Orlando furioso (1928) — Canto 5
1Tutti gli altri animai che sono in terra,o che vivon quïeti e stanno in pace,o se vengono a rissa e si fan guerra,alla femina il maschio non la face:l’orsa con l’orso al bosco sicura erra,la leonessa appresso il leon giace;col lupo vive la lupa sicura,né la iuvenca ha del torel paura.
2Ch’abominevol peste, che Megeraè venuta a turbar gli umani petti?che si sente il marito e la moglierasempre garrir d’ingiurïosi detti,stracciar la faccia e far livida e nera,bagnar di pianto i genïali letti;e non di pianto sol, ma alcuna voltadi sangue gli ha bagnati l’ira stolta.
3Parmi non sol gran mal, ma che l’uom facciacontra natura e sia di Dio ribello,che s’induce a percuotere la facciadi bella donna, o romperle un capello:ma chi le dá veneno, o chi le caccial’alma del corpo con laccio o coltello,ch’uomo sia quel non crederò in eterno,ma in vista umana un spirto de l’inferno.
4Cotali esser doveano i duo ladroniche Rinaldo cacciò da la donzella,da lor condotta in quei scuri valloniperché non se n’udisse piú novella.Io lasciai ch’ella render le cagionis’apparechiava di sua sorte fellaal paladin, che le fu buono amico:or, seguendo l’istoria, cosí dico.
5La donna incominciò: — Tu intenderaila maggior crudeltade e la piú espressa,ch’in Tebe o in Argo o ch’in Micene mai,o in loco piú crudel fosse commessa.E se rotando il sole i chiari rai,qui men ch’all’altre region s’appressa,credo ch’a noi malvolentieri arrivi,perché veder sí crudel gente schivi.
6Ch’agli nemici gli uomini sien crudi,in ogni etá se n’è veduto esempio;ma dar la morte a chi procuri e studiil tuo ben sempre, è troppo ingiusto et empio.E acciò che meglio il vero io ti denudi,perché costor volessero far scempiodegli anni verdi miei contra ragione,ti dirò da principio ogni cagione.
7Voglio che sappi, signor mio, ch’essendotenera ancora, alli servigi vennide la figlia del re, con cui crescendo,buon luogo in corte et onorato tenni.Crudele Amore, al mio stato invidendo,fe’ che seguace, ahi lassa! gli divenni:fe’ d’ogni cavallier, d’ogni donzelloparermi il duca d’Albania piú bello.
8Perché egli mostrò amarmi piú che molto,io ad amar lui con tutto il cor mi mossi.Ben s’ode il ragionar, si vede il volto,ma dentro il petto mal giudicar possi.Credendo, amando, non cessai che toltol’ebbi nel letto, e non guardai ch’io fossidi tutte le real camere in quellache piú secreta avea Ginevra bella;
9dove tenea le sue cose piú care,e dove le piú volte ella dormia.Si può di quella in s’un verrone entrare,che fuor del muro al discoperto uscía.Io facea il mio amator quivi montare;e la scala di corde onde salia,io stessa dal verron giú gli mandaiqual volta meco aver lo desïai:
10che tante volte ve lo fei venire,quanto Ginevra me ne diede l’agio,che solea mutar letto, or per fuggireil tempo ardente, or il brumal malvagio.Non fu veduto d’alcun mai salire;però che quella parte del palagiorisponde verso alcune case rotte,dove nessun mai passa o giorno o notte.
11Continuò per molti giorni e mesitra noi secreto l’amoroso gioco:sempre crebbe l’amore; e sí m’accesi,che tutta dentro io mi sentia di foco:e cieca ne fui sí, ch’io non compresich’egli fingeva molto, e amava poco;ancor che li suo’ inganni discopertiesser doveanmi a mille segni certi.
12Dopo alcun dí si mostrò nuovo amantede la bella Ginevra. Io non so appuntos’allora cominciasse, o pur inantede l’amor mio, n’avesse il cor giá punto.Vedi s’in me venuto era arrogante,s’imperio nel mio cor s’aveva assunto;che mi scoperse, e non ebbe rossorechiedermi aiuto in questo nuovo amore.
13Ben mi dicea ch’uguale al mio non era,né vero amor quel ch’egli avea a costei;ma simulando esserne acceso, speracelebrarne i legitimi imenei.Dal re ottenerla fia cosa leggiera,qualor vi sia la volontá di lei;che di sangue e di stato in tutto il regnonon era, dopo il re, di lu’ il piú degno.
14Mi persuade, se per opra miapotesse al suo signor genero farsi(che veder posso che se n’alzeriaa quanto presso al re possa uomo alzarsi),che me n’avria bon merto, e non sariamai tanto beneficio per scordarsi;e ch’alla moglie e ch’ad ogn’altro inantemi porrebbe egli in sempre essermi amante.
15Io, ch’era tutta a satisfargli intenta,né seppi o volsi contradirgli mai,e sol quei giorni io mi vidi contenta,ch’averlo compiaciuto mi trovai;piglio l’occasïon che s’appresentadi parlar d’esso e di lodarlo assai;et ogni industria adopro, ogni faticaper far del mio amator Ginevra amica.
16Feci col core e con l’effetto tuttoquel che far si poteva, e sallo Idio;né con Ginevra mai potei far frutto,ch’io le ponessi in grazia il duca mio:e questo, che ad amar ella avea induttotutto il pensiero e tutto il suo disioun gentil cavallier, bello e cortese,venuto in Scozia di lontan paese;
17che con un suo fratel ben giovinettovenne d’Italia a stare in questa corte;si fe’ ne l’arme poi tanto perfetto,che la Bretagna non avea il piú forte.Il re l’amava, e ne mostrò l’effetto;che gli donò di non picciola sortecastella e ville e iuridizïoni,e lo fe’ grande al par dei gran baroni.
18Grato era al re, piú grato era alla figliaquel cavallier chiamato Arïodante,per esser valoroso a maraviglia;ma piú, ch’ella sapea che l’era amante.Né Vesuvio, né il monte di Siciglia,né Troia avampò mai di fiamme tante,quante ella conoscea che per suo amoreArïodante ardea per tutto il core.
19L’amar che dunque ella facea coluicon cor sincero e con perfetta fede,fe’ che pel duca male udita fui;né mai risposta da sperar mi diede:anzi quanto io pregava piú per luie gli studiava d’impetrar mercede,ella, biasmandol sempre e dispregiando,se gli venía piú sempre inimicando.
20Io confortai l’amator mio sovente,che volesse lasciar la vana impresa;né si sperasse mai volger la mentedi costei, troppo ad altro amore intesa:e gli feci conoscer chiaramente,come era sí d’Arïodante accesa,che quanta acqua è nel mar, piccola drammanon spegneria de la sua immensa fiamma.
21Questo da me piú volte Polinesso(che cosí nome ha il duca) avendo udito,e ben compreso e visto per se stessoche molto male era il suo amor gradito;non pur di tanto amor si fu rimesso,ma di vedersi un altro preferito,come superbo, cosí mal sofferse,che tutto in ira e in odio si converse.
22E tra Ginevra e l’amator suo pensatanta discordia e tanta lite porre,e farvi inimicizia cosí intensa,che mai piú non si possino comporre;e por Ginevra in ignominia immensadonde non s’abbia o viva o morta a tôrre:né de l’iniquo suo disegno mecovolse o con altri ragionar, che seco.
23Fatto il pensier: — Dalinda mia, — mi dice(che cosí son nomata) — saper déi,che come suol tornar da la radicearbor che tronchi e quattro volte e sei;cosí la pertinacia mia infelice,ben che sia tronca dai successi rei,di germogliar non resta; che venirepur vorria a fin di questo suo desire.
24E non lo bramo tanto per diletto,quanto perché vorrei vincer la pruova;e non possendo farlo con effetto,s’io lo fo imaginando, anco mi giuova.Voglio, qual volta tu mi dái ricetto,quando allora Ginevra si ritruovanuda nel letto, che pigli ogni vestach’ella posta abbia, e tutta te ne vesta.
25Come ella s’orna e come il crin disponestudia imitarla, e cerca il piú che saidi parer dessa, e poi sopra il verronea mandar giú la scala ne verrai.Io verrò a te con imaginazioneche quella sii, di cui tu i panni avrai:e cosí spero, me stesso ingannando,venir in breve il mio desir sciemando. —
26Cosí disse egli. Io che divisa e sevrae lungi era da me, non posi menteche questo in che pregando egli persevra,era una fraude pur troppo evidente;e dal verron, coi panni di Ginevra,mandai la scala onde salí sovente;e non m’accorsi prima de l’inganno,che n’era giá tutto accaduto il danno.
27Fatto in quel tempo con Arïodanteil duca avea queste parole o tali(che grandi amici erano stati inanteche per Ginevra si fesson rivali):— Mi maraviglio (incominciò il mio amante)ch’avendoti io fra tutti li mie’ ugualisempre avuto in rispetto e sempre amato,ch’io sia da te sí mal rimunerato.
28Io son ben certo che comprendi e saidi Ginevra e di me l’antiquo amore;e per sposa legitima oggimaiper impetrarla son dal mio signore.Perché mi turbi tu? perché pur vaisenza frutto in costei ponendo il core?Io ben a te rispetto avrei, per Dio,s’io nel tuo grado fossi, e tu nel mio. —
29— Et io (rispose Arïodante a lui)di te mi maraviglio maggiormente;che di lei prima inamorato fui,che tu l’avessi vista solamente:e so che sai quanto è l’amor tra nui,ch’esser non può, di quel che sia, piú ardente,e sol d’essermi moglie intende e brama:e so che certo sai ch’ella non t’ama.
30Perché non hai tu dunque a me il rispettoper l’amicizia nostra, che domandech’a te aver debba, e ch’io t’avre’ in effetto,se tu fossi con lei di me piú grande?Né men di te per moglie averla aspetto,se ben tu sei piú ricco in queste bande:io non son meno al re, che tu sia, grato,ma piú di te da la sua figlia amato. —
31— Oh (disse il duca a lui), grande è cotestoerrore a che t’ha il folle amor condutto!Tu credi esser piú amato; io credo questomedesmo: ma si può vedere al frutto.Tu fammi ciò c’hai seco, manifesto,et io il secreto mio t’aprirò tutto;e quel di noi che manco aver si veggia,ceda a chi vince, e d’altro si proveggia.
32E sarò pronto, se tu vuoi ch’io giuridi non dir cosa mai che mi riveli:cosí voglio ch’ancor tu m’assicuriche quel ch’io ti dirò, sempre mi celi. —Venner dunque d’accordo alli scongiuri,e posero le man sugli Evangeli:e poi che di tacer fede si diero,Arïodante incominciò primiero.
33E disse per lo giusto e per lo drittocome tra sé e Ginevra era la cosa;ch’ella gli avea giurato e a bocca e in scritto,che mai non saria ad altri, ch’a-llui, sposa;e se dal re le venía contraditto,gli promettea di sempre esser ritrosada tutti gli altri maritaggi poi,e viver sola in tutti i giorni suoi:
34e ch’esso era in speranza, pel valorech’avea mostrato in arme a piú d’un segno,et era per mostrare a laude, a onore,a beneficio del re e del suo regno,di crescer tanto in grazia al suo signore,che sarebbe da lui stimato degnoche la figliuola sua per moglie avesse,poi che piacer a lei cosí intendesse.
35Poi disse: — A questo termine son io,né credo giá ch’alcun mi venga appresso:né cerco piú di questo, né desiode l’amor d’essa aver segno piú espresso;né piú vorrei, se non quanto da Dioper connubio legitimo è concesso:e saria invano il domandar piú inanzi;che di bontá so come ogn’altra avanzi. —
36Poi ch’ebbe il vero Arïodante espostode la mercé ch’aspetta a sua fatica,Polinesso, che giá s’avea propostodi far Ginevra al suo amator nemica,cominciò: — Sei da me molto discosto,e vo’ che di tua bocca anco tu ’l dica;e del mio ben veduta la radice,che confessi me solo esser felice.
37Finge ella teco, né t’ama né prezza;che ti pasce di speme e di parole:oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza,quando meco ragiona, imputar suole.Io ben d’esserle caro altra certezzaveduta n’ho, che di promesse e fole:e tel dirò sotto la fé in secreto,ben che farei piú il debito a star cheto.
33Non passa mese, che tre, quattro e seie talor diece notti, io non mi truovinudo abbracciato in quel piacer con lei,ch’all’amoroso ardor par che sí giovi:sí che tu puoi veder s’a’ piacer mieison d’aguagliar le ciance che tu pruovi.Cedimi dunque e d’altro ti provedi,poi che sí inferior di me ti vedi. —
39— Non ti vo’ creder questo (gli risposeArïodante), e certo so che menti;e composto fra te t’hai queste coseacciò che da l’impresa io mi spaventi:ma perché a lei son troppo ingiurïose,questo c’hai detto sostener convienti;che non bugiardo sol, ma voglio ancorache tu sei traditor mostrarti or ora. —
40Suggiunse il duca: — Non sarebbe onestoche noi volessen la battaglia tôrredi quel che t’offerisco manifesto,quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre. —Resta smarrito Arïodante a questo,e per l’ossa un tremor freddo gli scorre;e se creduto ben gli avesse a pieno,venía sua vita allora allora meno.
41Con cor trafitto e con pallida faccia,e con voce tremante e bocca amararispose: — Quando sia che tu mi facciaveder questa aventura tua sí rara,prometto di costei lasciar la traccia,a te sí liberale, a me sí avara:ma ch’io tel voglia creder, non far stima,s’io non lo veggio con questi occhi prima. —
42— Quando ne sará il tempo, avisarotti, —suggiunse Polinesso, e dipartisse.Non credo che passâr piú di due notti,ch’ordine fu che ’l duca a me venisse.Per scoccar dunque i lacci che condottiavea sí cheti, andò al rivale, e disseche s’ascondesse la notte seguentetra quelle case ove non sta mai gente:
43e dimostrògli un luogo a dirimpettodi quel verrone ove solea salire.Arïodante avea preso sospettoche lo cercasse far quivi venire,come in un luogo dove avesse elettodi por gli aguati, e farvelo morire,sotto questa finzion, che vuol mostrargliquel di Ginevra, ch’impossibil pargli.
44Di volervi venir prese partito,ma in guisa che di lui non sia men forte;perché accadendo che fosse assalito,si truovi sí, che non tema di morte.Un suo fratello avea saggio et ardito,il piú famoso in arme de la corte,detto Lurcanio; e avea piú cor con esso,che se dieci altri avesse avuto appresso.
45Seco chiamollo, e volse che prendessel’arme; e la notte lo menò con lui:non che ’l secreto suo giá gli dicesse;né l’avria detto ad esso né ad altrui.Da sé lontano un trar di pietra il messe;— Se mi senti chiamar, vien (disse) a nui;ma se non senti, prima ch’io ti chiami,non ti partir di qui, frate, se m’ami. —
46— Va pur, non dubitar, — disse il fratello:e cosí venne Arïodante cheto,e si celò nel solitario ostelloch’era d’incontro al mio verron secreto.Vien d’altra parte il fraudolente e fello,che d’infamar Ginevra era sí lieto;e fa il segno, tra noi solito inante,a me che de l’inganno era ignorante.
47Et io con veste candida, e fregiataper mezzo a liste d’oro e d’ogn’intorno,e con rete pur d’or, tutta adombratadi bei fiocchi vermigli al capo intorno(foggia che sol fu da Ginevra usata,non d’alcun’altra), udito il segno, tornosopra il verron, ch’in modo era locato,che mi scopria dinanzi e d’ogni lato.
48Lurcanio in questo mezzo dubitandoche ’l fratello a pericolo non vada,o come è pur commun disio, cercandodi spïar sempre ciò che ad altri accada;l’era pian pian venuto seguitando,tenendo l’ombre e la piú oscura strada:e a men di dieci passi a lui discosto,nel medesimo ostel s’era riposto.
49Non sappiendo io di questo cosa alcuna,venni al verron ne l’abito c’ho detto,sí come giá venuta era piú d’unae piú di due fïate a buono effetto.Le veste si vedean chiare alla luna;né dissimile essendo anch’io d’aspettoné di persona da Ginevra molto,fece parere un per un altro il volto:
50e tanto piú, ch’era gran spazio in mezzofra dove io venni e quelle inculte case,ai dui fratelli, che stavano al rezzo,il duca agevolmente persuasequel ch’era falso. Or pensa in che ribrezzoArïodante, in che dolor rimase.Vien Polinesso, e alla scala s’appoggiache giú manda’gli, e monta in su la loggia.
51A prima giunta io gli getto le bracciaal collo, ch’io non penso esser veduta;lo bacio in bocca e per tutta la faccia,come far soglio ad ogni sua venuta.Egli piú de l’usato si procacciad’accarezzarmi, e la sua fraude aiuta.Quell’altro al rio spettacolo condutto,misero sta lontano, e vede il tutto.
52Cade in tanto dolor, che si disponeallora allora di voler morire;e il pome de la spada in terra pone,che su la punta si volea ferire.Lurcanio che con grande ammirazioneavea veduto il duca a me salire,ma non giá conosciuto chi si fosse,scorgendo l’atto del fratel, si mosse;
53e gli vietò che con la propria manonon si passasse in quel furore il petto.S’era piú tardo o poco piú lontano,non giugnea a tempo, e non faceva effetto.— Ah misero fratel, fratello insano(gridò), perc’hai perduto l’intelletto,ch’una femina a morte trar ti debbia?ch’ir possan tutte come al vento nebbia!
54Cerca far morir lei, che morir merta,e serva a piú tuo onor tu la tua morte.Fu d’amar lei, quando non t’era apertala fraude sua: or è da odiar ben forte,poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa,quanto sia meretrice, e di che sorte.Serba quest’arme che volti in te stesso,a far dinanzi al re tal fallo espresso. —
55Quando si vede Arïodante giuntosopra il fratel, la dura impresa lascia;ma la sua intenzïon da quel ch’assuntoavea giá di morir, poco s’accascia.Quindi si leva, e porta non che punto,ma trapassato il cor d’estrema ambascia;pur finge col fratel, che quel furorenon abbia piú, che dianzi avea nel core.
56Il seguente matin, senza far mottoal suo fratello o ad altri, in via si messeda la mortal disperazion condotto;né di lui per piú dí fu chi sapesse.Fuor che ’l duca e il fratello, ogn’altro indòttoera chi mosso al dipartir l’avesse.Ne la casa del re di lui diversiragionamenti e in tutta Scozia fêrsi.
57In capo d’otto o di piú giorni in cortevenne inanzi a Ginevra un vïandante,e novelle arrecò di mala sorte:che s’era in mar summerso Arïodantedi volontaria sua libera morte,non per colpa di borea o di levante.D’un sasso che sul mar sporgea molt’altoavea col capo in giú preso un gran salto.
58Colui dicea: — Pria che venisse a questo,a me che a caso riscontrò per via,disse: — Vien meco, acciò che manifestoper te a Ginevra il mio successo sia;e dille poi, che la cagion del restoche tu vedrai di me, ch’or ora fia,è stato sol perc’ho troppo veduto:felice, se senza occhi io fossi suto! —
59Eramo a caso sopra Capobasso,che verso Irlanda alquanto sporge in mare.Cosí dicendo, di cima d’un sassolo vidi a capo in giú sott’acqua andare.Io lo lasciai nel mare, et a gran passoti son venuto la nuova a portare. —Ginevra, sbigottita e in viso smorta,rimase a quello annunzio mezza morta.
60Oh Dio, che disse e fece, poi che solasi ritrovò nel suo fidato letto!percosse il seno, e si stracciò la stola,e fece all’aureo crin danno e dispetto;ripetendo sovente la parolach’Arïodante avea in estremo detto:che la cagion del suo caso empio e tristotutta venía per aver troppo visto.
61Il rumor scorse di costui per tutto,che per dolor s’avea dato la morte.Di questo il re non tenne il viso asciutto,né cavallier né donna de la corte.Di tutti il suo fratel mostrò piú lutto;e si sommerse nel dolor sí forte,ch’ad essempio di lui, contra se stessovoltò quasi la man per irgli appresso.
62E molte volte ripetendo seco,che fu Ginevra che ’l fratel gli estinse,e che non fu se non quell’atto biecoche di lei vide, ch’a morir lo spinse;di voler vendicarsene sí ciecovenne, e sí l’ira e sí il dolor lo vinse,che di perder la grazia vilipese,et aver l’odio del re e del paese.
63E inanzi al re, quando era piú di gentela sala piena, se ne venne, e disse:— Sappi, signor, che di levar la menteal mio fratel, sí ch’a morir ne gisse,stata è la figlia tua sola nocente;ch’a lui tanto dolor l’alma traffissed’aver veduta lei poco pudica,che piú che vita ebbe la morte amica.
64Erane amante, e perché le sue vogliedisoneste non fur, nol vo’ coprire:per virtú meritarla aver per moglieda te sperava e per fedel servire;ma mentre il lasso ad odorar le fogliestava lontano, altrui vide salire,salir su l’arbor riserbato, e tuttoessergli tolto il disïato frutto. —
65E seguitò, come egli avea vedutovenir Ginevra sul verrone, e comemandò la scala, onde era a lei venutoun drudo suo, di chi egli non sa il nome,che s’avea, per non esser conosciuto,cambiati i panni e nascose le chiome.Suggiunse che con l’arme egli voleaprovar tutto esser ver ciò che dicea.
66Tu puoi pensar se ’l padre addoloratoriman, quando accusar sente la figlia;sí perché ode di lei quel che pensatomai non avrebbe, e n’ha gran maraviglia;sí perché sa che fia necessitato(se la difesa alcun guerrier non piglia,il qual Lurcanio possa far mentire)di condannarla e di farla morire.
67Io non credo, signor, che ti sia nuovala legge nostra che condanna a morteogni donna e donzella, che si pruovadi sé far copia altrui ch’al suo consorte.Morta ne vien, s’in un mese non truovain sua difesa un cavallier sí forte,che contra il falso accusator sostegnache sia innocente e di morire indegna.
68Ha fatto il re bandir, per liberarla(che pur gli par ch’a torto sia accusata),che vuol per moglie e con gran dote darlaa chi torrá l’infamia che l’è data.Chi per lei comparisca non si parlaguerriero ancora, anzi l’un l’altro guata;che quel Lurcanio in arme è cosí fiero,che par che di lui tema ogni guerriero.
69Atteso ha l’empia sorte, che Zerbino,fratel di lei, nel regno non si truove;che va giá molti mesi peregrino,mostrando di sé in arme inclite pruove:che quando si trovasse piú vicinoquel cavallier gagliardo, o in luogo dovepotesse avere a tempo la novella,non mancheria d’aiuto alla sorella.
70Il re, ch’intanto cerca di sapereper altra pruova, che per arme, ancora,se sono queste accuse o false o vere,se dritto o torto è che sua figlia mora;ha fatto prender certe cameriereche lo dovrian saper, se vero fòra:ond’io previdi, che se presa era io,troppo periglio era del duca e mio.
71E la notte medesima mi trassifuor de la corte, e al duca mi condussi;e gli feci veder quanto importassial capo d’amendua, se presa io fussi.Lodommi, e disse ch’io non dubitassi:a’ suoi conforti poi venir m’indussiad una sua fortezza ch’è qui presso,in compagnia di dui che mi diede esso.
77Hai sentito, signor, con quanti effettide l’amor mio fei Polinesso certo;e s’era debitor per tai rispettid’avermi cara o no, tu ’l vedi aperto.Or senti il guidardon che io ricevetti,vedi la gran mercé del mio gran merto;vedi se deve, per amare assai,donna sperar d’essere amata mai:
73che questo ingrato, perfido e crudele,de la mia fede ha preso dubbio al fine:venuto è in sospizion ch’io non riveleal lungo andar le fraudi sue volpine.Ha finto, acciò che m’allontane e celefin che l’ira e il furor del re decline,voler mandarmi ad un suo luogo forte;e mi volea mandar dritto alla morte:
74che di secreto ha commesso alla guida,che come m’abbia in queste selve tratta,per degno premio di mia fé m’uccida.Cosí l’intenzïon gli venía fatta,se tu non eri appresso alle mie grida.Ve’ come Amor ben chi lui segue, tratta! —Cosí narrò Dalinda al paladino,seguendo tuttavolta il lor camino.
75A cui fu sopra ogn’aventura, grataquesta, d’aver trovata la donzella,che gli avea tutta l’istoria narratade l’innocenzia di Ginevra bella.E se sperato avea, quando accusataancor fosse a ragion, d’aiutar quella,via con maggior baldanza or viene in prova,poi che evidente la calunnia truova.
76E verso la cittá di Santo Andrea,dove era il re con tutta la famiglia,e la battaglia singular doveaesser de la querela de la figlia,andò Rinaldo quanto andar potea,fin che vicino giunse a poche miglia;alla cittá vicino giunse, dovetrovò un scudier ch’avea piú fresche nuove:
77ch’un cavalliere istrano era venuto,ch’a difender Ginevra s’avea tolto,con non usate insegne, e sconosciuto,però che sempre ascoso andava molto;e che dopo che v’era, ancor vedutonon gli avea alcuno al discoperto il volto;e che ’l proprio scudier che gli serviadicea giurando: — Io non so dir chi sia. —
78Non cavalcaro molto, ch’alle murasi trovâr de la terra e in su la porta.Dalinda andar piú inanzi avea paura;pur va, poi che Rinaldo la conforta.La porta è chiusa, et a chi n’avea curaRinaldo domandò: — Questo ch’importa? —E fugli detto: perché ’l popul tuttoa veder la battaglia era ridutto,
79che tra Lurcanio e un cavallier istranosi fa ne l’altro capo de la terra,ove era un prato spazïoso e piano;e che giá cominciata hanno la guerra.Aperto fu al signor di Montealbano,e tosto il portinar dietro gli serra.Per la vòta cittá Rinaldo passa;ma la donzella al primo albergo lassa:
80e dice che sicura ivi si stiafin che ritorni a-llei, che sará tosto;e verso il campo poi ratto s’invia,dove li dui guerrier dato e rispostomolto s’aveano e davan tuttavia.Stava Lurcanio di mal cor dispostocontra Ginevra; e l’altro in sua difesaben sostenea la favorita impresa.
81Sei cavallier con lor ne lo steccatoerano a piedi, armati di corazza,col duca d’Albania, ch’era montatos’un possente corsier di buona razza.Come a gran contestabile, a lui datola guardia fu del campo e de la piazza:e di veder Ginevra in gran periglioavea il cor lieto, et orgoglioso il ciglio.
82Rinaldo se ne va tra gente e gente;fassi far largo il buon destrier Baiardo:chi la tempesta del suo venir sente,a dargli via non par zoppo né tardo.Rinaldo vi compar sopra eminente,e ben rassembra il fior d’ogni gagliardo;poi si ferma all’incontro ove il re siede:ognun s’accosta per udir che chiede.
83Rinaldo disse al re: — Magno signore,non lasciar la battaglia piú seguire;perché di questi dua qualunche more,sappi ch’a torto tu ’l lasci morire.L’un crede aver ragione, et è in errore,e dice il falso, e non sa di mentire;ma quel medesmo error che ’l suo germanoa morir trasse, a lui pon l’arme in mano.
84L’altro non sa se s’abbia dritto o torto;ma sol per gentilezza e per bontadein pericol si è posto d’esser morto,per non lasciar morir tanta beltade.Io la salute all’innocenzia porto;porto il contrario a chi usa falsitade.Ma, per Dio, questa pugna prima parti,poi mi dá audienza a quel ch’io vo’ narrarti. —
85Fu da l’autoritá d’un uom sí degno,come Rinaldo gli parea al sembiante,sí mosso il re, che disse e fece segnoche non andasse piú la pugna inante;al quale insieme et ai baron del regnoe ai cavallieri e all’altre turbe tanteRinaldo fe’ l’inganno tutto espresso,ch’avea ordito a Ginevra Polinesso.
86Indi s’offerse di voler provarecoll’arme, ch’era ver quel ch’avea detto.Chiamasi Polinesso; et ei compare,ma tutto conturbato ne l’aspetto:pur con audacia cominciò a negare.Disse Rinaldo: — Or noi vedrem l’effetto. —L’uno e l’altro era armato, il campo fatto,sí che senza indugiar vengono al fatto.
87Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caroche Ginevra a provar s’abbi innocente!tutti han speranza che Dio mostri chiaroch’impudica era detta ingiustamente.Crudel, superbo e riputato avarofu Polinesso, iniquo e fraudolente;sí che ad alcun miracolo non fia,che l’inganno da lui tramato sia.
84Sta Polinesso con la faccia mesta,col cor tremante e con pallida guancia;e al terzo suon mette la lancia in resta.Cosí Rinaldo inverso lui si lancia,che disïoso di finir la festa,mira a passargli il petto con la lancia:né discorde al disir seguí l’effetto;che mezza l’asta gli cacciò nel petto.
89Fisso nel tronco lo transporta in terra,lontan dal suo destrier piú di sei braccia.Rinaldo smonta subito, e gli afferral’elmo, pria che si levi, e gli lo slaccia:ma quel, che non può far piú troppa guerra,gli domanda mercé con umil faccia,e gli confessa, udendo il re e la corte,la fraude sua che l’ha condutto a morte.
90Non finí il tutto, e in mezzo la parolae la voce e la vita l’abandona.Il re, che liberata la figliuolavede da morte e da fama non buona,piú s’allegra, gioisce e raconsola,che, s’avendo perduta la corona,ripor se la vedesse allora allora;sí che Rinaldo unicamente onora.
91E poi ch’al trar de l’elmo conosciutol’ebbe, perch’altre volte l’avea visto,levò le mani a Dio, che d’un aiutocome era quel, gli avea sí ben provisto.Quell’altro cavallier che, sconosciuto,soccorso avea Ginevra al caso tristo,et armato per lei s’era condutto,stato da parte era a vedere il tutto.
92Dal re pregato fu di dire il nome,o di lasciarsi almen veder scoperto,acciò da lui fosse premiato, comedi sua buona intenzion chiedeva il merto.Quel, dopo lunghi preghi, da le chiomesi levò l’elmo, e fe’ palese e certoquel che ne l’altro canto ho da seguire,se grata vi sará l’istoria udire.
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