Orlando furioso (1928) — Canto 27
1Molti consigli de le donne sonomeglio improviso, ch’a pensarvi, usciti;che questo è spezïale e proprio donofra tanti e tanti lor dal ciel largiti.Ma può mal quel degli uomini esser buono,che maturo discorso non aiti,ove non s’abbia a ruminarvi sopraspeso alcun tempo e molto studio et opra.
2Parve, e non fu però buono il consigliodi Malagigi, ancor che (come ho detto)per questo di grandissimo periglioliberassi il cugin suo Ricciardetto.A levare indi Rodomonte e il figliodel re Agrican, lo spirto avea constretto,non avvertendo che sarebbon trattidove i cristian ne rimarrian disfatti.
3Ma se spazio a pensarvi avesse avuto,creder si può che dato similmenteal suo cugino avria debito aiuto,né fatto danno alla cristiana gente.Commandare allo spirto avria potuto,ch’alla via di levante o di ponentesí dilungata avesse la donzella,che non n’udisse Francia piú novella.
4Cosí gli amanti suoi l’avrian seguita,come a Parigi, anco in ogn’altro loco;ma fu questa avvertenza inavvertitada Malagigi, per pensarvi poco:e la Malignitá dal ciel bandita,che sempre vorria sangue e strage e fuoco,prese la via donde piú Carlo afflisse,poi che nessuna il mastro gli prescrisse.
5Il palafren ch’avea il demonio al fianco,portò la spaventata Doralice,che non poté arrestarla fiume, e mancofossa, bosco, palude, erta o pendice;fin che per mezzo il campo inglese e franco,e l’altra moltitudine fautricede l’insegne di Cristo, rassegnatanon l’ebbe al padre suo re di Granata.
6Rodomonte col figlio d’Agricanela seguitaro il primo giorno un pezzo,che le vedean le spalle, ma lontane:di vista poi perderonla da sezzo,e venner per la traccia, come il canela lepre o il capriol trovare avezzo;né si fermar, che furo in parte, dovedi lei ch’era col padre ebbono nuove.
7Guardati, Carlo, che ’l ti viene adossotanto furor, ch’io non ti veggo scampo:né questi pur, ma ’l re Gradasso è mossocon Sacripante a danno del tuo campo.Fortuna, per toccarti fin all’osso,ti tolle a un tempo l’uno e l’altro lampodi forza e di saper, che vivea teco;e tu rimaso in tenebre sei cieco.
8Io ti dico d’Orlando e di Rinaldo;che l’uno al tutto furïoso e folle,al sereno, alla pioggia, al freddo, al caldo,nudo va discorrendo il piano e ’l colle:l’altro, con senno non troppo piú saldo,d’appresso al gran bisogno ti si tolle;che non trovando Angelica in Parigi,si parte, e va cercandone vestigi.
9Un fraudolente vecchio incantatoregli fe’ (come a principio vi si disse)creder per un fantastico suo errore,che con Orlando Angelica venisse:onde di gelosia tocco nel core,de la maggior ch’amante mai sentisse,venne a Parigi, e come apparve in corte,d’ire in Bretagna gli toccò per sorte.
10Or fatta la battaglia onde portonneegli l’onor d’aver chiuso Agramante,tornò a Parigi, e monister di donnee case e ròcche cercò tutte quante.Se murata non è tra le colonne,l’avria trovata il curïoso amante.Vedendo al fin ch’ella non v’è né Orlando,amenduo va con gran disio cercando.
11Pensò che dentro Anglante o dentro a Bravase la godesse Orlando in festa e in giuoco;e qua e lá per ritrovarla andava,né in quel la ritrovò né in questo loco.A Parigi di nuovo ritornava,pensando che tardar dovesse pocodi capitare il paladino al varco;che ’l suo star fuor non era senza incarco.
12Un giorno o duo ne la cittá soggiornaRinaldo; e poi ch’Orlando non arriva,or verso Anglante, or verso Brava torna,cercando se di lui novella udiva.Cavalca e quando annotta e quando aggiorna,alla fresca alba e all’ardente ora estiva;e fa al lume del sole e de la lunadugento volte questa via, non ch’una.
13Ma l’antiquo aversario, il qual fece Evaall’interdetto pome alzar la mano,a Carlo un giorno i lividi occhi leva,che’l buon Rinaldo era da lui lontano;e vedendo la rotta che potevadarsi in quel punto al populo cristiano,quanta eccelienzia d’arme al mondo fussefra tutti i Saracini, ivi condusse.
14Al re Gradasso e al buon re Sacripante,ch’eran fatti compagni all’uscir fuorede la piena d’error casa d’Atlante,di venire in soccorso messe in corealle genti assediate d’Agramante,e a distruzion di Carlo imperatore:et egli per l’incognite contradefe’ lor la scorta e agevolò le strade.
15Et ad un altro suo diede negoziod’affrettar Rodomonte e Mandricardoper le vestigie donde l’altro sozioa condur Doralice non è tardo.Ne manda ancora un altro, perché in ozionon stia Marfisa né Ruggier gagliardo;ma chi guidò l’ultima coppia tennela briglia piú, né quando gli altri venne.
16La coppia di Marfisa e di Ruggierodi mezza ora piú tarda si condusse;però ch’astutamente l’angel nero,volendo agli cristian dar de le busse,provide che la lite del destrieroper impedire il suo desir non fusse,che rinovata si saria, se giuntofosse Ruggiero e Rodomonte a un punto.
17I quattro primi si trovaro insiemeonde potean veder gli alloggiamentide l’esercito oppresso e di chi ’l preme,e le bandiere in che feriano i venti.Si consigliaro alquanto; e fur l’estremeconclusion dei lor ragionamentidi dare aiuto, mal grado di Carlo,al re Agramante, e de l’assedio trarlo.
18Stringonsi insieme, e prendono la viaper mezzo ove s’alloggiano i cristiani,gridando Africa e Spagna tuttavia;e si scopriro in tutto esser pagani.Pel campo, arme, arme risonar s’udia;ma menar si sentîr prima le mani:e de la retroguardia una gran frotta,non ch’assalita sia, ma fugge in rotta.
19L’esercito cristian mosso a tumultosozzopra va senza sapere il fatto.Estima alcun che sia un usato insultoche Svizzari o Guasconi abbino fatto.Ma perch’alla piú parte è il caso occulto,s’aduna insieme ogni nazion di fatto,altri a suon di tamburo, altri di tromba:grande è ’l rumore, e fin al ciel rimbomba.
20Il magno imperator, fuor che la testa,è tutto armato, e i paladini ha presso;e domandando vien che cosa è questache le squadre in disordine gli ha messo;e minacciando, or questi or quelli arresta;e vede a molti il viso o il petto fesso,ad altri insanguinare o il capo o il gozzo,alcun tornar con mano o braccio mozzo.
21Giunge piú inanzi, e ne ritrova moltigiacere in terra, anzi in vermiglio lagonel proprio sangue orribilmente involti,né giovar lor può medico né mago;e vede dagli busti i capi scioltie braccia e gambe con crudele imago;e ritrova dai primi alloggiamentiagli ultimi per tutto uomini spenti.
22Dove passato era il piccol drappello,di chiara fama eternamente degno,per lunga riga era rimaso quelloal mondo sempre memorabil segno.Carlo mirando va il crudel macello,maraviglioso, e pien d’ira e di sdegno,come alcuno, in cui danno il fulgur venne,cerca per casa ogni sentier che tenne.
23Non era agli ripari anco arrivatodel re african questo primiero aiuto,che con Marfisa fu da un altro latol’animoso Ruggier sopravenuto.Poi ch’una volta o due l’occhio aggiratoebbe la degna coppia, e ben vedutoqual via piú breve per soccorrer fossel’assediato signor, ratto si mosse.
24Come quando si dá fuoco alla mina,pel lungo solco de la negra polvelicenzïosa fiamma arde e caminasí ch’occhio a dietro a pena se le volve;e qual si sente poi l’alta ruinache ’l duro sasso o il grosso muro solve:cosí Ruggiero e Marfisa veniro,e tai ne la battaglia si sentiro.
25Per lungo e per traverso a fender testeincominciaro, e tagliar braccia e spallede le turbe che male erano prestead espedire e sgombrar loro il calle.C’ha notato il passar de le tempeste,ch’una parte d’un monte o d’una valleoffende, e l’altra lascia, s’appresentila via di questi duo fra quelle genti.
26Molti che dal furor di Rodomontee di quegli altri primi eran fuggiti,Dio ringraziavan ch’avea lor sí prontegambe concesse, e piedi sí espediti;e poi, dando del petto e de la frontein Marfisa e in Ruggier, vedean scherniti,come l’uom né per star né per fuggire,al suo fisso destin può contradire.
27Chi fugge l’un pericolo, rimanene l’altro, e paga il fio d’ossa e di polpe.Cosí cader coi figli in bocca al canesuol, sperando fuggir, timida volpe,poi che la caccia de l’antique taneil suo vicin che le dá mille colpe,e cautamente con fumo e con fuocoturbata l’ha da non temuto loco.
28Negli ripari entrò de’ SaraciniMarfisa con Ruggiero a salvamento.Quivi tutti con gli occhi al ciel supiniDio ringraziar del buono avvenimento.Or non v’è piú timor de’ paladini:il piú tristo pagan ne sfida cento;et è concluso che senza ripososi torni a fare il campo sanguinoso.
29Corni, bussoni, timpani moreschiempieno il ciel di formidabil suoni:ne l’aria tremolare ai venti freschisi veggon le bandiere e i gonfaloni.Da l’altra parte i capitan carleschistringon con Alamanni e con Britoniquei di Francia, d’Italia e d’Inghilterra;e si mesce aspra e sanguinosa guerra.
30La forza del terribil Rodomonte,quella di Mandricardo furibondo,quella del buon Ruggier, di virtú fonte,del re Gradasso, sí famoso al mondo,e di Marfisa l’intrepida fronte,col re circasso a nessun mai secondo,feron chiamar san Gianni e san Dionigial re di Francia, e ritrovar Parigi.
31Di questi cavallieri e di Marfisal’ardire invitto e la mirabil possanon fu, Signor, di sorte, non fu in guisach’imaginar, non che descriver possa.Quindi si può stimar che gente uccisafosse quel giorno, e che crudel percossaavesse Carlo. Arroge poi con loro,con Ferraú piú d’un famoso Moro.
32Molti per fretta s’affogaro in Senna(che’l ponte non potea supplire a tanti),e desïâr, come Icaro, la penna,perché la morte avean dietro e davanti.Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna,i paladin fur presi tutti quanti.Olivier ritornò ferito sottola spalla destra, Uggier col capo rotto.
33E se, come Rinaldo e come Orlando,lasciato Brandimarte avesse il giuoco,Carlo n’andava di Parigi in bando,se potea vivo uscir di sí gran fuoco.Ciò che poté, fe’ Brandimarte, e quandonon poté piú, diede alla furia loco.Cosí Fortuna ad Agramante arrise,ch’un’altra volta a Carlo assedio mise.
34Di vedovelle i gridi e le querele,e d’orfani fanciulli e di vecchi orbi,ne l’eterno seren dove Michelesedea, salir fuor di questi aer torbi;e gli fecion veder come il fedelepopul preda de’ lupi era e de’ corbi,di Francia, d’Inghilterra e di Lamagna,che tutta avea coperta la campagna.
35Nel viso s’arrossí l’angel beato,parendogli che mal fosse ubiditoal Creatore, e si chiamò ingannatoda la Discordia perfida e tradito.D’accender liti tra i pagani datole avea l’assunto, e mal era esequito;anzi tutto il contrario al suo disegnoparea aver fatto, a chi guardava al segno.
36Come servo fedel, che piú d’amoreche di memoria abondi, e che s’aveggiaaver messo in oblio cosa ch’a corequanto la vita e l’anima aver deggia,studia con fretta d’emendar l’errore,né vuol che prima il suo signor lo veggia;cosí l’angelo a Dio salir non volse,se de l’obligo prima non si sciolse.
37Al monister, dove altre volte aveala Discordia veduta, drizzò l’ali.Trovolla ch’in capitulo sedeaa nuova elezïon degli ufficiali;e di veder diletto si prendea,volar pel capo a’ frati i brevïali.Le man le pose l’angelo nel crine,e pugna e calci le diè senza fine.
38Indi le roppe un manico di croceper la testa, pel dosso e per le braccia.Mercé grida la misera a gran voce,e le genocchia al divin nunzio abbraccia.Michel non l’abandona, che velocenel campo del re d’Africa la caccia;e poi le dice: — Aspettati aver peggio,se fuor di questo campo piú ti veggio. —
39Come che la Discordia avesse rottotutto il dosso e le braccia, pur temendoun’altra volta ritrovarsi sottoa quei gran colpi, a quel furor tremendo,corre a pigliare i mantici di botto,et agli accesi fuochi esca aggiungendo,et accendendone altri, fa salireda molti cori un alto incendio d’ire.
40E Rodomonte e Mandricardo e insiemeRuggier n’infiamma sí, che inanzi al Moroli fa tutti venire, or che non premeCarlo i pagani, anzi il vantaggio è loro.Le differenzie narrano, et il semefanno saper, da cui produtte fôro;poi del re si rimettono al parere,chi di lor prima il campo debba avere.
41Marfisa del suo caso anco favella,e dice che la pugna vuol finire,che cominciò col Tartaro; perch’ellaprovocata da lui vi fu a venire:né, per dar loco all’altre, volea quellaun’ora, non che un giorno, differire;ma d’esser prima fa l’instanzia grande,ch’alla battaglia il Tartaro domande.
42Non men vuol Rodomonte il primo campoda terminar col suo rival l’impresa,che per soccorrer l’africano campoha giá interrotta, e fin a qui sospesa.Mette Ruggier le sue parole a campo,e dice che patir troppo gli pesache Rodomonte il suo destrier gli tenga,e ch’a pugna con lui prima non venga.
43Per piú intricarla il Tartaro viene anche,e niega che Ruggiero ad alcun pattodebba l’aquila aver da l’ale bianche;e d’ira e di furore è cosí matto,che vuol, quando dagli altri tre non manche,combatter tutte le querele a un tratto.Né piú dagli altri ancor saria mancato,se ’l consenso del re vi fosse stato.
44Con prieghi il re Agramante e buon ricordifa quanto può, perché la pace segua;e quando al fin tutti li vede sordinon volere assentire a pace o a triegua,va discorrendo come almen gli accordisí, che l’un dopo l’altro il campo assegua:e pel miglior partito al fin gli occorrech’ognuno a sorte il campo s’abbia a tôrre.
45Fe’ quattro brevi porre: un Mandricardoe Rodomonte insieme scritto avea;ne l’altro era Ruggiero e Mandricardo;Rodomonte e Ruggier l’altro dicea;dicea l’altro Marfisa e Mandricardo.Indi all’arbitrio de l’instabil deali fece trarre: e ’l primo fu il signoredi Sarza a uscir con Mandricardo fuore.
46Mandricardo e Ruggier fu nel secondo;nel terzo fu Ruggiero e Rodomonte;restò Marfisa e Mandricardo in fondo,di che la donna ebbe turbata fronte.Né Ruggier piú di lei parve giocondo:sa che le forze dei duo primi prontehan tra lor da finir le liti in guisa,che non ne fia per sé né per Marfisa.
47Giacea non lungi da Parigi un loco,che volgea un miglio o poco meno intorno:lo cingea tutto un argine non pocosublime, a guisa d’un teatro adorno.Un castel giá vi fu, ma a ferro e a fuocole mura e i tetti et a ruina andorno.Un simil può vederne in su la strada,qual volta a Borgo il Parmigiano vada.
48In questo loco fu la lizza fatta,di brevi legni d’ogn’intorno chiusa,per giusto spazio quadra, al bisogno atta,con due capaci porte, come s’usa.Giunto il dí ch’al re par che si combattatra i cavallier che non ricercan scusa,furo appresso alle sbarre in ambi i laticontra i rastrelli i padiglion tirati.
49Nel padiglion ch’è piú verso ponentesta il re d’Algier, c’ha membra di gigante.Gli pon lo scoglio indosso del serpentel’ardito Ferraú con Sacripante.Il re Gradasso e Falsiron possentesono in quell’altro al lato di levante,e metton di sua man l’arme troianeindosso al successor del re Agricane.
50Sedeva in tribunale amplo e sublimeil re d’Africa, e seco era l’Ispano;poi Stordilano, e l’altre genti primeche riveria l’esercito pagano.Beato a chi pôn dare argini e cimed’arbori stanza che gli alzi dal piano!Grande è la calca, e grande in ogni latopopulo ondeggia intorno al gran steccato.
51Eran con la regina di Castigliaregine e principesse e nobil donned’Aragon, di Granata e di Siviglia,e fin di presso all’atlantee colonne:tra quai di Stordilan sedea la figlia,che di duo drappi avea le ricche gonne,l’un d’un rosso mal tinto, e l’altro verde;ma ’l primo quasi imbianca e il color perde.
52In abito succinta era Marfisa,qual si convenne a donna et a guerriera.Termoodonte forse a quella guisavide Ippolita ornarsi e la sua schiera.Giá, con la cotta d’arme alla divisadel re Agramante, in campo venut’eral’araldo a far divieto e metter leggi,che né in fatto né in detto alcun parteggi.
53La spessa turba aspetta disïandola pugna, e spesso incolpa il venir tardodei duo famosi cavallieri; quandos’ode dal padiglion di Mandricardoalto rumor che vien moltiplicando.Or sappiate, Signor, che ’l re gagliardodi Sericana e ’l Tartaro possentefanno il tumulto e ’l grido che si sente.
54Avendo armato il re di Sericanadi sua man tutto il re di Tartaria,per porgli al fianco la spada sopranache giá d’Orlando fu, se ne venía;quando nel pome scritto Durindanavide, e ’l quartier ch’Almonte aver solia,ch’a quel meschin fu tolto ad una fontedal giovenetto Orlando in Aspramonte.
55Vedendola, fu certo ch’era quellatanto famosa del signor d’Anglante,per cui con grande armata, e la piú bellache giamai si partisse di Levante,soggiogato avea il regno di Castella,e Francia vinta esso pochi anni inante:ma non può imaginarsi come avengach’or Mandricardo in suo poter la tenga.
56E dimandògli se per forza o pattol’avesse tolta al conte, e dove e quando.E Mandricardo disse ch’avea fattogran battaglia per essa con Orlando;e come finto quel s’era poi matto,cosí coprire il suo timor sperando,ch’era d’aver continua guerra meco,fin che la buona spada avesse seco.
57E dicea ch’imitato avea il castore,qual si strappa i genitali sui,vedendosi alle spalle il cacciatore,che sa che non ricerca altro da lui.Gradasso non udí tutto il tenore,che disse: — Non vo’ darla a te né altrui:tanto oro, tanto affanno e tanta genteci ho speso, che è ben mia debitamente.
58Cercati pur fornir d’un’altra spada,ch’io voglio questa, e non ti paia nuovo.Pazzo o saggio ch’Orlando se ne vada,averla intendo, ovunque io la ritrovo.Tu senza testimoni in su la stradate l’usurpasti: io qui lite ne muovo.La mia ragion dirá mia scimitarra,e faremo il giudicio ne la sbarra.
59Prima, di guadagnarla t’apparecchia,che tu l’adopri contra a Rodomonte.Di comprar prima l’arme è usanza vecchia,ch’alla battaglia il cavallier s’affronte. —— Piú dolce suon non mi viene all’orecchia(rispose alzando il Tartaro la fronte),che quando di battaglia alcun mi tenta;ma fa che Rodomonte lo consenta.
60Fa che sia tua la prima, e che si tolgail re di Sarza la tenzon seconda;e non ti dubitar ch’io non mi volga,e ch’a te et ad ogni altro io non risponda. —Ruggier gridò: — Non vo’ che si disciolgail patto, o piú la sorte si confonda:o Rodomonte in campo prima saglia,o sia la sua dopo la mia battaglia.
61Se di Gradasso la ragion prevale,prima acquistar che porre in opra l’arme;né tu l’aquila mia da le bianche aleprima usar déi, che non me ne disarme:ma poi ch’è stato il mio voler giá tale,di mia sentenza non voglio appellarme,che sia seconda la battaglia mia,quando del re d’Algier la prima sia.
62Se turbarete voi l’ordine in parte,io totalmente turbarollo ancora.Io non intendo il mio scudo lasciarte,se contra me non lo combatti or ora. —— Se l’uno e l’altro di voi fosse Marte(rispose Mandricardo irato allora),non saria l’un né l’altro atto a vietarmela buona spada o quelle nobili arme. —
63E tratto da la colera, aventossecol pugno chiuso al re di Sericana;e a man destra in modo gli percosse,ch’abandonar gli fece Durindana.Gradasso, non credendo ch’egli fossedi cosí folle audacia e cosí insana,colto improviso fu, che stava a bada,e tolta si trovò la buona spada.
64Cosí scornato, di vergogna e d’iranel viso avampa, e par che getti fuoco;e piú l’afflige il caso e lo martira,poi che gli accade in sí palese loco.Bramoso di vendetta si ritira,a trar la scimitarra, a dietro un poco.Mandricardo in sé tanto si confida,che Ruggiero anco alla battaglia sfida.
65— Venite pure inanzi amenduo insieme,e vengane pel terzo Rodomonte,Africa e Spagna e tutto l’uman seme;ch’io son per sempremai volger la fronte. —Cosí dicendo, quel che nulla teme,mena d’intorno la spada d’Almonte;lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero,contra Gradasso e contra il buon Ruggiero.
66— Lascia la cura a me (dicea Gradasso),ch’io guarisca costui de la pazzia. —— Per Dio (dicea Ruggier), non te la lasso,ch’esser convien questa battaglia mia. —— Va indietro tu! — Vavvi pur tu! — né passoperò tornando, gridan tuttavia;et attaccossi la battaglia in terzo,et era per uscirne un strano scherzo,
67se molti non si fossero interpostia quel furor, non con troppo consiglio;ch’a spese lor quasi imparâr che costivoler altri salvar con suo periglio.Né tutto ’l mondo mai gli avria composti,se non venía col re d’Ispagna il figliodel famoso Troiano, al cui conspettotutti ebbon riverenzia e gran rispetto.
68Si fe’ Agramante la cagione esporredi questa nuova lite cosí ardente:poi molto affaticossi per disporreche per quella giornata solamentea Mandricardo la spada d’Ettorreconcedesse Gradasso umanamente,tanto ch’avesse fin l’aspra contesach’avea giá incontra a Rodomonte presa.
69Mentre studia placarli il re Agramante,et or con questo et or con quel ragiona;da l’altro padiglion tra Sacripantee Rodomonte un’altra lite suona.Il re circasso (come è detto inante)stava di Rodomonte alla persona,et egli e Ferraú gli aveano indottel’arme del suo progenitor Nembrotte.
70Et eran poi venuti ove il destrierofacea, mordendo, il ricco fren spumoso;io dico il buon Frontin, per cui Ruggierostava iracondo e piú che mai sdegnoso.Sacripante ch’a por tal cavallieroin campo avea, mirava curïosose ben ferrato e ben guernito e in puntoera il destrier, come doveasi a punto.
71E venendo a guardargli piú a minutoi segni, le fattezze isnelle et atte,ebbe, fuor d’ogni dubbio, conosciutoche questo era il destrier suo Frontalatte,che tanto caro giá s’avea tenuto,per cui giá avea mille querele fatte;e poi che gli fu tolto, un tempo volsesempre ire a piedi: in modo gliene dolse.
72Inanzi Albracca glie l’avea Brunellotolto di sotto quel medesmo giornoch’ad Angelica ancor tolse l’annello,al conte Orlando Balisarda e ’l corno,e la spada a Marfisa: et avea quello,dopo che fece in Africa ritorno,con Balisarda insieme a Ruggier dato,il qual l’avea Frontin poi nominato.
73Quando conobbe non si apporre in fallo,disse il Circasso, al re d’Algier rivolto:— Sappi, signor, che questo è mio cavallo,ch’ad Albracca di furto mi fu tolto.Bene avrei testimoni da provallo;ma perché son da noi lontani molto,s’alcun lo niega, io gli vo’ sostenerecon l’arme in man le mie parole vere.
74Ben son contento, per la compagniain questi pochi dí stata fra noi,che prestato il cavallo oggi ti sia,ch’io veggo ben che senza far non puoi;però con patto, se per cosa miae prestata da me conoscer vuoi:altrimente d’averlo non far stima,o se non lo combatti meco prima. —
75Rodomonte, del quale un piú orgogliosonon ebbe mai tutto il mestier de l’arme;al quale in esser forte e coraggiosoalcuno antico d’uguagliar non parme;rispose: — Sacripante, ogn’altro ch’oso,fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme,con suo mal si saria tosto avvedutoche meglio era per lui di nascer muto.
76Ma per la compagnia che, come hai detto,novellamente insieme abbiamo presa,ti son contento aver tanto rispetto,ch’io t’ammonisca a tardar questa impresa,fin che de la battaglia veggi effetto,che fra il Tartaro e me tosto fia accesa:dove pórti uno esempio inanzi spero,ch’avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. —
77— Gli è teco cortesia l’esser villano(disse il Circasso pien d’ira e di isdegno);ma piú chiaro ti dico ora e piú piano,che tu non faccia in quel destrier disegno:che te lo defendo io, tanto ch’in manoquesta vindice mia spada sostegno;e metteròvi insino l’ugna e il dente,se non potrò difenderlo altrimente. —
78Venner da le parole alle contese,ai gridi, alle minaccie, alla battaglia,che per molt’ira in piú fretta s’accese,che s’accendesse mai per fuoco paglia.Rodomonte ha l’osbergo et ogni arnese,Sacripante non ha piastra né maglia;ma par (sí ben con lo schermir s’adopra)che tutto con la spada si ricuopra.
79Non era la possanza e la fierezzadi Rodomonte, ancor ch’era infinita,piú che la providenza e la destrezzacon che sue forze Sacripante aita.Non voltò ruota mai con piú prestezzail macigno sovran che ’l grano trita,che faccia Sacripante or mano or piededi qua di lá, dove il bisogno vede.
80Ma Ferraú, ma Serpentino ardititrasson le spade, e si cacciâr tra loro,dal re Grandonio, da Isolier seguiti,da molt’altri signor del popul Moro.Questi erano i romori, i quali uditine l’altro padiglion fur da costoro,quivi per accordar venuti invanocol Tartaro, Ruggiero e ’l Sericano.
81Venne chi la novella al re Agramanteriportò certa, come pel destrieroavea con Rodomonte Sacripanteincominciato un aspro assalto e fiero.Il re, confuso di discordie tante,disse a Marsilio: — Abbi tu qui pensieroche fra questi guerrier non segua peggio,mentre all’altro disordine io proveggio. —
82Rodomonte, che ’l re, suo signor, mira,frena l’orgoglio, e torna indietro il passo;né con minor rispetto si ritiraal venir d’Agramante il re circasso.Quel domanda la causa di tant’iracon real viso e parlar grave e basso:e cerca, poi che n’ha compreso il tutto,porli d’accordo; e non vi fa alcun frutto.
83Il re circasso il suo destrier non vuolech’al re d’Algier piú lungamente resti,se non s’umilia tanto di parole,che lo venga a pregar che glie lo presti.Rodomonte, superbo come suole,gli risponde: — Né ’l ciel, né tu farestiche cosa che per forza aver potessi,da altri, che da me, mai conoscessi. —
84Il re chiede al Circasso, che ragioneha nel cavallo, e come gli fu tolto:e quel di parte in parte il tutto espone,et esponendo s’arrossisce in volto,quando gli narra che ’l sottil ladrone,ch’in un alto pensier l’aveva colto,la sella su quattro aste gli suffolse,e di sotto il destrier nudo gli tolse.
85Marfisa che tra gli altri al grido venne,tosto che ’l furto del cavallo udí,in viso si turbò, che le sovenneche perdé la sua spada ella quel dí:e quel destrier che parve aver le penneda lei fuggendo, riconobbe qui:riconobbe anco il buon re Sacripante,che non avea riconosciuto inante.
86Gli altri ch’erano intorno, e che vantarsiBrunel di questo aveano udito spesso,verso lui cominciaro a rivoltarsi,e far palesi cenni ch’era desso;Marfisa sospettando, ad informarsida questo e da quell’altro ch’avea appresso,tanto che venne a ritrovar che quelloche le tolse la spada era Brunello:
87e seppe che pel furto onde era degnoche gli annodasse il collo un capestro unto,dal re Agramante al tingitano regnofu, con esempio inusitato, assunto.Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno,disegnò vendicarsene a quel punto,e punir scherni e scorni che per stradafatti l’avea sopra la tolta spada.
88Dal suo scudier l’elmo allacciar si fece;che del resto de l’arme era guernita.Senza osbergo io non trovo che mai diecevolte fosse veduta alla sua vita,dal giorno ch’a portarlo assuefecela sua persona, oltre ogni fede ardita.Con l’elmo in capo andò dove fra i primiBrunel sedea negli argini sublimi.
89Gli diede a prima giunta ella di piglioin mezzo il petto, e da terra levollo,come levar suol col falcato artigliotalvolta la rapace aquila il pollo;e lá dove la lite inanzi al figlioera del re Troian, cosí portollo.Brunel, che giunto in male man si vede,pianger non cessa e domandar mercede.
90Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi,di che ’l campo era pien quasi ugualmente,Brunel, ch’ora pietade ora sussididomandando venía, cosí si sente,ch’al suono de’ ramarichi e de’ stridisi fa d’intorno accor tutta la gente.Giunta inanzi al re d’Africa, Marfisacon viso altier gli dice in questa guisa:
91— Io voglio questo ladro tuo vasallocon le mie mani impender per la gola,perché il giorno medesmo che ’l cavalloa costui tolle, a me la spada invola.Ma se gli è alcun che voglia dir ch’io fallo,facciasi inanzi e dica una parola;ch’in tua presenzia gli vo’ sostenereche se ne mente, e ch’io fo il mio dovere.
92Ma perché si potria forse imputarmec’ho atteso a farlo in mezzo a tante liti,mentre che questi piú famosi in armed’altre querele son tutti impediti;tre giorni ad impiccarlo io vo’ indugiarme:intanto o vieni, o manda chi l’aiti;che dopo, se non fia chi me lo vieti,farò di lui mille uccellacci lieti.
93Di qui presso a tre leghe a quella torreche siede inanzi ad un piccol boschetto,senza piú compagnia mi vado a porre,che d’una mia donzella e d’un valletto.S’alcuno ardisce di venirmi a tôrrequesto ladron, lá venga, ch’io l’aspetto. —Cosí disse ella; e dove disse, presetosto la via, né piú risposta attese.
94Sul collo inanzi del destrier si poneBrunel, che tuttavia tien per le chiome.Piange il misero e grida, e le persone,in che sperar solia, chiama per nome.Resta Agramante in tal confusïonedi questi intrichi, che non vede comepoterli sciorre; e gli par via piú greveche Marfisa Brunel cosí gli leve.
95Non che l’apprezzi o che gli porti amore,anzi piú giorni son che l’odia molto;e spesso ha d’impiccarlo avuto in core,dopo che gli era stato l’annel tolto.Ma questo atto gli par contra il suo onore,sí che n’avampa di vergogna in volto.Vuole in persona egli seguirla in fretta,e a tutto suo poter farne vendetta.
96Ma il re Sobrino, il quale era presente,da questa impresa molto il dissuade,dicendogli che mal convenïenteera all’altezza di sua maestade,se ben avesse d’esserne vincenteferma speranza e certa sicurtade:piú ch’onor, gli fia biasmo, che si dicach’abbia vinta una femina a fatica.
97Poco l’onore, e molto era il perigliod’ogni battaglia che con lei pigliasse;e che gli dava per miglior consiglio,che Brunello alle forche aver lasciasse;e se credesse ch’uno alzar di ciglioa torlo dal capestro gli bastasse,non dovea alzarlo, per non contradireche s’abbia la giustizia ad esequire.
98— Potrai mandare un che Marfisa prieghi(dicea) ch’in questo giudice ti faccia,con promission ch’al ladroncel si leghiil laccio al collo, e a lei si sodisfaccia;e quando anco ostinata te lo nieghi,se l’abbia, e il suo desir tutto compiaccia:pur che da tua amicizia non si spicchi,Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. —
99Il re Agramante volentier s’attenneal parer di Sobrin discreto e saggio;e Marfisa lasciò, che non le venne,né patí ch’altri andasse a farle oltraggio,né di farla pregare anco sostenne:e tolerò, Dio sa con che coraggio,per poter acchetar liti maggiori,e del suo campo tor tanti romori.
100Di ciò si ride la Discordia pazza,che pace o triegua omai piú teme poco.Scorre di qua e di lá tutta la piazza,né può trovar per allegrezza loco.La Superbia con lei salta e gavazza,e legne et esca va aggiungendo al fuoco:e grida sí, che fin ne l’alto regnomanda a Michel de la vittoria segno.
101Tremò Parigi e turbidossi Sennaall’alta voce, a quello orribil grido;rimbombò il suon fin alla selva Ardennasí che lasciâr tutte le fiere il nido.Udiron l’Alpi e il monte di Gebenna,di Blaia e d’Arli e di Roano il lido;Rodano e Sonna udí, Garonna e il Reno:si strinsero le madri i figli al seno.
102Son cinque cavallier c’han fisso il chiodod’essere i primi a terminar sua lite,l’una ne l’altra aviluppata in modo,che non l’avrebbe Apolline espedite.Commincia il re Agramante a sciorre il nodode le prime tenzon ch’aveva udite,che per la figlia del re Stordilanoeran tra il re di Scizia e il suo Africano.
103Il re Agramante andò per porre accordodi qua e di lá piú volte a questo e a quello,e a questo e a quel piú volte diè ricordoda signor giusto e da fedel fratello:e quando parimente trova sordol’un come l’altro, indomito e rubellodi volere esser quel che resti senzala donna da cui vien lor differenza:
104s’appiglia al fin, come a miglior partito,di che amendui si contentâr gli amanti,che de la bella donna sia maritol’uno de’ duo, quel che vuole essa inanti;e da quanto per lei sia stabilito,piú non si possa andar dietro né avanti.All’uno e all’altro piace il compromesso,sperando ch’esser debbia a favor d’esso.
105Il re di Sarza, che gran tempo primadi Mandricardo amava Doralice,et ella l’avea posto in su la cimad’ogni favor ch’a donna casta lice;che debba in util suo venire estimala gran sentenzia che ’l può far felice:né egli avea questa credenza solo,ma con lui tutto il barbaresco stuolo.
106Ognun sapea ciò ch’egli avea giá fattoper essa in giostre, in torniamenti, in guerra;e che stia Mandricardo a questo patto,dicono tutti che vaneggia et erra.Ma quel che piú fïate e piú di piattocon lei fu mentre il sol stava sotterra,e sapea quanto avea di certo in mano,ridea del popular giudicio vano.
107Poi lor convenzïon ratificaroin man del re quei duo prochi famosi,et indi alla donzella se n’andaro.Et ella abbassò gli occhi vergognosi,e disse che piú il Tartaro avea caro:di che tutti restâr maravigliosi;Rodomonte sí attonito e smarrito,che di levar non era il viso ardito.
108Ma poi che l’usata ira cacciò quellavergogna che gli avea la faccia tinta,ingiusta e falsa la sentenzia appella;e la spada impugnando, ch’egli ha cinta,dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch’ellagli dia perduta questa causa o vinta,e non l’arbitrio di femina lieveche sempre inchina a quel che men far deve.
109Di nuovo Mandricardo era risorto,dicendo: — Vada pur come ti pare: —sí che prima che ’l legno entrasse in porto,v’era a solcare un gran spazio di mare:se non che ’l re Agramante diede tortoa Rodomonte, che non può chiamarepiú Mandricardo per quella querela;e fe’ cadere a quel furor la vela.
110Or Rodomonte che notar si vededinanzi a quei signor di doppio scorno,dal suo re, a cui per riverenzia cede,e da la donna sua, tutto in un giorno,quivi non volse piú fermare il piede;e de la molta turba ch’avea intornoseco non tolse piú che duo sergenti,et uscí dei moreschi alloggiamenti.
111Come, partendo, afflitto tauro suole,che la giuvenca al vincitor cesso abbia,cercar le selve e le rive piú solelungi dai paschi, o qualche arrida sabbia;dove muggir non cessa all’ombra e al sole,né però scema l’amorosa rabbia:cosí sen va di gran dolor confusoil re d’Algier da la sua donna escluso.
112Per rïavere il buon destrier si mosseRuggier, che giá per questo s’era armato;ma poi di Mandricardo ricordosse,a cui de la battaglia era ubligato:non seguí Rodomonte, e ritornosseper entrar col re tartaro in steccatoprima che ’ntrasse il re di Sericana,che l’altra lite avea di Durindana.
113Veder tôrsi Frontin troppo gli pesadinanzi agli occhi, e non poter vietarlo;ma dato ch’abbia fine a questa impresa,ha ferma intenzïon di ricovrarlo.Ma Sacripante, che non ha contesa,come Ruggier, che possa distornarlo,e che non ha da far altro che questo,per l’orme vien di Rodomonte presto.
114E tosto l’avria giunto, se non eraun caso strano che trovò tra via,che lo fe’ dimorar fin alla sera,e perder le vestigie che seguia.Trovò una donna che ne la rivieradi Senna era caduta, e vi peria,s’a darle tosto aiuto non veniva:saltò ne l’acqua e la ritrasse a riva.
115Poi quando in sella volse risalire,aspettato non fu dal suo destriero,che fin a sera si fece seguire,e non si lasciò prender di leggiero:preselo al fin, ma non seppe venirepiú, donde s’era tolto dal sentiero:ducento miglia errò tra piano e monte,prima che ritrovasse Rodomonte.
116Dove trovollo, e come fu contesocon disvantaggio assai di Sacripante,come perdé il cavallo e restò preso,or non dirò; c’ho da narrarvi inantedi quanto sdegno e di quanta ira accesocontra la donna e contra il re Agramantedel campo Rodomonte si partisse,e ciò che contra all’uno e all’altro disse.
117Di cocenti sospir l’aria accendeadovunque andava il Saracin dolente:Ecco per la pietá che gli n’avea,da’ cavi sassi rispondea sovente.— Oh feminile ingegno (egli dicea),come ti volgi e muti facilmente,contrario oggetto proprio de la fede!Oh infelice, oh miser chi ti crede!
118Né lunga servitú, né grand’amoreche ti fu a mille prove manifesto,ebbono forza di tenerti il core,che non fossi a cangiarsi almen sí presto.Non perch’a Mandricardo inferïoreio ti paressi, di te privo resto;né so trovar cagione ai casi miei,se non quest’una, che femina sei.
119Credo che t’abbia la Natura e Dioprodutto, o scelerato sesso, al mondoper una soma, per un grave fiode l’uom, che senza te saria giocondo:come ha produtto anco il serpente rioe il lupo e l’orso, e fa l’aer fecondoe di mosche e di vespe e di tafani,e loglio e avena fa nascer tra i grani.
120Perché fatto non ha l’alma Natura,che senza te potesse nascer l’uomo,come s’inesta per umana cural’un sopra l’altro il pero, il sorbo e ’l pomo?Ma quella non può far sempre a misura:anzi, s’io vo’ guardar come io la nomo,veggo che non può far cosa perfetta,poi che Natura femina vien detta.
121Non siate però tumide e fastose,donne, per dir che l’uom sia vostro figlio;che de le spine ancor nascon le rose,e d’una fetida erba nasce il giglio:importune, superbe, dispettose,prive d’amor, di fede e di consiglio,temerarie, crudeli, inique, ingrate,per pestilenzia eterna al mondo nate. —
122Con queste et altre et infinite appressoquerele il re di Sarza se ne giva,or ragionando in un parlar sommesso,quando in un suon che di lontan s’udiva,in onta e in biasmo del femineo sesso:e certo da ragion si dipartiva;che per una o per due che trovi ree,che cento buone sien creder si dee.
123Se ben di quante io n’abbia fin qui amate,non n’abbia mai trovata una fedele,perfide tutte io non vo’ dir né ingrate,ma darne colpa al mio destin crudele.Molte or ne sono, e piú giá ne son state,che non dan causa ad uom che si querele;ma mia fortuna vuol che s’una riane sia tra cento, io di lei preda sia.
124Pur vo’ tanto cercar prima ch’io mora,anzi prima che ’l crin piú mi s’imbianchi,che forse dirò un dí, che per me ancoraalcuna sia che di sua fé non manchi.Se questo avvien (che di speranza fuoraio non ne son), non fia mai ch’io mi stanchidi farla, a mia possanza, glorïosacon lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.
125Il Saracin non avea manco sdegnocontra il suo re, che contra la donzella;e cosí di ragion passava il segno,biasmando lui, come biasmando quella.Ha disio di veder che sopra il regnogli cada tanto mal, tanta procella,ch’in Africa ogni casa si funesti,né pietra salda sopra pietra resti;
126e che spinto del regno, in duolo e in luttoviva Agramante misero e mendico:e ch’esso sia che poi gli renda il tutto,e lo riponga nel suo seggio antico,e de la fede sua produca il frutto;e gli faccia veder ch’un vero amicoa dritto e a torto esser dovea preposto,se tutto ’l mondo se gli fosse opposto.
127E cosí quando al re, quando alla donnavolgendo il cor turbato, il Saracinocavalca a gran giornate, e non assonna,e poco riposar lascia Frontino.Il dí seguente o l’altro in su la Sonnasi ritrovò, ch’avea dritto il caminoverso il mar di Provenza, con disegnodi navigare in Africa al suo regno.
128Di barche e di sottil legni era tuttofra l’una ripa e l’altra il fiume pieno,ch’ad uso de l’esercito conduttoda molti lochi vettovaglie avieno;perché in poter de’ Mori era ridutto,venendo da Parigi al lito amenod’Acquamorta, e voltando invêr la Spagna,ciò che v’è da man destra di campagna.
129Le vettovaglie in carra et in iumenti,tolte fuor de le navi, erano carche,e tratte con la scorta de le genti,ove venir non si potea con barche.Avean piene le ripe i grassi armentiquivi condotti da diverse marche;e i conduttori intorno alla rivieraper varii tetti albergo avean la sera.
130Il re d’Algier, perché gli sopravennequivi la notte e l’aer nero e cieco,d’un ostier paesan lo ’nvito tenne,che lo pregò che rimanesse seco.Adagiato il destrier, la mensa vennedi varii cibi e di vin corso e greco;che ’l Saracin nel resto alla moresca,ma volse far nel bere alla francesca.
131L’oste con buona mensa e miglior visostudiò di fare a Rodomonte onore;che la presenzia gli diè certo avisoch’era uomo illustre e pien d’alto valore:ma quel che da se stesso era diviso,né quella sera avea ben seco il core(che mal suo grado s’era ricondottoalla donna giá sua), non facea motto.
132Il buono ostier, che fu dei diligentiche mai si sien per Francia ricordati,quando tra le nimiche e strane gentil’albergo e’ beni suoi s’avea salvati,per servir quivi, alcuni suoi parenti,a tal servigio pronti, avea chiamati;de’ quai non era alcun di parlar oso,vedendo il Saracin muto e pensoso.
133Di pensiero in pensiero andò vagandoda se stesso lontano il pagan molto,col viso a terra chino, né levandosí gli occhi mai, ch’alcun guardasse in volto.Dopo un lungo star cheto, suspirando,sí come d’un gran sonno allora sciolto,tutto si scosse, e insieme alzò le ciglia,e voltò gli occhi all’oste e alla famiglia.
134Indi roppe il silenzio, e con sembiantipiú dolci un poco e viso men turbato,domandò all’oste e agli altri circonstantise d’essi alcuno avea mogliere a lato.Che l’oste e che quegli altri tutti quantil’aveano, per risposta gli fu dato.Domanda lor quel che ciascun si credede la sua donna nel servargli fede.
135Eccetto l’oste, fêr tutti risposta,che si credeano averle e caste e buone.Disse l’oste: — Ognun pur creda a sua posta;ch’io so ch’avete falsa opinïone.Il vostro sciocco credere vi costach’io stimi ognun di voi senza ragione;e cosí far questo signor deve anco,se non vi vuol mostrar nero per bianco.
136Perché, sí come è sola la fenice,né mai piú d’una in tutto il mondo vive,cosí né mai piú d’uno esser si dice,che de la moglie i tradimenti schive.Ognun si crede d’esser quel felice,d’esser quel sol ch’a questa palma arrive.Come è possibil che v’arrivi ognuno,se non ne può nel mondo esser piú d’uno?
137Io fui giá ne l’error che siete voi,che donna casta anco piú d’una fusse.Un gentilomo di Vinegia poi,che qui mia buona sorte giá condusse,seppe far sí con veri esempi suoi,che fuor de l’ignoranza mi ridusse.Gian Francesco Valerio era nomato;che ’l nome suo non mi s’è mai scordato.
138Le fraudi che le mogli e che l’amichesogliano usar, sapea tutte per conto:e sopra ciò moderne istorie e antiche,e proprie esperïenze avea sí in pronto,che mi mostrò che mai donne pudichenon si trovaro, o povere o di conto;e s’una casta piú de l’altra parse,venía, perché piú accorta era a celarse.
139E fra l’altre (che tante me ne disse,che non ne posso il terzo ricordarmi),sí nel capo una istoria mi si scrisse,che non si scrisse mai piú saldo in marmi:e ben parria a ciascuno che l’udisse,di queste rie quel ch’a me parve e parmi.E se, signor, a voi non spiace udire,a lor confusïon ve la vo’ dire. —
140Rispose il Saracin: — Che puoi tu farmi,che piú al presente mi diletti e piaccia,che dirmi istoria e qualche esempio darmiche con l’opinïon mia si confaccia?Perch’io possa udir meglio, e tu narrarmi,siedemi incontra, ch’io ti vegga in faccia. —Ma nel canto che segue io v’ho da direquel che fe’ l’oste a Rodomonte udire.
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