareti.Adorna era ogni porta, ogni finestradi finissimi drappi e di tapeti,ma piú di belle e ben ornate donnedi ricche gemme e di superbe gonne.
21Vedeasi celebrar dentr’alle porte,in molti lochi, solazzevol balli;il popul, per le vie, di miglior sortemaneggiar ben guarniti e bei cavalli:facea piú bel veder la ricca cortede’ signor, de’ baroni e de’ vasalli,con ciò che d’India e d’eritree maremmedi perle aver si può, d’oro e di gemme.
22Venía Grifone e la sua compagniamirando e quinci e quindi il tutto ad agio,quando fermolli un cavalliero in via,e gli fece smontare a un suo palagio;e per l’usanza e per sua cortesiadi nulla lasciò lor patir disagio.Li fe’ nel bagno entrar, poi con serenafronte gli accolse a sontuosa cena.
23E narrò lor come il re Norandino,re di Damasco e di tutta Soria,fatto avea il paesano e ’l peregrinoch’ordine avesse di cavalleria,alla giostra invitar, ch’al matutinodel dí sequente in piazza si faria;e che s’avean valor pari al sembiante,potrian mostrarlo senza andar piú inante.
24Ancor che quivi non venne Grifonea questo effetto, pur lo ’nvito tenne;che qual volta se n’abbia occasione,mostrar virtude mai non disconvenne.Interrogollo poi de la cagionedi quella festa, e s’ella era solenneusata ogn’anno, o pure impresa nuovadel re ch’i suoi veder volesse in pruova.
25Rispose il cavallier: — La bella festas’ha da far sempre ad ogni quarta luna:de l’altre che verran, la prima è questa:ancora non se n’è fatta piú alcuna.Sará in memoria che salvò la testail re in tal giorno da una gran fortuna,dopo che quattro mesi in doglie e ’n piantisempre era stato, e con la morte inanti.
26Ma per dirvi la cosa pienamente,il nostro re, che Norandin s’appella,molti e molt’anni ha avuto il core ardentede la leggiadra e sopra ogn’altra bellafiglia del re di Cipro: e finalmenteavutala per moglie, iva con quella,con cavallieri e donne in compagnia;e dritto avea il camin verso Soria.
27Ma poi che fummo tratti a piene velelungi dal porto nel Carpazio iniquo,la tempesta saltò tanto crudele,che sbigottí sin al padrone antiquo.Tre dí e tre notti andammo errando ne leminacciose onde per camino obliquo.Uscimo al fin nel lito stanchi e molli,tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli.
28Piantare i padiglioni, e le cortinefra gli arbori tirar facemo lieti.S’apparechiano i fuochi e le cucine;le mense d’altra parte in su tapeti.Intanto il re cercando alle vicinevalli era andato e a’ boschi piú secreti,se ritrovasse capre o daini o cervi;e l’arco gli portâr dietro duo servi.
29Mentre aspettamo, in gran piacer sedendo,che da cacciar ritorni il signor nostro,vedemo l’Orco a noi venir correndolungo il lito del mar, terribil mostro.Dio vi guardi, signor, che ’l viso orrendode l’Orco agli occhi mai vi sia dimostro:meglio è per fama aver notizia d’esso,ch’andargli, sí che lo veggiate, appresso.
30Non gli può comparir quanto sia lungo,sí smisuratamente è tutto grosso.In luogo d’occhi, di color di fungosotto la fronte ha duo coccole d’osso.Verso noi vien (come vi dico) lungoil lito, e par ch’un monticel sia mosso.Mostra le zanne fuor, come fa il porco;ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco.
31Correndo viene, e ’l muso a guisa portache ’l bracco suol, quando entra in su la traccia.Tutti che lo veggiam, con faccia smortain fuga andamo ove il timor ne caccia.Poco il veder lui cieco ne conforta,quando, fiutando sol, par che piú faccia,ch’altri non fa, ch’abbia odorato e lume:e bisogno al fuggire eran le piume.
32Corron chi qua chi lá; ma poco leceda lui fuggir, veloce piú che ’l Noto.Di quaranta persone, a pena diecesopra il navilio si salvaro a nuoto.Sotto il braccio un fastel d’alcuni fece,né il grembio si lasciò né il seno vòto;un suo capace zaino empissene anco,che gli pendea, come a pastor, dal fianco.
33Portòci alla sua tana il mostro cieco,cavata in lito al mar dentr’uno scoglio.Di marmo cosí bianco è quello speco,come esser soglia ancor non scritto foglio.Quivi abitava una matrona seco,di dolor piena in vista e di cordoglio;et avea in compagnia donne e donzelled’ogni etá, d’ogni sorte, e brutte e belle.
34Era presso alla grotta in ch’egli stava,quasi alla cima del giogo superno,un’altra non minor di quella cava,dove del gregge suo facea governo.Tanto n’avea, che non si numerava;e n’era egli il pastor l’estate e ’l verno.Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso,per spasso che n’avea, piú che per uso.
35L’umana carne meglio gli sapeva:e prima il fa veder ch’all’antro arrivi;che tre de’ nostri giovini ch’aveva,tutti li mangia, anzi trangugia vivi.Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva:ne caccia il gregge, e noi riserra quivi.Con quel sen va dove il suol far satollo,sonando una zampogna ch’avea in collo.
36Il signor nostro intanto ritornatoalla marina, il suo danno comprende;che truova gran silenzio in ogni lato,vòti frascati, padiglioni e tende.Né sa pensar chi sí l’abbia rubato;e pien di gran timore al lito scende,onde i nocchieri suoi vede in dispartesarpar lor ferri e in opra por le sarte.
37Tosto ch’essi lui veggiono sul lito,il palischermo mandano a levarlo:ma non sí tosto ha Norandino uditode l’Orco che venuto era a rubarlo,che, senza piú pensar, piglia partito,dovunque andato sia, di seguitarlo.Vedersi tor Lucina sí gli duole,ch’o racquistarla, o non piú viver vuole.
38Dove vede apparir lungo la sabbiala fresca orma, ne va con quella frettacon che lo spinge l’amorosa rabbia,fin che giunge alla tana ch’io v’ho detta:ove con tema la maggior che s’abbiaa patir mai, l’Orco da noi s’aspetta:ad ogni suono di sentirlo parci,ch’affamato ritorni a divorarci.
39Quivi Fortuna il re da tempo guida,che senza l’Orco in casa era la moglie.Come ella ’l vede: — Fuggine! (gli grida)misero te, se l’Orco ti ci coglie! —— Coglia (disse) o non coglia, o salvi o uccida,che miserrimo i’ sia non mi si toglie.Disir mi mena, e non error di via,c’ho di morir presso alla moglie mia.—
40Poi seguí, dimandandole novelladi quei che prese l’Orco in su la riva;prima degli altri, di Lucina bella,se l’avea morta, o la tenea captiva.La donna umanamente gli favella,e lo conforta, che Lucina è viva,e che non è alcun dubbio ch’ella muora;che mai femina l’Orco non divora.
41— Esser di ciò argumento ti poss’io,e tutte queste donne che son meco:né a me né a lor mai l’Orco è stato rio,pur che non ci scostian da questo speco.A chi cerca fuggir, pon grave fio;né pace mai puon ritrovar piú seco:o le sotterra vive, o l’incatena,o fa star nude al sol sopra l’arena.
42Quando oggi egli portò qui la tua gente,le femine dai maschi non divise;ma, sí come gli avea, confusamentedentro a quella spelonca tutti mise.Sentirá a naso il sesso differente.Le donne non temer che sieno uccise:gli uomini, siene certo; et empierannedi quattro, il giorno, o sei, l’avide canne.
43Di levar lei di qui non ho consiglioche dar ti possa; e contentar ti puoiche ne la vita sua non è periglio:stará qui al ben e al mal ch’avremo noi.Ma vattene, per Dio, vattene, figlio,che l’Orco non ti senta e non t’ingoi.Tosto che giunge, d’ogn’intorno annasa,e sente sin a un topo che sia in casa. —
44Rispose il re, non si voler partire,se non vedea la sua Lucina prima;e che piú tosto appresso a lei morire,che viverne lontan, faceva stima.Quando vede ella non potergli direcosa che ’l muova da la voglia prima,per aiutarlo fa nuovo disegno,e ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno.
45Morte avea in casa, e d’ogni tempo appese,con lor mariti, assai capre et agnelle,onde a sé et alle sue facea le spese;e dal tetto pendea piú d’una pelle.Le donna fe’ che ’l re del grasso prese,ch’avea un gran becco intorno alle budelle,e che se n’unse dal capo alle piante,fin che l’odor cacciò ch’egli ebbe inante.
46E poi che ’l tristo puzzo aver le parve,di che il fetido becco ognora sape,piglia l’irsuta pelle, e tutto entrarvelo fe’; ch’ella è sí grande che lo cape.Coperto sotto a cosí strane larve,facendol gir carpon, seco lo rapelá dove chiuso era d’un sasso gravede la sua donna il bel viso soave.
47Norandino ubidisce; et alla bucade la spelonca ad aspettar si mette,acciò col gregge dentro si conduca;e fin a sera disïando stette.Ode la sera il suon de la sambuca,con che ’nvita a lassar l’umide erbette,e ritornar le pecore all’albergoil fier pastor che lor venía da tergo.
48Pensate voi se gli tremava il core,quando l’Orco sentí che ritornava,e che ’l viso crudel pieno d’orrorevide appressare all’uscio de la cava;ma potè la pietá piú che ’l timore:s’ardea, vedete, o se fingendo amava.Vien l’Orco inanzi, e leva il sasso, et apre:Norandino entra fra pecore e capre.
49Entrato il gregge, l’Orco a noi descende;ma prima sopra sé l’uscio si chiude.Tutti ne va fiutando: al fin duo prende;che vuol cenar de le lor carni crude.Al rimembrar di quelle zanne orrende,non posso far ch’ancor non trieme e sude.Partito l’Orco, il re getta la gonnach’avea di becco, e abbraccia la sua donna.
50Dove averne piacer deve e conforto,vedendol quivi, ella n’ha affanno e noia:lo vede giunto ov’ha da restar morto;e non può far però ch’essa non muoia.— Con tutto’l mal (diceagli) ch’io supporto,signor, sentia non medïocre gioia,che ritrovato non t’eri con nuiquando da l’Orco oggi qui tratta fui.
51Che se ben il trovarmi ora in procintod’uscir di vita m’era acerbo e forte;pur mi sarei, come è commune instinto,dogliuta sol de la mia trista sorte:ma ora, o prima o poi che tu sia estinto,piú mi dorrá la tua che la mia morte. —E seguitò, mostrando assai piú affannodi quel di Norandin, che del suo danno.
52— La speme (disse il re) mi fa venire,c’ho di salvarti, e tutti questi teco:e s’io nol posso far, meglio è morire,che senza te, mio sol, viver poi cieco.Come io ci venni, mi potrò partire;e voi tutt’altri ne verrete meco,se non avrete, come io non ho avuto,schivo a pigliare odor d’animal bruto. —
53La fraude insegnò a noi, che contra il nasode l’Orco insegnò a-llui la moglie d’esso;di vestirci le pelli, in ogni casoch’egli ne palpi ne l’uscir del fesso.Poi che di questo ognun fu persuaso;quanti de l’un, quanti de l’altro sessoci ritroviamo, uccidian tanti becchi,quelli che piú fetean, ch’eran piú vecchi.
54Ci ungemo i corpi di quel grasso opimoche ritroviamo all’intestina intorno,e de l’orride pelli ci vestimo.Intanto uscí da l’aureo albergo il giorno.Alla spelonca, come apparve il primoraggio del sol, fece il pastor ritorno;e dando spirto alle sonore canne,chiamò il suo gregge fuor de le capanne.
55Tenea la mano al buco de la tana,acciò col gregge non uscissin noi:ci prendea al varco; e quando pelo o lanasentia sul dosso, ne lasciava poi.Uomini e donne uscimmo per sí stranastrada, coperti dagl’irsuti cuoi:e l’Orco alcun di noi mai non ritenne,fin che con gran timor Lucina venne.
56Lucina, o fosse perch’ella non volleungersi come noi, che schivo n’ebbe;o ch’avesse l’andar piú lento e molle,che l’imitata bestia non avrebbe;o quando l’Orco la groppa toccolle,gridasse per la tema che le accrebbe;o che se le sciogliessero le chiome;sentita fu, né ben so dirvi come.
57Tutti eravam sí intenti al caso nostro,che non avemmo gli occhi agli altrui fatti.Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostroche giá gl’irsuti spogli le avea tratti,e fattola tornar nel cavo chiostro.Noi altri dentro a nostre gonne piatticol gregge andamo ove ’l pastor ci mena,tra verdi colli in una piaggia amena.
58Quivi attendiamo infin che steso all’ombrad’un bosco opaco il nasuto Orco dorma.Chi lungo il mar, chi verso ’l monte sgombra:sol Norandin non vuol seguir nostr’orma.L’amor de la sua donna sí lo ’ngombra,ch’alla grotta tornar vuol fra la torma,né partirsene mai sin alla morte,se non racquista la fedel consorte:
59che quando dianzi avea all’uscir del chiusovedutala restar captiva sola,fu per gittarsi, dal dolor confuso,spontaneamente al vorace Orco in gola;e si mosse, e gli corse infino al muso,né fu lontano a gir sotto la mola:ma pur lo tenne in mandra la speranzach’avea di trarla ancor di quella stanza.
60La sera, quando alla spelonca menail gregge l’Orco, e noi fuggiti sente,e c’ha da rimaner privo di cena,chiama Lucina d’ogni mal nocente,e la condanna a star sempre in catenaallo scoperto in sul sasso eminente.Vedela il re per sua cagion patire,e si distrugge, e sol non può morire.
61Matina e sera l’infelice amantela può veder come s’affliga e piagna;che le va misto fra le capre avante,torni alla stalla o torni alla campagna.Ella con viso mesto e supplicantegli accenna che per Dio non vi rimagna,perché vi sta a gran rischio de la vita,né però a-llei può dare alcuna aita.
62Così la moglie ancor de l’Orco priegail re che se ne vada, ma non giova;che d’andar mai senza Lucina niega,e sempre piú constante si ritruova.In questa servitude, in che lo legaPietate e Amor, stette con lunga pruovatanto, ch’a capitar venne a quel sassoil figlio d’Agricane e ’l re Gradasso.
63Dove con loro audacia tanto fenno,che liberaron la bella Lucina;ben che vi fu aventura piú che senno:e la portar correndo alla marina;e al padre suo, che quivi era, la denno:e questo fu ne l’ora matutina,che Norandin con l’altro gregge stavaa ruminar ne la montana cava.
64Ma poi che ’l giorno aperta fu la sbarra,e seppe il re la donna esser partita(che la moglie de l’Orco gli lo narra),e come a punto era la cosa gita;grazie a Dio rende, e con voto n’inarra,ch’essendo fuor di tal miseria uscita,faccia che giunga onde per arme possa,per prieghi o per tesoro, esser riscossa.
65Pien di letizia va con l’altra schieradel simo gregge, e viene ai verdi paschi;e quivi aspetta fin ch’all’ombra nerail mostro per dormir ne l’erba caschi.Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera;e al fin sicur che l’Orco non lo ’ntaschi,sopra un navilio monta in Satalia;e son tre mesi ch’arrivò in Soria.
66In Rodi, in Cipro, e per cittá e castellae d’Africa e d’Egitto e di Turchia,il re cercar fe’ di Lucina bella;né fin l’altr’ieri aver ne poté spia.L’altr’ier n’ebbe dal suocero novella,che seco l’avea salva in Nicosia,dopo che molti dí vento crudeleera stato contrario alle sue vele.
67Per allegrezza de la buona nuovaprepara il nostro re la ricca festa;e vuol ch’ad ogni quarta luna nuova,una se n’abbia a far simile a questa:che la memoria rifrescar gli giovadei quattro mesi che ’n irsuta vestafu tra il gregge de l’Orco; e un giorno, qualesará dimane, uscí di tanto male.
68Questo ch’io v’ho narrato, in parte vidi,in parte udi’ da chi trovossi al tutto;dal re, vi dico, che calende et idivi stette, fin che volse in riso il lutto:e se n’udite mai far altri gridi,direte a chi gli fa, che mal n’è instrutto. —Il gentiluomo in tal modo a Grifonede la festa narrò l’alta cagione.
69Un gran pezzo di notte si dispensadai cavallieri in tal ragionamento;e conchiudon ch’amore e pietá immensamostrò quel re con grande esperimento.Andaron, poi che si levâr da mensa,ove ebbon grato e buono alloggiamento.Nel seguente matin sereno e chiaro,al suon de l’allegrezze si destaro.
70Vanno scorrendo timpani e trombette,e ragunando in piazza la cittade.Or, poi che de cavalli e de carrettee ribombar de gridi odon le strade,Grifon le lucide arme si rimette,che son di quelle che si trovan rade;che l’avea impenetrabili e incantatela Fata bianca di sua man temprate.
71Quel d’Antïochia, piú d’ogn’altro vile,armossi seco, e compagnia gli tenne.Preparate avea lor l’oste gentilenerbose lance, e salde e grosse antenne,e del suo parentado non umílecompagnia tolta; e seco in piazza venne;e scudieri a cavallo, e alcuni a piede,a tal servigi attissimi, lor diede.
72Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte,né pel campo curar far di sé mostra,per veder meglio il bel popul di Marte,ch’ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra.Chi con colori accompagnati ad arteletizia o doglia alla sua donna mostra;chi nel cimier, chi nel dipinto scudodisegna Amor, se l’ha benigno o crudo.
73Sorïani in quel tempo aveano usanzad’armarsi a questa guisa di Ponente.Forse ve gli inducea la vicinanzache de’ Franceschi avean continuamente,che quivi allor reggean la sacra stanzadove in carne abitò Dio onnipotente;ch’ora i superbi e miseri cristiani,con biasmi lor, lasciano in man de’ cani.
74Dove abbassar dovrebbono la lanciain augumento de la santa fede,tra lor si dan nel petto e ne la panciaa destruzion del poco che si crede.Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia,volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede,e voi, Tedeschi, a far piú degno acquisto;che quanto qui cercate è giá di Cristo.
75Se Cristianissimi esser voi volete,e voi altri Catolici nomati,perché di Cristo gli uomini uccidete?perché de’ beni lor son dispogliati?Perché Ierusalem non rïavete,che tolto è stato a voi da’ rinegati?Perché Constantinopoli e del mondola miglior parte occupa il Turco immondo?
76Non hai tu, Spagna, l’Africa vicina,che t’ha via piú di questa Italia offesa?E pur, per dar travaglio alla meschina,lasci la prima tua sí bella impresa.O d’ogni vizio fetida sentina,dormi, Italia imbrïaca, e non ti pesach’ora di questa gente, ora di quellache giá serva ti fu, sei fatta ancella?
77Se ’l dubbio di morir ne le tue tane,Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida,e tra noi cerchi o chi ti dia del pane,o, per uscir d’inopia, chi t’uccida;le richezze del Turco hai non lontane:caccial d’Europa, o almen di Grecia snida:cosí potrai o del digiuno trarti,o cader con piú merto in quelle parti.
78Quel ch’a te dico, io dico al tuo vicinotedesco ancor: lá le richezze sono,che vi portò da Roma Constantino:portonne il meglio, e fe’ del resto dono.Pattolo et Ermo, onde si tra’ l’or fino,Migdonia e Lidia, e quel paese buonoper tante laudi in tante istorie noto,non è, s’andar vi vuoi, troppo remoto.
79Tu, gran Leone, a cui premon le tergade le chiavi del ciel le gravi some,non lasciar che nel sonno si sommergaItalia, se la man l’hai ne le chiome.Tu sei Pastore; e Dio t’ha quella vergadata a portare, e scelto il fiero nome,perché tu ruggi, e che le braccia stenda,sí che dai lupi il grege tuo difenda.
80Ma d’un parlar ne l’altro, ove sono itosí lungi dal camin ch’io faceva ora?Non lo credo però sí aver smarrito,ch’io non lo sappia ritrovare ancora.Io dicea ch’in Soria si tenea il ritod’armarsi, che i Franceschi aveano allora:sí che bella in Damasco era la piazzadi gente armata d’elmo e di corazza.
81Le vaghe donne gettano dai palchisopra i giostranti fior vermigli e gialli,mentre essi fanno a suon degli oricalchilevare a salti et aggirar cavalli.Ciascuno, o bene o mal ch’egli cavalchi,vuol far quivi vedersi, e sprona e dálli:di ch’altri ne riporta pregio e lode;muove altri a riso, e gridar dietro s’ode.
82De la giostra era il prezzo un’armaturache fu donata al re pochi dí inante,che su la strada ritrovò a ventura,ritornando d’Armenia, un mercatante.Il re di nobilissima testurale sopraveste all’arme aggiunse, e tanteperle vi pose intorno e gemme et oro,che la fece valer molto tesoro.
83Se conosciute il re quell’arme avesse,care avute l’avria sopra ogni arnese;né in premio de la giostra l’avria messe,come che liberal fosse e cortese.Lungo saria chi raccontar volessechi l’avea sí sprezzate e vilipese,che ’n mezzo de la strada le lasciasse,preda a chiunque o inanzi o indietro andasse.
84Di questo ho da contarvi piú di sotto:or dirò di Grifon, ch’alla sua giuntaun paio e piú di lancie trovò rotto,menato piú d’un taglio e d’una punta.Dei piú cari e piú fidi al re fur ottoche quivi insieme avean lega congiunta;gioveni, in arme pratichi et industri,tutti o signori o di famiglie illustri.
85Quei rispondean ne la sbarrata piazzaper un dí, ad uno ad uno, a tutto ’l mondo,prima con lancia, e poi con spada o mazza,fin ch’al re di guardarli era giocondo;e si foravan spesso la corazza:per giuoco in somma qui facean, secondofan gli nimici capitali, eccettoche potea il re partirli a suo diletto.
86Quel d’Antïochia, un uom senza ragione,che Martano il codardo nominosse,come se de la forza di Grifone,poi ch’era seco, participe fosse,audace entrò nel marzïale agone;e poi da canto ad aspettar fermosse,sin che finisce una battaglia fierache tra duo cavallier cominciata era.
78Il signor di Seleucia, di quell’uno,ch’a sostener l’impresa aveano tolto,combattendo in quel tempo con Ombruno,lo feri d’una punta in mezzo ’l volto,sí che l’uccise: e pietá n’ebbe ognuno,perché buon cavallier lo tenean molto;et oltra la bontade, il piú cortesenon era stato in tutto quel paese.
88Veduto ciò, Martano ebbe paurache parimente a sé non avvenisse;e ritornando ne la sua natura,a pensar cominciò come fugisse.Grifon, che gli era appresso e n’avea cura,lo spinse pur, poi ch’assai fece e disse,contra un gentil guerrier che s’era mosso,come si spinge il cane al lupo adosso;
89che dieci passi gli va dietro o venti,e poi si ferma, et abbaiando guardacome digrigni i minacciosi denti,come negli occhi orribil fuoco gli arda.Quivi ov’erano e principi presentie tanta gente nobile e gagliarda,fuggí lo ’ncontro il timido Martano,e torse ’l freno e ’l capo a destra mano.
90Pur la colpa potea dar al cavallo,chi di scusarlo avesse tolto il peso;ma con la spada poi fe’ sí gran fallo,che non l’avria Demostene difeso.Di carta armato par, non di metallo;sí teme da ogni colpo essere offeso.Fuggesi al fine, e gli ordini disturba,ridendo intorno a-llui tutta la turba.
91Il batter de le mani, il grido intornose gli levò del populazzo tutto.Come lupo cacciato, fe’ ritornoMartano in molta fretta al suo ridutto.Resta Grifone; e gli par de lo scornodel suo compagno esser macchiato e brutto:esser vorrebbe stato in mezzo il foco,piú tosto che trovarsi in questo loco.
92Arde nel core, e fuor nel viso avampa,come sia tutta sua quella vergogna;perché l’opere sue di quella stampavedere aspetta il populo et agogna:sí che rifulga chiara piú che lampasua virtú, questa volta gli bisogna;ch’un’oncia, un dito sol d’error che faccia,per la mala impression parrá sei braccia.
93Giá la lancia avea tolta su la cosciaGrifon, ch’errare in arme era poco uso:spinse il cavallo a tutta briglia, e posciach’alquanto andato fu, la messe suso,e portò nel ferire estrema angosciaal baron di Sidonia, ch’andò giuso.Ognun maravigliando in piè si leva;che ’l contrario di ciò tutto attendeva.
94Tornò Grifon con la medesma antenna,che ’ntiera e ferma ricovrata avea,et in tre pezzi la roppe alla pennade lo scudo al signor di Lodicea.Quel per cader tre volte e quattro accenna,che tutto steso alla groppa giacea:pur rilevato al fin la spada strinse,voltò il cavallo, e vêr Grifon si spinse.
95Grifon, che ’l vede in sella, e che non bastasí fiero incontro perché a terra vada,dice fra sé: — Quel che non poté l’asta,in cinque colpi o ’n sei fará la spada. —E su la tempia subito l’attastad’un dritto tal, che par che dal ciel cada;e un altro gli accompagna e un altro appresso,tanto che l’ha stordito e in terra messo.
96Quivi erano d’Apamia duo germani,soliti in giostra rimaner di sopra,Tirse e Corimbo; et ambo per le manidel figlio d’Uliver cadêr sozzopra.L’uno gli arcion lascia allo scontro vani;con l’altro messa fu la spada in opra.Giá per commun giudicio si tien certoche di costui fia de la giostra il merto.
97Ne la lizza era entrato Salinterno,gran dïodarro e maliscalco regio,e che di tutto ’l regno avea il governo,e di sua mano era guerriero egregio.Costui, sdegnoso ch’un guerriero esternodebba portar di quella giostra il pregio,piglia una lancia, e verso Grifon grida,e molto minacciandolo lo sfida.
98Ma quel con un lancion gli fa risposta,ch’avea per lo miglior fra dieci eletto,e per non far error, lo scudo apposta,e via lo passa e la corazza e ’l petto:passa il ferro crudel tra costa e costa,e fuor pel tergo un palmo esce di netto.Il colpo, eccetto al re, fu a tutti caro;ch’ognuno odiava Salinterno avaro.
99Grifone, appresso a questi, in terra gettaduo di Damasco, Ermofilo e Carmondo.La milizia del re dal primo è retta;del mar grande almiraglio è quel secondo.Lascia allo scontro l’un la sella in fretta:adosso all’altro si riversa il pondodel rio destrier, che sostener non puotel’alto valor con che Grifon percuote.
100Il signor di Seleucia ancor restava,miglior guerrier di tutti gli altri sette;e ben la sua possanza accompagnavacon destrier buono e con arme perfette.Dove de l’elmo la vista si chiava,l’asta allo scontro l’uno e l’altro mette:pur Grifon maggior colpo al pagan diede,che lo fe’ staffeggiar dal manco piede.
101Gittaro i tronchi, e si tornaro adossopieni di molto ardir coi brandi nudi.Fu il pagan prima da Grifon percossod’un colpo che spezzato avria gl’incudi.Con quel fender si vide e ferro et ossod’un ch’eletto s’avea tra mille scudi;e se non era doppio e fin l’arnese,fería la coscia ove cadendo scese.
102Ferí quel di Seleucia alla viseraGrifone a un tempo; e fu quel colpo tanto,che l’avria aperta e rotta, se non erafatta, come l’altr’arme, per incanto.Gli è un perder tempo che ’l pagan piú fera;cosí son l’arme dure in ogni canto:e ’n piú parti Grifon giá fessa e rottaha l’armatura a lui, né perde botta.
103Ognun potea veder quanto di sottoil signor di Seleucia era a Grifone;e se partir non li fa il re di botto,quel che sta peggio, la vita vi pone.Fe’ Norandino alla sua guardia mottoch’entrasse a distaccar l’aspra tenzone.Quindi fu l’uno, e quindi l’altro tratto;e fu lodato il re di sí buon atto.
104Gli otto che dianzi avean col mondo impresa,e non potuto durar poi contra uno,avendo mal la parte lor difesa,usciti eran del campo ad uno ad uno.Gli altri ch’eran venuti a-llor contesa,quivi restâr senza contrasto alcuno,avendo lor Grifon, solo, interrottoquel che tutti essi avean da far contra otto.
105E durò quella festa cosí poco,ch’in men d’un’ora il tutto fatto s’era:ma Norandin, per far piú lungo il giuocoe per continuarlo infino a sera,dal palco scese, e fe’ sgombrare il loco;e poi divise in due la grossa schiera;indi, secondo il sangue e la lor prova,gli andò accoppiando, e fe’ una giostra nova.
106Grifone intanto avea fatto ritornoalla sua stanza, pien d’ira e di rabbia:e piú gli preme di Martan lo scorno,che non giova l’onor ch’esso vinto abbia.Quivi, per tor l’obbrobrio ch’avea intorno,Martano adopra le mendaci labbia:e l’astuta e bugiarda meretrice,come meglio sapea, gli era adiutrice.
107O sí o no che ’l giovin gli credesse,pur la scusa accettò, come discreto;e pel suo meglio allora allora elessequindi levarsi tacito e secreto,per tema che, se ’l populo vedesseMartano comparir, non stesse cheto.Cosí per una via nascosa e cortausciro al camin lor fuor de la porta.
108Grifone, o ch’egli o che ’l cavallo fossestanco, o gravasse il sonno pur le ciglia,al primo albergo che trovâr, fermosse,che non erano andati oltre a dua miglia.Si trasse l’elmo, e tutto disarmosse,e trar fece a’ cavalli e sella e briglia;e poi serrossi in camera soletto,e nudo per dormire entrò nel letto.
109Non ebbe cosí tosto il capo basso,che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppressocosí profondamente, che mai tassoné ghiro mai s’addormentò quanto esso.Martano intanto et Orrigille a spassoentraro in un giardin ch’era lí appresso;et un inganno ordîr, che fu il piú stranoche mai cadesse in sentimento umano.
110Martano disegnò tôrre il destriero,i panni e l’arme che Grifon s’ha tratte;e andare inanzi al re pel cavallieroche tante pruove avea giostrando fatte.L’effetto ne seguí, fatto il pensiero:tolle il destrier piú candido che latte,scudo e cimiero et arme e sopraveste,e tutte di Grifon l’insegne veste.
111Con gli scudieri e con la donna, doveera il popolo ancora, in piazza venne;e giunse a tempo che finian le pruovedi girar spade e d’arrestare antenne.Commanda il re che ’l cavallier si truove,che per cimier avea le bianche penne,bianche le vesti e bianco il corridore;che ’l nome non sapea del vincitore.
112Colui ch’indosso il non suo cuoio aveva,come l’asino giá quel del leone,chiamato, se n’andò, come attendeva,a Norandino, in loco di Grifone.Quel re cortese incontro se gli leva,l’abbraccia e bacia, e allato se lo pone:né gli basta onorarlo e dargli loda,che vuol che ’l suo valor per tutto s’oda.
113E fa gridarlo al suon degli oricalchivincitor de la giostra di quel giorno.L’alta voce ne va per tutti i palchi,che ’l nome indegno udir fa d’ogn’intorno.Seco il re vuol ch’a par a par cavalchi,quando al palazzo suo poi fa ritorno;e di sua grazia tanto gli comparte,che basteria, se fosse Ercole o Marte.
114Bello et ornato allogamento dielliin corte, et onorar fece con luiOrrigille anco; e nobili donzellimandò con essa, e cavallieri sui.Ma tempo è ch’anco di Grifon favelli,il qual né dal compagno né d’altruitemendo inganno, addormentato s’era,né mai si risvegliò fin alla sera.
115Poi che fu desto, e che de l’ora tardas’accorse, uscí di camera con fretta,dove il falso cognato e la bugiardaOrrigille lasciò con l’altra setta;e quando non gli truova, e che riguardanon v’esser l’arme né i panni, sospetta;ma il veder poi piú sospettoso il fecel’insegne del compagno in quella vece.
116Sopravien l’oste, e di colui l’informache giá gran pezzo, di bianch’arme adorno,con la donna e col resto de la tormaavea ne la cittá fatto ritorno.Truova Grifone a poco a poco l’ormach’ascosa gli avea Amor fin a quel giorno;e con suo gran dolor vede esser quelloadulter d’Orrigille, e non fratello.
117Di sua sciochezza indarno ora si duole,ch’avendo il ver dal peregrino udito,lasciato mutar s’abbia alle paroledi chi l’avea piú volte giá tradito.Vendicar si potea, né seppe: or vuolel’inimico punir, che gli è fuggito;et è constretto con troppo gran falloa tor di quel vil uom l’arme e ’l cavallo.
118Eragli meglio andar senz’arme e nudo,che porsi indosso la corazza indegna,o ch’imbracciar l’abominato scudo,o por su l’elmo la beffata insegna;ma per seguir la meretrice e ’l drudo,ragione in lui pari al disio non regna.A tempo venne alla cittá, ch’ancorail giorno avea quasi di vivo un’ora.
119Presso alla porta ove Grifon venía,siede a sinistra un splendido castello,che, piú che forte e ch’a guerre atto sia,di ricche stanze è accommodato e bello.I re, i signori, i primi di Soriacon alte donne in un gentil drappellocelebravano quivi in loggia amenala real sontuosa e lieta cena.
120La bella loggia sopra ’l muro uscivacon l’alta ròcca fuor de la cittade;e lungo tratto di lontan scoprivai larghi campi e le diverse strade.Or che Grifon verso la porta arrivacon quell’arme d’obbrobrio e di viltade,fu con non troppa aventurosa sortedal re veduto e da tutta la corte:
121e riputato quel di ch’avea insegna,mosse le donne e i cavallieri a riso.Il vil Martano, come quel che regnain gran favor, dopo ’l re è ’l primo assiso,e presso a-llui la donna di sé degna;dai quali Norandin con lieto visovolse saper chi fosse quel codardoche cosí avea al suo onor poco riguardo;
122che dopo una sí trista e brutta pruova,con tanta fronte or gli tornava inante.Dicea: — Questa mi par cosa assai nuova,ch’essendo voi guerrier degno e prestante,costui compagno abbiate, che non truova,di viltá, pari in terra di Levante.Il fate forse per mostrar maggiore,per tal contrario, il vostro alto valore.
123Ma ben vi giuro per gli eterni dèi,che se non fosse ch’io riguardo a vui,la publica ignominia gli farei,ch’io soglio fare agli altri pari a lui.Perpetua ricordanza gli darei,come ognor di viltá nimico fui.Ma sappia, s’impunito se ne parte,grado a voi che ’l menaste in questa parte. —
124Colui che fu de tutti i vizii il vaso,rispose: — Alto signor, dir non sapriachi sia costui: ch’io l’ho trovato a caso,venendo d’Antïochia, in su la via.Il suo sembiante m’avea persuasoche fosse degno di mia compagnia;ch’intesa non n’avea pruova né vista,se non quella che fece oggi assai trista.
125La qual mi spiacque sí, che restò poco,che per punir l’estrema sua viltade,non gli facessi allora allora un gioco,che non toccasse piú lance né spade:ma ebbi, piú ch’a-llui, rispetto al loco,e riverenzia a vostra maestade.Né per me voglio che gli sia guadagnol’essermi stato un giorno o dua compagno:
126di che contaminato anco esser parme;e sopra il cor mi sará eterno peso,se, con vergogna del mestier de l’arme,io lo vedrò da noi partire illeso:e meglio che lasciarlo, satisfarmepotrete, se sará d’un merlo impeso;e fia lodevol opra e signorile,perch’el sia esempio e specchio ad ogni vile. —
127Al detto suo Martano Orrigille have,senza accennar, confermatrice presta.— Non son (rispose il re) l’opre sí prave,ch’al mio parer v’abbia d’andar la testa.Voglio per pena del peccato grave,che sol rinuovi al populo la festa. —E tosto a un suo baron, che fe’ venire,impose quanto avesse ad esequire.
128Quel baron molti armati seco tolse,et alla porta della terra scese;e quivi con silenzio li raccolse,e la venuta di Grifone attese:e ne l’entrar sí d’improviso il colse,che fra i duo ponti a salvamento il prese;e lo ritenne con beffe e con scornoin una oscura stanza insin al giorno.
129Il Sole a pena avea il dorato crinetolto di grembio alla nutrice antica,e cominciava da le piagge alpinea cacciar l’ombre e far la cima aprica;quando temendo il vil Martan ch’al fineGrifone ardito la sua causa dica,e ritorni la colpa ond’era uscita,tolse licenzia, e fece indi partita,
130trovando idonia scusa al priego regio,che non stia allo spettacolo ordinato.Altri doni gli avea fatto, col pregiode la non sua vittoria, il signor grato;e sopra tutto un ampio privilegio,dov’era d’alti onori al sommo ornato.Lasciánlo andar; ch’io vi prometto certo,che la mercede avrá secondo il merto.
131Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza,quando piú si trovò piena di gente.Gli avean levato l’elmo e la corazza,e lasciato in farsetto assai vilmente;e come il conducessero alla mazza,posto l’avean sopra un carro eminente,che lento lento tiravan due vaccheda lunga fame attenuate e fiacche.
132Venian d’intorno alla ignobil quadrigavecchie sfacciate e disoneste putte,di che n’era una et or un’altra auriga,e con gran biasmo lo mordeano tutte.Lo poneano i fanciulli in maggior briga,che, oltre le parole infami e brutte,l’avrian coi sassi insino a morte offeso,se dai piú saggi non era difeso.
133L’arme che del suo male erano statecagion, che di lui fêr non vero indicio,da la coda del carro strascinatepatian nel fango debito supplicio.Le ruote inanzi a un tribunal fermategli fêro udir de l’altrui maleficiola sua ignominia, che ’n sugli occhi dettagli fu, gridando un publico trombetta.
134Lo levâr quindi, e lo mostrâr per tuttodinanzi a templi, ad officine e a case,dove alcun nome scelerato e brutto,che non gli fosse detto, non rimase.Fuor de la terra all’ultimo conduttofu da la turba, che si persuasebandirlo e cacciare indi a suon di busse,non conoscendo ben ch’egli si fusse.
135Sí tosto a pena gli sferraro i piedie liberârgli l’una e l’altra mano,che tor lo scudo et impugnar gli vedila spada, che rigò gran pezzo il piano.Non ebbe contra sé lance né spiedi;che senz’arme venía il populo insano.Ne l’altro canto diferisco il resto;che tempo è omai, Signor, di finir questo.
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