Orlando furioso (1928) — Canto 3
1Chi mi dará la voce e le paroleconvenïenti a sí nobil suggetto?chi l’ale al verso presterá, che voletanto ch’arrivi all’alto mio concetto?Molto maggior di quel furor che suole,ben or convien che mi riscaldi il petto;che questa parte al mio signor si debbe,che canta gli avi onde l’origine ebbe:
2di cui fra tutti li signori illustri,dal ciel sortiti a governar la terra,non vedi, o Febo, che ’l gran mondo lustri,piú glorïosa stirpe o in pace o in guerra;né che sua nobiltade abbia piú lustriservata, e servará (s’in me non erraquel profetico lume che m’inspiri)fin che d’intorno al polo il ciel s’aggiri.
3E volendone a pien dicer gli onori,bisogna non la mia, ma quella cetracon che tu dopo i gigantei furorirendesti grazia al regnator de l’etra.S’instrumenti avrò mai da te migliori,atti a sculpire in cosí degna pietra,in queste belle imagini disegnoporre ogni mia fatica, ogni mio ingegno.
4Levando intanto queste prime rudiscaglie n’andrò con lo scarpello inetto:forse ch’ancor con piú solerti studipoi ridurrò questo lavor perfetto.Ma ritorniamo a quello, a cui né scudipotran né usberghi assicurare il petto:parlo di Pinabello di Maganza,che d’uccider la donna ebbe speranza.
5Il traditor pensò che la donzellafosse ne l’alto precipizio morta;e con pallida faccia lasciò quellatrista e per lui contaminata porta,e tornò presto a rimontare in sella:e come quel ch’avea l’anima torta,per giunger colpa a colpa e fallo a fallo,di Bradamante ne menò il cavallo.
6Lascián costui, che mentre all’altrui vitaordisce inganno, il suo morir procura;e torniamo alla donna che, tradita,quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura.Poi ch’ella si levò tutta stordita,ch’avea percosso in su la pietra dura,dentro la porta andò, ch’adito davane la seconda assai piú larga cava.
7La stanza, quadra e spazïosa, pareuna devota e venerabil chiesa,che su colonne alabastrine e rarecon bella architettura era suspesa.Surgea nel mezzo un ben locato altare,ch’avea dinanzi una lampada accesa;e quella di splendente e chiaro focorendea gran lume all’uno e all’altro loco.
8Di devota umiltá la donna tocca,come si vide in loco sacro e pio,incominciò col core e con la bocca,inginocchiata, a mandar prieghi a Dio.Un picciol uscio intanto stride e crocca,ch’era all’incontro, onde una donna uscíodiscinta e scalza, e sciolte avea le chiome,che la donzella salutò per nome.
9E disse: — O generosa Bradamante,non giunta qui senza voler divino,di te piú giorni m’ha predetto inanteil profetico spirto di Merlino,che visitar le sue reliquie santedovevi per insolito camino:e qui son stata acciò ch’io ti riveliquel c’han di te giá statuito i cieli.
10Questa è l’antiqua e memorabil grottach’edificò Merlino, il savio magoche forse ricordare odi talotta,dove ingannollo la Donna del Lago.Il sepolcro è qui giú, dove corrottagiace la carne sua; dove egli, vagodi sodisfare a lei, che glil suase,vivo corcossi, e morto ci rimase.
11Col corpo morto il vivo spirto alberga,sin ch’oda il suon de l’angelica trombache dal ciel lo bandisca o che ve l’erga,secondo che sará corvo o colomba.Vive la voce; e come chiara emerga,udir potrai da la marmorea tomba,che le passate e le future cosea chi gli domandò, sempre rispose.
12Piú giorni son ch’in questo cimiteriovenni di remotissimo paese,perché circa il mio studio alto misteriomi facesse Merlin meglio palese:e perché ebbi vederti desiderio,poi ci son stata oltre il disegno un mese;che Merlin, che ’l ver sempre mi predisse,termine al venir tuo questo dí fisse. —
13Stassi d’Amon la sbigottita figliatacita e fissa al ragionar di questa;et ha sí pieno il cor di maraviglia,che non sa s’ella dorme o s’ella è desta:e con rimesse e vergognose ciglia(come quella che tutta era modesta)rispose: — Di che merito son io,ch’antiveggian profeti il venir mio? —
14E lieta de l’insolita aventura,dietro alla maga subito fu mossa,che la condusse a quella sepolturache chiudea di Merlin l’anima e l’ossa.Era quella arca d’una pietra dura,lucida e tersa, e come fiamma rossa;tal ch’alla stanza, ben che di sol priva,dava splendore il lume che n’usciva.
15O che natura sia d’alcuni marmiche muovin l’ombre a guisa di facelle,o forza pur di suffumigi e carmie segni impressi all’osservate stelle(come piú questo verisimil parmi),discopria lo splendor piú cose bellee di scultura e di color, ch’intornoil venerabil luogo aveano adorno.
16A pena ha Bradamante da la soglialevato il piè ne la secreta cella,che ’l vivo spirto da la morta spogliacon chiarissima voce le favella:— Favorisca Fortuna ogni tua voglia,o casta e nobilissima donzella,del cui ventre uscirá il seme fecondoche onorar deve Italia e tutto il mondo.
17L’antiquo sangue che venne da Troia,per li duo miglior rivi in te commisto,produrrá l’ornamento, il fior, la gioiad’ogni lignaggio ch’abbi il sol mai vistotra l’Indo e ’l Tago e ’l Nilo e la Danoia,tra quanto è ’n mezzo Antartico e Calisto.Ne la progenie tua con sommi onorisaran marchesi, duci e imperatori.
19I capitani e i cavallier robustiquindi usciran, che col ferro e col sennoricuperar tutti gli onor vetustide l’arme invitte alla sua Italia denno.Quindi terran lo scettro i signor giusti,che, come il savio Augusto e Numa fenno,sotto il benigno e buon governo lororitorneran la prima etá de l’oro.
19Acciò dunque il voler del ciel si mettain effetto per te, che di Ruggierot’ha per moglier fin da principio eletta,segue animosamente il tuo sentiero;che cosa non sará che s’intromettada poterti turbar questo pensiero,sí che non mandi al primo assalto in terraquel rio ladron ch’ogni tuo ben ti serra. —
20Tacque Merlino avendo cosí detto,et agio all’opre de la maga diede,ch’a Bradamante dimostrar l’aspettosi preparava di ciascun suo erede.Avea de spirti un gran numero eletto,non so se da l’inferno o da qual sede,e tutti quelli in un luogo raccoltisotto abiti diversi e varii volti.
21Poi la donzella a sé richiama in chiesa,lá dove prima avea tirato un cerchioche la potea capir tutta distesa,et avea un palmo ancora di superchio.E perché da li spirti non sia offesa,le fa d’un gran pentacolo coperchio;e le dice che taccia e stia a mirarla:poi scioglie il libro, e coi demoni parla.
22Eccovi fuor de la prima spelonca,che gente intorno al sacro cerchio ingrossa;ma, come vuole entrar, la via l’è tronca,come lo cinga intorno muro e fossa.In quella stanza, ove la bella concain sé chiudea del gran profeta l’ossa,entravan l’ombre, poi ch’avean tre voltefatto d’intorno lor debite volte.
23— Se i nomi e i gesti di ciascun vo’ dirti(dicea l’incantatrice a Bradamante),di questi ch’or per gl’incantati spirti,prima che nati sien, ci sono avante,non so veder quando abbia da espedirti;che non basta una notte a cose tante:sí ch’io te ne verrò scegliendo alcuno,secondo il tempo, e che sará oportuno.
24Vedi quel primo che ti rassimigliane’ bei sembianti e nel giocondo aspetto:capo in Italia fia di tua famiglia,del seme di Ruggiero in te concetto.Veder del sangue di Pontier vermigliaper mano di costui la terra aspetto,e vendicato il tradimento e il tortocontra quei che gli avranno il padre morto.
25Per opra di costui sará desertoil re de’ Longobardi Desiderio:d’Este e di Calaon per questo mertoil bel domino avrá dal sommo Imperio.Quel che gli è dietro, è il tuo nipote Uberto,onor de l’arme e del paese esperio:per costui contra barbari difesapiú d’una volta fia la santa Chiesa.
26Vedi qui Alberto, invitto capitanoch’ornerá di trofei tanti delubri:Ugo il figlio è con lui, che di Milanofará l’acquisto, e spiegherá i colubri.Azzo è quell’altro, a cui resterá in mano,dopo il fratello, il regno degl’Insubri.Ecco Albertazzo, il cui savio consigliotorrá d’Italia Beringario e il figlio;
27e sará degno a cui Cesare OtoneAlda, sua figlia, in matrimonio aggiunga.Vedi un altro Ugo: oh bella successione,che dal patrio valor non si dislunga!Costui sará, che per giusta cagioneai superbi Roman l’orgoglio emunga,che ’l terzo Otone e il pontefice tolgade le man loro, e ’l grave assedio sciolga.
28Vedi Folco, che par ch’al suo germano,ciò che in Italia avea, tutto abbi dato,e vada a possedere indi lontanoin mezzo agli Alamanni un gran ducato;e dia alla casa di Sansogna mano,che caduta sará tutta da un lato;e per la linea de la madre, erede,con la progenie sua la terrá in piede.
29Questo ch’or a nui viene è il secondo Azzo,di cortesia piú che di guerre amico,tra dui figli, Bertoldo et Albertazzo.Vinto da l’un sará il secondo Enrico,e del sangue tedesco orribil guazzoParma vedrá per tutto il campo aprico;de l’altro la contessa glorïosa,saggia e casta Matilde, sará sposa.
30Virtú il fará di tal connubio degno;ch’a quella etá non poca laude estimoquasi di mezza Italia in dote il regno,e la nipote aver d’Enrico primo.Ecco di quel Bertoldo il caro pegno,Rinaldo tuo, ch’avrá l’onor opimod’aver la Chiesa de le man riscossade l’empio Federico Barbarossa.
31Ecco un altro Azzo, et è quel che Veronaavrá in poter col suo bel tenitorio;e sará detto marchese d’Anconadal quarto Otone e dal secondo Onorio.Lungo sará s’io mostro ogni personadel sangue tuo, ch’avrá del consistorioil confalone, e s’io narro ogni impresavinta da lor per la romana Chiesa.
32Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi,ambi gli Enrichi, il figlio al padre a canto;duo Guelfi, di quai l’uno Umbria suggiughi,e vesta di Spoleti il ducal manto.Ecco che ’l sangue e le gran piaghe asciughid’Italia afflitta, e volga in riso il pianto:di costui parlo (e mostrolle Azzo quinto)onde Ezellin fia rotto, preso, estinto.
33Ezellino, immanissimo tiranno,che fia creduto figlio del demonio,fará, troncando i sudditi, tal danno,e distruggendo il bel paese ausonio,che pietosi apo lui stati sarannoMario, Silla, Neron, Caio et Antonio.E Federico imperator secondofia per questo Azzo rotto e messo al fondo.
34Terrá costui con piú felice scettrola bella terra che siede sul fiumedove chiamò con lacrimoso plettroFebo il figliuol ch’avea mal retto il lume,quando fu pianto il fabuloso elettro,e Cigno si vestí di bianche piume;e questa di mille oblighi mercedegli donerá l’Apostolica sede.
35Dove lascio il fratel Aldrobandino?che per dar al pontefice soccorsocontra Oton quarto e il campo ghibellinoche sará presso al Campidoglio corso,et avrá preso ogni luogo vicino,e posto agli Umbri e alli Piceni il morso;né potendo prestargli aiuto senzamolto tesor, ne chiederá a Fiorenza;
36e non avendo gioia o miglior pegni,per sicurtá daralle il frate in mano.Spiegherá i suoi vittorïosi segni,e romperá l’esercito germano;in seggio riporrá la Chiesa, e degnidará supplicii ai conti di Celano;et al servizio del sommo Pastorefinirá gli anni suoi nel piú bel fiore.
37Et Azzo, il suo fratel, lascierá erededel dominio d’Ancona e di Pisauro,d’ogni cittá che da Troento siedetra il mare e l’Apenin fin all’Isauro,e di grandezza d’animo e di fede,e di virtú, miglior che gemme et auro:che dona e tolle ogn’altro ben Fortuna;sol in virtú non ha possanza alcuna.
38Vedi Rinaldo, in cui non minor raggiosplenderá di valor, pur che non siaa tanta essaltazion del bel lignaggioMorte o Fortuna invidïosa e ria.Udirne il duol fin qui da Napoli aggio,dove del padre allor statico fia.Or Obizzo ne vien, che giovinettodopo l’avo sará principe eletto.
39Al bel dominio accrescerá costuiReggio giocondo e Modona feroce.Tal sará il suo valor, che signor luidomanderanno i populi a una voce.Vedi Azzo sesto, un de’ figliuoli sui,confalonier de la cristiana croce:avrá il ducato d’Andria con la figliadel secondo re Carlo di Siciglia.
40Vedi in un bello et amichevol groppode li principi illustri l’eccellenza:Obizzo, Aldrobandin, Nicolò zoppo,Alberto, d’amor pieno e di clemenza.Io tacerò, per non tenerti troppo,come al bel regno aggiungeran Favenza,e con maggior fermezza Adria, che valseda sé nomar l’indomite acque salse;
41come la terra, il cui produr di rosele diè piacevol nome in greche voci,e la cittá ch’in mezzo alle piscosepaludi, del Po teme ambe le foci,dove abitati le genti disïoseche ’l mar si turbi e sieno i venti atroci.Taccio d’Argenta, di Lugo e di millealtre castella e populose ville.
42Ve’ Nicolò, che tenero fanciulloil popul crea signor de la sua terra.e di Tideo fa il pensier vano e nullo,che contra lui le civil arme afferra.Sará di questo il pueril trastullosudar nel ferro e travagliarsi in guerra;e da lo studio del tempo primieroil fior riuscirá d’ogni guerriero.
43Fará de’ suoi ribelli uscire a vòtoogni disegno, e lor tornare in danno;et ogni stratagema avrá sí noto,che sará duro il poter fargli inganno.Tardi di questo s’avedrá il terzo Oto,e di Reggio e di Parma aspro tiranno,che da costui spogliato a un tempo fiae del dominio e de la vita ria.
44Avrá il bel regno poi sempre augumentosenza torcer mai piè dal camin dritto;né ad alcuno fará mai nocumento,da cui prima non sia d’ingiuria afflitto:et è per questo il gran Motor contentoche non gli sia alcun termine prescritto;ma duri prosperando in meglio sempre,fin che si volga il ciel ne le sue tempre.
45Vedi Leonello, e vedi il primo duce,fama de la sua etá, l’inclito Borso,che siede in pace, e più trionfo adducedi quanti in altrui terre abbino corso.Chiuderá Marte ove non veggia luce,e stringerá al Furor le mani al dorso.Di questo signor splendido ogni intentosará che ’l popul suo viva contento.
46Ercole or vien, ch’al suo vicin rinfaccia,col piè mezzo arso e con quei debol passi,come a Budrio col petto e con la facciail campo volto in fuga gli fermassi;non perché in premio poi guerra gli faccia,né, per cacciarlo, fin nel Barco passi.Questo è il signor, di cui non so esplicarmese fia maggior la gloria o in pace o in arme.
47Terran Pugliesi, Calabri e Lucanide’ gesti di costui lunga memoria,lá dove avrá dal re de’ Catalanidi pugna singular la prima gloria;e nome tra gl’invitti capitanis’acquisterá con piú d’una vittoria:avrá per sua virtú la signoria,piú di trenta anni a lui debita pria.
48E quanto piú aver obligo si possaa principe, sua terra avrá a costui;non perché fia de le paludi mossatra campi fertilissimi da lui;non perché la fará con muro e fossameglio capace a’ cittadini sui,e l’ornará di templi e di palagi,di piazze, di teatri e di mille agi;
49non perché dagli artigli de l’audacealigero Leon terrá difesa;non perché, quando la gallica faceper tutto avrá la bella Italia accesa,si stará sola col suo stato in pace,e dal timore e dai tributi illesa;non sí per questi et altri beneficisaran sue genti ad Ercol debitrici:
50quanto che dará lor l’inclita prole,il giusto Alfonso e Ippolito benigno,che saran quai l’antiqua fama suolenarrar de’ figli del Tindareo cigno,ch’alternamente si privan del soleper trar l’un l’altro de l’aer maligno.Sará ciascuno d’essi e pronto e fortel’altro salvar con sua perpetua morte.
51Il grande amor di questa bella coppiarenderá il popul suo via piú sicuro,che se, per opra di Vulcan, di doppiacinta di ferro avesse intorno il muro.Alfonso è quel che col saper accoppiasí la bontá, ch’al secolo futurola gente crederá che sia dal cielotornata Astrea dove può il caldo e il gielo.
52A grande uopo gli fia l’esser prudente,e di valore assimigliarsi al padre;che si ritroverá, con poca gente,da un lato aver le veneziane squadre,colei da l’altro, che piú giustamentenon so se devrá dir matrigna o madre;ma se pur madre, a lui poco piú pia,che Medea ai figli o Progne stata sia.
53E quante volte uscirá giorno o nottecol suo popul fedel fuor de la terra,tante sconfitte e memorabil rottedará a’ nimici o per acqua o per terra.Le genti di Romagna mal condotte,contra i vicini e lor giá amici, in guerra,se n’avedranno, insanguinando il suoloche serra il Po, Santerno e Zannïolo.
54Nei medesmi confini anco saprallodel gran Pastore il mercenario Ispano,che gli avrá dopo con poco intervallola Bastía tolta, e morto il castellano,quando l’avrá giá preso; e per tal fallonon fia, dal minor fante al capitano,che del racquisto e del presidio uccisoa Roma riportar possa l’aviso.
55Costui sará, col senno e con la lancia,ch’avrá l’onor, nei campi di Romagna,d’aver dato all’esercito di Franciala gran vittoria contra Iulio e Spagna.Nuoteranno i destrier fin alla pancianel sangue uman per tutta la campagna;ch’a sepelire il popul verrá mancotedesco, ispano, greco, italo e franco.
56Quel ch’in pontificale abito imprimedel purpureo capel la sacra chioma,è il liberal, magnanimo, sublime,gran Cardinal de la Chiesa di RomaIppolito, ch’a prose, a versi, a rimedará materia eterna in ogni idioma;la cui fiorita etá vuol il ciel iustoch’abbia un Maron, come un altro ebbe Augusto.
57Adornerá la sua progenie bella,come orna il sol la machina del mondomolto piú de la luna e d’ogni stella;ch’ogn’altro lume a lui sempre è secondo.Costui con pochi a piedi e meno in sellaveggio uscir mesto, e poi tornar iocondo;che quindici galee mena captive,oltra mill’altri legni, alle sue rive.
58Vedi poi l’uno e l’altro Sigismondo.Vedi d’Alfonso i cinque figli cari,alla cui fama ostar, che di sé il mondonon empia, i monti non potran né i mari:gener del re di Francia, Ercol secondoè l’un; quest’altro (acciò tutti gl’impari)Ippolito è, che non con minor raggioche ’l zio, risplenderá nel suo lignaggio;
59Francesco, il terzo; Alfonsi gli altri duiambi son detti. Or, come io dissi prima,s’ho da mostrarti ogni tuo ramo, il cuivalor la stirpe sua tanto sublima,bisognerá che si rischiari e abbuipiú volte prima il ciel, ch’io te li esprima:e sará tempo ormai, quando ti piaccia,ch’io dia licenzia all’ombre, e ch’io mi taccia. —
60Cosí con voluntá de la donzellala dotta incantatrice il libro chiuse.Tutti gli spirti allora ne la cellaspariro in fretta, ove eran l’ossa chiuse.Qui Bradamante, poi che la favellale fu concessa usar, la bocca schiuse,e domandò: — Chi son li dua sí tristi,che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?
61Veniano sospirando, e gli occhi bassiparean tener d’ogni baldanza privi;e gir lontan da loro io vedea i passidei frati sí, che ne pareano schivi. —Parve ch’a tal domanda si cangiassila maga in viso, e fe’ degli occhi rivi,e gridò: — Ah sfortunati, a quanta penalungo instigar d’uomini rei vi mena!
62O bona prole, o degna d’Ercol buono,non vinca il lor fallir vostra bontade:di vostro sangue i miseri pur sono:qui ceda la iustizia alla pietade. —Indi soggiunse con piú basso suono:— Di ciò dirti piú inanzi non accade.Statti col dolcie in bocca, e non ti dogliach’amareggiare al fin non te la voglia.
63Tosto che spunti in ciel la prima luce,piglierai meco la piú dritta viach’al lucente castel d’acciai’ conduce,dove Ruggier vive in altrui balía.Io tanto ti sarò compagna e duce,che tu sia fuor de l’aspra selva ria:t’insegnerò, poi che saren sul mare,sí ben la via, che non potresti errare. —
64Quivi l’audace giovane rimasetutta la notte, e gran pezzo ne spesea parlar con Merlin, che le suaserendersi tosto al suo Ruggier cortese.Lasciò di poi le sotterranee case,che di nuovo splendor l’aria s’accese,per un camin gran spazio oscuro e cieco,avendo la spirtal femina seco.
65E riusciro in un burrone ascosotra monti inaccessibili alle genti;e tutto ’l dí senza pigliar ripososaliron balze e traversâr torrenti.E perché men l’andar fosse noioso,di piacevoli e bei ragionamenti,di quel che fu piú conferir soave,l’aspro camin facean parer men grave:
66di quali era però la maggior parte,ch’a Bradamante vien la dotta magamostrando con che astuzia e con qual arteproceder de’, se di Ruggiero è vaga.— Se tu fossi (dicea) Pallade o Marte,e conducessi gente alla tua pagapiú che non ha il re Carlo e il re Agramante,non dureresti contra il negromante;
67che, oltre che d’acciar murata siala ròcca inespugnabile, e tant’alta;oltre che ’l suo destrier si faccia viaper mezzo l’aria, ove galoppa e salta;ha lo scudo mortal, che come priasi scopre, il suo splendor sí gli occhi assalta,la vista tolle, e tanto occupa i sensi,che come morto rimaner conviensi.
68E se forse ti pensi che ti vagliacombattendo tener serrati gli occhi,come potrai saper ne la battagliaquando ti schivi, o l’aversario tocchi?Ma per fuggire il lume ch’abbarbaglia,e gli altri incanti di colui far sciocchi,ti mostrerò un rimedio, una via presta;né altra in tutto ’l mondo è se non questa.
69Il re Agramante d’Africa uno annello,che fu rubato in India a una regina,ha dato a un suo baron detto Brunello,che poche miglia inanzi ne camina;di tal virtú, che chi nel dito ha quello,contra il mal degl’incanti ha medicina.Sa de furti e d’inganni Brunel, quantocolui, che tien Ruggier, sappia d’incanto.
70Questo Brunel sí pratico e sí astuto,come io ti dico, è dal suo re mandatoacciò che col suo ingegno e con l’aiutodi questo annello, in tal cose provato,di quella ròcca dove è ritenuto,traggia Ruggier, che cosí s’è vantato,et ha cosí promesso al suo signore,a cui Ruggiero è piú d’ogn’altro a core.
71Ma perché il tuo Ruggiero a te sol abbia,e non al re Agramante, ad obligarsiche tratto sia de l’incantata gabbia,t’insegnerò il remedio che de’ usarsi.Tu te n’andrai tre dí lungo la sabbiadel mar, ch’è oramai presso a dimostrarsi;il terzo giorno in un albergo tecoarriverá costui c’ha l’annel seco.
72La sua statura, acciò tu lo conosca,non è sei palmi; et ha il capo ricciuto;le chiome ha nere, et ha la pelle fosca;pallido il viso, oltre il dover barbuto;gli occhi gonfiati e guardatura losca;schiacciato il naso, e ne le ciglia irsuto;l’abito, acciò ch’io lo dipinga intero,è stretto e corto, e sembra di corriero.
73Con esso lui t’accaderá soggettodi ragionar di quelli incanti strani:mostra d’aver, come tu avra’ in effetto,disio che ’l mago sia teco alle mani;ma non monstrar che ti sia stato dettodi quel suo annel che fa gl’incanti vani.Egli t’offerirá mostrar la viafin alla ròcca, e farti compagnia.
74Tu gli va dietro: e come t’avicinia quella ròcca sí ch’ella si scopra,dágli la morte; né pietá t’inchiniche tu non metta il mio consiglio in opra.Né far ch’egli il pensier tuo s’indovini,e ch’abbia tempo che l’annel lo copra;perché ti spariria dagli occhi, tostoch’in bocca il sacro annel s’avesse posto. —
75Cosí parlando, giunsero sul mare,dove presso a Bordea mette Garonna.Quivi, non senza alquanto lagrimare,si dipartí l’una da l’altra donna.La figliuola d’Amon, che per slegaredi prigione il suo amante non assonna,caminò tanto, che venne una seraad uno albergo, ove Brunel prim’era.
76Conosce ella Brunel come lo vede,di cui la forma avea sculpita in mente:onde ne viene, ove ne va, gli chiede;quel le risponde, e d’ogni cosa mente.La donna, giá prevista, non gli cedein dir menzogne, e simula ugualmentee patria e stirpe e setta e nome e sesso;e gli volta alle man pur gli occhi spesso.
77Gli va gli occhi alle man spesso voltando,in dubbio sempre esser da lui rubata;né lo lascia venir troppo accostando,di sua condizïon bene informata.Stavano insieme in questa guisa, quandol’orecchia da un rumor lor fu intruonata.Poi vi dirò, Signor, che ne fu causa,ch’avrò fatto al cantar debita pausa.
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