Morgante maggiore — Canto secondo
1 O giusto, o santo, o eterno monarca,O sommo Giove per noi crocifisso,Che chiudesti la porta, ove si varcaPer ire al fondo dello scuro abisso;Tu che al principio movesti mia barca,Tu sia il nocchier intento sempre e fissoAlla tua stella, e la tua calamita;Che questa istoria sia per te finita.
2 L’abate, quando vide lagrimareOrlando, e diventar le ciglia rosse,E per pietà le luci imbambolare,E’ domandava, perchè questo fosse:E poi che vide Orlando pur chetare,Ancor più oltre le parole mosse:Non so se ammirazion forse t’ha vintoDi quel che in questa camera è dipinto.
3 Io fui della gran gesta naturale:Credo ch’io sia nipote, o consobrinoDi quel Rinaldo uom tanto principale,Che fu nel mondo sì gran paladino;Benchè il mio padre non fu madornale,Perchè e’ non piacque all’alto Dio divino,Ansuigi chiamossi in piano e in monte,E ’l nome mio diritto è Chiaramonte.
4 Così ci fussi il figliuol di Milone,Che fu fratel del mio padre perfetto:Deh dimmi il nome tuo, gentil barone,Se così piace a Gesù benedetto.Orlando s’accendea d’affezione,Bagnando tutto di lagrime il petto;Poi disse: Abate mio caro parente,Sappi ch’Orlando tuo t’è qui presente.
5 Per tenerezza corsono abbracciarsi;Ognun piangeva di superchio amore,Che non poteva ad un tratto sfogarsi,E per dolcezza trabocca nel core;L’abate non potea tanto saziarsiD’abbracciar questo, quanto è il suo fervore.Diceva Orlando: Qual grazia o venturaFa ch’io vi truovi in questa parte scura!
6 Ditemi un poco, caro padre mio,Per che cagion voi vi facesti frate,E non prendesti la lancia com’io,E tante gente che di noi son nate?Perchè e’ fu volontà così di Dio,Rispose presto ad Orlando l’abate,che ci dimostra per diverse stradeDonde si vadi nella sua cittade,
7 Chi colla spada, chi col pastorale:Poi la natura fa diversi ingegni,E però son diverse queste scale:Basta che in porto salvo si pervegni,E tanto il primo, quanto il sezzo vale:Tutti siam peregrin per molti regni:A Roma tutti andar vogliamo, Orlando,Ma per molti sentier n’andiam cercando.
8 Così sempre s’affanna il corpo e l’ombra,Per quel peccato dell’antico pome:Io sto col libro in man qui il giorno e l’ombra,Tu colla spada tua tra l’elsa e ’l pomeCavalchi, e spesso sudi al sole e all’ombra;Ma di tornare a bomba è il fin del pome.Dico che ognun qui s’affatica, e speraDi ritornarsi alla sua antica spera.
9 Morgante avea con loro insieme pianto,Sentendo queste cose ragionare,E pur cercava d’armadure; e ’ntantoUn gran cappel d’acciaio usa trovare,Che rugginoso si dormia in un canto.Orlando, quando gliel vide provare,Disse: Morgante, tu pari un bel fungo;Ma il gambo a quel cappello è troppo lungo.
10 Una spadaccia ancor Morgante truova:Cinsela, e poi sen’andava solettoLà dove rotta una campana cova,Ch’era caduta, e stava sotto un tetto,E spiccane un battaglio a tutta pruova,Ed a Orlando il mostrava in effetto:Di questo che di’ tu, signor d’Anglante?Dico che è tal, qual conviensi a Morgante.
11 Disse il gigante: Con questo battaglio,Che vedi com’è grave, e lungo, e grosso,Non credi tu ch’io schiacciassi un sonaglio?Io vo’ schiacciare il ferro, e tritar l’osso:Parmi mill’anni or d’essere al berzaglio.Orlando a Chiaramonte ha così mosso:Or vi vorrei pregar, mio santo abate,Che di trovar ventura c’insegniate.
12 Qualche battaglia, qualche torniamentoTrovar vorremmo, se piacessi a Dio.Disse l’abate: Io ne son ben contento,E credo satisfare al tuo disio;Sappi che qua verso Levante sento,Che in una gran città, parente mio,Un re pagan vi fa drento dimoro,Il qual si fa chiamar re Caradoro.
13 Ed ha una sua figlia molto bella,Onesta, savia, nobile, e gentile;E non è uom che la muova di sella,E ciascun cavalier reputa vile;S’ella non fussi Saracina quella,Non fu mai donna tanto signorile:Dintorno alla città sopra a’ confiniSono accampati molti Saracini.
14 Ed evvi un re di molta gagliardia,Manfredonio appellato dalla gente;Costui si muor per la dama giulia,E fa gran cose, come amor consente,Ed ha con seco tutta Pagania,Per acquistar questa donna piacente:Dicon che v’è di paesi lontaniCenquaranta migliaia di pagani.
15 E quel re Carador n’ha forse ottantaDi gente Saracina, ardita e forte,E Manfredonio ogni giorno si vantaD’aver questa donzella, o d’aver morte;Ed or trabocchi, ed or bombarde pianta;Ogni dì corre insino in sulle porte.Il conte Orlando, quando questo intese,Non domandar quanto desio l’accese.
16 E dopo molte cose ragionate,Di nuovo la licenzia ridomanda,Dicendo nuovamente al santo abate,Ch’alle sue orazion si raccomanda;Che vuol trovarsi fra le gente armateIn quel paese là, ov’e’ lo manda;Che li lassassi andar colla sua pace.Disse l’abate: Sia come a voi piace.
17 Contento son, se tanto v’è in piacere;Voi avete apparata la magione,Sarò sempre fidato, e buon ostiere;Ciò che c’è, è del figliuol di Milone,Ma non bisogna tra noi profferere;A tutti do la mia benedizione:Così da Chiaramonte lacrimandoSi dipartirno Morgante ed Orlando.
18 Per lo deserto vanno alla ventura:L’uno era a piede, e l’altro era a cavallo;Cavalcon per la selva e per pianura,Sanza trovar ricetto o intervallo:Cominciava a venir la notte oscura:Morgante parea lieto sanza fallo,E con Orlando ridendo dicia:E’ par ch’io vegga appresso un’osteria.
19 E 'n questo ragionando hanno vedutoUn bel palagio in mezzo del deserto:Orlando, poi ch’a questo fu venuto,Dismonta, perchè l’uscio vide aperto:Quivi non è chi risponda al saluto.Vannone in sala, per esser piú certo:Le mense riccamente son parate,E tutte le vivande accomodate.
20 Le camere eran tutte ornate e belle,Istoriate con sottil lavoro,E letti molto ricchi erano in quelleCoperti tutti quanti a drappi d’oro:I palchi erano azzurri, pien di stelle,Ornati sì, che valieno un tesoro:Le porte eran di bronzo, e qual d’argento,E molto vario e lieto è il pavimento.
21 Dicea Morgante: Non è qui personaA guardar questo sì ricco palagio?Orlando, questa stanza mi par buona,Noi ci staremo un giorno con grand'agio.Orlando nella mente sua ragiona:O qualche Saracin molto malvagioVorrà che qualche trappola ci scocchi,Per pigliarci al boccon come i ranocchi;
22 O veramente e’ c’è sotto altro inganno;Questo non par che sia conveniente.Disse Morgante: Questo è poco danno;E cominciava a ragionar col dente,Dicendo: All’oste rimarrà il malanno;Mangiam pur molto ben per al presente;Quel che ci resta, farem poi fardello,Ch’io porterei, quand’io rubo, un castello.
23 Rispose Orlando: Questa medicinaForse potrebbe il palagio purgare.Hanno cercato insino alla cucina,Nè cuoco, nè vassallo usan trovare:Adunque ognuno alla mensa cammina,Comincian le mascella adoperare;Ch’un giorno già mangiato avean in sogno,Tal che di vettovaglia era bisogno.
24 Quivi è vivande di molte ragioni,Pavoni, e starne, e leprette, e fagiani,Cervi, e conigli, e di grassi capponi,E vino, ed acqua, per bere, e per mani.Morgante badigliava a gran bocconi,E furno al bere infermi, al mangiar sani;E poi che sono stati a lor diletto,Si riposorno entro a un ricco letto.
25 Com'e’ fu l’alba ciascun si levava,E credonsene andar come ermellini,Né per far conto l’oste si chiamava,Che lo volean pagar di bagattini;Morgante in qua e in là per casa andava,E non ritrova dell’uscio i confini.Diceva Orlando: Saremo noi mezziDi vin, che l’uscio non si raccapezzi!
26 Questa è, s’io non m’inganno, pur la sala,Ma le vivande e le mense spariteVeggo che son; quivi era pur la scala,Qui son gente stanotte comparite,Che come noi aranno fatto gala:Le cose, che avanzorno, ove sono ite?E ’n questo error un gran pezzo soggiornano;Dovunque e’ vanno, in sulla sala tornano.
27 Non riconoscon uscio, né finestra.Dicea Morgante: Ove siam noi entrati?Noi smaltiremo, Orlando, la minestra,Chè noi ci siam rinchiusi, e ’nviluppatiCome fa il bruco su per la ginestra.Rispose Orlando: Anzi ci siam murati.Disse Morgante: A voler il ver dirti,Questa mi pare una stanza da spirti.
28 Questo palagio, Orlando, fia incantato,Come far si soleva anticamente.Orlando mille volte s’è segnato,E non poteva a sè ritrar la mente;Fra sè dicendo: aremol noi sognato?Morgante dello scotto non si pente,E disse: Io so ch’al mangiare ero desto,Or non mi curo s’egli è sogno il resto.
29 Basta che le vivande non sognai;E s’elle fussin ben di Satanasso,Arrechimene pure innanzi assai.Tre giorni in questo error s’andorno a spasso,Senza trovare ond’egli uscissin mai;E ’l terzo giorno scesi giù da basso,'N una loggia arrivorno per venturaDonde un suono esce d’una sepoltura.
30 E dice: Cavalieri, errati siete:Voi non potresti di qui mai partire,Se meco prima non v’azzufferete:Venite questa lapida a scoprire,Se non che qui in eterno vi starete.Per che Morgante cominciò a dire:Non senti tu, Orlando, in quella tombaQuelle parole che colui rimbomba?
31 Io voglio andar a scoprir quello avello,Là dove e’ par che quella voce s’oda;Ed escane Cagnazzo, e Farfarello,O Libicocco, col suo Malacoda:E finalmente s’accostava a quello,Però che Orlando questa impresa loda,E disse: Scuopri, se vi fussi dentroQuanti ne piovvon mai dal ciel nel centro.
32 Allor Morgante la pietra su alza,Ecco un diavol più ch’un carbon nero,Che della tomba fuor subito balzaIn un carcame di morto assai fiero,Ch’avea la carne secca, ignuda, e scalza.Diceva Orlando: E’ fia pur daddovero:Questo è il diavol, ch’io ’l conosco in faccia:E finalmente addosso se gli caccia.
33 E questo diavol con lui s’abbracciòe:Ognuno scuote; e Morgante diceva:Aspetta, Orlando, ch’io t’aiuteròe;Orlando aiuto da lui non voleva;Pure il diavolo tanto lo sforzòe,Ch’Orlando ginocchion quasi cadeva;Poi si riebbe, e con lui si rappicca:Allor Morgante più oltre si ficca.
34 E gli parea mill’anni d’appiccareLa zuffa; e come Orlando così vide,Comincia il gran battaglio a scaricare,E disse: A questo modo si divide.Ma quel demon lo facea disperare;Però che i denti digrignava, e ride.Morgante il prese alle gavigne istrettoE missel nella tomba a suo dispetto.
35 Come e’ fu dentro, gridò: Non serrare,Che se tu serri, mai non uscirai.Diceva Orlando: Che dobbiam noi fare?E’ gli rispose: Tu lo sentirai:Convienti quel gigante battezzare,Poi a tua posta andar te ne potrai:Fallo Cristiano, e come e’ sarà fatto,A tuo cammin ne va sicuro e ratto.
36 Se tu mi lasci questa tomba aperta,Non vi farò piú noia, o increscimento:Ciò ch’io ti dico, abbi per cosa certa.Orlando disse: Di ciò son contento,Benchè tua villania questo non merta;Ma, per partirmi di qui, ci consento:Poi tolse l’acqua, e battezò il gigante,Ed uscì fuor con Rondello e Morgante.
37 E come e’ fu fuor del palagio uscito,Sentì drento alle mura un gran romore,Onde e’ si volse, e ’l palagio è sparito:Allor conobbe piú certo l’errore:Non si rivede nè mura, nè il sito.Dicea Morgante: E’ mi darebbe il cuore,Che noi potremo or nell’inferno andare,E farne tutti i diavoli sbucare;
38 Se si potessi entrar di qualche loco,Chè nel mondo è certe buche, si dice,Donde e’ si va, che di fuor gittan fuoco,E non so chi v’andò per Euridice;Io stimerei tutt’i diavol poco:Noi ne trarremo l’anime infelice,E taglierei la coda a quel Minosse,Se come questo ogni diavol fosse.
39 E pelerò la barba a quel Caron,E leverò della sedia Plutone:Un sorso mi vo’ far di Flegeton,E inghiottir quel Fregiàs 'n un boccone:Tesifo, Aletto, Megera, e Eriton,E Cerbero ammazzar con un punzone:E Belzebù farò fuggir più via,Ch’un dromedario non andre’ in Soria.
40 Non si potrebbe trovar qualche buca?Tu ne vedresti il più bello spulezzo,Pur che questo battaglio vi conduca,E mettimi a’ diavoli poi in mezzo.Rispose Orlando: E’ non vi si manuca,Morgante mio, noi vi faremo lezzo,E nell’entrar ci potremo anco cuocere;Dunque l’andata starebbe per nuocere.
41 Quando tu puoi, Morgante, ir per la piana,Non cercar mai nè l’erta nè la scesa,O di cacciare il capo in buca o in tana:Andian pur per la via nostra distesa.E così ragionando, una fontanaTrovoron, dove due fan gran contesa;Eron corrier con lettere mandati,E come micci si son bastonati.
42 Orlando, com' e’ giunse, gli domanda:Ditemi un poco perchè v’azzuffate?Voi mi parete corrier: chi vi manda?O che imbasciate, o lettere portate?Venite voi di Francia, o di qual banda?Lasciate un poco star le bastonate:Ditemi ancor se voi siete Cristiani,Se Dio vi salvi e bastoni e le mani.
43 Rispose l’un di loro: Io son Cristiano,E poco tempo è ch’io venni abitareA un castel chiamato Montalbano:Rinaldo il mio signor mi fa cercareD’un suo cugino; e ’l traditor di GanoLo seguita, per far male arrivare:Manda costui, che tu vedi, cercandoDi questo suo cugin, c’ha nome Orlando.
44 A questa fonte a caso ci trovammo,E com’egli è de’ nostri pari usanzaDi domandar l’un l’altro, domandammo:Che lettera, o imbasciata hai d’importanza?E come stracchi un poco ci posammo:Costui mi dice, che Gan di MaganzaPer far morire Orlando lo mandava,E che per Pagania di lui cercava.
45 E perch’io presi la parte d’Orlando,Alzò la mazza sanza dir niente;Così si venne la zuffa appiccando.Orlando quando le parole sente,Diceva: O Dio, a te mi raccomando;Da questo traditore e frodolenteIo pur non truovo, ovunque i’ mi dilegui,Luogo, che ’l traditor non mi persegui.
46 Quando Morgante vede il suo signore,Che si doleva, e contro a Gano sbuffa;Tanto gli venne sdegno, e pietà al core,Che per la gola il corrier tosto ciuffa,Cioè quel che mandava il traditore;E nella fonte sott’acqua lo tuffa,Calpesta, e pigia, e per ira si sfoga,Tanto che tutto lo ’nfragne ed affoga.
47 Orlando disse a quell’altro corriere:Io son colui per chi tu se’ mandato;Dì a Rinaldo, che in questo sentiere,Come tu vedi, il cugino hai trovato:Io son Orlando, e poi ch’egli è in piacereDi Carlo, vo pel mondo disperato.Quando il corrier sentì ch’Orlando è questo,Maravigliossi, e inginocchiossi presto.
48 Dimmi a Carlo, diceva ancora Orlando,Che si consigli col suo Gano antico;Ed io pel mondo vo peregrinando,Come s’io fussi qualche suo nimico;Digli dove trovato, e come, e quandoTu m’hai qui solo, e povero, e mendico:E quel ch’i’ ho fatto, corrier, per costui,Credo che ’l sappi ognun, salvo che lui.
49 Che non sa quel che beneficio sia,Non si ricorda ch’io sia suo nipote,O ch’in in sua corte in Francia stessi, o stia;Basta che Gan, ciò che vuol, con lui puote,Tanto ch’io me ne vado in Pagania,Pur come voglion le volubil ruote:E dì, ch’ i’ ho sol con meco un gigante,Ch’è battezato, appellato Morgante.
50 Il caval che tu vedi, e questa spada,Altro non ho, se non questa armadura;E ch’io non so io stesso ov’io mi vada,O dove ancor mi guidi la ventura:Ma inverso Barberia tengo la strada.Andrò dove mi porta mia sciagura,Poi ch’e’ consente a cercar la mia morte;E che mai più non tornerò in sua corte.
51 Dimmi a Rinaldo mio, figliuol d’Amone,Che la mia compagnia, ch’io vi lasciai,Gli raccomando con affezione;Ch’io penso in Pagania morire omai:Saluta Astolfo, Namo, e Salamone,E Berlinghier che sempre molto amai:A Ulivier dì che la sua sorellaGli raccomando, e mia sposa Alda bella.
52 Dimmi al Danese, caro imbasciadore,Che in Francia a questi tempi non m’aspetti:E dì ch’ i’ ho Cortana, e ’l corridore,Acciò che forse di ciò ignun sospetti:Della mia sopravvesta il suo coloreVedi come è dipinta a Macometti:Che si ricordi del suo caro Orlando,Che va pel mondo sperso or tapinando.
53 Dimmi il tuo nome or, se t’ è in piacimento.Ond’ e’ rispose: Questo è ben dovere,O signor mio; chiamar mi fo Chimento:Cristo ti muti di sì stran pensiere,Chè tua risposta mi dà gran tormento:Questo non è quel che ’l signor mio chiere:Io voglio, Orlando mio, mi perdoniate,E che alquante parole m’ascoltiate.
54 Quand’io da Montalban feci partita,Io fui a Parigi, dond’io vengo adesso:La corte pare una cosa smarrita,Lo ’mperador non pareva più desso:Vedovo il regno, e la gente stordita.Gli orecchi debbon cornarvi qua spesso,Ch’ognun ragiona della vostra fama,E ’l popol tutto ad un grido vi chiama.
55 Il mio signor con gran disio v’aspetta:Parigi, e Francia, ogni cosa si duole.Or vi vo’ dire una mia novelletta,Chè spesso la ragion l’esemplo vuole.Un tratto a spasso anco la formichettaAndò pel mondo, come far si suole,E trovò infine un teschio di cavallo,E semplicetta cominciò a cercallo.
56 Quand’ella giunse ove il cervello stava,Questa gli parve una stanza sì bella,Che nel suo cor tutta si rallegrava;E dicea seco questa meschinella:Qualche signor per certo ci abitava;Ma finalmente, cercando ogni cella,Non vi trovava da mangiar niente,E di sua impresa alla fine si pente.
57 E ritornossi nel suo bucolino.Perdonimi, s’io fallo, chi m’ascolta,E intenda il mio vulgar col suo latino:Io vo’ che a me crediate questa volta,E ritorniate al vostro car cugino,Se non ch’ogni speranza gli fia tolta;Disse, che mai a lui non ritornassi,Se meco in Francia non vi rimenassi.
58 Il grande amor mi sforza a quel ch’i’ dico:Riconoscete e gli amici, e’ parenti;L’andar così pel mondo è pure ostico.Orlando udendo i suo’ ragionamenti,Disse: Chimento, tu se’ buono amico;E gittò fuor molti sospir dolenti:E da costui al fin s’accomiatava,Sanza altro dir; chè piangendo n’andava.
59 Orlando, poi che partì da Chimento,Tutto quel giorno seco ha sospirato;Così il messaggio ne va malcontento,Non sa come a Rinaldo sia tornato.Morgante ne va appiè di buon talento,Con quel battaglio che è duro e granato:E in su ’n un poggio le pagane schiereDi Manfredon cominciono a vedere,
60 Padiglioni, trabacche, e pennoncelli;E sentono stormenti oltramisura,Nacchere, e corni, e trombe, e tamburelli;E cavalier coperti d’armaduraVedean cogli elmi rilucenti e belli:Orlando guarda inverso la pianura,E vede tanti Pagani attendati,Come l’abate gli avea numerati.
61 Di questo molto se ne rallegròe,Così Morgante; e poi che ’l poggio scese,Dinanzi a Manfredon s’appresentòe,Ch’era gentil, magnanimo e cortese:E di Morgante si maravigliòe;Il conte Orlando per la briglia prese,E disse: Benvenuto sia, barone;Dismonta, e poi verrai nel padiglione.
62 Orlando lascia a Morgante RondelloE va nel padiglion col re pagano;E Manfredon così diceva a quello:Chi tu ti sia, Saracino o Cristiano,Ti tratterò come gentil fratello;E perchè il tuo venir non sia qui invano,Soldo darotti, se t’è in piacimento,Tanto che tu sarai, baron, contento.
63 Rispose alle parole grate Orlando:Preso m’avete col vostro parlare;Soldo niente da voi non domando,Se non vedete l’arme adoperare.E così molte cose ragionando,Disse il pagano: Io vi vo’ ragguagliareDi quel che forse per voi non sapete,Chè cavalier discreti mi parete.
64 Io vi dirò la mia disavventura,S’alcun rimedio sapessi trovarmi;Io ardo tutto, per la mia sciagura,D’una fanciulla, e non so più che farmi;Due volte abbiam provato l’armadura,Ogni volta ha potuto superarmi,Sì che da lei vituperato sono,E messo ho la speranza in abbandono.
65 Egli è ben, vero ch’i' ho qui tanta gente,Che mi darebbe il cuor di superarla:Ma non sarebbe onor certanamente;Chè colla lancia intendo d’acquistarla:S’alcun di voi sarà tanto potente,Ch’a corpo a corpo credessi atterrarla,Ricomperrollo ciò ch’i' ho nel mondo;Chè basta a me sol lei, poi son giocondo.
66 Orlando disse: Noi ci proveremo,Ognun ci adoperrà tutta sua possa;E credo pure al fin noi vinceremo,Se femina sarà di carne e d’ossa.Disse il pagano: Ogni cosa diremo;Prima che la fanciulla facci mossa,Manda in sul campo sempre un suo fratello,Molto gagliardo e gentil damigello.
67 E per nome si chiama Lionetto,Ed è figliuol del gran re Caradoro,E non adora alcun più Macometto,Che sia sì forte per più mio martoro:E la sorella, ch’io v’ho prima detto,Per cui sol ardo, mi distruggo e moro,Gentile, onesta, anzi cruda e villana,Sappi che chiamata è Meridiana.
68 E veramente è come ella si chiama,Perchè di mezzodi par proprio un sole.Io innamorai di questa gentil dama,Non per vista, per atti o per parole;Ma per le sue virtù, ch’udi’ per fama,O ver che ’l mio destin pur così vuole:E da quel giorno in qua ch’amor m’accese,Per lei son fatto e gentile e cortese.
69 Or vo’ pregarvi, famosi baroni,Che ’l nome mi diciate in cortesia.Orlando disse con grati sermoni:Io vel dirò, perchè in piacer vi sia,Benchè far vi vorremo maggior doni:Pur negar questo fare’ villania.Più tempo ho fatto in Levante dimoro,E son chiamato da ciascun Brunoro.
70 E questo mio compagno, ch’è gigante,Veder potrete quanto è valoroso;Fassi chiamare il feroce Morgante,Ed è più che non mostra poderoso.In Macometto crede, e Trevigante.Il re, sentendol molto graziosoRispose: Per mia fè, che voi sareteDa me trattati come voi vorrete.
71 E quanto può Manfredon gli onorava,E nel suo padiglion sempre gli tenne,E molte cose con lor ragionava.Ma finalmente un dì per caso avvenne,Che Lionetto quel campo assaltava,E ’nverso il padiglion, come e’ suol, venne;E Manfredon chiamava con un cornoAlla battaglia per più beffe e scorno.
72 E cominciò per modo a muover guerra,Che molta gente faceva fuggire:Parea quando alle pecore si serraIl lupo, onde il pastor si fa sentire:E qual ferisce, e qual trabocca in terra,E molti il dì ne faceva morire;E chi fuggir non può ne va prigione,Onde fuggivan tutti al padiglione.
73 Il conte Orlando udì che LionettoAveva il campo in tal modo assalito,Ch’ognun fuggia dinanzi al giovinetto;Subito sopra Rondel fu salito,E disse: Vienne, Morgante, io t’aspetto:Di Lionetto non hai tu sentito?Tu vedrai or di Macon la possanza,E del tuo Cristo, in chi tu hai speranza.
74 Dicea Morgante: Io non ho mai vedutoProvare Orlando, io lo vedrò pur ora:Ringrazio Iddio che mi sarò abbattuto:Orlando sprona il suo cavallo allora,E sparì via com’uno stral pennuto:Per che Morgante s’avviava ancora,E col battaglio si viene assettando,E guarda pur quel che faceva Orlando.
75 Orlando nella pressa si mettea,E pur Morgante guarda dove e’ vada,E sempre drieto a Rondel gli tenea,Dove vedeva e’ pigliassi la strada;E Lionetto in quel tempo giugnea,Ch’aveva in man sanguinosa la spada:Orlando il vide, e la lancia abbassava;Ma Lionetto un’altra ne pigliava.
76 Volse il cavallo, e ’nverso Orlando abbassa,E vannosi a ferir con gran furore,E l’una e l’altra lancia si fracassa;Ma Lionetto uscì del corridore,E Rondel via come il suo nome passa.Morgante guata drieto al suo signore,E dice: Orlando è pur baron perfetto;E Cristo è vero, e falso è Macometto.
77 Ma Lionetto pur si rilevoe,E sopra il suo cavallo è rimontato,E Macometto a gran voce chiamoe.Dicendo: Traditor, ch’i’ ho adoratoA torto sempre, io ti rinegheroe,Poi ch’a tal punto tu m’hai abbandonato;L’anima mia piú non ti raccomando,Chè non are’ quel colpo fatto Orlando.
78 Poi si rivolse a Orlando, dicendo:Nota, che e’ fu del mio destriere il fallo;Orlando gli rispose sorridendo:E’ si vorre’ co’ buffetti ammazzallo.Disse Morgante: Così non la intendo:Or che tu se’ rimontato a cavallo,Mi par che sia tuo debito, Pagano,Di ritrovarsi colle spade in mano.
79 Rispose Lionetto: A ogni modoVo’ che col brando terminian la zuffa.Disse Morgante: Per Dio, ch’io la lodo,Chè tu vedrai che ’l caval non fe truffa.Or tu, Signore, a cui servir sol godo,Per cui la terra e l’aria si rabbuffa,Guardaci e salva, e ’nsino al fine insegna,Tanto ch’io canti questa storia degna.
Giudica, e manda seconda che avvinghia.
Chiama gli abitator dell’ombra eterne cc.
Chè un bel morir tutta la vita onora.
Mendicando la vita a frusto a frusto.Parad., Canto VI.
Comments
Loading comments…