Orlando furioso (1928) — Canto 7

1Chi va lontan da la sua patria, vedecose, da quel che giá credea, lontane;che narrandole poi, non se gli crede,e stimato bugiardo ne rimane:che ’l sciocco vulgo non gli vuol dar fede,se non le vede e tocca chiare e piane.Per questo io so che l’inesperïenzafará al mio canto dar poca credenza.

2Poca o molta ch’io ci abbia, non bisognach’io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro.A voi so ben che non parrá menzogna,che ’l lume del discorso avete chiaro;et a voi soli ogni mio intento agognache ’l frutto sia di mie fatiche caro.Io vi lasciai che ’l ponte e la rivieravider, che ’n guardia avea Erifilla altiera.

3Quell’era armata del piú fin metallo,ch’avean di piú color gemme distinto:rubin vermiglio, crisolito giallo,verde smeraldo, con flavo iacinto.Era montata, ma non a cavallo;invece avea di quello un lupo spinto:spinto avea un lupo ove si passa il fiume,con ricca sella fuor d’ogni costume.

4Non credo ch’un sí grande Apulia n’abbia:egli era grosso et alto piú d’un bue.Con fren spumar non gli facea le labbia,né so come lo rega a voglie sue.La sopravesta di color di sabbiasu l’arme avea la maledetta lue:era, fuor che ’l color, di quella sortech’i vescovi e i prelati usano in corte.

5Et avea ne lo scudo e sul cimierouna gonfiata e velenosa botta.Le donne la mostraro al cavalliero,di qua dal ponte per giostrar ridotta,e fargli scorno e rompergli il sentiero,come ad alcuni usata era talotta.Ella a Ruggier, che torni a dietro, grida:quel piglia un’asta, e la minaccia e sfida.

6Non men la gigantessa ardita e prestasprona il gran lupo e ne l’arcion si serra,e pon la lancia a mezzo il corso in resta,e fa tremar nel suo venir la terra.Ma pur sul prato al fiero incontro resta;che sotto l’elmo il buon Ruggier l’afferra,e de l’arcion con tal furor la caccia,che la riporta indietro oltra sei braccia.

7E giá, tratta la spada ch’avea cinta,venía a levarne la testa superba:e ben lo potea far, che come estintaErifilla giacea tra’ fiori e l’erba.Ma le donne gridar: — Basti sia vinta,senza pigliarne altra vendetta acerba.Ripon, cortese cavallier, la spada;passiamo il ponte e seguitian la strada. —

8Alquanto malagevole et asprettaper mezzo un bosco presero la via,che oltra che sassosa fosse e stretta,quasi su dritta alla collina gía.Ma poi che furo ascesi in su la vetta,usciro in spazïosa prateria,dove il piú bel palazzo e ’l piú giocondovider, che mai fosse veduto al mondo.

9La bella Alcina venne un pezzo inanteverso Ruggier fuor de le prime porte,e lo raccolse in signoril sembiante,in mezzo bella et onorata corte.Da tutti gli altri tanto onore e tanteriverenzie fur fatte al guerrier forte,che non ne potrian far piú, se tra lorofosse Dio sceso dal superno coro.

10Non tanto il bel palazzo era escellenteperché vincesse ogn’altro di ricchezza,quanto ch’avea la piú piacevol genteche fosse al mondo e di piú gentilezza.Poco era l’un da l’altro differentee di fiorita etade e di bellezza:sola di tutti Alcina era piú bella,sí come è bello il sol piú d’ogni stella.

11Di persona era tanto ben formata,quanto me’ finger san pittori industri;con bionda chioma lunga et annodata:oro non è che piú risplenda e lustri.Spargeasi per la guancia delicatamisto color di rose e di ligustri;di terso avorio era la fronte lieta,che lo spazio finia con giusta meta.

12Sotto duo negri e sottilissimi archison duo negri occhi, anzi duo chiari soli,pietosi a riguardare, a mover parchi;intorno cui par ch’Amor scherzi e voli,e ch’indi tutta la faretra scarchie che visibilmente i cori involi:quindi il naso per mezzo il viso scende,che non truova l’Invidia ove l’emende.

13Sotto quel sta, quasi fra due vallette,la bocca sparsa di natio cinabro;quivi due filze son di perle elette,che chiude et apre un bello e dolce labro:quindi escon le cortesi paroletteda render molle ogni cor rozzo e scabro;quivi si forma quel suave riso,ch’apre a sua posta in terra il paradiso.

14Bianca nieve è il bel collo, e ’l petto latte;il collo è tondo, il petto colmo e largo:due pome acerbe, e pur d’avorio fatte,vengono e van come onda al primo margo,quando piacevole aura il mar combatte.Non potria l’altre parti veder Argo:ben si può giudicar che corrispondea quel ch’appar di fuor quel che s’asconde.

15Mostran le braccia sua misura giusta;e la candida man spesso si vedelunghetta alquanto e di larghezza angusta,dove né nodo appar, né vena escede.Si vede al fin de la persona augustail breve, asciutto e ritondetto piede.Gli angelici sembianti nati in cielonon si ponno celar sotto alcun velo.

16Avea in ogni sua parte un laccio teso,o parli o rida o canti o passo muova:né maraviglia è se Ruggier n’è preso,poi che tanto benigna se la truova.Quel che di lei giá avea dal mirto inteso,com’è perfida e ria, poco gli giova;ch’inganno o tradimento non gli è avisoche possa star con sí soave riso.

17Anzi pur creder vuol che da costeifosse converso Astolfo in su l’arenaper li suoi portamenti ingrati e rei,e sia degno di questa e di piú pena:e tutto quel ch’udito avea di lei,stima esser falso; e che vendetta mena,e mena astio et invidia quel dolentea lei biasmare, e che del tutto mente.

18La bella donna che cotanto amava,novellamente gli è dal cor partita;che per incanto Alcina gli lo lavad’ogni antica amorosa sua ferita;e di sé sola e del suo amor lo grava,e in quello essa riman sola sculpita:sí che scusar il buon Ruggier si deve,se si mostrò quivi inconstante e lieve.

19A quella mensa citare, arpe e lire,e diversi altri dilettevol suonifaceano intorno l’aria tintinired’armonia dolce e di concenti buoni.Non vi mancava chi, cantando, dired’amor sapesse gaudii e passïoni,o con invenzïoni e poesierappresentasse grate fantasie.

20Qual mensa trionfante e suntuosadi qualsivoglia successor di Nino,o qual mai tanto celebre e famosadi Cleopatra al vincitor latino,potria a questa esser par, che l’amorosafata avea posta inanzi al paladino?Tal non cred’io che s’apparecchi doveministra Ganimede al sommo Giove.

21Tolte che fur le mense e le vivande,facean, sedendo in cerchio, un giuoco lieto:che ne l’orecchio l’un l’altro domande,come piú piace lor, qualche secreto;il che agli amanti fu commodo grandedi scoprir l’amor lor senza divieto:e furon lor conclusïoni estremedi ritrovarsi quella notte insieme.

22Finîr quel giuoco tosto, e molto inanziche non solea lá dentro esser costume:con torchi allora i paggi entrati inanzi,le tenebre cacciâr con molto lume.Tra bella compagnia dietro e dinanziandò Ruggiero a ritrovar le piumein una adorna e fresca cameretta,per la miglior di tutte l’altre eletta.

23E poi che di confetti e di buon vinidi nuovo fatti fur debiti inviti,e partîr gli altri riverenti e chini,et alle stanze lor tutti sono iti;Ruggiero entrò ne’ profumati liniche pareano di man d’Aracne usciti,tenendo tuttavia l’orecchie attente,s’ancor venir la bella donna sente.

24Ad ogni piccol moto ch’egli udiva,sperando che fosse ella, il capo alzava:sentir credeasi, e spesso non sentiva;poi del suo errore accorto sospirava.Talvolta uscia del letto e l’uscio apriva,guatava fuori, e nulla vi trovava:e maledí ben mille volte l’orache facea al trapassar tanta dimora.

25Tra sé dicea sovente: — Or si parte ella; —e cominciava a noverare i passich’esser potean da la sua stanza a quelladonde aspettando sta che Alcina passi;e questi et altri, prima che la belladonna vi sia, vani disegni fassi.Teme di qualche impedimento spesso,che tra il frutto e la man non gli sia messo.

26Alcina, poi ch’a’ prezïosi odoridopo gran spazio pose alcuna meta,venuto il tempo che piú non dimori,ormai ch’in casa era ogni cosa cheta,de la camera sua sola uscí fuori;e tacita n’andò per via secretadove a Ruggiero avean timore e spemegran pezzo intorno al cor pugnato insieme.

27Come si vide il successor d’Astolfosopra apparir quelle ridenti stelle,come abbia ne le vene acceso zolfo,non par che capir possa ne la pelle.Or sino agli occhi ben nuota nel golfode le delizie e de le cose belle:salta del letto, e in braccio la raccoglie,né può tanto aspettar ch’ella si spoglie;

28ben che né gonna né faldiglia avesse;che venne avolta in un leggier zendadoche sopra una camicia ella si messe,bianca e suttil nel piú escellente grado.Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesseil manto: e restò il vel suttile e rado,che non copria dinanzi né di dietro,piú che le rose o i gigli un chiaro vetro.

29Non cosí strettamente edera premepianta ove intorno abbarbicata s’abbia,come si stringon li dui amanti insieme,cogliendo de lo spirto in su le labbiasuave fior, qual non produce semeindo o sabeo ne l’odorata sabbia.Del gran piacer ch’avean, lor dicer tocca;che spesso avean piú d’una lingua in bocca.

30Queste cose lá dentro eran secrete,o se pur non secrete, almen taciute;che raro fu tener le labra chetebiasmo ad alcun, ma ben spesso virtute.Tutte proferte et accoglienze lietefanno a Ruggier quelle persone astute:ognun lo reverisce e se gli inchina;che cosí vuol l’innamorata Alcina.

31Non è diletto alcun che di fuor reste;che tutti son ne l’amorosa stanza.E due e tre volte il dí mutano veste,fatte or ad una ora ad un’altra usanza.Spesso in conviti, e sempre stanno in feste,in giostre, in lotte, in scene, in bagno, in danza.Or presso ai fonti, all’ombre de’ poggietti,leggon d’antiqui gli amorosi detti;

32or per l’ombrose valli e lieti collivanno cacciando le paurose lepri;or con sagaci cani i fagian follicon strepito uscir fan di stoppie e vepri;or a’ tordi lacciuoli, or veschi mollitendon tra gli odoriferi ginepri;or con ami inescati et or con retiturbano a’ pesci i grati lor secreti.

33Stava Ruggiero in tanta gioia e festa,mentre Carlo in travaglio et Agramante,di cui l’istoria io non vorrei per questaporre in oblio, né lasciar Bradamante,che con travaglio e con pena molestapianse piú giorni il disïato amante,ch’avea per strade disusate e nuoveveduto portar via, né sapea dove.

34Di costei prima che degli altri dico,che molti giorni andò cercando invanopei boschi ombrosi e per lo campo aprico,per ville, per cittá, per monte e piano;né mai potè saper del caro amico,che di tanto intervallo era lontano.Ne l’oste saracin spesso venía,né mai del suo Ruggier ritrovò spia.

35Ogni dí ne domanda a piú di cento,né alcun le ne sa mai render ragioni.D’alloggiamento va in alloggiamento,cercandone e trabacche e padiglioni:e lo può far; che senza impedimentopassa tra cavallieri e tra pedoni,mercé all’annel che fuor d’ogni uman usola fa sparir quando l’è in bocca chiuso.

36Né può né creder vuol che morto sia;perché di sí grande uom l’alta ruinada l’onde idaspe udita si sariafin dove il sole a riposar declina.Non sa né dir né imaginar che viafar possa o in cielo o in terra; e pur meschinalo va cercando, e per compagni menasospiri e pianti et ogni acerba pena.

37Pensò al fin di tornare alla speloncadove eran l’ossa di Merlin profeta,e gridar tanto intorno a quella conca,che ’l freddo marmo si movesse a pieta;che se vivea Ruggiero, o gli avea troncal’alta necessitá la vita lieta,si sapria quindi: e poi s’appiglierebbea quel miglior consiglio che n’avrebbe.

38Con questa intenzïon prese il caminoverso le selve prossime a Pontiero,dove la vocal tomba di Merlinoera nascosa in loco alpestro e fiero.Ma quella maga che sempre vicinotenuto a Bradamante avea il pensiero,quella, dico io, che nella bella grottal’avea de la sua stirpe instrutta e dotta;

39quella benigna e saggia incantatrice,la quale ha sempre cura di costei,sappiendo ch’esser de’ progenitriced’uomini invitti, anzi di semidei;ciascun dí vuol saper che fa, che dice,e getta ciascun dí sorte per lei.Di Ruggier liberato e poi perduto,e dove in India andò, tutto ha saputo.

40Ben veduto l’avea su quel cavalloche reggier non potea, ch’era sfrenato,scostarsi di lunghissimo intervalloper sentier periglioso e non usato;e ben sapea che stava in giuoco e in balloe in cibo e in ozio molle e delicato,né piú memoria avea del suo signore,né de la donna sua, né del suo onore.

41E cosí il fior de li begli anni suoiin lunga inerzia aver potria consuntosí gentil cavallier, per dover poiperdere il corpo e l’anima in un punto;e quel odor, che sol riman di noiposcia che ’l resto fragile è defunto,che tra’ l’uom del sepulcro e in vita il serba,gli saria stato o tronco o svelto in erba.

42Ma quella gentil maga, che piú curan’avea ch’egli medesmo di se stesso,pensò di trarlo per via alpestre e duraalla vera virtú, mal grado d’esso:come escellente medico, che curacon ferro e fuoco e con veneno spesso,che se ben molto da principio offende,poi giova al fine, e grazia se gli rende.

43Ella non gli era facile, e talmentefattane cieca di superchio amore,che, come facea Atlante, solamentea darli vita avesse posto il core.Quel piú tosto volea che lungamentevivesse e senza fama e senza onore,che, con tutta la laude che sia al mondo,mancasse un anno al suo viver giocondo.

44L’avea mandato all’isola d’Alcina,perché oblïasse l’arme in quella corte;e come mago di somma dottrina,ch’usar sapea gl’incanti d’ogni sorte,avea il cor stretto di quella reginane l’amor d’esso d’un laccio sí forte,che non se ne era mai per poter sciorre,s’invechiasse Ruggier piú di Nestorre.

45Or tornando a colei, ch’era presagadi quanto de’ avvenir, dico che tennela dritta via dove l’errante e vagafiglia d’Amon seco a incontrar si venne.Bradamante vedendo la sua maga,muta la pena che prima sostenne,tutta in speranza; e quella l’apre il vero:ch’ad Alcina è condotto il suo Ruggiero.

46La giovane riman presso che morta,quando ode che ’l suo amante è cosí lunge;e piú, che nel suo amor periglio porta,se gran rimedio e subito non giunge:ma la benigna maga la conforta,e presta pon l’impiastro ove il duol punge;e le promette e giura, in pochi giornifar che Ruggiero a riveder lei torni.

47— Da che, donna (dicea), l’annello hai teco,che vai contra ogni magica fattura,io non ho dubbio alcun, che s’io l’arrecolá dove Alcina ogni tuo ben ti fura,ch’io non le rompa il suo disegno, e meconon ti rimeni la tua dolce cura.Me n’andrò questa sera alla prim’ora,e sarò in India al nascer de l’aurora. —

48E seguitando, del modo narrolleche disegnato avea d’adoperarlo,per trar del regno effeminato e molleil caro amante, e in Francia rimenarlo.Bradamante l’annel del dito tolle;né solamente avria voluto darlo,ma dato il core e dato avria la vita,pur che n’avesse il suo Ruggiero aita.

49Le dá l’annello e se le raccomanda;e piú le raccomanda il suo Ruggiero,a cui per lei mille saluti manda:poi prese vêr Provenza altro sentiero.Andò l’incantatrice a un’altra banda;e per porre in effetto il suo pensiero,un palafren fece apparir la sera,ch’avea un piè rosso, e ogn’altra parte nera.

50Credo fusse un Alchino o un Farfarello,che da l’inferno in quella forma trasse;e scinta e scalza montò sopra a quello,a chiome sciolte e orribilmente passe:ma ben di dito si levò l’annello,perché gl’incanti suoi non le vietasse.Poi con tal fretta andò, che la matinasi ritrovò ne l’isola d’Alcina.

51Quivi mirabilmente transmutosse:s’accrebbe piú d’un palmo di statura,e fe’ le membra a proporzion piú grosse;e restò a punto di quella misurache si pensò che ’l negromante fosse,quel che nutrí Ruggier con sí gran cura.Vestí di lunga barba le mascelle,e fe’ crespa la fronte e l’altra pelle.

52Di faccia, di parole e di sembiantesí lo seppe imitar, che totalmentepotea parer l’incantatore Atlante.Poi si nascose, e tanto pose mente,che da Ruggiero allontanar l’amanteAlcina vide un giorno finalmente:e fu gran sorte; che di stare o d’iresenza esso un’ora potea mal patire.

53Soletto lo trovò, come lo volle,che si godea il matin fresco e serenolungo un bel rio che discorrea d’un colleverso un laghetto limpido et ameno.Il suo vestir delizïoso e molletutto era d’ozio e di lascivia pieno,che de sua man gli avea di seta e d’orotessuto Alcina con sottil lavoro.

54Di ricche gemme un splendido monilegli discendea dal collo in mezzo il petto;e ne l’uno e ne l’altro giá virilebraccio girava un lucido cerchietto.Gli avea forato un fil d’oro sottileambe l’orecchie, in forma d’annelletto;e due gran perle pendevano quindi,qua’ mai non ebbon gli Arabi né gl’Indi.

55Umide avea l’innanellate chiomede’ piú suavi odor che sieno in prezzo:tutto ne’ gesti era amoroso, comefosse in Valenza a servir donne avezzo:non era in lui di sano altro che ’l nome;corrotto tutto il resto, e piú che mézzo.Cosí Ruggier fu ritrovato, tantoda l’esser suo mutato per incanto.

56Ne la forma d’Atlante se gli affacciacolei, che la sembianza ne tenea,con quella grave e venerabil facciache Ruggier sempre riverir solea,con quello occhio pien d’ira e di minaccia,che sí temuto giá fanciullo avea;dicendo: — È questo dunque il frutto ch’iolungamente atteso ho del sudor mio?

57Di medolle giá d’orsi e di leoniti porsi io dunque li primi alimenti;t’ho per caverne et orridi burronifanciullo avezzo a strangolar serpenti,pantere e tigri disarmar d’ungioniet a vivi cingial trar spesso i denti,acciò che, dopo tanta disciplina,tu sii l’Adone o l’Atide d’Alcina?

58È questo, quel che l’osservate stelle,le sacre fibre e gli accoppiati punti,responsi, augúri, sogni e tutte quellesorti, ove ho troppo i miei studi consunti,di te promesso sin da le mammellem’avean, come quest’anni fusser giunti:ch’in arme l’opre tue cosí preclareesser dovean, che sarian senza pare?

59Questo è ben veramente alto principioonde si può sperar che tu sia prestoa farti un Alessandro, un Iulio, un Scipio!Chi potea, ohimè! di te mai creder questo,che ti facessi d’Alcina mancipio?E perché ognun lo veggia manifesto,al collo et alle braccia hai la catenacon che ella a voglia sua preso ti mena.

60Se non ti muovon le tue proprie laudi,e l’opre escelse a chi t’ha il cielo eletto,la tua succession perché defraudidel ben che mille volte io t’ho predetto?deh, perché il ventre eternamente claudi,dove il ciel vuol che sia per te concettola glorïosa e soprumana prolech’esser de’ al mondo piú chiara che ’l sole?

61Deh non vietar che le piú nobil alme,che sian formate ne l’eterne idee,di tempo in tempo abbian corporee salmedal ceppo che radice in te aver dee!deh non vietar mille trionfi e palme,con che, dopo aspri danni e piaghe ree,tuoi figli, tuoi nipoti e successoriItalia torneran nei primi onori!

62Non ch’a piegarti a questo tante e tanteanime belle aver dovesson pondo,che chiare, illustri, inclite, invitte e santeson per fiorir da l’arbor tuo fecondo;ma ti dovria una coppia esser bastante:Ippolito e il fratel; che pochi il mondoha tali avuti ancor fin al dí d’oggi,per tutti i gradi onde a virtú si poggi.

63Io solea piú di questi dui narrarti,ch’io non facea di tutti gli altri insieme;sí perché essi terran le maggior parti,che gli altri tuoi, ne le virtú supreme;sí perché al dir di lor mi vedea dartipiú attenzïon, che d’altri del tuo seme:vedea goderti che sí chiari eroiesser dovessen dei nipoti tuoi.

64Che ha costei che t’hai fatto regina,che non abbian mill’altre meretrici?costei che di tant’altri è concubina,ch’al fin sai ben s’ella suol far felici.Ma perché tu conosca chi sia Alcina,levatone le fraudi e gli artifici,tien questo annello in dito, e torna ad ella,ch’aveder ti potrai come sia bella. —

65Ruggier si stava vergognoso e mutomirando in terra, e mal sapea che dire;a cui la maga nel dito minutopose l’annello, e lo fe’ risentire.Come Ruggiero in sé fu rivenuto,di tanto scorno si vide assalire,ch’esser vorria sotterra mille braccia,ch’alcun veder non lo potesse in faccia.

66Ne la sua prima forma in uno instante,cosí parlando, la maga rivenne;né bisognava piú quella d’Atlante,seguitone l’effetto per che venne.Per dirvi quel ch’io non vi dissi inante,costei Melissa nominata venne,ch’or diè a Ruggier di sé notizia vera,e dissegli a che effetto venuta era;

67mandata da colei, che d’amor pienasempre il disia, né piú può starne senza,per liberarlo da quella catenadi che lo cinse magica violenza:e preso avea d’Atlante di Carenala forma, per trovar meglio credenza.Ma poi ch’a sanitá l’ha omai ridutto,gli vuole aprire e far che veggia il tutto.

68— Quella donna gentil che t’ama tanto,quella che del tuo amor degna sarebbe,a cui, se non ti scorda, tu sai quantotua libertá, da lei servata, debbe;questo annel che ripara ad ogni incantoti manda: e cosí il cor mandato avrebbe,s’avesse avuto il cor cosí virtute,come l’annello, atta alla tua salute. —

69E seguitò narrandogli l’amoreche Bradamante gli ha portato e porta;di quella insieme comendò il valore,in quanto il vero e l’affezion comporta;et usò modo e termine miglioreche si convenga a messaggera accorta:et in quel odio Alcina a Ruggier pose,in che soglionsi aver l’orribil cose.

70In odio gli la pose, ancor che tantol’amasse dianzi: e non vi paia strano,quando il suo amor per forza era d’incanto,ch’essendovi l’annel, rimase vano.Fece l’annel palese ancor, che quantodi beltá Alcina avea, tutto era estrano:estrano avea, e non suo, dal piè alla treccia;il bel ne sparve, e le restò la feccia.

71Come fanciullo che maturo fruttoripone, e poi si scorda ove è riposto,e dopo molti giorni è riconduttolá dove truova a caso il suo deposto,si maraviglia di vederlo tuttoputrido e guasto, e non come fu posto;e dove amarlo e caro aver solia,l’odia, sprezza, n’ha schivo, e getta via:

72cosí Ruggier, poi che Melissa fecech’a riveder se ne tornò la fatacon quell’annello inanzi a cui non lece,quando s’ha in dito, usare opra incantata,ritruova, contra ogni sua stima, invecede la bella, che dianzi avea lasciata,donna sí laida, che la terra tuttané la piú vecchia avea né la piú brutta.

73Pallido, crespo e macilente aveaAlcina il viso, il crin raro e canuto:sua statura a sei palmi non giungea:ogni dente di bocca era caduto;che piú d’Ecuba e piú de la Cumea,et avea piú d’ogn’altra mai vivuto.Ma sí l’arti usa al nostro tempo ignote,che bella e giovanetta parer puote.

74Giovane e bella ella si fa con arte,sí che molti ingannò come Ruggiero;ma l’annel venne a interpretar le carte,che giá molti anni avean celato il vero.Miracol non è dunque, se si partede l’animo a Ruggiero ogni pensieroch’avea d’amare Alcina, or che la truovain guisa, che sua fraude non le giova.

75Ma come l’avisò Melissa, stettesenza mutare il solito sembiante,fin che de l’arme sue, piú dí neglette,si fu vestito dal capo alle piante;e per non farle ad Alcina suspette,finse provar s’in esse era aiutante,finse provar se gli era fatto grosso,dopo alcun dí che non l’ha avute indosso.

76E Balisarda poi si messe al fianco(che cosí nome la sua spada avea);e lo scudo mirabile tolse anco,che non pur gli occhi abbarbagliar solea,ma l’anima facea sí venir manco,che dal corpo esalata esser parea.Lo tolse, e col zendado in che trovollo,che tutto lo copria, sel messe al collo.

77Venne alla stalla, e fece briglia e sellaporre a un destrier piú che la pece nero:cosí Melissa l’avea instrutto; ch’ellasapea quanto nel corso era leggiero.Chi lo conosce, Rabican l’appella;et è quel proprio che col cavallierodel quale i venti or presso al mar fan gioco,portò giá la balena in questo loco.

78Potea aver l’ippogrifo similmente,che presso a Rabicano era legato;ma gli avea detto la maga: — Abbi mente,ch’egli è (come tu sai) troppo sfrenato. —E gli diede intenzion che ’l dí seguentegli lo trarrebbe fuor di quello stato,lá dove ad agio poi sarebbe instruttocome frenarlo e farlo gir per tutto.

79Né sospetto dará, se non lo tolle,de la tacita fuga ch’apparecchia.Fece Ruggier come Melissa volle,ch’invisibile ognor gli era all’orecchia.Cosí fingendo, del lascivo e mollepalazzo uscí de la puttana vecchia;e si venne accostando ad una porta,donde è la via ch’a Logistilla il porta.

80Assaltò li guardiani all’improviso,e si cacciò tra lor col ferro in mano,e qual lasciò ferito, e quale ucciso;e corse fuor del ponte a mano a mano:e prima che n’avesse Alcina aviso,di molto spazio fu Ruggier lontano.Dirò ne l’altro canto che via tenne;poi come a Logistilla se ne venne.

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