Cantare decimosettimo

Morgante

1 Virgine innanzi al parto ed ora e sempre,Virgine pura, Virgine beata,Virgine che ’l tuo figlio in Ciel contempre,Virgine degna, Virgine sacrata,Virgine ch’ogni cosa guidi e tempre,Virgine con Gesù nostra avvocata,Virgine piena di grazia e di gloria,Virgine etterna, aiuta la mia storia.

2 Sappi ch’i’ son colui per cui sospiranella città la figlia del Soldano;ma la Fortuna, che sue rote gira,m’ha qui condotto con gli sproni in mano,e di me fatto il berzaglio e la mira.Or pur torrai questa alfana, pagano,ché ’l mio cavallo ho perduto, Baiardo,e ’l mio cugin, che mai fu il più gagliardo:

3 nella città n’andrai sùbito a quella;di’ che Rinaldo in sul campo l’aspettaalla battaglia armato, non in sella,ché vuol de’ suoi prigion far la vendetta:vedrai che gli parrà buona novella. -Gualtier sopra l’alfana allor s’assettae presto in Bambillona andava ’Antea,e quel ch’ha detto Rinaldo, dicea.

4 Diceva Antea: - Può farlo la Fortunache sia Rinaldo, e sia così solettosanza cavallo o compagnia nessuna? -e corse a Ulivieri e Ricciardetto,e disse: - Or non temete cosa alcuna -perché sapea che vivon con sospetto;e quanto più potea gli confortava;ché per amor di Rinaldo gli amava;

5 e Ricciardetto avea trattato in modoche mai nessun disagio comportòe:tanto la strigne l’amoroso nodo!Poi, fatto questo, al Soldan se n’andòe:- Voi non sapete - disse - quel ch’io odo:però quel c’ho sentito vi diròe:Rinaldo fuor m’aspetta delle mura,a piè, soletto, sol con l’armadura. -

6 Il Soldan disse: - Molto strano è il casoch’un cavalier di tanta nominanzacosì sanza caval sia sol rimaso. -E disse: - Che di’ tu, Gan di Maganza,che se’ d’ogni scïenza e virtù vaso?Sai che Rinaldo ha pur molta possanza,né la fortuna ritentar vorrei.Pertanto il tuo consiglio caro arei. -

7 Forse che Gano ebbe a pensare a questo,ch’avea di tradimenti pieno il seno,e la risposta apparecchiata ha presto;disse: - Soldan, s’a mio modo fareno,non metteren così in un tratto il resto,ma minor posta ch’Antea mettereno.Se Rinaldo ama la donna famosa,credi per lei che farebbe ogni cosa.

8 E’ ci è quel Veglio antico maladetto,che sta nella montagna d’Aspracorte,e tutto il regno tuo tiene in sospetto:la tua fanciulla con parole accorteconchiugga con Rinaldo questo effetto:che s’a quel Veglio dar crede la morte,che rïarà i prigioni, e tutti i pattigli osserverai che in Persia furon fatti. -

9 Era il Soldano uom molto scozzonato,e ’ntese ben che lo manda alla mazza,e fra sé disse: «Ecco uomo scelerato!Ecco ben traditor di fine razza!».Rispose: - Io lodo quel c’hai consigliato:ogn’altra cosa sare’ forse pazza. -E la sua figlia confortò ch’andassial suo Rinaldo e questo domandassi.

10 Ella rispose al Soldan ch’era presta,e quando più poté si facea bella:missesi indosso una leggiadra vestaove fiammeggia d’oro alcuna stellanel campo azurro, molto ben contestadi seta ricca, e poi montava in sellacon due sergenti, e non volle armadura;ed a Rinaldo andò fuor delle mura.

11 Quando Rinaldo Antea vede venire,sente nel cuor di sùbito un riprezzod’amor, che gliel facea per forza aprire:«Ecco il sol» disse «fra le stelle in mezzo».Giunse la donna che ’l facea morire;vide che s’era a seder posto al rezzoappiè d’un moro gelso in su la strada,in sul pome appoggiato della spada,

12 e disse: - Mille salute a Rinaldo!Qual fato ingiusto o qual fortuna vuolech’a piè soletto camini pel caldo? -Quando Rinaldo sentì le parole,non potea il cor nel petto stargli saldo,e disse: - Ben ne venga il mio bel sole!Qual grazia qui ti manda a confortarmi?Ma dimmi: dove hai tu lasciate l’armi? -

13 Rispose la fanciulla: - Ah, puro e soro!A quel che ci bisogna ogni arme è buona;ch’io doverrei, per uscir di martoro,far come Tisbe mia di Bambillona,poi che noi siamo appiè del gelso moro,della cui fede ancor la fama suona;e forse del mio amor costante e degnoin qualche modo il Ciel farebbe segno.

14 Io son venuta perché il padre miovuol ch’io ti dica quel che intenderai:ch’un nostro gran nimico antico e rio,se tu l’uccidi, i tuoi prigioni araie ciò che in Persia già ti promissi io.Non so se ricordar sentito l’hai,ma molto suona la sua possa magna,e ’l Veglio appellato è della Montagna.

15 E statti d’ogni cosa alla mia fede,se tu farai, Rinaldo, quel ch’io dico.Ma dimmi come sia rimaso a piede,e ch’io non veggo Orlando qui, il tuo amico.Piglia questo caval, che, per mia fede,se non l’accetti sarai mio nimico. -Disse Rinaldo: - In un deserto foltorimase Orlando, e ’l destrier mi fu tolto.

16 E ’l me’ ch’io posso mi son qui condotto:l’amor ch’io porto ’Antea me lo fa fare,e son venuto a piè più che di trotto;né voglio altro caval mai cavalcare,insin che ’l mio Baiardo non m’è sotto.Or, perché sempre mi puoi comandare,colui che di’ di montagna o di boscofammi assaper, ch’io per me nol cognosco.

17 E s’egli avessi la testa di ferro,per lo tuo amor due pezzi ne faròe:così ti giuro, e so che mai non erro.E d’ogni cosa in te mi fideròedi ciò che fu ne’ patti s’io l’atterro. -Rispose Antea: - Con teco manderòeun de’ miei mammalucchi, che là vegnie questo can malfusso te lo ’nsegni.

18 Io mi ritorno drento alla città,ché tempo non è or da far soggiorno.A’ tuoi prigion nïente mancherà,ch’io gli ho sempre onorati notte e giorno;e libero ciascun di lor sarà,Rinaldo, in ogni modo al tuo ritorno.Macon sia teco! - E poi voltò il cavallo,ché ’n volto più non sofferia guardallo.

19 E ritornossi sospirando drento,e ridiceva al Soldano ogni cosa.Non domandar come Gan fu contento:dell’alegrezza non trovava posa;e perché e’ fussi doppio il tradimento,disse così: - Se tu vuoi còr la rosaa tempo e sanza pugnerti la mano,un altro bel partito ci è, Soldano.

20 Rinaldo non arà col Veglio scampo;or mi parrebbe la tua figlia andassia Monte Albano intanto a porre il campo,e bastere’ trentamila menassi,prima che sia raffreddo questo vampo.Orlando non v’è or, che rimediassi,ma sol Guicciardo, Alardo e Malagigi;e preso Montalban, preso è Parigi.

21 Questo Ulivieri e questo Ricciardettode’ miglior paladin son ch’abbi Carlo:Carlo in Parigi è rimaso soletto,e per paura attenderà a guardarlo.Qui è il partito vinto e ’l giuoco netto,pur che tu sappi, signor mio, pigliarlo. -Donde al Soldan troppo la ’mpresa piace,e ciò c’ha detto Gan gli fu capace;

22 e la figliuola scongiurava e priegache ora è tempo acquistar qualche fama.Ma la fanciulla al principio ciò niega,come colei che Rinaldo molto ama;e molto saviamente al padre allegache sempre più l’onor che l’util brama,e che Rinaldo voleva aspettaree ciò ch’aveva promesso osservare.

23 Il padre rispondea: - Prima ch’e’ tornidal Veglio, o che gli dia sì tosto morte,saranno trapassati molti giorni:tu sarai a Montalban prima alle porteco’ tuoi stendardi e’ tuoi baroni adorni;ed oltre a questo, Orlando or non è in corte,né Ricciardetto, Ulivieri o Rinaldo:però battiamo il ferro mentre è caldo.

24 Quando Rinaldo sarà ritornato,perch’io m’avveggo tu gli porti amore,ciò che promesso gli hai fia osservato,e giusto mio poter farégli onoretanto che in Persia si fia ritornato:quivi si poserà, sendo signore.Diren che nella Mecche tu sia andatae ’n pochi giorni qui sarai tornata. -

25 Gano in sul fatto diceva parolech’eran tutte de’ colpi del maestro.Quando Antea vide che ’l Soldan pur vuole,rispose che parata era a suo destro.Fannosi insegne, come far si suole,e fornimenti per luogo campestro;padiglioni e trabacche s’apparecchiae tutta l’arme si ritruova vecchia.

26 Non credo che mai tanto martellassiin Mongibello il gran fabbro Vulcanoquanto per tutta Bambillona fassi;e chi portava l’arco sorïanoracconcia le saette co’ turcassi;chi la sua scimitarra piglia in manoe vuol veder s’ella è di tutta pruova;chi briglie e selle e chi staffe rinuova.

27 In pochi giorni son tutti assettati,e diè il Soldan le sue benedizionialla figliuola, e sono accomiatati,e dati tutti al vento i lor pennoni.Guardava Antea que’ cavalieri armatie tutti gli vagheggia in sugli arcioni,e dice: «Io vedrò pur Cristianitade,castella e ville e tutte le cittade,

28 le sue marine, i boschi, i monti e ’l piano,e ’l bel castel che guarda Malagigidel mio Rinaldo, detto Monte Albano;vedrò la bella chiesa San Dionigi;vedrò il Danese, Astolfo e Carlo Mano,quand’io sarò a combatter poi Parigi;e s’io torrò a Rinaldo il suo castello,potrò ciò ch’io vorrò poi aver da quello.

29 Combatterò co’ paladini ancora;Rinaldo tornerà, così Orlando,e proverrommi con lor forse allora:la fama insino al ciel n’andrà volando».Così di queste cose s’innamoramentre che a ciò pensava cavalcando,come colei che sol bramava onoree molto generoso aveva il core.

30 Gan per la via con lei molto parlava,ch’era con essa a fargli compagnia:- Così faremo - e molto confortava,dicendo spesso: - Per la fede mia,del traditor Rinaldo non mi grava.E’ non ci va due mesi, che in balìaarete tutto il reame di Franciasanza operare spada molto o lancia.

31 Io ho parenti, amici in ogni lato:e’ non ha Carlo sì fidata terrach’i’ non sappi ordinar qualche trattato,come e’ vedranno appiccata la guerra. -Diceva Antea: «Guata uom bene ostinato!Chi dice traditor, certo non erra;ché, se di questo il mio giudicio è saldo,non vidi alla mia vita un tal ribaldo».

32 Così costor ne vanno a Monte Albano.Or ritorniamo un poco al suo signore.Rinaldo e ’l mamalucco del Soldanovanno a quel Veglio crudo e peccatore.Dicea Rinaldo allo scudier pagano:- Monta in su questa alfana per mio amore,ché insin che ’l mio caval non troverròe,altro destrier già mai cavalcheròe. -

33 Non voleva il pagan per riverenza,ma poi per riverenza anco l’accetta.Vanno parlando della gran potenzadi quella aspra persona e maladetta.Diceva il mamalucco: - Abbi avvertenzache la sua branca addosso non ti metta. -Rinaldo rispondea: - Tu riderai,ché maggior bestia son di lui assai. -

34 Poi che furono entrati in un gran bosco,in mezzo a quel trovorno un gran burronediserto, oscuro e tenebroso e fosco.Disse il pagan: - Qui sta quel can ghiottonein quel palagio che vedi; io il cognoscoinsin di qua, ch’io il veggo a un balcone. -E mostrò quello a Rinaldo, che stavaalla finestra e pel bosco guardava.

35 Come e’ vide apparir Rinaldo, fortegridò da quel balcon: - Che gente è questa?Ch’andate voi cercando qua? La morte? -Venne alla porta con molta tempesta.Disse Rinaldo: - A te sanza altre scortevenuti siam per l’oscura foresta,e vengo a dare a te quel che tu ha’ detto,per onta e disonor di Macometto.

36 So che tu se’ del gran Soldan nimico,e son venuto qui per vendicallodi ciò che fatto gli hai pel tempo antico,ché contro a lui commesso hai più d’un fallo. -Rispose il Veglio: - Io fui sempre suo amicoper ogni tempo, e tutto il mondo sallo;e perché cavalier mi par’ dabbene,vo’ che tu intenda onde tal cosa viene.

37 Questo Soldan già, sendo addormentato,una mattina in visïon vedeache, sendo sopra il suo cavallo armato,una montagna addosso gli cadea;ed ha per questo sogno interpetratoch’io sia quel desso; e già ci mandò Anteaa combatter con meco, e finalmentedella battaglia si partì perdente.

38 Questo sospetto fa che mi perseguae cerchi quanto e’ può tòrmi la vita,sanza voler con meco accordo o triegua.Ma se questa sentenzia è stabilitain Ciel, se innanzi a me non si dilegua,convien che finalmente sia essaudita.Or se tu se’ venuto qua a sfidarmi,aspetta tanto ch’io prenda mie armi. -

39 Disse Rinaldo: - In ogni modo voglioche tu ti vesta tutta tua armadura,ché altrimenti combatter non soglio.Vedren come al mio brando sarà dura;e forse ti farò giù por l’orgoglio,e più il Soldan non istarà in paura. -Armossi il Veglio allor di tutta bottadi pelle di serpente dura e cotta,

40 e tolse per ispada un mazzafrustocon tre palle di piombo catenate,ferrato e nocchieruto e grave e giusto;e ritornò a Rinaldo immedïate,e disse: - Io ti farò mutar di gusto,come tu assaggi di queste picchiate;ché, s’io t’accocco una palla di piombo,di Bambillona s’udirà il rimbombo.

41 Ma vo’ che tu mi dica, se ti piace,il nome tuo e se tu se’ pagano,poi che tu parli sì superbo e audacee vuoi far le vendette del Soldano. -Disse Rinaldo: - Ciò non mi dispiace.Io sono il gran signor di Montalbano;e per amor d’Antea vengo ammazzarti,ché lo farò pria che da te mi parti.

42 E so che per la gola, Veglio, mentich’alla battaglia vincessi colei,non sette come te co’ tuoi parenti!Oltre, io ti sfido per amor di lei;ed hogli fatti mille sacramentiche sanza il capo tuo non tornerei;e nel partir mi donò questa stellad’una sua vesta ch’avea molto bella;

43 ed io gli donerò, per cambio a questo,il capo tuo, malvagio traditore. -Turbossi il Veglio nella fronte prestoquando e’ sentì chi era quel signore;e se fussi il partirsi stato onesto,si dipartia, sì gli tremava il core;ma per vergogna il mazzafrusto alzòee con Rinaldo la zuffa appiccòe.

44 Rinaldo aveva gli occhi a quelle palle:ch’un tratto ch’ell’avessin fatto còlta,gli facevon le gote altro che gialle;pur s’appiccorno alcuna, qualche volta,ché non poté così netto schifalle,tanto che l’elmo sonava a raccolta:dunque e’ convien ch’ogni suo ingegno adopre,e con lo scudo e col brando si cuopre.

45 E come e’ vede la mazza caduta,il me’ che può con la spada il punzecchiaquando alle gambe, quando alla barbuta;con l’altro braccio lo scudo apparecchiaper riparare, e ’n tal modo s’aiuta,ché lo schermire era l’arte sua vecchia;ma ogni volta riparar non puossi,e spesso con l’un piede inginocchiossi.

46 Quando ebbon combattuto un’ora o piùe,Rinaldo un tratto Frusberta sù alzaper mostrare a quel colpo sua virtùe:un cappellaccio ch’egli avea, giù balzaper la percossa, che sì aspra fueche ’l crudel Veglio la terra rincalza;e cadde come il tordo sbalordito,tanto ch’un pezzo stette tramortito.

47 E risentito, disse: - O cavaliere,io mi t’arrendo e dommi tuo prigione,ché mi potevi uccidere a giacere:da ora innanzi, famoso barone,di mia persona fanne il tuo volere. -Disse Rinaldo: - Per mio compagnonet’accetto, e tua persona franca e degnacon meco in compagnia vo’ che ne vegna. -

48 Rispose il Veglio: - Io son molto contentoseguitar cavalier tanto giocondo;e vo’ che tuo sia sempre a tuo talentoquesto palagio, e ciò ch’io ho nel mondo,e s’altro ci è che ti sia in piacimento. -Rinaldo disse: - A questo sol rispondoche tu ci dessi da far collezione,ch’ognun ci piglierebbe oggi al boccone.

49 Noi abbiam per un deserto caminatodove pan non si truova né farina,e so che ’l mio compagno anco è affamato,ch’era a caval: pensa chi a piè cammina!Abbiàn sanza vigilia digiunato,ché ci partimo per tempo ier mattina. -Il Veglio apparecchiar facea vivandee fece lor onor sùbito e grande;

50 e stanno così insieme a riposarsi.Or ritorniamo ove io lasciai Antea,ch’a Monte Alban cominciava appressarsi,tanto che un giorno alle mura giugneae con sua gente comincia accamparsi;e poi mandò, come Gan gli dicea,un messaggier di sùbito al castelloal buon Guicciardo e l’altro suo fratello.

51 Il messo andò con la imbasciata in fretta,e disse come del Soldan la figliaera venuta con molta sua setta;e che non abbin di ciò maraviglia,però che questo è fatto per vendettadel lor fratel contro alla sua famiglia:che mandin giù le chiavi del castello,o vengan sopra il campo a salvar quello.

52 Guicciardo a quel messaggio rispondeache non sa che vendetta o che cagionea questa impresa commossa abbi Antea,e che restava pien d’ammirazione;e che le chiavi ch’ella gli chiedeagli porterebbe lui sopra l’arcione,per dargliel colla punta della lancia,ché così era il costume di Francia.

53 Tornò il messaggio, e fece la ’mbasciata;della qual cosa Antea seco sorrise.Guicciardo con Alardo e sua brigatal’altra mattina ognun l’arme si mise;e tutta fu la terra rafforzatae con le sbarre le strade ricise;e vennono in sul campo armati in selladove aspettava la gentil donzella.

54 La qual, come costor vide venire,fecesi incontro benigna e modesta,e dicea seco: «E’ non posson disdireche non sian di Rinaldo e di sua gesta,tanto sopra il caval mostran d’ardire:l’aspetto e ’l modo lor lo manifesta»;e di Rinaldo suo pur si risente.E salutògli grazïosamente,

55 e disse: - Tu, che innanzi agli altri guardo,sanza che ’l nome tuo più oltre dica,se’ quel gentil baron detto Guicciardodove ogni gentilezza si nutrica;quell’altro cavalier chiamato è Alardo,in cui risurge ogni eccellenzia antica.Ma dimmi, ove hai tu lasciate le chiavi,che in su la lancia dicesti arrecavi? -

56 Guicciardo gli rispose: - O damigella,io non so la cagion della tua impresa;ma poi che così è, venuto in sellasono in sul campo per la mia difesa;e certo tu mi par’ donna sì bellache di combatter con teco mi pesa.Se ignun de’ miei t’ha fatto mancamento,per la mia fé ch’io ne son mal contento;

57 ed arei caro intender qual sia quelloche t’abbi fatto ingiuria, ove o in qual parte,per darti poi le chiavi del castello;ché tu mi par’, quand’io ti guato, Marte,né altro, fuor ch’un mio carnal fratelloe ’l mio cugin, maestro di questa arte,cioè Orlando e Rinaldo d’Amone,vidi star meglio armato in su l’arcione. -

58 Rispose allora a Guicciardo la dama:- Per gentilezza, e non per nimistate,per acquistar con teco in arme famavengo a combatter la vostra cittate. -Disse Guicciardo: - Se questa si chiama,gentil madonna, come voi parlate,forse ch’ella è gentilezza in Soria,ma in Francia nostra mi par villania.

59 Pur, se con meco volete provarvi,contento son, ma facciàn questo patto:che a Bambillona dobbiate tornarvicon tutta vostra gente, s’io v’abbatto;se mi vincete, il castel vo’ donarvi. -Rispose Antea: - Per Macon, ciò sia fatto.Piglia del campo, gentil mio Guicciardo,ch’io proverrò come sarai gagliardo. -

60 Preso del campo, le lance abbassaroe vengonsi a ferir con gran fierezza;e poi che ’nsieme i destrier s’accostaro,il buon Guicciardo la sua lancia spezza,e molti tronchi per l’aria n’andaro;ma la fanciulla il colpo poco apprezza,e per tal modo Guicciardo ha feritoche di cadere alfin prese partito.

61 Disse la dama: - Tu se’ mio prigione.Io vo’ provarmi con quell’altro ancora. -E mandò via Guicciardo al padiglione;e inverso Alardo s’accostava allora,e disse: - Piglia del campo, barone,poi che Guicciardo della sella è fora. -Alardo presto allor del campo tolse,e l’uno incontro all’altro il destrier volse.

62 Vanno più presto ch’uccello o saettadi buon balestro o arco disserrata,e pensa ognun la lancia in resta mettaquando fu tempo d’averla abbassata;e come insieme furono alla stretta,tremò la terra e parve impaürata,tanto Antea grida e ’l suo caval confortache ’l suo signor come un dragon ne porta.

63 Alardo nello scudo appiccò il ferroe fece con la lancia il suo dovuto;ma poco valse il colpo, s’io non erro,ché nol passò, benché sia molto acuto,perché e’ non era una foglia di cerro;e finalmente restava abbattuto,ch’al colpo della donna non si attenne:tanto ch’a lui come a quell’altro avvenne;

64 e funne al padiglion preso menato.Quivi allor Ganellon con lei s’accosta;disse la dama a Gan: - C’hai tu pensatofar di costor? Rispondimi a tua posta. -Quel traditor, che stava apparecchiato,non ebbe troppo a pensar la risposta,e disse: - Dama, a voler giucar netto,io gli farei impiccar: questo è in effetto. -

65 Rispose la figliuola del Soldano:- Non dubitate, cavalier, d’Antea:colui per cui tenete Montalbanogiostrò con meco, e so che mi poteauccider con la lancia ch’avea in mano;ma nol sofferse il ben che mi volea;e per suo amor vo’ render guidardone,e non sarà contento Ganellone.

66 Io giostrai in Persia col vostro Ulivieri,e vinsilo, e così poi Ricciardetto,quantunque io nol facessi volentieri,e molto duol ne sento, vi prometto:però ch’io gli ho lasciati prigionierial padre mio e stonne con sospetto.Rinaldo è ito acquistar pel suo megliodella Montagna quello antico Veglio;

67 e come questo acquistato sarà,gli renderà i prigioni il padre mio;e so che presto ne verranno in qua,della qual cosa io ho troppo disio,né insin che sia tornato, il cor mi stacontento drento al petto, pel mio Iddio.Or questo traditor Gan rinnegatosi pentirà di quel c’ha consigliato. -

68 E fecegli imbottire il giubberelloda quattro mamalucchi co’ bastoni;né mai campana sonò sì a martelloquanto e’ sonavan le percussïoni:Guicciardo ne godea, così il fratello.Poi che battuto fu, que’ compagnonilo rizzon sù con ischerno e con beffe,dicendo tutti: - Nasserì bizeffe. -

69 Non intendeva Gan questo linguaggio,se non che la fanciulla gliel chiarì:- I mamalucchi voglion per vantaggioper ogni bastonata un nasserìda ogni peccator che fanno oltraggio.Or vedi, Ganellon, la cosa è qui:il tradimento a molti piace assai,ma il traditore a gnun non piacque mai. -

70 Così in parte portò la penitenziail traditor di Gan de’ suoi peccati,ché per occulta e divina sentenziasono assai volte i nostri error purgati;ma voglionsi portar con pazïenzia,non come Giuda andar tra’ disperati.Dunque e’ si vede alfin la sua vendettaper qualche via, chi luogo e tempo aspetta.

71 Guicciardo ringraziò quanto più puotela damigella di quel ch’avea fatto;ma per dolore il petto si percuotech’Ulivier di prigion non era trattoe Ricciardetto, e bagnava le gote,temendo che ’l Soldan non rompa il patto;ma quanto può dà lor costei confortoche ignun di lor non gli fia fatto torto.

72 Allor pregorno Guicciardo e ’l fratello:- Piacciati Antea venire, in cortesia,a star del tuo Rinaldo nel castello,tanto ch’e’ torni in qua di Pagania.Non ti bisogna omai combatter quello:ogni cosa ti diamo in tua balìa. -Della qual cosa fu costei contenta.E Ganellon nella prigione stenta.

73 Lasciamo Antea, che stava a suo piacerea Montalbano, e ’l suo Rinaldo aspetta;e molto onor, secondo il lor potere,fanno i cristiani a questa donna eletta.Orlando va con molto dispiacerecon quella sventurata poveretta,come dicemo, che s’era fuggitada que’ giganti per campar la vita:

74 «Ove se’ tu», dicendo, «fratel mio?Ove lasciato m’hai così meschino?Ove vai tu? Perché non son teco io?Ove mi guidi, mio buon Vegliantino?Ove capiterem? Questo sa Iddio.Ove o in qual parte fia nostro cammino?Ove guido costei per questi boschi?Ove troviam qualcun che la conoschi?

75 Io maladico la fortuna ria;io maladico Persia e l’amostante;io maladico la disgrazia mia;io maladico la gente affricante;io maladico il Soldan di Soria;io maladico Antea che volle amante;io maladico Amor che n’è cagione;io maladico il nostro Ganellone».

76 Sentendo la fanciulla lamentareOrlando, gran pietà gli venìa al core,dicendo: - Lasso, non ti disperare,raccomàndati a Dio, giusto Signore,che non ci voglia così abandonare. -Orlando disse: - Dama, per mio amorecavalca innanzi un po’ col mio scudiere,ch’io vo’ soletto alquanto rimanere. -

77 Terigi e la fanciulla s’avvïòe;Orlando allor di Vegliantino scesee in terra nella via s’inginocchiòe;le braccia al cielo umilmente distesee ’l suo Gesù, come solea, adoròe,e la sua Madre, che in qualche paeselo conducessi fuor di quel burrone;e in questo modo fu la sua orazione:

78 O sommo Padre giusto onnipotente,o Virgine in cui sol sempre sperai,o Redentor della cristiana gente:io non mi leverò di terra mai,se prima non allumini la mentelà dove il mio cugin condotto l’hai,o s’egli è vivo o morto o incarceratoo sano o infermo, o dove e’ sia arrivato.

79 Io te ne priego per quella virtuteche tu donasti all’angel Gabriello,venendo annunzïar nostra salute,che tu mi guidi dove è il mio fratello;e perch’io vo per vie non conosciute,come a Tobia mi manda Raffaelloche m’accompagni insin che me lo ’nsegni,se’ prieghi miei di grazia in te son degni.

80 Per l’amor che portasti al nostro Adamo,pel sacrificio che Abram già ti fe’,per ogni profezia che noi leggiamo,pel tuo Davìt e pel tuo Moïsè,per quella croce onde salvati siamo,pel tuo Iacobbe antico e per Noè,pel lamento che fece Geremia,per Giovacchin, Iosef e Zaccheria,

81 pe’ miracoli già che tu facesti,concedi tanta grazia ai tuoi fedeliche dove è il mio cugin mi manifesti:io te ne priego pe’ santi Evangeli. -In questo par ch’una voce si desti,molto soave, che parea da’ cieli,dicendo: - Al tuo camin va’ ritto e saldo,ché sano e salvo troverrai Rinaldo;

82 e troverrai il caval ch’egli ha smarrito,e che ’gli arà acquistato un gran gigante. -Poi fu sùbito un lampo disparitoche prima agli occhi gli apparve davante.Orlando sopra il caval fu salito,e ringraziava le Potenzie sante;e la fanciulla e Terigi trovava,che poco a lui dinanzi cavalcava.

83 Usciron della selva, e capitornoa una gran città, che ’l re Falconesignoreggiava, ed all’oste smontorno.Apparecchiavan certa collezione,e due donzelli in questo vi passorno;quella fanciulla a sua consolazioneall’uscio corse per voler vedégli;e l’un di lor la prese pe’ capegli.

84 Era del re Falcon costui nipotee Calandro per nome si diceva;le chiome sparse e le pulite gotevide, e con seco menar la voleva;la fanciulla gridava quanto puote;Terigi presto alle grida correvaed accostossi per tòrla al pagano;ma fugli dato un colpo assai villano,

85 tanto che cadde sbalordito in terra.Orlando intanto e l’oste era là corso,e Durlindana con grand’ira afferra,che mai non furïò sì tigre o orso:un manrovescio a Calandro disserrache lo tagliò nel mezzo come un torso,e Macometto nel cader giù chiama:così per forza lasciò andar la dama.

86 Era con lui parecchi schiere armate:corrono addosso sùbito a Orlando;ma poi ch’assaggion delle sue derrate,ognuno addrieto si viene allargando.Fur le novelle al re Falcon portate;vennene all’oste, e venìa domandando:- Che cosa è questa? O chi Calandro ha morto? -Fugli risposto: - E’ non gli è fatto torto. -

87 Orlando al re parlò discretamente:- Sappi ch’io l’uccisi io, santa Corona.Una fanciulla di nobile gente,ch’io ho con meco, onesta e cara e buona,volea con seco menar, quel dolente,e fargli villania di sua persona,e strascinava quella a suo dispetto.Or tu se’ savio, e ’l caso in te rimetto:

88 so che sicura vuoi che sia la strada,e non si sforzi ignun per nessun modo,ma che sicuro dì e notte vada. -Rispose il re Falcon: - Troppo ne godo.Rimetti, cavalier, drento la spada,ché quel ch’hai fatto, io ne ringrazio e lodo:giustizia sempre amai sopr’ogni cosa;questa è nipote mia, figliuola o sposa.

89 Vo’ che tu venga nella mia città,per ristorarti ancor di quest’oltraggio. -Guarda se questo era uom pien di bontà,guarda s’egli era un re discreto e saggio!Rispose Orlando: - Ognun di noi verrà;ma perché cavalier siàn di passaggio,un’altra gentilezza ancor farai:che l’oste, in cortesia, ci accorderai. -

90 Rispose il re Falcon: - Ben volentieri! -e sùbito chiamò lo spenditoree fece contentar del suo l’ostieri;poi rimontò ciascuno a corridore,Orlando, la fanciulla e lo scudieri.E ’l re Falcone a tutti fece onore.E mentre che ’l convito era più bello,sùbito venne un messaggiero a quello.

91 Era un pagan che pare un corbacchione,molto villan, superbo, strano e nero,coperto d’una pelle di dragone;e giunto, con un modo crudo e fierodiceva al re: - Distruggati Maconee Giupiter, che regge il grande impero.Tu dèi saper che ’l tempo è pur venutoch’al mio signor tu mandi il suo tributo. -

92 Turbossi tutto il re Falcone e disse:- O mia figliuola, lasso! sventurata,quanto era meglio assai che tu morisse,anzi ch’al mondo mai non fussi nata! -Orlando lo pregò che gli chiarissequel che importar volea quella imbasciata.Rispose il re Falcon: - Tu lo saprai,e meco insieme so che piangerai.

93 Un’isola è nel mar là della rena;otto giganti son, tutti frategli:ognun molta arroganza e rabbia mena,come ha fatto costui, ch’è un di quegli;hannoci dato per etterna penach’ogni anno di noi tristi e meschinegliuna fanciulla lor tributo sia:tocca questo anno alla figliuola mia. -

94 E non poté più oltre dir parola.Colui pur la ’mbasciata sua replìca;il re Falcone abbraccia la figliuola.Orlando disse: - Vuoi tu ch’io gli dicaquel che mi par per la mia parte sola?Ché di tener le lacrime ho fatica,tanto m’incresce di lei e di voi! -Onde e’ rispose: - Di’ ciò che tu vuoi. -

95 Orlando disse al superbo gigante:- Non so quel che ’l signor tuo si domanda,ma tu mi pari uom crudel e arrogante:la tua imbasciata minaccia e comandache basterebbe al Soldan del Levante.Dimmi il tuo nome e di quel che ti manda;poi ti dirò quel che sarà dovuto,come tu abbi acquistare il tributo. -

96 Disse il pagan: - Se pur saper t’aggradail nome mio, chiamato son Don Bruno,e Salicorno il sir della contrada. -Rispose Orlando: - Lecito a ciascunoè ciò che si guadagna con la spada:questo confessi tu? Donde io sono unoche vo’ questa fanciulla guadagnarmicon teco, con la spada o con altre armi. -

97 Disse Don Brun: - Per Dio, contento sono;andian, ché noi faren bella la piazza;e se tu vinci, va’, ch’io tel perdono. -Orlando aveva indosso la corazza,e disse al re Falcone: - E’ sarà buonoch’io ti gastighi così fatta razza. -Levossi ritto e missesi l’elmetto,e disse: - Andian, pagan, dove tu ha’ detto. -

98 Corsono in piazza ognun subitamente,e tutto fu conturbato il convito;salì Don Brun sopra un suo gran corrente,Orlando è sopra Vegliantin salito.Or qui si ragunò di molta gente,e la donzella col viso pulitoera a vedere la sua redenzione,e per Orlando faceva orazione:

99 pure orazion s’intende alla moresca:pregava Macon suo che l’aiutassee che di sua virginità gl’incresca,che ’l fer gigante non la vïolassenella sua pura età fiorita e fresca.In questo i duoi baron le lance basseavieno, e tutta la piazza tremava,però che Vegliantin fólgor menava;

100 e ’l popol maraviglia avea di quello.Orlando truova Don Bruno alla peccia,ma pur lo scudo reggeva al martello:ruppe la lancia che parve di feccia,e tutto si scontorse il pagan fello;e la sua aste appiccava alla treccia,ma per quel colpo ne fe’ tronchi e pezzi:dunque lo scudo a Orlando fe’ vezzi.

101 Prese Don Bruno una sua scimitarra,la qual già disse alcun ch’era incantata,benché ’l nostro aüttor questo non narra:credo più tosto forte temperata;e par che ’nverso il ciel bestemmi e garra:dètte a Orlando una gran tentennata,gridando: - Se tu puoi, da questa guârti! -e dello scudo gli fece due parti,

102 perché con esso si volle coprire.Orlando dell’un pezzo ch’avea in manodètte a Don Brun tal che gliel fe’ sentire:perché nel ceffo giugneva al pagano,e fecegli tre denti fuori uscire,e tramortito rovinò in sul piano;onde ciascun maravigliato fueche così presto il torrïon va giùe,

103 dicendo: «E’ basterebbe al conte Orlando!Quel colpo arebbe atterrato una ròcca!».Il saracin pur venne rispirando,e ritto, si mettea la mano in boccae le sue zanne non venìa trovando,e ’l sangue giù pel petto gli trabocca:donde e’ si duol sanza comparazione,e sol si studia bestemiar Macone.

104 Poi disse al conte Orlando: - Assai mi duoledei denti e dello onor ch’io ho perduto;pur sempre la sua fé servar si vuole:comanda ciò che vuoi, ch’egli è dovuto. -Rispose Orlando: - E’ basta due parole:ch’a re Falcon mai più chiegga il tributo;ed ogni volta che tu mangeraidella promessa ti ricorderai.

105 E vo’ che tu ti facci medicare,prima che tu ritorni a Salicorno,e statti qualche dì qui a riposare. -Così Don Brun si posava alcun giorno;alcuna volta che volea mangiare,dicieno i servi che stavan dintorno:- Che farebb’ei co’ denti che gli manca?Di Gramolazzo mangerebbe l’anca. -

106 Poi nel partir lasciò la fede pegnoch’al re Falcon mai più, come solea,darebbe oppressïon, ch’aveva il segnocome con l’arme perduto lui aveail gran tributo; e tornossi al suo regno.Il re Falcon contento rimanea,e ringraziar non si saziava Orlando,dicendo ch’ogni cosa è al suo comando.

107 Giunto Don Brun dove la rena aggiraal vento e come il mar tempesta mena,raccontò tutto, e molto ne sospira,a Salicorno, che n’ebbe gran pena;e fatto è scilinguato, e con molta iradiceva: - A desinar sempre ed a cenaricorderommi di quel c’ho perduto.Andrai tu, Salicorno, pel tributo. -

108 Rispose Salicorno: - Io v’andrò certo,a dispetto del Cielo e di Macone.Chi è quel cavalier che t’ha diserto?Non debbe esser di corte di Falcone. -Disse Don Bruno: - E’ non va pel desertodi Barberia sì possente leone,né leofanti, o per Libia serpenti,che non traessi a lor come a me i denti.

109 Non so ben chi si sia quel cavaliere,ma so ch’e’ sare’ ben buono erbolaio,ché sa cavare e denti, al mio parere:questo è il tributo ch’io t’arreco e ’l maio;e se tu vuogli andar, ti fo assapereche ne trarrà a te anco più d’un paio.Io gli promissi, se l’osserverai,che mai tributo al re più chiederai.

110 E per me tanto non vi vo’ venire,acciò che traditor non mi chiamassi. -Pur Salicorno tanto seppe direche alfin Don Brun dispose che tornassi;e cinquecento d’arme fe’ guerniredi ciò che gli parea che bisognassi;e in pochi dì ne venne al re Falconecome uom bestial sanza altra discrezione.

111 Sanza osservare o legge o fede o patto,con questa gente intorno s’accampòe;e manda un suo messaggio drento ratto.E ’l messo al re dinanzi se n’andòee disse brievemente appunto il fatto,siccome il suo signor gli comandòe:che mandi presto al campo a sua difesacolui ch’al suo fratel fe’ tanta offesa.

112 E sta sopra una alfana e suona un cornoe minacciava il cielo e la natura.Orlando, come inteso ha Salicorno,fece a Terigi darsi l’armadura;e la figliuola del re gli è dintorno,dicendo: - Iddio ti dia, baron, ventura,e in ogni modo vincitor ti faccia,poi che Fortuna ancor pur mi minaccia. -

113 Diceva Orlando: - Non temer, donzella,ché in ogni modo rimarren vincenti:ch’a Salicorno trarrò la mascella,s’al suo fratello ho tratto solo i denti. -E con Terigi suo montato è in sella.Ma la fanciulla, e certi suoi sergenti,volle con lui sino in sul campo andare;ché sanza lui non si fidava stare.

114 Disse il gigante: - Se’ tu quel paganoch’al mio Don Bruno hai fatto villania?È questa la tua femina, ruffiano? -Rispose Orlando: - Per la testa mia,che gentilezza è teco esser villano!Così di te come dell’altro fia:quel ch’io gli ho fatto mi pare una zacchera;tanto è che preso non fia più a mazzacchera.

115 Questa fanciulla, ha cento servi il padre,che te per servo non vorrebbon, credi;e le sue membra, che son sì leggiadre,volevi pel tributo ch’ancor chiedi;e se’ venuto qua con queste squadre,e di’ ch’io son ruffian: néttati i piedi,ché, per voler bagasce e concubine,arà il peccato tuo sue discipline. -

116 Disse il gigante: - E’ non son sempre equali,come tu sai, le forze di ciascuno:i denti miei saranno di cinghiali:non ti parranno forse di Don Bruno.Otto giganti siàn, fratei carnali:signor là della valle di Malprunocinque ne sono, e noi tre siamo insiemedove la rena come il gran mar freme. -

117 Rispose Orlando: - E cinque pel bolliresono scemati, e questo abbi per certo:con questa spada un ne feci morire,e l’altro un mio cugin ch’è molto sperto.Una fanciulla usoron già rapireal re Costanzo, e stavan nel deserto;quale ho con meco molto ornata e bella,e voglio al padre suo rimenar quella.

118 E s’io ritorno mai per quel paese,ch’io truovi ancor que’ tre nella foresta,io non sarò, com’io fu’ già, cortese,ch’a tutti a tre dipartirò la testa. -Or Salicorno tanta ira l’acceseche cominciava a menar gran tempesta,quando e’ sentì ricordar tanti torti,e come due de’ suoi fratei son morti.

119 Traditor rinnegato, micidiale,piglia del campo! - con un grido disse.Orlando a Vegliantin fe’ metter ale;poi si voltava e l’aste in basso misse,ch’era uno abete saldo e naturalequal tolse alla città prima partisse;e giunse con la lancia dura e gravenel petto a quel, che gli parve una trave;

120 e disse: «Che dïavol fia, Macone!Questa mi pare un albero di fusta!».La lancia resse alla percussïone,perch’era dura e grossa e molto giusta;ma regger non poté quel compagnonené la sua alfana, benché sia robusta:dunque fu il colpo di tanta bontadeche Salicorno e l’alfana giù cade.

121 La figliuola del re, che vide questo,fra sé disse: «Un miracolo ho veduto!».E ’l gran gigante feroce e rubestodisse a Orlando: - Tu non m’hai abbattuto! -e saltò della sella in terra presto.- Vedi che staffa non ebbi perduto:è stato sol difetto dell’alfana,e la tua lancia fu molto villana. -

122 Rispose Orlando: - S’ tu non se ben chiaro,io ti potrei col brando chiarir tosto:a ogni cosa troverren riparo. -Disse il pagan: - Per Dio, s’io mi t’accosto,io ti farò costar quel colpo caro. -Diceva Orlando: - E pagherai tu il costo. -E Durlindana sua fuori ha tirata,e Salicorno ha la mazza ferrata.

123 Qui si comincia a sentir vespro e nona;qui le dolente note cominciorno;qui innanzi mattutin già terza suona;qui non si poson le mosche dintorno;qui sanza balenar l’aria rintruona;qui purga i suoi peccati Salicorno;qui si vedrà chi saprà di schermaglia;qui mostra Durlindana s’ella taglia.

124 Il saracin talvolta alza la mazza,e dice: - Aspetta, ch’io ti forbo il nifo. -E ’l paladin rispondea: - Bestia pazza,che dirai tu se col brando lo schifo? -e ritrovava a costui la corazza,tanto che spesso scontorceva il grifo;ma non poteva colpirlo all’elmetto,però che allato gli pare un fiaschetto.

125 E Salicorno per la sua grandezzaalcuna volta la mazza fallava:un tratto mena con tanta fierezzache, giunto a vòto, in terra rovinava.Orlando volle mostrar gentilezza:- Lieva sù! - disse; e ’l pagan si levava,e disse: - Dimmi, cavalier da guerra,per che cagion non mi feristi in terra?

126 Tu debbi esser per certo un uom gentile,di nobil sangue, tu non puoi negarlo:tu non volesti darmi come vile;se lecito, barone, è quel ch’io parlo,dimmi il tuo nome. - Orlando, come umìle,rispose: - Io son nipote del re Carlo,Orlando di Mellon figliuol, d’Angrante,nimico d’Apollino e Trivicante. -

127 Sentendo Salicorno dire «Orlando»,cominciò il cuore a tremargli e la manoe disse: - Onde venuto o come o quandose’, paladino, in questo luogo strano?Non vo’ con teco operar mazza o brando,ch’io so che ’l mio poter sarebbe vano;da ora innanzi sia come tu vuoi,ché la battaglia è finita tra noi.

128 Odo che ’l fior se’ di tutti i cristianie che tu se’ fatato per antico.Io vo’ più tosto trovarmi alle manicol tuo cugin, ch’è molto mio nimico,e vendicarmi d’assai casi strani;e vo’ che mi prometta come amico,quando col tuo Rinaldo tu sarai,per qualche modo me ne avviserai:

129 ch’io son disposto rompergli la fronte,però che mio nimico è in sempiterno;e s’egli è della schiatta di Chiarmonte,ed io del sangue son di Salinferno,e non intendo sofferir tante onte:colui che ’l nome suo risuona etterno,Mambrin dell’Ulivante, anco era natodel sangue mio da ciascuno onorato. -

130 Disse Orlando: - Io non so dove si siaRinaldo ancor; ma s’io lo troverròe,sùbito un messo a te mandato fia;e ’n questo modo andar ti lasceròe,ch’al re Falcon non dia più ricadia;benché malvolentier ti liberròe;ma so che tu darai nell’altra rete,se con Rinaldo mio vi proverrete. -

131 Il saracin promisse licenziaredel tributo quel re liberamente,e fece il campo suo presto levare.Orlando al re Falcon subitamentenella città tornava a raccontarecome egli è salvo, e libera sua gente;e dopo alquanti dì prese comiato,e lasciò quello al tutto sconsolato.

132 E cavalcando va per molte stradesanza posarsi mai sera o mattina,e domandando va per le contradedove stia il re della Bellamarina;tanto che giunse un giorno alla cittade,e quella damigella peregrinarappresentava al suo doglioso padre,che l’ha gran tempo pianta, e la sua madre.

133 Era vestito a nero la cittàe ’l re con tutti i suoi, con molto affanno,né sopra i campanil gridando vane’ suoi paesi più il talacimanno;per le moschee molti ufici si faal modo lor, ché di costei non sannodove perduta sia già stata tanto,sì che per morta n’avean fatto il pianto.

134 La novella n’andò con gran furoreal re Costanzo, come la sua figliaera venuta: onde e’ gli crebbe il core,e corse incontro con la sua famiglia;e tutta la città trasse al romore,come avvien sempre d’ogni maraviglia:ognun voleva il primo abbracciar questa;pensa se ’l padre suo gli fece festa.

135 Ella gli disse: - Questo è il conte Orlando -,e dove e come e’ l’aveva trovatae da’ giganti tolta, e disse quandoed in che modo l’avevon rubata,e tutta la sua vita vien contando,e come pel cammin l’abbi onorataOrlando sempre, insin che l’ha condotta.Il re Costanzo così disse allotta:

136 Questo è colui che ti scampò da morte?Questo è colui che t’ha dunque prosciolta?Questo è colui ch’è tanto ardito e forte?Questo è colui ch’agli altri fama ha tolta?Questo è colui ch’allegra or la mia corte?Questo è colui per cui non se’ sepolta?Questo è colui ch’uccise il fer gigante?Questo è colui ch’è ’l gran signor d’Angrante?

137 Non cavalca caval miglior barone,né miglior cavalier porta elmo in testa;non cinse spada mai simil campione,né miglior paladin pon lancia in resta;non uom tanto gentil si calza sprone. -Ed abbracciava Orlando con gran festa,e la reina e lui lo ringraziorno,e tutto il popol suo che gli è dintorno.

138 Or lasciàn questi star così contenti;ritorniamo al Soldan di Bambillona,che non pareva già che si rammentidi quel ch’Antea promisse sua Coronade’ due prigion, ma pensava altrimentidi tòr sùbito a questi la persona,prima che sia Rinaldo a lui tornatodal Veglio, dove sa che l’ha mandato.

139 Mandò pel giustizier quel traditore;e scrisse un brieve per la gran letiziaal re Costanzo, per mostrargli amore,che venissi a veder questa giustizia,dicendo: «Sappi, famoso signore,ch’io gli ho a punir di più d’una malizia»;com’io dirò nell’altro cantar bello.Guardivi sempre l’agnol Rafaello.

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