Orlando furioso (1928) — Canto 39
1L’affanno di Ruggier ben veramenteè sopra ogn’altro duro, acerbo e forte,di cui travaglia il corpo, e piú la mente,poi che di due fuggir non può una morte;o da Rinaldo, se di lui possentefia meno, o se fia piú, da la consorte:che se ’l fratel le uccide, sa ch’incorrene l’odio suo, che piú che morte aborre.
2Rinaldo, che non ha simil pensiero,in tutti i modi alla vittoria aspira:mena de l’azza dispettoso e fiero;quando alle braccia e quando al capo mira.Volteggiando con l’asta il buon Ruggieroribatte il colpo, e quinci e quindi gira;e se percuote pur, disegna locoove possa a Rinaldo nuocer poco.
3Alla piú parte dei signor paganitroppo par disegual esser la zuffa:troppo è Ruggier pigro a menar le mani,troppo Rinaldo il giovine ribuffa.Smarrito in faccia il re degli Africanimira l’assalto, e ne sospira e sbuffa:et accusa Sobrin, da cui procedetutto l’error, che ’l mal consiglio diede.
4Melissa in questo tempo, ch’era fontedi quanto sappia incantatore o mago,avea cangiata la feminil fronte,e del gran re d’Algier presa l’imago:sembrava al viso, ai gesti Rodomonte,e parea armata di pelle di drago;e tal lo scudo e tal la spada al fiancoavea, quale usava egli, e nulla manco.
5Spinse il demonio inanzi al mesto figliodel re Troiano, in forma di cavallo;e con gran voce e con turbato cigliodisse: — Signor, questo è pur troppo fallo,ch’un giovene inesperto a far periglio,contra un sí forte e sí famoso Galloabbiate eletto in cosa di tal sorte,che ’l regno e l’onor d’Africa n’importe.
6Non si lassi seguir questa battaglia,che ne sarebbe in troppo detrimento.Su Rodomonte sia, né ve ne caglia,l’avere il patto rotto e ’l giuramento.Dimostri ognun come sua spada taglia:poi ch’io ci sono, ognun di voi val cento. —Poté questo parlar sí in Agramante,che senza piú pensar si cacciò inante.
7Il creder d’aver seco il re d’Algierifece che si curò poco del patto;e non avria di mille cavallierigiunti in suo aiuto sí gran stima fatto.Perciò lancie abbassar, spronar destrieridi qua di lá veduto fu in un tratto.Melissa, poi che con sue finte larvela battaglia attaccò, subito sparve.
8I duo campion che vedeno turbarsicontra ogni accordo, contra ogni promessa,senza piú l’un con l’altro travagliarsi,anzi ogni ingiuria avendosi rimessa,fede si dan, né qua né lá impacciarsi,fin che la cosa non sia meglio espressa,chi stato sia che i patti ha rotto inante,o ’l vecchio Carlo, o ’l giovene Agramante.
9E replican con nuovi giuramentid’esser nimici a chi mancò di fede.Sozzopra se ne van tutte le genti:chi porta inanzi e chi ritorna il piede.Chi sia fra i vili, e chi tra i piú valentiin un atto medesimo si vede:son tutti parimente al correr presti;ma quei corrono inanzi, e indietro questi.
10Come levrier che la fugace feracorrere intorno et aggirarsi mira,né può con gli altri cani andare in schiera,che ’l cacciator lo tien, si strugge d’ira,si tormenta, s’affligge e si dispera,schiattisce indarno, e si dibatte e tira;cosí sdegnosa infin allora stataMarfisa era quel dí con la cognata.
11Fin a quell’ora avean quel dí vedutesí ricche prede in spazïoso piano;e che fosser dal patto ritenutedi non poter seguirle e porvi mano,ramaricate s’erano e dolute,e n’avean molto sospirato invano.Or che i patti e le triegue vider rotte,liete saltâr ne l’africane frotte.
12Marfisa cacciò l’asta per lo pettoal primo che scontrò, due braccia dietro:poi trasse il brando, e in men che non l’ho detto,spezzò quattro elmi, che sembrâr di vetro.Bradamante non fe’ minore effetto;ma l’asta d’or tenne diverso metro:tutti quei che toccò, per terra mise;duo tanti fur, né però alcuno uccise.
13Questo sí presso l’una all’altra fêro,che testimonie se ne fur tra loro;poi si scostaro, et a ferir si diero,ove le trasse l’ira, il popul Moro.Chi potrá conto aver d’ogni guerrieroch’a terra mandi quella lancia d’oro?o d’ogni testa che tronca o divisasia da la orribil spada di Marfisa?
14Come al soffiar de’ piú benigni venti,quando Apennin scuopre l’erbose spalle,muovonsi a par duo turbidi torrentiche nel cader fan poi diverso calle;svellono i sassi e gli arbori eminentida l’alte ripe, e portan ne la vallele biade e i campi; e quasi a gara fannoa chi far può nel suo camin piú danno:
15cosí le due magnanime guerriere,scorrendo il campo per diversa strada,gran strage fan ne l’africane schiere,l’una con l’asta, e l’altra con la spada.Tiene Agramante a pena alle bandierela gente sua, ch’in fuga non ne vada.Invan domanda, invan volge la fronte;né può saper che sia di Rodomonte.
16A conforto di lui rotto avea il patto(cosí credea) che fu solennemente,i dèi chiamando in testimonio, fatto;poi s’era dileguato sí repente.Né Sobrin vede ancor: Sobrin ritrattoin Arli s’era, e dettosi innocente;perché di quel pergiuro aspra vendettasopra Agramante il dí medesmo aspetta.
17Marsilio anco è fuggito ne la terra:sí la religïon gli preme il core.Perciò male Agramante il passo serraa quei che mena Carlo imperatore,d’Italia, di Lamagna e d’Inghilterra,che tutte gente son d’alto valore;et hanno i paladin sparsi tra loro,come le gemme in un riccamo d’oro:
18e presso ai paladini alcun perfettoquanto esser possa al mondo cavalliero,Guidon Selvaggio, l’intrepido petto,e i duo famosi figli d’Oliviero.Io non voglio ridir, ch’io l’ho giá detto,di quel par di donzelle ardito e fiero.Questi uccidean di genti saracinetanto, che non v’è numero né fine.
19Ma differendo questa pugna alquanto,io vo’ passar senza navilio il mare.Non ho con quei di Francia da far tanto,ch’io non m’abbia d’Astolfo a ricordare.La grazia che gli diè l’apostol santoio v’ho giá detto, e detto aver mi pare,che ’l re Branzardo e il re de l’Algazeraper girli incontra armasse ogni sua schiera.
20Furon di quei ch’aver poteano in fretta,le schiere di tutta Africa raccolte,non men d’inferma etá che di perfetta;quasi ch’ancor le femine fur tolte.Agramante ostinato alla vendettaavea giá vòta l’Africa due volte.Poche genti rimase erano, e quelleesercito facean timido e imbelle.
21Ben lo mostrâr; che gli nimici a penavider lontan, che se n’andaron rotti.Astolfo, come pecore, li menadinanzi ai suoi di guerreggiar piú dotti,e fa restarne la campagna piena:pochi a Biserta se ne son ridotti.Prigion rimase Bucifar gagliardo;salvossi ne la terra il re Branzardo,
22via piú dolente sol di Bucifaro,che se tutto perduto avesse il resto.Biserta è grande, e farle gran riparobisogna, e senza lui mal può far questo:poterlo riscattar molto avria caro.Mentre vi pensa e ne sta afflitto e mesto,gli viene in mente come tien prigionegiá molti mesi il paladin Dudone.
23Lo prese sotto a Monaco in rivierail re di Sarza nel primo passaggio.Da indi in qua prigion sempre stato eraDudon che del Danese fu lignaggio.Mutar costui col re de l’Algazerapensò Branzardo, e ne mandò messaggioal capitan de’ Nubi, perché inteseper vera spia, ch’egli era Astolfo inglese.
24Essendo Astolfo paladin, comprendeche dee aver caro un paladino sciorre.Il gentil duca, come il caso intende,col re Branzardo in un voler concorre.Liberato Dudon, grazie ne rendeal duca, e seco si mette a disporrele cose che appertengono alla guerra,cosí quelle da mar, come da terra.
25Avendo Astolfo esercito infinitoda non gli far sette Afriche difesa;e rammentando come fu ammonitodal santo vecchio che gli diè l’impresadi tor Provenza e d’Acquamorta il litodi man di Saracin che l’avean presa;d’una gran turba fece nuova eletta,quella ch’al mar gli parve manco inetta.
26Et avendosi piene ambe le palme,quanto potean capir, di varie frondea lauri, a cedri tolte, a olive, a palme,venne sul mare, e le gittò ne l’onde.Oh felici, e dal ciel ben dilette alme!Grazia che Dio raro a’ mortali infonde!Oh stupendo miracolo che nacquedi quelle frondi, come fur ne l’acque!
27Crebbero in quantitá fuor d’ogni stima;si feron curve e grosse e lunghe e gravi;le vene ch’attraverso aveano prima,mutaro in dure spranghe e in grosse travi:e rimanendo acute invêr la cima,tutte in un tratto diventaro navidi differenti qualitadi, e tante,quante raccolte fur da varie piante.
28Miracol fu veder le fronde sparteprodur fuste, galee, navi da gabbia.Fu mirabile ancor, che vele e sartee remi avean, quanto alcun legno n’abbia.Non mancò al duca poi chi avesse l’artedi governarsi alla ventosa rabbia;che di Sardi e di Corsi non remoti,nocchier, padron, pennesi ebbe e piloti.
29Quelli che entraro in mar, contati fôroventiseimila, e gente d’ogni sorte.Dudon andò per capitano loro,cavallier saggio, e in terra e in acqua forte.Stava l’armata ancora al lito moro,miglior vento aspettando, che la porte,quando un navilio giunse a quella riva,che di presi guerrier carco veniva.
30Portava quei ch’al periglioso ponte,ove alle giostre il campo era sí stretto,pigliato avea l’audace Rodomonte,come piú volte io v’ho di sopra detto.Il cognato tra questi era del conte,e ’l fedel Brandimarte e Sansonetto,et altri ancor, che dir non mi bisogna,d’Alemagna, d’Italia e di Guascogna.
31Quivi il nocchier, ch’ancor non s’era accortodegli inimici, entrò con la galea,lasciando molte miglia a dietro il portod’Algieri, ove calar prima volea,per un vento gagliardo ch’era sorto,e spinto oltre il dover la poppa avea.Venir tra i suoi credette e in loco fido,come vien Progne al suo loquace nido.
32Ma come poi l’imperïale augello,i gigli d’oro e i pardi vide appresso,restò pallido in faccia, come quelloche’l piede incauto d’improviso ha messosopra il serpente venenoso e fello,dal pigro sonno in mezzo l’erbe oppresso;che spaventato e smorto si ritira,fuggendo quel, ch’è pien di tòsco e d’ira.
33Giá non poté fuggir quindi il nocchiero,né tener seppe i prigion suoi di piatto.Con Brandimarte fu, con Oliviero,con Sansonetto e con molti altri trattoove dal duca e dal figliuol d’Uggierofu lieto viso agli suo’ amici fatto;e per mercede lui che li condusse,volson che condannato al remo fusse.
34Come io vi dico, dal figliuol d’Otonei cavallier cristian furon ben visti,e di mensa onorati al padiglione,d’arme e di ciò che bisognò provisti.Per amor d’essi differí Dudonel’andata sua; che non minori acquistidi ragionar con tai baroni estima,che d’esser gito uno o duo giorni prima.
35In che stato, in che termine si trovee Francia e Carlo, instruzïon vera ebbe;e dove piú sicuramente, e dove,per far miglior effetto, calar debbe.Mentre da lor venía intendendo nuove,s’udí un rumor che tuttavia piú crebbe;e un dar all’arme ne seguí sí fiero,che fece a tutti far piú d’un pensiero.
36Il duca Astolfo e la compagnia bella,che ragionando insieme si trovaro,in un momento armati furo e in sella,e verso il maggior grido in fretta andaro,di qua di lá cercando pur novelladi quel romore; e in loco capitaro,ove videro un uom tanto feroce,che nudo e solo a tutto ’l campo nuoce.
37Menava un suo baston di legno in volta,che era sí duro e sí grave e sí fermo,che declinando quel, facea ogni voltacader in terra un uom peggio ch’infermo.Giá a piú di cento avea la vita tolta;né piú se gli facea riparo o schermo,se non tirando di lontan saette:d’appresso non è alcun giá che l’aspette.
38Dudone, Astolfo, Brandimarte, essendocorsi in fretta al romore, et Oliviero,de la gran forza e del valor stupendostavan maravigliosi di quel fiero;quando venir s’un palafren correndovidero una donzella in vestir nero,che corse a Brandimarte e salutollo,e gli alzò a un tempo ambe le braccia al collo.
39Questa era Fiordiligi, che sí accesoavea d’amor per Brandimarte il core,che quando al ponte stretto il lasciò preso,vicina ad impazzar fu di dolore.Di lá dal mare era passata, intesoavendo dal pagan che ne fu autore,che mandato con molti cavallieriera prigion ne la cittá d’Algieri.
40Quando fu per passare, avea trovatoa Marsilia una nave di Levante,ch’un vecchio cavalliero avea portatode la famiglia del re Monodante;il qual molte provincie avea cercato,quando per mar, quando per terra errante,per trovar Brandimarte; che nuova ebbetra via di lui, ch’in Francia il troverebbe.
41Et ella, conosciuto che Bardinoera costui, Bardino che rapitoal padre Brandimarte piccolino,et a Ròcca Silvana avea notrito,e la cagione intesa del camino,seco fatto l’avea scioglier dal lito,avendogli narrato in che manieraBrandimarte passato in Africa era.
42Tosto che furo a terra, udîr le nuove,ch’assediata d’Astolfo era Biserta:che seco Brandimarte si ritroveudito avean, ma non per cosa certa.Or Fiordiligi in tal fretta si muove,come lo vede, che ben mostra apertaquella allegrezza ch’i precessi guaile fêro la maggior ch’avesse mai.
43Il gentil cavallier, non men giocondodi veder la diletta e fida mogliech’amava piú che cosa altra del mondo,l’abraccia e stringe e dolcemente accoglie:né per saziare al primo né al secondoné al terzo bacio era l’accese voglie;se non ch’alzando gli occhi ebbe vedutoBardin che con la donna era venuto.
44Stese le mani, et abbracciar lo volle,e insieme domandar perché venía;ma di poterlo far tempo gli tolleil campo ch’in disordine fuggiadinanzi a quel baston che ’l nudo follemenava intorno, e gli facea dar via.Fiordiligi mirò quel nudo in fronte,e gridò a Brandimarte: — Eccovi il conte! —
45Astolfo tutto a un tempo, ch’era quivi,che questo Orlando fosse, ebbe paleseper alcun segno che dai vecchi divisu nel terrestre paradiso intese.Altrimente restavan tutti prividi cognizion di quel signor cortese;che per lungo sprezzarsi, come stolto,avea di fera, piú che d’uomo, il volto.
46Astolfo per pietá che gli tradissepetto e il cor, si volse lacrimando;et a Dudon (che gli era appresso) disse,et indi ad Oliviero: — Eccovi Orlando! —Quei gli occhi alquanto e le palpèbre fissetenendo in lui, l’andâr raffigurando;e ’l ritrovarlo in tal calamitade,gli empí di maraviglia e di pietade.
47Piangeano quei signor per la piú parte:sí lor ne dolse, e lor ne ’ncrebbe tanto.— Tempo è (lor disse Astolfo) trovar artedi risanarlo, e non di fargli il pianto. —E saltò a piedi, e cosí Brandimarte,Sansonetto, Oliviero e Dudon santo;e s’aventaro al nipote di Carlotutti in un tempo; che volean pigliarlo.
48Orlando che si vide fare il cerchio,menò il baston da disperato e folle;et a Dudon che si facea coperchioal capo de lo scudo et entrar volle,fe’ sentir ch’era grave di soperchio:e se non che Olivier col brando tolleparte del colpo, avria il bastone ingiustorotto lo scudo, l’elmo, il capo e il busto.
49Lo scudo roppe solo, e su l’elmettotempestò sí, che Dudon cadde in terra.Menò la spada a un tempo Sansonetto;e del baston piú di duo braccia afferracon valor tal, che tutto il taglia netto.Brandimarte ch’adosso se gli serra,gli cinge i fianchi, quanto può, con ambele braccia, e Astolfo il piglia ne le gambe.
50Scuotesi Orlando, e lungi dieci passida sé l’Inglese fe’ cader riverso:non fa però che Brandimarte il lassi,che con piú forza l’ha preso a traverso.Ad Olivier che troppo inanzi fassi,menò un pugno sí duro e sí perverso,che lo fe’ cader pallido et esangue,e dal naso e dagli occhi uscirgli il sangue.
51E se non era l’elmo piú che buono,ch’avea Olivier, l’avria quel pugno ucciso:cadde però, come se fatto donoavesse de lo spirto al paradiso.Dudone e Astolfo che levati sono,ben che Dudone abbia gonfiato il viso,e Sansonetto che ’l bel colpo ha fatto,adosso a Orlando son tutti in un tratto.
52Dudon con gran vigor dietro l’abbraccia,pur tentando col piè farlo cadere:Astolfo e gli altri gli han prese le braccia,né lo puon tutti insieme anco tenere.C’ha visto toro a cui si dia la caccia,e ch’alle orecchie abbia le zanne fiere,correr mugliando, e trarre ovunque correi cani seco, e non potersi sciorre;
53imagini ch’Orlando fosse tale,che tutti quei guerrier seco traea.In quel tempo Olivier di terra sale,lá dove steso il gran pugno l’avea;e visto che cosí si potea malefar di lui quel ch’Astolfo far volea,si pensò un modo, et ad effetto il messe,di far cader Orlando, e gli successe.
54Si fe’ quivi arrecar piú d’una fune,e con nodi correnti adattò presto;et alle gambe et alle braccia alcunefe’ porre al conte, et a traverso il resto.Di quelle i capi poi partí in commune,e li diede a tenere a quello e a questo.Per quella via che maniscalco atterracavallo o bue, fu tratto Orlando in terra.
55Come egli è in terra, gli son tutti adosso,e gli legan piú forte e piedi e mani.Assai di qua di lá s’è Orlando scosso,ma sono i suoi risforzi tutti vani.Commanda Astolfo che sia quindi mosso,che dice voler far che si risani.Dudon ch’è grande, il leva in su le schene,e porta al mar sopra l’estreme arene.
56Lo fa lavar Astolfo sette volte,e sette volte sotto acqua l’attuffa;sí che dal viso e da le membra stolteleva la brutta rugine e la muffa:poi con certe erbe, a questo effetto colte,la bocca chiuder fa, che soffia e buffa;che non volea ch’avesse altro meatoonde spirar, che per lo naso, il fiato.
57Aveasi Astolfo apparecchiato il vasoin che il senno d’Orlando era rinchiuso;e quello in modo appropinquògli al naso,che nel tirar che fece il fiato in suso,tutto il votò: maraviglioso caso!che ritornò la mente al primier uso;e ne’ suoi bei discorsi l’intellettorivenne, piú che mai lucido e netto.
58Come chi da noioso e grave sonno,ove o vedere abominevol formedi mostri che non son, né ch’esser ponno,o gli par cosa far strana et enorme,ancor si maraviglia, poi che donnoè fatto de’ suoi sensi, e che non dorme;cosí, poi che fu Orlando d’error tratto,restò maraviglioso e stupefatto.
59E Brandimarte, e il fratel d’Aldabella,e quel che ’l senno in capo gli ridusse,pur pensando riguarda, e non favella,come egli quivi e quando si condusse.Girava gli occhi in questa parte e in quella,né sapea imaginar dove si fusse.Si maraviglia che nudo si vede,e tante funi ha da le spalle al piede.
60Poi disse, come giá disse Silenoa quei che lo legar nel cavo speco:Solvite me, con viso sí sereno,con guardo sí men de l’usato bieco,che fu slegato; e de’ panni ch’avienofatti arrecar participaron seco,consolandolo tutti del dolore,che lo premea, di quel passato errore.
61Poi che fu all’esser primo ritornatoOrlando piú che mai saggio e virile,d’amor si trovò insieme liberato;sí che colei, che sí bella e gentilegli parve dianzi, e ch’avea tanto amato,non stima piú se non per cosa vile.Ogni suo studio, ogni disio rivolsea racquistar quanto giá amor gli tolse.
62Narrò Bardino intanto a Brandimarte,che morto era il suo padre Monodante;e che a chiamarlo al regno egli da parteveniva prima del fratel Gigliante,poi de le genti ch’abitan le sparteisole in mare, e l’ultime in Levante;di che non era un altro regno al mondosí ricco, populoso, o sí giocondo.
63Disse, tra piú ragion che dovea farlo,che dolce cosa era la patria; e quandosi disponesse di voler gustarlo,avria poi sempre in odio andare errando.Brandimarte rispose voler Carloservir per tutta questa guerra e Orlando:e se potea vederne il fin, che poipenseria meglio sopra i casi suoi.
64Il dí seguente la sua armata spinseverso Provenza il figlio del Danese.Indi Orlando col duca si ristrinse,et in che stato era la guerra, intese:tutta Biserta poi d’assedio cinse,dando però l’onore al duca inglesed’ogni vittoria; ma quel duca il tuttofacea, come dal conte venia instrutto.
65Ch’ordine abbian tra lor, come s’assagliala gran Biserta, e da che lato e quando,come fu presa alla prima battaglia,chi ne l’onor parte ebbe con Orlando,s’io non vi seguito ora, non vi caglia;ch’io non me ne vo molto dilungando.In questo mezzo di saper vi piaccia,come dai Franchi i Mori hanno la caccia.
66Fu quasi il re Agramante abbandonatonel pericol maggior di quella guerra;che con molti pagani era tornatoMarsilio e ’l re Sobrin dentro alla terra,poi su l’armata e questo e quel montato,che dubbio avean di non salvarsi in terra;e duci e cavallier del popul Moromolti seguito avean l’esempio loro.
67Pure Agramante la pugna sostiene;e quando finalmente piú non puote,volta le spalle, e la via dritta tienealle porte non troppo indi remote.Rabican dietro in gran fretta gli viene,che Bradamante stimola e percuote:d’ucciderlo era disïosa molto;che tante volte il suo Ruggier le ha tolto.
68Il medesmo desir Marfisa avea,per far del padre suo tarda vendetta;e con gli sproni, quanto piú potea,facea il destrier sentir ch’ella avea fretta.Ma né l’una né l’altra vi giungeasí a tempo, che la via fosse intercettaal re d’entrar ne la cittá serrata,et indi poi salvarsi in su l’armata.
69Come due belle e generose pardeche fuor del lascio sien di pari uscite,poscia ch’i cervi o le capre gagliardeindarno aver si veggano seguite,vergognandosi quasi, che fur tarde,sdegnose se ne tornano e pentite;cosí tornâr le due donzelle, quandovidero il pagan salvo, sospirando.
70Non però si fermâr; ma ne la frottadegli altri che fuggivano, cacciârsi,di qua di lá facendo ad ogni bottamolti cader senza mai piú levarsi.A mal partito era la gente rotta,che per fuggir non potea ancor salvarsi;ch’Agramante avea fatto per suo scampochiuder la porta ch’uscia verso il campo,
71e fatto sopra il Rodano tagliarei ponti tutti. Ah sfortunata plebe,che dove del tiranno utile appare,sempre è in conto di pecore e di zebe!Chi s’affoga nel fiume e chi nel mare,chi sanguinose fa di sé le glebe.Molti perîr, pochi restâr prigioni;che pochi a farsi taglia erano buoni.
72De la gran moltitudine ch’uccisafu da ogni parte in questa ultima guerra(ben che la cosa non fu ugual divisa;ch’assai piú andâr dei Saracin sotterraper man di Bradamante e di Marfisa),se ne vede ancor segno in quella terra;che presso ad Arli, ove il Rodano stagna,piena di sepolture è la campagna.
73Fatto avea intanto il re Agramante sciorree ritirar in alto i legni gravi,lasciando alcuni, e i piú leggieri, a tôrrequei che volean salvarsi in su le navi.Vi ste’ duo dí per chi fuggia raccorre,e perché venti eran contrari e pravi:fece lor dar le vele il terzo giorno;ch’in Africa credea di far ritorno.
74Il re Marsilio che sta in gran paurach’alla sua Spagna il fio pagar non tocche,e la tempesta orribilmente oscurasopra suoi campi all’ultimo non scocche;si fe’ porre a Valenza, e con gran curacominciò a riparar castella e ròcche,e preparar la guerra che fu poila sua ruina e degli amici suoi.
75Verso Africa Agramante alzò le velede’ legni male armati, e vòti quasi;d’uomini vòti, e pieni di querele,perch’in Francia i tre quarti eran rimasi.Chi chiama il re superbo, chi crudele,chi stolto; e come avviene in simil casi,tutti gli voglion mal ne’ lor secreti;ma timor n’hanno, e stan per forza cheti.
76Pur duo talora o tre schiudon le labbia,ch’amici sono, e che tra lor s’han fede,e sfogano la colera e la rabbia;e ’l misero Agramante ancor si credech’ognun gli porti amore, e pietá gli abbia:e questo gl’intervien, perché non vedemai visi se non finti, e mai non odese non adulazion, menzogne e frode.
77Erasi consigliato il re africanodi non smontar nel porto di Biserta,però ch’avea del popul nubïano,che quel lito tenea, novella certa;ma tenersi di sopra sí lontano,che non fosse acre la discesa et erta;mettersi in terra, e ritornare al drittoa dar soccorso al suo populo afflitto.
78Ma il suo fiero destin che non rispondea quella intenzïon provida e saggia,vuol che l’armata che nacque di frondemiracolosamente ne la spiaggia,e vien solcando inverso Francia l’onde,con questa ad incontrar di notte s’aggia,a nubiloso tempo, oscuro e tristo,perché sia in piú disordine sprovisto.
79Non ha avuto Agramante ancora spia,ch’Astolfo mandi una armata sí grossa;né creduto anco a chi ’l dicesse, avria,che cento navi un ramuscel far possa:e vien senza temer ch’intorno siache contra lui s’ardisca di far mossa;né pone guardie né veletta in gabbia,che di ciò che si scuopre avisar abbia.
80Sí che i navili che d’Astolfo avutiavea Dudon, di buona gente armati,e che la sera avean questi veduti,et alla volta lor s’eran drizzati,assalîr gli nimici sprovveduti,gittaro i ferri, e sonsi incatenati,poi ch’al parlar certificati fôro,ch’erano Mori e gli nimici loro.
81Ne l’arrivar che i gran navili fenno(spirando il vento a’ lor desir secondo),nei Saracin con tale impeto denno,che molti legni ne cacciaro al fondo.Poi cominciaro oprar le mani e il senno,e ferro e fuoco e sassi di gran pondotirar con tanta e sí fiera tempesta,che mai non ebbe il mar simile a questa.
82Quei di Dudone, a cui possanza e ardirepiú del solito è lor dato di sopra(che venuto era il tempo di punirei Saracin di piú d’una mal’opra),sanno appresso e lontan sí ben ferire,che non trova Agramante ove si cuopra.Gli cade sopra un nembo di saette;da lato ha spade e graffi e picche e accette.
83D’alto cader sente gran sassi e gravida machine cacciati e da tormenti;e prore e poppe fraccassar de navi,et aprire usci al mar larghi e patenti;e ’l maggior danno è de l’incendi pravi,a nascer presti, ad ammorzarsi lenti.La sfortunata ciurma si vuol tôrredel gran periglio, e via piú ognor vi corre.
84Altri che ’l ferro e l’inimico caccia,nel mar si getta, e vi s’affoga e resta:altri che muove a tempo piedi e braccia,va per salvarsi o in quella barca o in questa;ma quella, grave oltre il dover, lo scaccia,e la man, per salir troppo molesta,fa restare attaccata ne la sponda:ritorna il resto a far sanguigna l’onda.
85Altri che spera in mar salvar la vita,o perderlavi almen con minor pena,poi che notando non ritrova aita,e mancar sente l’animo e la lena,alla vorace fiamma c’ha fuggita,la tema di annegarsi anco rimena:s’abbraccia a un legno ch’arde, e per timorec’ha di due morte, in ambe se ne muore.
86Altri per tema di spiedo o d’accettache vede appresso, al mar ricorre invano,perché dietro gli vien pietra o saettache non lo lascia andar troppo lontano.Ma saria forse, mentre che dilettail mio cantar, consiglio utile e sanodi finirlo, piú tosto che seguiretanto, che v’annoiasse il troppo dire.
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