Orlando furioso (1928) — Canto 4
1Quantunque il simular sia le piú volteripreso, e dia di mala mente indici,si truova pur in molte cose e molteaver fatti evidenti benefici,e danni e biasmi e morti aver giá tolte;che non conversiam sempre con gli amiciin questa assai piú oscura che serenavita mortal, tutta d’invidia piena.
2Se, dopo lunga prova, a gran faticatrovar si può chi ti sia amico vero,et a chi senza alcun sospetto dicae discoperto mostri il tuo pensiero;che de’ far di Ruggier la bella amicacon quel Brunel non puro e non sincero,ma tutto simulato e tutto finto,come la maga le l’avea dipinto?
3Simula anch’ella; e cosí far convienecon esso lui di finzïoni padre;e, come io dissi, spesso ella gli tienegli occhi alle man, ch’eran rapaci e ladre.Ecco all’orecchie un gran rumor lor viene.Disse la donna: — O glorïosa Madre,o Re del ciel, che cosa sará questa? —E dove era il rumor si trovò presta.
4E vede l’oste e tutta la famiglia,e chi a finestre e chi fuor ne la via,tener levati al ciel gli occhi e le ciglia,come l’ecclisse o la cometa sia.Vede la donna un’alta maraviglia,che di leggier creduta non saria:vede passar un gran destriero alato,che porta in aria un cavaliero armato.
5Grandi eran l’ale e di color diverso,e vi sedea nel mezzo un cavalliero,di ferro armato luminoso e terso;e vêr ponente avea dritto il sentiero.Calossi, e fu tra le montagne immerso:e, come dicea l’oste (e dicea il vero),quel era un negromante, e facea spessoquel varco, or piú da lungi, or piú da presso.
6Volando, talor s’alza ne le stelle,e poi quasi talor la terra rade;e ne porta con lui tutte le belledonne che trova per quelle contrade:talmente che le misere donzellech’abbino o aver si credano beltade(come affatto costui tutte le invole)non escon fuor sí che le veggia il sole.
7— Egli sul Pireneo tiene un castello(narrava l’oste) fatto per incanto,tutto d’acciaio, e sí lucente e bello,ch’altro al mondo non è mirabil tanto.Giá molti cavallier sono iti a quello,e nessun del ritorno si dá vanto:sí ch’io penso, signore, e temo forte,o che sian presi, o sian condotti a morte. —
8La donna il tutto ascolta, e le ne giova,credendo far, come fará per certo,con l’annello mirabile tal prova,che ne fia il mago e il suo castel deserto;e dice a l’oste: — Or un de’ tuoi mi trova,che piú di me sia del viaggio esperto;ch’io non posso durar, tanto ho il cor vagodi far battaglia contra a questo mago. —
9— Non ti mancherá guida (le risposeBrunello allora), e ne verrò teco io:meco ho la strada in scritto, et altre coseche ti faran piacere il venir mio. —Volse dir de l’annel; ma non l’espose,né chiari piú, per non pagarne il fio.— Grato mi fia (disse ella) il venir tuo; —volendo dir ch’indi l’annel fia suo.
10Quel ch’era utile a dir, disse; e quel tacque,che nuocer le potea col Saracino.Avea l’oste un destrier ch’a costei piacque,ch’era buon da battaglia e da camino:comperollo, e partissi come nacquedel bel giorno seguente il matutino.Prese la via per una stretta valle,con Brunello ora inanzi, ora alle spalle.
11Di monte in monte e d’uno in altro boscogiunseno ove l’altezza di Pirenepuò dimostrar, se non è l’aer fosco,e Francia e Spagna e due diverse arene,come Apennin scopre il mar schiavo e il tóscodal giogo onde a Camaldoli si viene.Quindi per aspro e faticoso callesi discendea ne la profonda valle.
12Vi sorge in mezzo un sasso che la cimad’un bel muro d’acciar tutta si fascia;e quella tanto inverso il ciel sublima,che quanto ha intorno, inferior si lascia.Non faccia, chi non vola, andarvi stima;che spesa indarno vi saria ogni ambascia.Brunel disse: — Ecco dove prigionieriil mago tien le donne e i cavallieri. —
13Da quattro canti era tagliato, e taleche parea dritto a fil de la sinopia.Da nessun lato né sentier né scalev’eran, che di salir facesser copia:e ben appar che d’animal ch’abbia alesia quella stanza nido e tana propia.Quivi la donna esser conosce l’oradi tor l’annello e far che Brunel mora.
14Ma le par atto vile a insanguinarsid’un uom senza arme e di sí ignobil sorte;che ben potrá posseditrice farsidel ricco annello, e lui non porre a morte.Brunel non avea mente a riguardarsi;sí ch’ella il prese, e lo legò ben fortead uno abete ch’alta avea la cima:ma di dito l’annel gli trasse prima.
15Né per lacrime, gemiti o lamentiche facesse Brunel, lo volse sciorre.Smontò de la montagna a passi lenti,tanto che fu nel pian sotto la torre.E perché alla battaglia s’appresentiil negromante, al corno suo ricorre:e dopo il suon, con minacciose gridalo chiama al campo, et alla pugna ’l sfida.
16Non stette molto a uscir fuor de la portal’incantator, ch’udí ’l suono e la voce.L’alato corridor per l’aria il portacontra costei, che sembra uomo feroce.La donna da principio si conforta,che vede che colui poco le nuoce:non porta lancia né spada né mazza,ch’a forar l’abbia o romper la corazza.
17Da la sinistra sol lo scudo avea,tutto coperto di seta vermiglia;ne la man destra un libro, onde faceanascer, leggendo, l’alta maraviglia:che la lancia talor correr parea,e fatto avea a piú d’un batter le ciglia;talor parea ferir con mazza o stocco,e lontano era, e non avea alcun tocco.
18Non è finto il destrier, ma naturale,ch’una giumenta generò d’un grifo:simile al padre avea la piuma e l’ale,li piedi anterïori, il capo e il grifo;in tutte l’altre membra parea qualeera la madre, e chiamasi ippogrifo;che nei monti Rifei vengon, ma rari,molto di lá dagli aghiacciati mari.
19Quivi per forza lo tirò d’incanto;e poi che l’ebbe, ad altro non attese,e con studio e fatica operò tanto,ch’a sella e briglia il cavalcò in un mese:cosí ch’in terra e in aria e in ogni cantolo facea volteggiar senza contese.Non finzïon d’incanto, come il resto,ma vero e natural si vedea questo.
20Del mago ogn’altra cosa era figmento,che comparir facea pel rosso il giallo;ma con la donna non fu di momento,che per l’annel non può vedere in fallo.Piú colpi tuttavia diserra al vento,e quinci e quindi spinge il suo cavallo;e si dibatte e si travaglia tutta,come era, inanzi che venisse, instrutta.
21E poi che esercitata si fu alquantosopra il destrier, smontar volse anco a piede,per poter meglio al fin venir di quantola cauta maga instruzïon le diede.Il mago vien per far l’estremo incanto;che del fatto ripar né sa né crede:scuopre lo scudo, e certo si prosumefarla cader con l’incantato lume.
22Potea cosí scoprirlo al primo tratto,senza tenere i cavallieri a bada;ma gli piacea veder qualche bel trattodi correr l’asta o di girar la spada:come si vede ch’all’astuto gattoscherzar col topo alcuna volta aggrada;e poi che quel piacer gli viene a noia,dargli di morso, e al fin voler che muoia.
23Dico che ’l mago al gatto, e gli altri al topos’assimigliâr ne le battaglie dianzi;ma non s’assimigliâr giá cosí, dopoche con l’annel si fe’ la donna inanzi.Attenta e fissa stava a quel ch’era uopo,acciò che nulla seco il mago avanzi;e come vide che lo scudo aperse,chiuse gli occhi, e lasciò quivi caderse.
24Non che il fulgor del lucido metallo,come soleva agli altri, a lei nocesse;ma cosí fece acciò che dal cavallocontra sé il vano incantator scendesse:né parte andò del suo disegno in fallo;che tosto ch’ella il capo in terra messe,accelerando il volator le penne,con larghe ruote in terra a por si venne.
25Lascia all’arcion lo scudo, che giá postoavea ne la coperta, e a piè discendeverso la donna che, come repostolupo alla macchia il capriolo, attende.Senza piú indugio ella si leva tostoche l’ha vicino, e ben stretto lo prende.Avea lasciato quel misero in terrail libro che facea tutta la guerra:
26e con una catena ne correa,che solea portar cinta a simil uso;perché non men legar colei credea,che per adietro altri legare era uso.La donna in terra posto giá l’avea:se quel non si difese, io ben l’escuso;che troppo era la cosa differentetra un debol vecchio e lei tanto possente.
27Disegnando levargli ella la testa,alza la man vittoriosa in fretta;ma poi che ’l viso mira, il colpo arresta,quasi sdegnando sí bassa vendetta:un venerabil vecchio in faccia mestavede esser quel ch’ella ha giunto alla stretta,che mostra al viso crespo e al pelo biancoetá di settanta anni o poco manco.
28— Tommi la vita, giovene, per Dio,—dicea il vecchio pien d’ira e di dispetto;ma quella a torla avea sí il cor restio,come quel di lasciarla avria diletto.La donna di sapere ebbe disiochi fosse il negromante, et a che effettoedificasse in quel luogo selvaggiola ròcca, e faccia a tutto il mondo oltraggio.
29— Né per maligna intenzione, ahi lasso!(disse piangendo il vecchio incantatore)feci la bella ròcca in cima al sasso,né per aviditá son rubatore;ma per ritrar sol dall’estremo passoun cavallier gentil, mi mosse amore,che, come il ciel mi mostra, in tempo brevemorir cristiano a tradimento deve.
30Non vede il sol tra questo e il polo austrinoun giovene sí bello e sí prestante:Ruggiero ha nome, il qual da piccolinoda me nutrito fu, ch’io sono Atlante.Disio d’onore e suo fiero destinol’han tratto in Francia dietro al re Agramante;et io, che l’amai sempre piú che figlio,lo cerco trar di Francia e di periglio.
31La bella ròcca solo edificaiper tenervi Ruggier sicuramente,che preso fu da me, come speraiche fossi oggi tu preso similmente;e donne e cavallier, che tu vedrai,poi ci ho ridotti, et altra nobil gente,acciò che quando a voglia sua non esca,avendo compagnia, men gli rincresca.
32Pur ch’uscir di lá su non si domande,d’ogn’altro gaudio lor cura mi tocca;che quanto averne da tutte le bandesi può del mondo, è tutto in quella ròcca:suoni, canti, vestir, giuochi, vivande,quanto può cor pensar, può chieder bocca.Ben seminato avea, ben cogliea il frutto;ma tu sei giunto a disturbarmi il tutto.
33Deh, se non hai del viso il cor men bello,non impedir il mio consiglio onesto!Piglia lo scudo (ch’io tel dono) e quellodestrier che va per l’aria cosí presto;e non t’impacciar oltra nel castello,o tranne uno o duo amici, e lascia il resto;o tranne tutti gli altri, e piú non chero,se non che tu mi lasci il mio Ruggiero.
34E se disposto sei volermel tôrre,deh, prima almen che tu’l rimeni in Francia,piacciati questa afflitta anima sciorrede la sua scorza, ormai putrida e rancia! —Rispose la donzella: — Lui vo’ porrein libertá: tu, se sai, gracchia e ciancia;né mi offerir di dar lo scudo in dono,o quel destrier, che miei, non piú tuoi sono:
35né s’anco stesse a te di tòrre e darli,mi parrebbe che ’l cambio convenisse.Tu di’ che Ruggier tieni per vietarliil male influsso di sue stelle fisse.O che non puoi saperlo, o non schivarli,sappiendol, ciò che ’l ciel di lui prescrisse:ma se ’l mal tuo, c’hai sí vicin, non vedi,peggio l’altrui c’ha da venir prevedi.
36Non pregar ch’io t’uccida, ch’i tuoi preghisariano indarno; e se pur vuoi la morte,ancor che tutto il mondo dar la nieghi,da sé la può aver sempre animo forte.Ma pria che l’alma da la carne sleghi,a tutti i tuoi prigioni apri le porte. —Cosí dice la donna, e tuttaviail mago preso incontra al sasso invia.
37Legato de la sua propria catenaandava Atlante, e la donzella appresso,che cosí ancor se ne fidava a pena,ben che in vista parea tutto rimesso.Non molti passi dietro se lo mena,ch’a piè del monte han ritrovato il fesso,e li scaglioni onde si monta in giro,fin ch’alla porta del castel saliro.
38Di su la soglia Atlante un sasso tolle,di caratteri e strani segni insculto.Sotto, vasi vi son, che chiamano olle,che fuman sempre, e dentro han foco occulto.L’incantator le spezza; e a un tratto il colleriman deserto, inospite et inculto;né muro appar né torre in alcun lato,come se mai castel non vi sia stato.
39Sbrigossi dalla donna il mago alora,come fa spesso il tordo da la ragna;e con lui sparve il suo castello a un’ora,e lasciò in libertá quella compagna.Le donne e i cavallier si trovâr fuorade le superbe stanze alla campagna:e furon di lor molte a chi ne dolse;che tal franchezza un gran piacer lor tolse.
40Quivi è Gradasso, quivi è Sacripante,quivi è Prasildo, il nobil cavallieroche con Rinaldo venne di Levante,e seco Iroldo, il par d’amici vero.Al fin trovò la bella Bradamantequivi il desiderato suo Ruggiero,che, poi che n’ebbe certa conoscenza,le fe’ buona e gratissima accoglienza;
41come a colei che piú che gli occhi sui,piú che ’l suo cor, piú che la propria vitaRuggiero amò dal dí ch’essa per luisi trasse l’elmo, onde ne fu ferita.Lungo sarebbe a dir come, e da cui,e quanto ne la selva aspra e romitasi cercâr poi la notte e il giorno chiaro;né, se non qui, mai piú si ritrovaro.
42Or che quivi la vede, e sa ben ch’ellaè stata sola la sua redentrice,di tanto gaudio ha pieno il cor, che appellasé fortunato et unico felice.Scesero il monte, e dismontaro in quellavalle, ove fu la donna vincitrice,e dove l’ippogrifo trovaro anco,ch’avea lo scudo, ma coperto, al fianco.
43La donna va per prenderlo nel freno:e quel l’aspetta fin che se gli accosta;poi spiega l’ale per l’aer sereno,e si ripon non lungi a mezza costa.Ella lo segue: e quel né piú né menosi leva in aria, e non troppo si scosta;come fa la cornacchia in secca arena,che dietro il cane or qua or lá si mena.
44Ruggier, Gradasso, Sacripante, e tuttiquei cavallier che scesi erano insieme,chi di su, chi di giú, si son riduttidove che torni il volatore han speme.Quel, poi che gli altri invano ebbe conduttipiú volte e sopra le cime supremee negli umidi fondi tra quei sassi,presso a Ruggiero al fin ritenne i passi.
45E questa opera fu del vecchio Atlante,di cui non cessa la pietosa vogliadi trar Ruggier del gran periglio instante:di ciò sol pensa e di ciò solo ha doglia.Però gli manda or l’ippogrifo avante,perché d’Europa con questa arte il toglia.Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo;ma quel s’arretra, e non vuol seguitarlo.
46Or di Frontin quel animoso smonta(Frontino era nomato il suo destriero),e sopra quel che va per l’aria monta,e con li spron gli adizza il core altiero.Quel corre alquanto, et indi i piedi ponta,e sale inverso il ciel, via piú leggieroche ’l girifalco, a cui lieva il capelloil mastro a tempo, e fa veder l’augello.
47La bella donna, che sí in alto vedee con tanto periglio il suo Ruggiero,resta attonita in modo, che non riedeper lungo spazio al sentimento vero.Ciò che giá inteso avea di Ganimedech’al ciel fu assunto dal paterno impero,dubita assai che non accada a quello,non men gentil di Ganimede e bello.
49Con gli occhi fissi al ciel lo segue quantobasta il veder; ma poi che si dileguasí, che la vista non può correr tanto,lascia che sempre l’animo lo segua.Tuttavia con sospir, gemito e piantonon ha, né vuol aver pace né triegua.Poi che Ruggier di vista se le tolse,al buon destrier Frontin gli occhi rivolse:
49e si deliberò di non lasciarlo,che fosse in preda a chi venisse prima;ma di condurlo seco e di poi darloal suo signor, ch’anco veder pur stima.Poggia l’augel, né può Ruggier frenarlo:di sotto rimaner vede ogni cimaet abbassarsi in guisa, che non scorgedove è piano il terren né dove sorge.
50Poi che sí ad alto vien, ch’un picciol puntolo può stimar chi da la terra il mira,prende la via verso ove cade a puntoil sol, quando col Granchio si raggira:e per l’aria ne va come legno untoa cui nel mar propizio vento spira.Lasciánlo andar, che fará buon camino,e torniamo a Rinaldo paladino.
51Rinaldo l’altro e l’altro giorno scorse,spinto dal vento, un gran spazio di mare,quando a ponente e quando contra l’Orse,che notte e dí non cessa mai soffiare.Sopra la Scozia ultimamente sorse,dove la selva Calidonia appare,che spesso fra gli antiqui ombrosi cerris’ode sonar di bellicosi ferri.
52Vanno per quella i cavallieri erranti,incliti in arme, di tutta Bretagna,e de’ prossimi luoghi e de’ distanti,di Francia, di Norvegia e de Lamagna.Chi non ha gran valor, non vada inanti;che dove cerca onor, morte guadagna.Gran cose in essa giá fece Tristano,Lancilotto, Galasso, Artú e Galvano,
53et altri cavallieri e de la nuovae de la vecchia Tavola famosi:restano ancor di piú d’una lor pruovali monumenti e li trofei pomposi.L’arme Rinaldo e il suo Baiardo truova,e tosto si fa por nei liti ombrosi,et al nochier comanda che si spicchee lo vada aspettar a Beroicche.
54Senza scudiero e senza compagniava il cavallier per quella selva immensa,facendo or una et or un’altra via,dove piú aver strane aventure pensa.Capitò il primo giorno a una badia,che buona parte del suo aver dispensain onorar nel suo cenobio adornole donne e i cavallier che vanno attorno.
55Bella accoglienza i monachi e l’abbatefêro a Rinaldo, il qual domandò loro(non prima giá che con vivande grateavesse avuto il ventre amplo ristoro)come dai cavallier sien ritrovatespesso aventure per quel tenitoro,dove si possa in qualche fatto eggregiol’uom dimostrar, se merta biasmo o pregio.
56Risposongli ch’errando in quelli boschi,trovar potria strane aventure e molte:ma come i luoghi, i fatti ancor son foschi;che non se n’ha notizia le piú volte.— Cerca (diceano) andar dove conoschiche l’opre tue non restino sepolte,acciò dietro al periglio e alla faticasegua la fama, e il debito ne dica.
57E se del tuo valor cerchi far prova,t’è preparata la piú degna impresache ne l’antiqua etade o ne la novagiamai da cavallier sia stata presa.La figlia del re nostro or se ritrovabisognosa d’aiuto e di difesacontra un baron che Lurcanio si chiama,che tor le cerca e la vita e la fama.
58Questo Lurcanio al padre l’ha accusata(forse per odio piú che per ragione)averla a mezza notte ritrovatatrarr’un suo amante a sé sopra un verrone.Per le leggi del regno condannataal fuoco fia, se non truova campioneche fra un mese, oggimai presso a finire,l’iniquo accusator faccia mentire.
59L’aspra legge di Scozia, empia e severa,vuol ch’ogni donna, e di ciascuna sorte,ch’ad uom si giunga, e non gli sia mogliera,s’accusata ne viene, abbia la morte.Né riparar si può ch’ella non pèra,quando per lei non venga un guerrier forteche tolga la difesa, e che sostegnache sia innocente e di morire indegna.
60Il re, dolente per Ginevra bella(che cosí nominata è la sua figlia),ha publicato per cittá e castella,che s’alcun la diffesa di lei piglia,e che l’estingua la calunnia fella(pur che sia nato di nobil famiglia),l’avrá per moglie, et uno stato, qualefia convenevol dote a donna tale.
61Ma se fra un mese alcun per lei non viene,o venendo non vince, sará uccisa.Simile impresa meglio ti conviene,ch’andar pei boschi errando a questa guisa:oltre ch’onor e fama te n’avienech’in eterno da te non fia divisa,guadagni il fior di quante belle donneda l’Indo sono all’Atlantee colonne;
62e una ricchezza appresso, et uno statoche sempre far ti può viver contento;e la grazia del re, se suscitatoper te gli fia il suo onor, che è quasi spento.Poi per cavalleria tu se’ ubligatoa vendicar di tanto tradimentocostei, che per commune opinïone,di vera pudicizia è un paragone. —
63Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose:— Una donzella dunque de’ morireperché lasciò sfogar ne l’amorosesue braccia al suo amator tanto desire?Sia maladetto chi tal legge pose,e maladetto chi la può patire!Debitamente muore una crudele,non chi dá vita al suo amator fedele.
64Sia vero o falso che Ginevra toltos’abbia il suo amante, io non riguardo a questo:d’averlo fatto la loderei molto,quando non fosse stato manifesto.Ho in sua diffesa ogni pensier rivolto:datemi pur un chi mi guidi presto,e dove sia l’accusator mi mene;ch’io spero in Dio Ginevra trar di pene.
65Non vo’ giá dir ch’ella non l’abbia fatto;che nol sappiendo, il falso dir potrei:dirò ben che non de’ per simil attopunizïon cadere alcuna in lei;e dirò che fu ingiusto o che fu mattochi fece prima li statuti rei;e come iniqui rivocar si denno,e nuova legge far con miglior senno.
66S’un medesimo ardor, s’un disir pareinchina e sforza l’uno e l’altro sessoa quel suave fin d’amor, che pareall’ignorante vulgo un grave eccesso;perché si de’ punir donna o biasmare,che con uno o piú d’uno abbia commessoquel che l’uom fa con quante n’ha appetito,e lodato ne va, non che impunito?
67Son fatti in questa legge disugualeveramente alle donne espressi torti;e spero in Dio mostrar che gli è gran maleche tanto lungamente si comporti. —Rinaldo ebbe il consenso universale,che fur gli antiqui ingiusti e mali accorti,che consentiro a cosí iniqua legge,e mal fa il re, che può, né la corregge.
68Poi che la luce candida e vermigliade l’altro giorno aperse l’emispero,Rinaldo l’arme e il suo Baiardo piglia,e di quella badia tolle un scudiero,che con lui viene a molte leghe e miglia,sempre nel bosco orribilmente fiero,verso la terra ove la lite nuovade la donzella de’ venir in pruova.
69Avean, cercando abbrevïar camino,lasciato pel sentier la maggior via;quando un gran pianto udîr sonar vicino,che la foresta d’ogn’intorno empía.Baiardo spinse l’un, l’altro il ronzinoverso una valle onde quel grido uscía:e fra dui mascalzoni una donzellavider, che di lontan parea assai bella;
70ma lacrimosa e addolorata quantodonna o donzella o mai persona fosse.Le sono dui col ferro nudo a canto,per farle far l’erbe di sangue rosse.Ella con preghi differendo alquantogiva il morir, sin che pietá si mosse.Venne Rinaldo; e come se n’accorse,con alti gridi e gran minaccie accorse.
71Voltaro i malandrin tosto le spalle,che ’l soccorso lontan vider venire,e se appiattâr ne la profonda valle.Il paladin non li curò seguire:venne a la donna, e qual gran colpa dálletanta punizïon, cerca d’udire;e per tempo avanzar, fa allo scudierolevarla in groppa, e torna al suo sentiero.
72E cavalcando poi meglio la guatamolto esser bella e di maniere accorte,ancor che fosse tutta spaventataper la paura ch’ebbe de la morte.Poi ch’ella fu di nuovo domandatachi l’avea tratta a sí infelice sorte,incominciò con umil voce a direquel ch’io vo’ all’altro canto differire.
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