Orlando furioso (1928) — Canto 26
1Cortesi donne ebbe l’antiqua etade,che le virtú, non le richezze, amaro:al tempo nostro si ritrovan radea cui, piú del guadagno, altro sia caro.Ma quelle che per lor vera bontadenon seguon de le piú lo stile avaro,vivendo, degne son d’esser contente;glorïose e immortal poi che fian spente.
2Degna d’eterna laude è Bradamante,che non amò tesor, non amò impero,ma la virtú, ma l’animo prestante,ma l’alta gentilezza di Ruggiero;e meritò che ben le fosse amanteun cosí valoroso cavalliero,e per piacere a lei facesse cosenei secoli avenir miracolose.
3Ruggier, come di sopra vi fu detto,coi duo di Chiaramonte era venuto,dico con Aldigier, con Ricciardetto,per dare ai duo fratei prigioni aiuto.Vi dissi ancor che di superbo aspettovenire un cavalliero avean veduto,che portava l’augel che si rinuova,e sempre unico al mondo si ritrova.
4Come di questi il cavallier s’accorse,che stavan per ferir quivi su l’ale,in prova disegnò di voler porse,s’alla sembianza avean virtude uguale.— È di voi (disse loro) alcuno forseche provar voglia chi di noi piú valea’ colpi o de la lancia o de la spada,fin che l’un resti in sella e l’altro cada? —
5— Farei (disse Aldigier) teco, o volessimenar la spada a cerco, o correr l’asta;ma un’altra impresa che, se qui tu stessi,veder potresti, questa in modo guasta,ch’a parlar teco, non che ci traessia correr giostra, a pena tempo basta:seicento uomini al varco, o piú, attendiamo,coi qua’ d’oggi provarci obligo abbiamo.
6Per tor lor duo de’ nostri che prigioniquinci trarran, pietade e amor n’ha mosso. —E seguitò narrando le cagioniche li fece venir con l’arme indosso.— Sí giusta è questa escusa che m’opponi(disse il guerrier), che contradir non posso;e fo certo giudicio che voi siatetre cavallier che pochi pari abbiate.
7Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme,per veder quanto fosse il valor vostro;ma quando all’altrui spese dimostrarmelo vogliate, mi basta, e piú non giostro.Vi priego ben, che por con le vostr’armequest’elmo io possa e questo scudo nostro;e spero dimostrar, se con voi vegno,che di tal compagnia non sono indegno. —
8Parmi veder ch’alcun saper desiail nome di costui, che quivi giuntoa Ruggiero e a’ compagni si offeriacompagno d’arme al periglioso punto.Costei (non piú costui detto vi sia)era Marfisa che diede l’assuntoal misero Zerbin de la ribaldavecchia Gabrina ad ogni mal sí calda.
9I duo di Chiaramonte e il buon Ruggierol’accettâr volentier ne la lor schiera,ch’esser credeano certo un cavalliero,e non donzella, e non quella ch’ella era.Non molto dopo scoperse Aldigieroe veder fe’ ai compagni una bandierache facea l’aura tremolare in volta,e molta gente intorno avea raccolta.
10E poi che piú lor fur fatti vicini,e che meglio notâr l’abito moro,conobbero che gli eran Saracini,e videro i prigioni in mezzo a lorolegati e tratti su piccol ronzinia’ Maganzesi, per cambiarli in oro.Disse Marfisa agli altri: — Ora che resta,poi che son qui, di cominciar la festa? —
11Ruggier rispose: — Gl’invitati ancoranon ci son tutti, e manca una gran parte.Gran ballo s’apparecchia di fare ora;e perché sia solenne, usiamo ogn’arte:ma far non ponno omai lunga dimora. —Cosí dicendo, veggono in dispartevenire i traditori di Maganza:sí ch’eran presso a cominciar la danza.
12Giungean da l’una parte i Maganzesi,e conducean con loro i muli carchid’oro e di vesti e d’altri ricchi arnesi;da l’altra in mezzo a lance, spade et archi,venian dolenti i duo germani presi,che si vedeano essere attesi ai varchi:e Bertolagi, empio inimico loro,udian parlar col capitano Moro.
13Né di Buovo il figliuol né quel d’Amone,veduto il Maganzese, indugiar puote:la lancia in resta l’uno e l’altro pone,e l’uno e l’altro il traditor percuote.L’un gli passa la pancia e ’l primo arcione,e l’altro il viso per mezzo le gote.Cosí n’andasser pur tutti i malvagi,come a quei colpi n’andò Bertolagi.
14Marfisa con Ruggiero a questo segnosi muove, e non aspetta altra trombetta;né prima rompe l’arrestato legno,che tre, l’un dopo l’altro, in terra getta.De l’asta di Ruggier fu il pagan degno,che guidò gli altri, e uscí di vita in fretta;e per quella medesima con luiuno et un altro andò nei regni bui.
15Di qui nacque un error tra gli assaliti,che lor causò lor ultima ruina.Da un lato i Maganzesi esser traditicredeansi da la squadra saracina;da l’altro i Mori in tal modo feriti,l’altra schiera chiamavano assassina:e tra lor cominciâr con fiera cladea tirare archi e a menar lande e spade.
16Salta ora in questa squadra et ora in quellaRuggiero, e via ne toglie or dieci or venti:altritanti per man de la donzelladi qua e di lá ne son scemati e spenti.Tanti si veggon gir morti di sella,quanti ne toccan le spade taglienti,a cui dan gli elmi e le corazze loco,come nel bosco i secchi legni al fuoco.
16Se mai d’aver veduto vi raccorda,o rapportato v’ha fama all’orecchie,come, allor che ’l collegio si discorda,e vansi in aria a far guerra le pecchie,entri fra lor la rondinella ingorda,e mangi e uccida e guastine parecchie;dovete imaginar che similmenteRuggier fosse e Marfisa in quella gente.
18Non cosí Ricciardetto e il suo cuginotra le due genti varïavan danza,perché, lasciando il campo saracino,sol tenean l’occhio all’altro di Maganza.Il fratel di Rinaldo paladinocon molto animo avea molta possanza,e quivi raddoppiar glie la faceal’odio che contra ai Maganzesi avea.
19Facea parer questa medesma causaun leon fiero il bastardo di Buovo,che con la spada senza indugio e pausafende ogn’elmo, o lo schiaccia come un ovo.E qual persona non saria stata ausa,non saria comparita un Ettor nuovo,Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero,ch’eran la scelta e ’l fior d’ogni guerriero?
20Marfisa tuttavolta combattendo,spesso ai compagni gli occhi rivoltava;e di lor forza paragon vedendo,con maraviglia tutti li lodava:ma di Ruggier pur il valor stupendoe senza pari al mondo le sembrava;e talor si credea che fosse Martesceso dal quinto cielo in quella parte.
21Mirava quelle orribili percosse,miravale non mai calare in fallo:parea che contra Balisarda fosseil ferro carta e non duro metallo.Gli elmi tagliava e le corazze grosse,e gli uomini fendea fin sul cavallo,e li mandava in parte uguali al prato,tanto da l’un quanto da l’altro lato.
22Continuando la medesma botta,uccidea col signore il cavallo anche.I capi dalle spalle alzava in frotta,e spesso i busti dipartia da l’anche.Cinque e piú a un colpo ne tagliò talotta:e se non che pur dubito che manchecredenza al ver c’ha faccia di menzogna,di piú direi; ma di men dir bisogna.
23Il buon Turpin, che sa che dice il vero,e lascia creder poi quel ch’a l’uom piace,narra mirabil cose di Ruggiero,ch’udendolo, il direste voi mendace.Cosí parea di ghiaccio ogni guerrierocontra Marfisa, et ella ardente face;e non men di Ruggier gli occhi a sé trasse,ch’ella di lui l’alto valor mirasse.
24E s’ella lui Marte stimato avea,stimato egli avria lei forse Bellona,se per donna cosí la conoscea,come parea il contrario alla persona.E forse emulazion tra lor nasceaper quella gente misera, non buona,ne la cui carne e sangue e nervi et ossafan prova chi di loro abbia piú possa.
25Bastò di quattro l’animo e il valorea far ch’un campo e l’altro andasse rotto.Non restava arme, a chi fuggia, miglioreche quella che si porta piú di sotto.Beato chi il cavallo ha corridore,ch’in prezzo non è quivi ambio né trotto;e chi non ha destrier, quivi s’avedequanto il mestier de l’arme è tristo a piede.
26Riman la preda e ’l campo ai vincitori,che non è fante o mulatier che resti.Lá Maganzesi, e qua fuggono i Mori:quei lasciano i prigion, le some questi.Furon, con lieti visi e piú coi cori,Malagigi e Viviano a scioglier presti;non fur men diligenti a sciorre i paggi,e por le some in terra e i carrïaggi.
27Oltre una buona quantitá d’argentoch’in diverse vasella era formato,et alcun mulïebre vestimentodi lavoro bellissimo fregiato,e per stanze reali un paramentod’oro e di seta in Fiandra lavorato,et altre cose ricche in copia grande;fiaschi di vin trovâr, pane e vivande.
28Al trar degli elmi, tutti vider comeavea lor dato aiuto una donzella:fu conosciuta all’auree crespe chiomeet alla faccia delicata e bella.L’onoran molto, e pregano che ’l nomedi gloria degno non asconda; et ella,che sempre tra gli amici era cortese,a dar di sé notizia non contese.
29Non si ponno saziar di riguardarla;che tal vista l’avean ne la battaglia.Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla:altri non prezza, altri non par che vaglia.Vengono i servi intanto ad invitarlacoi compagni a goder la vettovaglia,ch’apparecchiata avean sopra una fonteche difendea dal raggio estivo un monte.
30Era una de le fonti di Merlino,de le quattro di Francia da lui fatte,d’intorno cinta di bel marmo fino,lucido e terso, e bianco piú che latte.Quivi d’intaglio con lavor divinoavea Merlino imagini ritratte:direste che spiravano, e, se privenon fossero di voce, ch’eran vive.
31Quivi una bestia uscir de la forestaparea, di crudel vista, odiosa e brutta,ch’avea l’orecchie d’asino, e la testadi lupo e i denti, e per gran fame asciutta;branche avea di leon; l’altro che resta,tutto era volpe: e parea scorrer tuttae Francia e Italia e Spagna et Inghelterra,l’Europa e l’Asia, e al fin tutta la terra.
32Per tutto uvea genti ferite e morte,la bassa plebe e i piú superbi capi:anzi nuocer parea molto piú fortea re, a signori, a principi, a satrapi.Peggio facea ne la romana corte,che v’avea uccisi cardinali e papi:contaminato avea la bella sededi Pietro e messo scandol ne la fede.
33Par che dinanzi a questa bestia orrendacada ogni muro, ogni ripar che tocca.Non si vede cittá che si difenda:se l’apre incontra ogni castello e ròcca.Par che agli onor divini anco s’estenda,e sia adorata da la gente sciocca,e che le chiavi s’arroghi d’averedel cielo e de l’abisso in suo potere.
34Poi si vedea d’imperïale allorocinto le chiome un cavallier venirecon tre giovini a par, che i gigli d’orotessuti avean nel lor real vestire;e, con insegna simile, con loroparea un leon contra quel mostro uscire:avean lor nomi chi sopra la testa,e chi nel lembo scritto de la vesta.
35L’un ch’avea fin a l’elsa ne la panciala spada immersa alla maligna fera,Francesco primo, avea scritto, di Francia;Massimigliano d’Austria a par seco era;e Carlo quinto imperator, di lanciaavea passato il mostro alla gorgiera;e l’altro, che di stral gli fige il petto,l’ottavo Enrigo d’Inghilterra è detto.
36Decimo ha quel Leon scritto sul dosso,ch’al brutto mostro i denti ha ne l’orecchi;e tanto l’ha giá travagliato e scosso,che vi sono arrivati altri parecchi.Parea del mondo ogni timor rimosso;et in emenda degli errori vecchinobil gente accorrea, non però molta,onde alla belva era la vita tolta.
37I cavallieri stavano e Marfisacon desiderio di conoscer questi,per le cui mani era la bestia uccisa,che fatti avea tanti luoghi atri e mesti.Avenga che la pietra fosse incisadei nomi lor, non eran manifesti.Si pregavan tra lor, che, se sapessel’istoria alcuno, agli altri la dicesse.
38Voltò Viviano a Malagigi gli occhi,che stava a udire, e non facea lor motto:— A te (disse) narrar l’istoria tocchi,ch’esser ne déi, per quel ch’io vegga, dotto.Chi son costor che con saette e stocchie lance a morte han l’animal condotto? —Rispose Malagigi: — Non è istoriadi ch’abbia autor fin qui fatto memoria.
39Sappiate che costor che qui scritto hannonel marmo i nomi, al mondo mai non furo;ma fra settecento anni vi saranno,con grande onor del secolo futuro.Merlino, il savio incantator britanno,fe’ far la fonte al tempo del re Arturo;e di cose ch’al mondo hanno a venire,la fe’ da buoni artefici scolpire.
40Questa bestia crudele uscí del fondode lo ’nferno a quel tempo che fur fattialle campagne i termini, e fu il pondotrovato e la misura, e scritti i patti.Ma non andò a principio in tutto ’l mondo:di sé lasciò molti paesi intatti.Al tempo nostro in molti lochi sturba;ma i populari offende e la vil turba.
41Dal suo principio infin al secol nostrosempre è cresciuto, e sempre andrá crescendo:sempre crescendo, al lungo andar fia il mostroil maggior che mai fosse e lo piú orrendo.Quel Fiton che per carte e per inchiostros’ode che fu sí orribile e stupendo,alla metá di questo non fu tutto,né tanto abominevol né sí brutto.
42Fará strage crudel, né sará locoche non guasti, contamini et infetti:e quanto mostra la scultura, è pocode’ suoi nefandi e abominosi effetti.Al mondo, di gridar mercé giá roco,questi, dei quali i nomi abbiamo letti,che chiari splenderan piú che piropo,verranno a dare aiuto al maggior uopo.
43Alla fera crudele il piú molestonon sará di Francesco il re de’ Franchi:e ben convien che molti ecceda in questo,e nessun prima e pochi n’abbia a’ fianchi;quando in splendor real, quando nel restodi virtú fará molti parer manchi,che giá parver compiuti; come cedetosto ogn’altro splendor, che ’l sol si vede.
44L’anno primier del fortunato regno,non ferma ancor ben la corona in fronte,passerá l’Alpe, e romperá il disegnodi chi all’incontro avrá occupato il monte,da giusto spinto e generoso sdegno,che vendicate ancor non sieno l’onteche dal furor da paschi e mandre uscitol’esercito di Francia avrá patito.
45E quindi scenderá nel ricco pianodi Lombardia, col fior di Francia intorno,e sí l’Elvezio spezzerá, ch’invanofará mai piú pensier d’alzare il corno.Con grande e de la Chiesa e de l’ispanocampo e del fiorentin vergogna e scornoespugnerá il castel che prima statosará non espugnabile stimato.
46Sopra ogn’altr’arme, ad espugnarlo, moltopiú gli varrá quella onorata spadacon la qual prima avrá di vita toltoil monstro corruttor d’ogni contrada.Convien ch’inanzi a quella sia rivoltoin fuga ogni stendardo, o a terra vada;né fossa, né ripar, né grosse murapossan da lei tener cittá sicura.
47Questo principe avrá quanta eccellenzaaver felice imperator mai debbia:l’animo del gran Cesar, la prudenzadi chi mostrolla a Transimeno e a Trebbia,con la fortuna d’Alessandro, senzacui saria fumo ogni disegno, e nebbia.Sará sí liberal, ch’io lo contemploqui non aver né paragon né esemplo. —
48Cosí diceva Malagigi, e messedesire a’ cavalier d’aver contezzadel nome d’alcun altro ch’uccidessel’infernal bestia, uccider gli altri avezza.Quivi un Bernardo tra’ primi si lesse,che Merlin molto nel suo scritto apprezza.— Fia nota per costui (dicea) Bibiena,quanto Fiorenza sua vicina e Siena. —
49Non mette piede inanzi ivi personaa Sismondo, a Giovanni, a Ludovico:un Gonzaga, un Salviati, un d’Aragona,ciascuno al brutto mostro aspro nimico.V’è Francesco Gonzaga, né abandonale sue vestigie il figlio Federico;et ha il cognato e il genero vicino,quel di Ferrara, e quel duca d’Urbino.
50De l’un di questi il figlio Guidobaldonon vuol che ’l padre o ch’altri a dietro il metta.Con Otobon dal Flisco, Sinibaldocaccia la fera, e van di pari in fretta.Luigi da Gazolo il ferro caldofatto nel collo le ha d’una saetta,che con l’arco gli diè Febo, quando ancoMarte la spada sua gli messe al fianco.
51Duo Erculi, duo Ippoliti da Este,un altro Ercule, un altro Ippolito anco,da Gonzaga, de’ Medici, le pésteseguon del mostro, e l’han, cacciando, stanco.Né Giuliano al figliuol, né par che resteFerrante al fratel dietro; né che mancoAndrea Doria sia pronto; né che lassiFrancesco Sforza, ch’ivi uomo lo passi.
52Del generoso, illustre e chiaro sangued’Avalo vi son dui c’han per insegnalo scoglio, che dal capo ai piedi d’anguepar che l’empio Tifeo sotto si tegna.Non è di questi duo, per fare esanguel’orribil mostro, che piú inanzi vegna:l’uno Francesco di Pescara invitto,l’altro Alfonso del Vasto ai piedi ha scritto.
53Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato,l’ispano onor, ch’in tanto pregio v’era,che fu da Malagigi sí lodato,che pochi il pareggiâr di quella schiera?Guglielmo si vedea di Monferratofra quei che morto avean la brutta fera;et eran pochi verso gl’infinitich’ella v’avea chi morti e chi feriti.
54In giuochi onesti e parlamenti lieti,dopo mangiar, spesero il caldo giorno,corcati su finissimi tapetitra gli arbuscelli ond’era il rivo adorno.Malagigi e Vivian, perché quïetipiú fosser gli altri, tenean l’arme intorno;quando una donna senza compagniavider, che verso lor ratto venía.
55Questa era quella Ippalca a cui fu toltoFrontino, il ben destrier, da Rodomonte.L’avea il dí inanzi ella seguito molto,pregandolo ora, ora dicendogli onte;ma non giovando, avea il camin rivoltoper ritrovar Ruggiero in Agrismonte.Tra via le fu (non so giá come) dettoche quivi il troveria con Ricciardetto.
56E perché il luogo ben sapea (che v’erastata altre volte), se ne venne al drittoalla fontana; et in quella manierave lo trovò, ch’io v’ho di sopra scritto.Ma come buona e cauta messaggerache sa meglio esequir che non l’è ditto,quando vide il fratel di Bradamante,non conoscer Ruggier fece sembiante.
57A Ricciardetto tutta rivoltosse,sí come drittamente a lui venisse;e quel che la conobbe, se le mosseincontra, e domandò dove ne gisse.Ella ch’ancora avea le luci rossedel pianger lungo, sospirando disse;ma disse forte, acciò che fosse espressoa Ruggiero il suo dir, che gli era presso.
58— Mi traea dietro (disse) per la brigliacome imposto m’avea la tua sorella,un bel cavallo e buono a maraviglia,ch’ella molto ama e che Frontino appella;e l’avea tratto piú di trenta migliaverso Marsilia, ove venir debbe ellafra pochi giorni, e dove ella mi dissech’io l’aspetassi fin che vi venisse.
59Era sí baldanzoso il creder mio,ch’io non stimava alcun di cor sí saldo,che me l’avesse a tor, dicendogli ioch’era de la sorella di Rinaldo.Ma vano il mio disegno ieri m’uscio,che me lo tolse un Saracin ribaldo;né per udir di chi Frontino fusse,a volermelo rendere s’indusse.
60Tutto ieri et oggi l’ho pregato; e quandoho visto uscir prieghi e minaccie invano,maledicendol molto e bestemmiando,l’ho lasciato di qui poco lontano,dove il cavallo e sé molto affannando,s’aiuta, quanto può, con l’arme in manocontra un guerrier ch’in tal travaglio il mette,che spero ch’abbia a far le mie vendette. —
61Ruggiero a quel parlar salito in piede,ch’avea potuto a pena il tutto udire,si volta a Ricciardetto, e per mercedee premio e guidardon del ben servire(prieghi aggiungendo senza fin) gli chiedeche con la donna solo il lasci giretanto che ’l Saracin gli sia mostrato,ch’a lei di mano ha il buon destrier levato.
62A Ricciardetto, ancor che discorteseil conciedere altrui troppo paressedi terminar le a sé debite imprese,al voler di Ruggier pur si rimesse:e quel licenzia dai compagni prese,e con Ippalca a ritornar si messe,lasciando a quei che rimanean, stupore,non maraviglia pur del suo valore.
63Poi che dagli altri allontanato alquantoIppalca l’ebbe, gli narrò ch’ad essoera mandata da colei che tantoavea nel core il suo valore impresso;e senza finger piú, seguitò quantola sua donna al partir le avea commesso,e che se dianzi avea altrimente detto,per la presenzia fu di Ricciardetto.
64Disse, che chi le avea tolto il destriero,ancor detto l’avea con molto orgoglio:— Perché so che ’l cavallo è di Ruggiero,piú volontier per questo te lo toglio.S’egli di racquistarlo avrá pensiero,fagli saper (ch’asconder non gli voglio)ch’io son quel Rodomonte il cui valoremostra per tutto ’l mondo il suo splendore. —
65Ascoltando, Ruggier mostra nel voltodi quanto sdegno acceso il cor gli sia,sí perché caro avria Frontino molto,sí perché venía il dono onde venía,sí perché in suo dispregio gli par tolto;vede che biasmo e disonor gli fia,se tôrlo a Rodomonte non s’affretta,e sopra lui non fa degna vendetta.
66La donna Ruggier guida, e non soggiorna,che por lo brama col Pagano a fronte;e giunge ove la strada fa dua corna:l’un va giú al piano, e l’altro va su al monte;e questo e quel ne la vallea ritorna,dov’ella avea lasciato Rodomonte.Aspra, ma breve era la via del colle;l’altra piú lunga assai, ma piana e molle.
67Il desiderio che conduce Ippalcad’aver Frontino e vendicar l’oltraggio,fa che ’l sentier de la montagna calca,onde molto piú corto era il vïaggio.Per l’altra intanto il re d’Algier cavalcacol Tartaro e cogli altri che detto aggio;e giú nel pian la via piú facil tiene,né con Ruggiero ad incontrar si viene.
68Giá son le lor querele differitefin che soccorso ad Agramante sia(questo sapete); et han d’ogni lor litela cagion, Doralice, in compagnia.Ora il successo de l’istoria udite.Alla fontana è la lor dritta via,ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto,Malagigi e Vivian stanno a diletto.
69Marfisa a’ prieghi de’ compagni aveaveste da donna et ornamenti presi,di quelli ch’a Lanfusa si credeamandare il traditor de’ Maganzesi;e ben che veder raro si soleasenza l’osbergo e gli altri buoni arnesi,pur quel dí se li trasse; e come donna,a’ prieghi lor lasciò vedersi in gonna.
70Tosto che vede il Tartaro Marfisa,per la credenza c’ha di guadagnarla,in ricompensa e in cambio ugual s’avisadi Doralice, a Rodomonte darla;sí come Amor si regga a questa guisa,che vender la sua donna o permutarlapossa l’amante, né a ragion s’attrista,se quando una ne perde, una n’acquista.
71Per dunque provedergli di donzella,acciò per sé quest’altra si ritegna,Marfisa, che gli par leggiadra e bella,e d’ogni cavallier femina degna,come abbia ad aver questa, come quella,subito cara, a lui donar disegna;e tutti i cavallier che con lei vede,a giostra seco et a battaglia chiede.
72Malagigi e Vivian, che l’arme aveanocome per guardia e sicurtá del resto,si mossero dal luogo ove sedeano,l’un come l’altro alla battaglia presto,perché giostrar con amenduo credeano;ma l’African che non venía per questo,non ne fe’ segno o movimento alcuno:sí che la giostra restò lor contra uno.
73Viviano è il primo, e con gran cor si muove,e nel venire abbassa un’asta grossa:e ’l re pagan da le famose pruoveda l’altra parte vien con maggior possa.Dirizza l’uno e l’altro, e segna dovecrede meglio fermar l’aspra percossa.Viviano indarno a l’elmo il pagan fere;che non lo fa piegar, non che cadere.
74Il re pagan, ch’avea piú l’asta dura,fe’ lo scudo a Vivian parer di ghiaccio;e fuor di sella in mezzo alla verdura,all’erbe e ai fiori il fe’ cadere in braccio.Vien Malagigi, e ponsi in aventuradi vendicare il suo fratello avaccio;ma poi d’andargli appresso ebbe tal fretta,che gli fe’ compagnia piú che vendetta.
75L’altro fratel fu prima del cuginocoll’arme indosso, e sul destrier salito;e disfidato contra il Saracinovenne a scontrarlo a tutta briglia ardito.Risonò il colpo in mezzo a l’elmo finodi quel pagan sotto la vista un dito:volò al ciel l’asta in quattro tronchi rotta;ma non mosse il pagan per quella botta.
76Il pagan ferí lui dal lato manco;e perché il colpo fu con troppa forza,poco lo scudo, e la corazza mancogli valse, che s’aprîr come una scorza.Passò il ferro crudel l’omero bianco:piegò Aldigier ferito a poggia e ad orza;tra fiori et erbe al fin si vide avolto,rosso su l’arme, e pallido nel volto.
77Con molto ardir vien Ricciardetto appresso;e nel venire arresta sí gran lancia,che mostra ben, come ha mostrato spesso,che degnamente è paladin di Francia:et al pagan ne facea segno espresso,se fosse stato pari alla bilancia;ma sozzopra n’andò, perché il cavallogli cadde adosso, e non giá per suo fallo.
78Poi ch’altro cavallier non si dimostra,ch’al pagan per giostrar volti la fronte,pensa aver guadagnato de la giostrala donna, e venne a lei presso alla fonte;e disse: — Damigella, sète nostra,s’altri non è per voi ch’in sella monte.Nol potete negar, né farne iscusa;che di ragion di guerra cosí s’usa. —
79Marfisa, alzando con un viso altierola faccia, disse: — Il tuo parer molto erra.Io ti concedo che diresti il vero,ch’io sarei tua per la ragion di guerra,quando mio signor fosse o cavallieroalcun di questi c’hai gittato in terra.Io sua non son, né d’altri son che mia:dunque me tolga a me chi mi desia.
80So scudo e lancia adoperare anch’io,e piú d’un cavalliero in terra ho posto. —— Datemi l’arme, disse, e il destrier mio, —agli scudier che l’ubbidiron tosto.Trasse la gonna, et in farsetto uscío;e le belle fattezze e il ben dispostocorpo mostrò, ch’in ciascuna sua parte,fuor che nel viso, assimigliava a Marte.
81Poi che fu armata, la spada si cinsee sul destrier montò d’un leggier salto;e qua e lá tre volte e piú lo spinse,e quinci e quindi fe’ girare in alto;e poi, sfidando il Saracino, strinsela grossa lancia e cominciò l’assalto.Tal nel campo troian Pentesileacontra il tessalo Achille esser dovea.
82Le lance infin al calce si fiaccaroa quel superbo scontro, come vetro;né però chi le corsero, piegaro,che si notasse, un dito solo a dietro.Marfisa che volea conoscer chiaros’a piú stretta battaglia simil metrole serverebbe contra il fier pagano,se gli rivolse con la spada in mano.
83Bestemmiò il cielo e gli elementi il crudopagan, poi che restar la vide in sella:ella, che gli pensò romper lo scudo,non men sdegnosa contra il ciel favella.Giá l’uno e l’altro ha in mano il ferro nudo,e su le fatal arme si martella:l’arme fatali han parimente intorno,che mai non bisognâr piú di quel giorno.
84Sí buona è quella piastra e quella maglia,che spada o lancia non le taglia o fora;sí che potea seguir l’aspra battagliatutto quel giorno e l’altro appresso ancora.Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia,e riprende il rival de la dimora,dicendo: — Se battaglia pur far vuoi,finián la cominciata oggi fra noi.
85Facemmo, come sai, triegua con pattodi dar soccorso alla milizia nostra.Non debbián, prima che sia questo fatto,incominciare altra battaglia o giostra. —Indi a Marfisa, riverente in attosi volta, e quel messaggio le dimostra;e le racconta come era venutoa chieder lor per Agramante aiuto.
86La priega poi che le piaccia non sololasciar quella battaglia o differire,ma che voglia in aiuto del figliuolodel re Troian con essi lor venire;onde la fama sua con maggior volopotrá far meglio infin al ciel salire,che, per querela di poco momento,dando a tanto disegno impedimento.
87Marfisa, che fu sempre disïosadi provar quei di Carlo a spada e a lancia,né l’avea indotta a venire altra cosadi sí lontana regïone in Francia,se non per esser certa se famosalor nominanza era per vero o ciancia,tosto d’andar con lor partito prese,che d’Agramante il gran bisogno intese.
88Ruggiero in questo mezzo avea seguitoindarno Ippalca per la via del monte;e trovò, giunto al loco, che partitoper altra via se n’era Rodomonte:e pensando che lungi non era ito,e che ’l sentier tenea dritto alla fonte,trottando in fretta dietro gli veníaper l’orme ch’eran fresche in su la via.
89Volse che Ippalca a Montalban pigliassela via, ch’una giornata era vicino;perché s’alla fontana ritornasse,si torria troppo dal dritto camino.E disse a lei, che giá non dubitasseche non s’avesse a ricovrar Frontino:ben le farebbe a Montalbano, o doveella si trovi, udir tosto le nuove.
90E le diede la lettera che scrissein Agrismonte, e che si portò in seno;e molte cose a bocca anco le disse,e la pregò che l’escusasse a pieno.Ne la memoria Ippalca il tutto fisse,prese licenzia e voltò il palafreno;e non cessò la buona messaggiera,ch’in Montalban si ritrovò la sera.
91Seguia Ruggiero in fretta il Saracinoper l’orme ch’apparian ne la via piana,ma non lo giunse prima che vicinocon Mandricardo il vide alla fontana.Giá promesso s’avean che per caminol’un non farebbe all’altro cosa strana,né fin ch’al campo si fosse soccorso,a cui Carlo era appresso a porre il morso.
92Quivi giunto Ruggier, Frontin conobbe,e conobbe per lui chi adosso gli era;e su la lancia fe’ le spalle gobbe,e sfidò l’African con voce altiera.Rodomonte quel dí fe’ piú che Iobbe,poi che domò la sua superbia fiera;e ricusò la pugna ch’avea usanzadi sempre egli cercar con ogni instanza.
93Il primo giorno e l’ultimo, che pugnamai ricusasse il re d’Algier, fu questo;ma tanto il desiderio che si giugnain soccorso al suo re gli pare onesto,che se credesse aver Ruggier ne l’ugnapiú che mai lepre il pardo isnello e presto,non se vorria fermar tanto con lui,che fêsse un colpo de la spada o dui.
94Aggiungi che sapea ch’era Ruggieroche seco per Frontin facea battaglia,tanto famoso, ch’altro cavallieronon è ch’a par di lui di gloria saglia,l’uom che bramato ha di saper per veroesperimento quanto in arme vaglia;e pur non vuol seco accettar l’impresa:tanto l’assedio del suo re gli pesa.
95Trecento miglia sarebbe ito e mille,se ciò non fosse, a comperar tal lite;ma se l’avesse oggi sfidato Achille,piú fatto non avria di quel ch’udite:tanto a quel punto sotto le favillele fiamme avea del suo furor sopite.Narra a Ruggier perché pugna rifiuti;et anco il priega che l’impresa aiuti:
96che facendol, fará quel che far deveal suo signore un cavallier fedele.Sempre che questo assedio poi si leve,avran ben tempo da finir querele.Ruggier rispose a lui: — Mi sará lievedifferir questa pugna, fin che de leforze di Carlo si traggia Agramante,pur che mi rendi il mio Frontino inante.
97Se di provarti c’hai fatto gran fallo,e fatto hai cosa indegna ad un uom forte,d’aver tolto a una donna il mio cavallo,vuoi ch’io prolunghi fin che siamo in corte,lascia Frontino, e nel mio arbitrio dállo.Non pensare altrimente ch’io sopporteche la battaglia qui tra noi non segua,o ch’io ti faccia sol d’un’ora triegua. —
98Mentre Ruggiero all’African domandao Frontino o battaglia allora allora,e quello in lungo e l’uno e l’altro manda,né vuol dare il destrier, né far dimora;Mandricardo ne vien da un’altra banda,e mette in campo un’altra lite ancora,poi che vede Ruggier che per insegnaporta l’augel che sopra gli altri regna.
99Nel campo azzur l’aquila bianca avea,che de’ Troiani fu l’insegna bella:perché Ruggier l’origine traeadal fortissimo Ettòr, portava quella.Ma questo Mandricardo non sapea;né vuol patire, e grande ingiuria appella,che ne lo scudo un altro debba porrel’aquila bianca del famoso Ettorre.
100Portava Mandricardo similmentel’augel che rapí in Ida Ganimede.Come l’ebbe quel dí che fu vincenteal castel periglioso, per mercede,credo vi sia con l’altre istorie a mente,e come quella fata gli lo diedecon tutte le bell’arme che Vulcanoavea giá date al cavallier troiano.
101Altra volta a battaglia erano statiMandricardo e Ruggier solo per questo;e per che caso fosser distornati,io nol dirò, che giá v’è manifesto.Dopo non s’eran mai piú raccozzati,se non quivi ora; e Mandricardo presto,visto lo scudo, alzò il superbo gridominacciando, e a Ruggier disse: — Io ti sfido.
102Tu la mia insegna, temerario, porti;né questo è il primo dí ch’io te l’ho detto.E credi, pazzo, ancor ch’io tel comporti,per una volta ch’io t’ebbi rispetto?Ma poi che né minaccie né confortiti pôn questa follia levar del petto,ti mostrerò quanto miglior partitot’era d’avermi subito ubbidito. —
103Come ben riscaldato arrido legnoa piccol soffio subito s’accende,cosí s’avampa di Ruggier lo sdegnoal primo motto che di questo intende.— Ti pensi (disse) farmi stare al segno,perché quest’altro ancor meco contende?Ma mostrerotti ch’io son buon per tôrreFrontino a lui, lo scudo a te d’Ettorre.
104Un’altra volta pur per questo venniteco a battaglia, e non è gran tempo anco;ma d’ucciderti allora mi contenni,perché tu non avevi spada al fianco.Questi fatti saran, quelli fur cenni;e mal sará per te quell’augel bianco,ch’antiqua insegna è stata di mia gente:tu te l’usurpi, io ’l porto giustamente. —
105— Anzi t’usurpi tu l’insegna mia! —rispose Mandricardo; e trasse il brando,quello che poco inanzi per folliaavea gittato alla foresta Orlando.Il buon Ruggier, che di sua cortesianon può non sempre ricordarsi, quandovide il Pagan ch’avea tratta la spada,lasciò cader la lancia ne la strada.
106E tutto a un tempo Balisarda stringe,la buona spada, e me’ lo scudo imbraccia:ma l’Africano in mezzo il destrier spinge,e Marfisa con lui presta si caccia;e l’uno questo, e l’altro quel respinge,e priegano amendui che non si faccia.Rodomonte si duol che rotto il pattodue volte ha Mandricardo, che fu fatto.
107Prima, credendo d’acquistar Marfisa,fermato s’era a far piú d’una giostra;or per privar Ruggier d’una divisa,di curar poco il re Agramante mostra.— Se pur (dicea) déi fare a questa guisa,finián prima tra noi la lite nostra,convenïente e piú debita assai,ch’alcuna di quest’altre che prese hai.
108Con tal condizïon fu stabilitala triegua e questo accordo ch’è fra nui.Come la pugna teco avrò finita,poi del destrier risponderò a costui.Tu del tuo scudo, rimanendo in vita,la lite avrai da terminar con lui;ma ti darò da far tanto, mi spero,che non n’avanzará troppo a Ruggiero. —
109— La parte che ti pensi, non n’avrai(rispose Mandricardo a Rodomonte):io te ne darò piú che non vorrai,e ti farò sudar dal piè alla fronte:e me ne rimarrá per darne assai(come non manca mai l’acqua del fonte)et a Ruggiero et a mill’altri seco,e a tutto il mondo che la voglia meco. —
110Moltiplicavan l’ire e le parolequando da questo e quando da quel lato:con Rodomonte e con Ruggier la vuoletutto in un tempo Mandricardo irato;Ruggier, ch’oltraggio sopportar non suole,non vuol piú accordo, anzi litigio e piato.Marfisa or va da questo or da quel cantoper riparar, ma non può sola tanto.
111Come il villan, se fuor per l’alte spondetrapela il fiume e cerca nuova strada,frettoloso a vietar che non affondei verdi paschi e la sperata biada,chiude una via et un’altra, e si confonde;che se ripara quinci che non cada,quindi vede lassar gli argini molli,e fuor l’acqua spicciar con piú rampolli:
112cosí, mentre Ruggiero e Mandricardoe Rodomonte son tutti sozzopra,ch’ognun vuol dimostrarsi piú gagliardo,et ai compagni rimaner di sopra,Marfisa ad acchetarli have riguardo,e s’affatica, e perde il tempo e l’opra;che, come ne spicca uno e lo ritira,gli altri duo risalir vede con ira.
113Marfisa, che volea porgli d’accordo,dicea: — Signori, udite il mio consiglio:differire ogni lite è buon ricordofin ch’Agramante sia fuor di periglio.S’ognun vuole al suo fatto essere ingordo,anch’io con Mandricardo mi ripiglio;e vo’ vedere al fin se guadagnarme,come egli ha detto, è buon per forza d’arme.
114Ma se si de’ soccorrere Agramante,soccorrasi, e tra noi non si contenda. —— Per me non si stará d’andare inante(disse Ruggier), pur che ’l destrier si renda.O che mi dia il cavallo, a far di tanteuna parola, o che da me il difenda:o che qui morto ho da restare, o ch’ioin campo ho da tornar sul destrier mio. —
115Rispose Rodomonte: — Ottener questonon fia cosí, come quell’altro, lieve. —E seguitò dicendo: — Io ti protestoche, s’alcun danno il nostro re riceve,fia per tua colpa; ch’io per me non restodi fare a tempo quel che far si deve. —Ruggiero a quel protesto poco bada;ma stretto dal furor stringe la spada.
116Al re d’Algier come cingial si scaglia,e l’urta con lo scudo e con la spalla;e in modo lo disordina e sbarraglia,che fa che d’una staffa il piè gli falla.Mandricardo gli grida: — O la battagliadifferisci, Ruggiero, o meco fálla; —e crudele e fellon piú che mai fosse,Ruggier su l’elmo in questo dir percosse.
117Fin sul collo al destrier Ruggier s’inchina,né, quando vuolsi rilevar, si puote;perché gli sopragiunge la ruinadel figlio d’Ulïen che lo percuote.Se non era di tempra adamantina,fesso l’elmo gli avria fin tra le gote.Apre Ruggier le mani per l’ambascia,e l’una il fren, l’altra la spada lascia.
118Se lo porta il destrier per la campagna:dietro gli resta in terra Balisarda.Marfisa che quel dí fatta compagnase gli era d’arme, par ch’avampi et arda,che solo fra que’ duo cosí rimagna:e come era magnanima e gagliarda,si drizza a Mandricardo, e col poterech’avea maggior, sopra la testa il fiere.
119Rodomonte a Ruggier dietro si spinge:vinto è Frontin, s’un’altra gli n’appicca;ma Ricciardetto con Vivian si stringe,e tra Ruggiero e ’l Saracin si ficca.L’uno urta Rodomonte e lo rispinge,e da Ruggier per forza lo dispicca;l’altro la spada sua, che fu Viviano,pone a Ruggier, giá risentito, in mano.
120Tosto che ’l buon Ruggiero in sé ritorna,e che Vivian la spada gli appresenta,a vendicar l’ingiuria non soggiorna,e verso il re d’Algier ratto s’aventa,come il leon che tolto su le cornadal bue sia stato, e che ’l dolor non senta:sí sdegno et ira et impeto l’affretta,stimula e sferza a far la sua vendetta.
121Ruggier sul capo al Saracin tempesta:e se la spada sua si ritrovasse,che, come ho detto, al comminciar di questapugna, di man gran fellonia gli trasse,mi credo ch’a difendere la testadi Rodomonte l’elmo non bastasse,l’elmo che fece il re far di Babellequando muover pensò guerra alle stelle.
122La Discordia, credendo non poterealtro esser quivi che contese e risse,né vi dovesse mai piú luogo avereo pace o triegua, alla sorella dissech’omai sicuramente a rivederei monachetti suoi seco venisse.Lasciánle andare, e stián noi dove in fronteRuggiero avea ferito Rodomonte.
123Fu il colpo di Ruggier di sí gran forza,che fece in su la groppa di Frontinopercuoter l’elmo e quella dura scorzadi ch’avea armato il dosso il Saracino,e lui tre volte e quattro a poggia e ad orzapiegar per gire in terra a capo chino;e la spada egli ancora avria perduta,se legata alla man non fosse suta.
124Avea Marfisa a Mandricardo intantofatto sudar la fronte, il viso e il petto,et egli aveva a lei fatto altretanto;ma sí l’osbergo d’ambi era perfetto,che mai potêr falsarlo in nessun canto,e stati eran sin qui pari in effetto:ma in un voltar che fece il suo destriero,bisogno ebbe Marfisa di Ruggiero.
125Il destrier di Marfisa in un voltarsiche fece stretto, ov’era molle il prato,sdrucciolò in guisa, che non poté aitarsidi non tutto cader sul destro lato;e nel volere in fretta rilevarsi,da Brigliador fu pel traverso urtato,con che il pagan poco cortese venne;sí che cader di nuovo gli convenne.
126Ruggier che la donzella a mal partitovide giacer, non differí il soccorso,or che l’agio n’avea, poi che storditoda sé lontan quell’altro era trascorso:ferí su l’elmo il Tartaro; e partitoquel colpo gli avria il capo, come un torso,se Ruggier Balisarda avesse avuta,o Mandricardo in capo altra barbuta.
127Il re d’Algier che si risente in questo,si volge intorno, e Ricciardetto vede;e si ricorda che gli fu molestodianzi, quando soccorso a Ruggier diede.A lui si drizza, e saria stato prestoa darli del ben fare aspra mercede,se con grande arte e nuovo incanto tostonon se gli fosse Malagigi opposto.
128Malagigi, che sa d’ogni maliaquel che ne sappia alcun mago eccellente,ancor che ’l libro suo seco non sia,con che fermare il sole era possente,pur la scongiurazione onde soliacommandare ai demonii aveva a mente:tosto in corpo al ronzino un ne constringedi Doralice, et in furor lo spinge.
129Nel mansueto ubino che sul dossoavea la figlia del re Stordilano,fece entrar un degli angel di Minossosol con parole il frate di Viviano:e quel che dianzi mai non s’era mosso,se non quanto ubidito avea alla mano,or d’improviso spiccò in aria un salto,che trenta piè fu lungo e sedeci alto.
130Fu grande il salto, non però di sorteche ne dovesse alcun perder la sella.Quando si vide in alto, gridò forte(che si tenne per morta) la donzella.Quel ronzin, come il diavol se lo porte,dopo un gran salto se ne va con quella,che pur grida soccorso, in tanta fretta,che non l’avrebbe giunto una saetta.
131Da la battaglia il figlio d’Ulïenosi levò al primo suon di quella voce;e dove furïava il palafreno,per la donna aiutar n’andò veloce.Mandricardo di lui non fece meno,né piú a Ruggier, né piú a Marfisa nòce;ma, senza chieder loro o paci o tregue,e Rodomonte e Doralice segue.
132Marfisa intanto si levò di terra,e tutta ardendo di disdegno e d’ira,credesi far la sua vendetta, et erra;che troppo lungi il suo nimico mira.Ruggier, ch’aver tal fin vede la guerra,rugge come un leon, non che sospira.Ben sanno che Frontino e Brigliadorogiunger non ponno coi cavalli loro.
133Ruggier non vuol cessar fin che decisacol re d’Algier non l’abbia del cavallo:non vuol quietar il Tartaro Marfisa,che provato a suo senno anco non hallo.Lasciar la sua querela a questa guisaparrebbe all’uno e all’altro troppo fallo.Di commune parer disegno fassidi chi offesi gli avea seguire i passi.
134Nel campo saracin li troveranno,quando non possan ritrovarli prima;che per levar l’assedio iti seranno,prima che ’l re di Francia il tutto opprima.Cosí dirittamente se ne vannodove averli a man salva fanno stima.Giá non andò Ruggier cosí di botto,che non facesse ai suoi compagni motto.
135Ruggier se ne ritorna ove in disparteera il fratel de la sua donna bella,e se gli proferisce in ogni parteamico, per fortuna e buona e fella:indi lo priega (e lo fa con bella arte)che saluti in suo nome la sorella;e questo cosí ben gli venne detto,che né a lui diè né agli altri alcun sospetto.
136E da lui, da Vivian, da Malagigi,dal ferito Aldigier tolse commiato.Si proferiro anch’essi alli servigidi lui, debitor sempre in ogni lato.Marfisa avea sí il cor d’ire a Parigi,che ’l salutar gli amici avea scordato;ma Malagigi andò tanto e Viviano,che pur la salutaron di lontano;
137e cosí Ricciardetto; ma Aldigierogiace, e convien che suo mal grado resti.Verso Parigi avean preso il sentieroquelli duo prima, et or lo piglian questi.Dirvi, Signor, ne l’altro canto speromiracolosi e sopraumani gesti,che con danno degli uomini di Carloambe le coppie fêr, di ch’io vi parlo.
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