Morgante maggiore — Canto ventesimosesto
1 Benigno Padre, a questa volta siaLa tua somma pietà più che mai fosse:Manda il tuo Arcangel con sua compagnia,Che le spade del ciel sien fatte rosse;Chè tanto sangue in Roncisvalle fia,Che correrà pe’ fiumi e per le fosse,Poi che l’ultimo giorno è pur venuto,Che Malagigi ha più tempo temuto.
2 Carlo, omè quanto sarai meschino,Quando vedrai de’ nuovi casi avversi,E morto il tuo nipote e paladino!O tristi, afflitti, o lamentabil versi!O traditor Marsilio Saracino,Or potranno i tuo’ inganni alfin vedersi!O Ganellon, tosto sarai contentoD’aver condotto il sezzo tradimento!
3 Avea colui, ch’ancor Prometeo piange,Cavato il capo fuor dell’orizzonteDi fuoco e sangue, ond’e’ parea che GangeMostrassi de’ Cristian le future onte;Quando appresso si scuopron le falangeDel re Marsilio e de’ Pagan già a fronte,Ed apparivan sopra una montagnaA poco a poco le turbe di Spagna.
4 Or chi vedesse al vento gli stendardiBianchi, azzurri, vermigli, e neri e gialli,E serpenti e lion, cervieri e pardi,E sentissi il tumulto de’ cavalli,E l’anitrir per le tube gagliardi;Istupefatto sarebbe a guardalli,Tanti strumenti e vari segni e straniSi sentiva e scorgeva de’ Pagani.
5 Ma Guottibuoffi, che ne dubitava,Ch’era famoso vecchio Borgognone,Ognidì con Orlando ricordava,Che si facessi altra provvisione,E tuttavolta il campo rafforzava;Orlando, qual si fusse la cagione,A questa volta non ci ponea cura,E non parea che conosca paura.
6 Ulivieri avea il dì dinanzi dettoChe fatto avea molto terribil sogno,Tanto che messo gli aveva sospetto,Perchè di Daniello avea bisogno.Orlando disse: Chi fa col barletto,Pensa quel che farebbe con un cogno;Ed avea detto in suo linguaggio, e tosto,Onestamente, che sognava il mosto.
7 Credo che Orlando, come antico e saggio,Conosceva il suo mal già presso al fine;Ma non mostrava nel volto il coraggio,Ed aspettava corona di spineOmai di Spagna e ’l tributo e l’omaggio:E poco vaglion le nostre dottrine;Però che, quando un gran periglio è presso,Difficil molto è consigliar sè stesso.
8 La mattina Ulivier per tempo è itoIn su ’n un monte, e Guottibuoffi v’era,Che sempre stava la notte assentito,E ordinava le guardie ogni sera:Intanto, com’io dissi, è comparitoDel re Marsilio già la prima schiera,E conobbe gl’inganni de’ Pagani,Che cominciavon già a calare a’ piani.
9 E disse: O Guottibuoffi, egli è venutoL’ultimo dì per la gloria di Carlo;E ’l conte nostro non t’ha mai creduto,Che si voleva il campo rafforzarlo:Questo è Marsilio traditore astuto,Che a tradimento viene a ritrovarlo;Però che segno di pace non parmi,Ch’io veggo a tutti rilucer qua l’armi.
10 Or son le profezie di MalagigiAdempiute per sempre a questa volta:Io sento insin di qua tremar Parigi:O Ganellon, tu hai pur fatto colta,E ristorato Carlo de’ servigi.E detto questo, al caval dette volta,E scese presto gualoppando il monte,E ritornò dove lasciato ha il Conte.
11 Aveva Orlando strana fantasiaQuella mattina; e veggendo venireUlivier che correva tuttavia,Gridò da lungi: Questo che vuol dire?Disse Ulivier: Mal, per la fede mia;Non mi volesti iersera appena udire:Marsilio è qua che t’arreca il tributoCon l’arme; e ’l mondo è con seco venuto.
12 Tutti i baroni ad Orlando d’intornoFurno in un tratto, ed ognun confortavaChe si dovessi sonar presto il corno:Orlando presto in sul caval montavaE Sansonetto, e in sul monte n’andorno:E come e’ giunse, d’intorno guardava,E ben conobbe che Marsilio vienePer dar tributo di future pene.
13 E poi si volse inverso Roncisvalle,E pianse la sua gente dolorosa,E disse: O trista, o infortunata valle,Oggi sarai per sempre sanguinosa!Quivi eran molti già intorno alle spalle,E tutti consigliavano una cosa,Da poi che pure il caso è qui trascorso,Che si chiamassi col corno soccorso.
14 Era salito in su questa montagnaAstolfo, e Berlinghier, presto, ed Avino,E ragguardando ognun per la campagna,Veggendo tanto popol saracino:Abbi pietà della tua gente magna,Dicevan tutti, o franco paladino;Va, suona il corno quanto puoi più forte,Ch’ogni cosa è men dura che la morte.
15 Rispose Orlando: Se venisse adessoCesare, Scipio, Annibale, e Marcello,E Dario, e Serse, ed Alessandro appresso,E Nabucco con tutto il suo drappello,E vedessi la morte innanzi espressoColla falce affilata o col coltello,Non sonerò perchè e’ m’aiuti Carlo,Chè per viltà mai non volli sonarlo.
16 Tornossi adunque con sue gente Orlando,E ’l campo fece con gran furia armare:Per tutto Roncisvalle è ito il bandoCh’ognun presto a caval debbi montare;E Turpin va con la Croce segnando,E cominciava tutti a confortareCh’ognun morissi volentier per Cristo,E ricordare la passion di Cristo.
17 Or chi vedessi il campo armare in fretta,Certo pietà gliene verrebbe al core;Come ogni cosa, a chi il contrario aspetta,Par che più porti dolcezza o terrore:E risonava più d’una trombettaPer Roncisvalle con certo clangore,Che parea proprio al giudicio chiamassiIn Giusaffà, sì che i morti destassi.
18 Pensa ch’ognun con gran furore assettiQuivi i cavalli e sue armi raggruppi;E chi gridava e batteva i paggetti,E tutti sieno occupati i galuppi;Ed alcun l’armi al contrario si metti,E le parole co’ fatti avviluppi,Sì come avvien nelle gran cose spesso,Gridando: Arme, arme, i nimici son presso.
19 Già eran tutti i paladini insiemeRistretti con Orlando, a consigliareDella battaglia che ciascun qui teme,Come e’ si debba le gente ordinare:Orlando per dolor sospira e geme,E non poteva a gnun modo parlare,D’aver condotto sì miseramenteIn Roncisvalle a morir la sua gente.
20 Ed Ulivier dicea: Caro cognato,Meglio era, omè, tu m’avessi creduto:Già è più tempo ch’io t’ho predicatoCh’io avevo Marsilio conosciutoTraditor prima che fussi creato;E tu credevi e’ mandassi il tributo:E Carlo aspetta le mummie a San Gianni:Di Gan, non credo che nessun s’inganni,
21 Salvo che lui, poi che gli crede ancora,E ha condotti a questa morte tutti;Ma quel Marsilio, se nessun lo ignora,Fra molti vizi tutti osceni e brutti,Una invidia ha nell’ossa che ’l divora,Che si conosce finalmente a’ frutti;Io l’ho sempre veduto in uno specchioUn tristo, un doppio, un vil traditor vecchio.
22 Malgigi è quel che lo conosce appunto,E mille volte pur te l’ha già detto;E che e’ dovessi il campo stare in punto,Gridato ho tanto, ch’io n’avea sospetto:Non m’hai creduto; ora è quel tempo giuntoChe tanti annunzii tristi hanno predetto:Ora hai tanto bramato, or mi perdona,Come nespola in capo la corona.
23 Orlando non rispose a quel che disseUlivier, perchè il ver non ha risposta;E benchè la risposta pur venisse,Le parole non vengono a sua posta:Il campo intanto a ordine si misse,E per fare alto ad Orlando s’accosta,Che fece a tutti ordinar colezione,Poi disse pur quest’ultima orazione.
24 S’io avessi pensato, il traditoreMarsilio in questo modo a vicitarmiVenissi, come ingiusto e peccatore,Io arei preparato i cori e l’armi;Ma perchè sempre gli portai amore,Credea che così lui dovessi amarmi,E che fussi sepolto ogni odio antico:Chè qualche volta ognun pur torna amico;
25 Salvo che lui, che per viltà perdona,E resta pur la mente acerba e cruda:Pertanto io gli confermo la coronaDe’ traditori, e scuso or Gano e Giuda,Ch’io non truovo in lui cosa che sia buona;Ma fa come sparvier che in selva muda,Che t’assicura, e par ch’e’ sia la fede;Poi, se tu il lasci un tratto, mai non riede.
26 Ecco la fede or di Melchisedecche,Un uom che è di più lingue che Babelle,Da dirgli Alecsalam Salamalecche,Proprio un altro Cain che invidia Abelle:Ma forse sarò io nuovo Lamecche,Forse lo spirto è quel d’Achitofelle,Forse di Marsia, che s’asconde al cieloDi corpo in corpo, anzi al signor di Delo.
27 Or pur chi inganna ognun anche sè inganna,E non sia ignun che a sè stesso si celi,Perchè pur sè medesimo al fin danna:Se voi sarete alla morte fedeli,Ristoreravvi con la dolce mannaIl Signor vostro degli amari feli;E se il pan del dolor mangiato avete,Stasera in paradiso cenerete;
28 Come disse quel Greco anticamenteLieto a’ suoi già, ma disse — Nello inferno.Vedete in su la grata pazienteLorenzo, per fruir quel gaudio eterno:Volgi quest’altro: o giusto amor fervente!Che non sentia d’altro foco lo scherno:Chè dolce cosa è volontaria morte,Quando l’anima è in Dio costante e forte.
29 Quant’io per me, qual mansueto agnelloMe ne vo, come Isacche, al sacrificio,Bench’io vegga già fuor tutto il coltello;Ch’io sento già quello eterno giudicio,Dove fia giudicato il buono e il fello,Tosto fia ministrato il grande oficio:Venite, benedicti patris mei;E nell’inferno discacciati i rei.
30 Però, mentre di vita ancor ci avanza,Perchè il fine è quel ch’ogni cosa onora,Ognun di paladin mostri possanza,Acciò che il corpo solamente mora:Ed abbiate buon cor sanza speranza,Perch’io non so quel che si fia ancora;E spesso ove i rimedj sono scarsi,Fu a molti salute il desperarsi.
31 E’ m’incresce che Carlo in sua vecchiezzaVedrà forse pur fin posto al suo regnoDi Francia bella, e di sua gentilezza,Perch’egli è stato imperator pur degno;Ma ciò che sale, alfin vien poi in bassezza:Tutte cose mortal vanno a un segno;Mentre l’una sormonta, un’altra cade;Così fia forse di Cristianitade.
32 E increscemi del mio fratel Rinaldo,Ch’io non lo vegga innanzi alla mia morteA punir questo traditor ribaldo;E come cosa immaginata forte,Non posso in un proposito star saldo;E par che nella mente mi conforteUn pensier che mi dica: egli è qui presso:E guardo ognun ch’io veggo, s’egli è desso.
33 La cagion perchè il corno io non sonai,è per veder quel che sa far fortuna:Non vo’ che ignun se ne vanti giammaiCh’io lo sonassi per viltà nessuna:Prima fien tenebrosi in cielo i rai,Prima il sole arà lume dalla luna,Forse a Marsilio pria trarrò l’orgoglio,E con questo pensier sol morir voglio.
34 Ed oltra questo, e’ nol concede il loco;Perchè da noi a Carlo è tanto spazio,Che il suo soccorso gioverebbe poco;Io vo’ che Ganellon si facci sazio:Ma innanzi che partiti siam da gioco,Noi farem di costor sì fatto strazio,Ch’esemplo sarà al mondo quanto e’ dura,Sì ch’io non ho della morte paura.
35 La morte è da temere, o la partita,Quando l’anima e ’l corpo muore insieme;Ma se da cosa finita a infinitaSi va qui in ciel fra tante diademe,Questo è cambiar la vita a miglior vita:Ora abbiate in Gesù perfetta speme,E vita e morte rimettete in quelloChe salvò da’ leoni già Daniello.
36 Un filosofo antico, detto Tale,La prima cosa ringraziava IddioChe fatto l’aveva uom, non animale;Però, se così fusti e voi ed io,Consegue or che l’effetto sia mortale:Dunque è proprio dell’uomo, al parer mio,Amar quanto conviensi il breve mondo,Ma sopra tutto il suo Signor giocondo.
37 Ricordatevi ognun di que’ buon Deci,C’hanno sol per la patria fatto tanto,E molti altri Roman famosi e Greci,Per lasciar poi nel mondo un piccol vanto;Del qual fo poco conto, e sempre feci,Respetto a conseguir quel regno santo,Dove è Colui che sparse il giusto sangue,Per liberarci dal mortifero angue.
38 Non crediate d’Orazio o Curzio siaFelice il nome come il vostro certo,Perchè quello a salute al mondo fia;Ma l’anima non ha qui premio o merto:Mentre ch’io parlo con voi, tuttaviaMi par tutto veder già il cielo aperto,E gli angeli apparar su con gran frettaIl loco che perdè la ingrata setta.
39 Io veggo un nuvoletto in aria, un nembo,Che certo vien per voi di paradiso;E già di Micael si scuopre un lembo,Tal ch’io non posso contemplarlo fiso:Parmi vedervi giubilare in gremboDi quello Amor che tutto applaude in riso,Come que’ padri giù nel sen d’Abramo,E che tutti già in ciel felici siamo.
40 Però vi do la mia benedizione;E come tutti assolverà Turpino,È fatta in ciel la nostra assoluzione.E detto questo, pigliò Vegliantino,E saltò della terra in su l’arcione,E disse: Andianne al popol saracino.E pianse in sul cavallo amaramente,Quando e’ rivide tutta la sua gente.
41 E disse un’altra volta: O dolorosaValle, che presto i nostri casi avversiFaran per molti secoli famosa,Tanto sangue convien sopra te versi,Tu sarai ricordata in rima e in prosa;Ma se preghi mortal mai giusti fersi,Vergine, i servi tuoi ti raccomando,E non guardare al peccatore Orlando.
42 Intanto l’arcivescovo segnava,E tutta quella gente benedisse;E dice: Io vi perdono; e confortava,Ch’ognun pel suo Gesù lieto morisse.Così piangendo l’un l’altro abbracciava,E poi la lancia alla coscia si misse;E la bandiera innanzi era di Almonte,La qual fue acquistata in Aspramonte.
43 Ora ecco la gran ciurma de’ Pagani,Che Falserone ha presso i suoi stendardi,Ch’eran tutti calati giù ne’ piani,E dicea: Questi Franciosi e Piccardi,Quando in su’ campi saremo alle mani,Tosto vedren se saranno gagliardi;Oggi fia vendicato il mio figliuolo:E minacciava il conte Orlando solo.
44 Io v’ho pur, cavalieri, a tutti detto,Ognun di questo ammaestrato sia,Che come Orlando si muove in effetto,E’ non sia ignun che mi tagli la via;Io gli trarrò per forza il cuor del petto:Ognun si scosti, la vendetta è mia:Chè Ferraù, s’io non ne sono errato,Degno fu certo d’esser vendicato.
45 E’ si sentiva i più stran naccheroni,E tante busne e corni alla moresca,Che rimbombava per tutti i valloni,E par che degli abissi quel suono esca:Tanti pennacchi, tanti stran pennoni,Tante divise, la più nuova trescaEra cosa a veder per certo oscura,E fatto arebbe a Alessandro paura.
46 L’anitrir de’ cavalli, e il mormorareDe’ Pagan che venivan minacciando,Ch’ognun voleva i Cristian trangugiare,E sopra tutto Falserone Orlando;Parea quando più forte freme il mareScilla e Cariddi, co’ mostri abbaiando:E tutta l’aria di polvere è piena,Come si dice del mar della rena.
47 Quivi eran Zingani, Arbi e Soriani,Dello Egitto, e dell’India, e d’Etiopia,E sopra tutto di molti marrani,Che non avevon fede ignuna propia,Di Barberia, d’altri luoghi lontani:Ed Alcuin, che questa istoria copia,Dice che gente di Guascogna v’era;Pensa che ciurma è questa prima schiera!
48 Ed avean pur le più strane armadureE’ più stran cappellacci quelle genti;Certe pellacce sopra il dosso dureDi pesci, coccodrilli e di serpenti,E mazzafrusti, e grave accette, e scure;E molti i colpi commettono a’ venti,Con dardi, ed archi, e spuntoni, e stambecchi,E catapulte che cavon gli stecchi.
49 Quivi già i campi l’uno all’altro accosto,Da ogni parte si gridava forte:Chi vuol lesso Macon, chi l’altro arrosto;Ognun volea del nimico far torte:Dunque vegnamo alla battaglia tosto,Sì ch’io non tenga in disagio la morte,Che con la falce minaccia ed accennaCh’io muova presto le lance e la penna.
50 Orlando aveva alla sua gente detto:Della battaglia ognun libero sia:Qui non è cavalier se non perfetto,E Micael vi farà compagnia.Astolfo il primo si mosse in effetto,Vennegli incontra Arlotto di Soria;E l’uno e l’altro abbassò la sua lancia,E Siragozza si sentiva e Francia.
51 Or non ci far questa volta vergogna:Pórtati, Astolfo, come paladino;Attienti al legno forte, e, se bisogna,Abbraccia quel come un tuo nipotino,Però che Arlotto sorian non sogna,Che vien di verso il campo saracino:E con sopportazion tutto sia detto,Che invero Astolfo n’aveva difetto.
52 Tanto che, come la lancia ebbe in resta,Ed Ulivieri a Orlando dicea:Che sì che Astolfo farà bella festa!In questo tempo allo scudo giugneaIl Saracin con sì fatta tempesta,Che mancò poco che non s’apponeaA questa volta d’Astolfo il marchese;Se non che a schembo la lancia lo prese.
53 Astolfo ferì lui discretamente,Perchè la lancia alla vista gli appicca;E fu quel colpo per modo possente,Ch’un palmo e mezzo di ferro gli ficca;E mandò presto fra la morta genteL’anima, e ’l corpo di sella gli spicca:Adunque Astolfo ha fatto il suo dovuto,Poichè il Pagano e non lui è caduto.
54 Allora il franco Angiolin di BaionaDiceva: Orlando, io vo’ il colpo secondo.E detto questo, un suo giannetto sprona,Che miglior corridor non avea il mondo:Vennegli a petto un gran sir di corona,Molto crudel, di sangue sitibondo,Malducco detto, del regno di Frasse;E calaron le lance ambo giù basse.
55 E l’uno e l’altro poneva al baucco,Chè l’uno e l’altro di porre è maestro;Ed Angiolin pel colpo di MalduccoSe n’andò quasi in sul lato sinestro;Ma non pertanto è il suo valor ristucco:E perchè e’ pose al Pagan molto destro,Gli fe’ toccar coll’elmetto la groppa,Tanto che ruppe del cimier la coppa.
56 E se non fusse che trasse il cavallo,Quando e’ sentì che ’l pennacchio lo tocca,Sì che traendo aiutava rizzallo,Era la corda rasente alla cocca.Avino intanto saltava nel ballo,La lancia abbassa, e ’l corridor suo brocca:Chi meco vuol giostrar, gridando forte,venga a trovarmi, e troverrà la morte.
57 Partissi della schiera de’ PaganiRe Mazzarigi, un uom molto superbo,Che confessò la legge de’ Cristiani,E rinnegò poi Cristo, e ’l Padre, e ’l Verbo;E come e’ furno ristretti alle mani,Il colpo del Pagan fu molto acerbo:Pure Avin gli rispose con la lancia,Ma questa volta della morte ciancia.
58 Ulivier si fe’ innanzi con Rondello,Chè non potea più star saldo alle mosse;Il re Malprimo, come e’ vide quello,Dall’altra parte a rincontro si mosse:Or qui, sanza operare altro pennello,Si cominciono a far le lance rosseE gli scudi, e le falde, e le corazze,E le barde a dipigner paonazze.
59 Il Saracin percoteva il Marchese,E nello scudo la lancia gli attacca,Tal che più oltre la punta si stese,Ed una costa del petto gli ammacca,Chè la corazza e ’l giubbon nol difese;Ma pur la lancia alla fine si fiacca,Ed Ulivier di cader consigliossi,E in qua ed in là molte volte piegossi.
60 Pur la sua gagliardia, la sua fierezzaNon si nascose a questa volta certo,Chè la sua lancia non si piega o spezza,Ma tutto quanto lo scudo gli ha aperto,E la corazza gli parve una rezza;Sicchè Malprimo si truova diserto,Chè gli misse nel cor proprio la lancia,E mostrò pur le prodezze di Francia.
61 Falseron, quando ha veduto cadereCosì subito morto del cavalloUn tal campion, cominciava a temere:Quest’è, disse, un miracol sanza fallo;Qui non si giostra a dimino o viere:O Macon, come lasciasti cascallo!E molto fu di tal caso turbato,Perchè Malprimo era il primo stimato.
62 Ulivier non si misse nella pressaDe’ Saracin, ch’ancor gli duole il petto:Intanto in resta la lancia avea messaTurpino, e salta che pare un capretto,Chè non è tempo a cantar or la Messa;Vennegli incontra Turchion maladettoCon la sua lancia con superbia, e furia,Per vendicar di Malprimo la ingiuria.
63 E nello scudo alla treccia gli colseE ruppel come bambola di specchio,Sì che dal petto fatica gli tolse;Ma Turpin sa ancor l’arte così vecchio:E perchè il Saracin civettar volse,E’ gli accoccò la lancia a uno orecchio,E schiacciò l’elmo e ’l capo come al tordo,E in questo modo lo guarì del sordo.
64 Orlando aveva nel suo colonnelloDi Normandia quel possente Riccardo,E Guottibuoffi, e ’l conte Anselmo, quelloChe tanto fu questo giorno gagliardo,Avolio, Avin, Berlinghieri e ’l fratello,E Sansonetto e ’l buon duca Egibardo,E tutti gli altri paladin di Francia,Gente ch’ognun porterà ben sua lancia.
65 Or quando Orlando e la schiera si mosse,Pensa chi legge, che il furore e ’l romboDi Vulcan parve la fucina fosse;Tanto ch’a Giove n’andò su il rimbombo,E Marte credo nel ciel si riscosse:E tante lance si calorno a piombo,Ch’un vento par ch’ogni cosa abbattessi,E il cielo e ’l mondo e l’abbisso cadessi.
66 Falseron, ch’avea tanto desiatoDi ritrovarsi alle man con Orlando,Fu d’un altro proposito mutato,Quando e’ lo vide venir furiando,Che Lucifer pareva scatenato:Appollin, disse, io mi ti raccomando,Non mi lasciar così morire in fretta,Lasciami far del mio figliuol vendetta.
67 Ma come Orlando a Falseron fu presso:O traditor, gridò di lunge forte,Questo non è quel che mi fu promesso,Di perdonar di Ferraù la morte;Or si conosce traditore espressoIl tuo Marsilio e tutta la sua corte,Che si vorrebbe con teco impiccarlo:Questo è il tributo che s’aspetta a Carlo?
68 Non ti vergogni d’avermi tradito,E dato il bacio come Scariotto,Quando di Francia ti fusti partito?E non si vide mai crucciato o rottoOrlando, quanto quel dì fu sentito;Poi lasciava la lancia andar di botto,E prese Falserone appunto al petto,Gridando: Or chiama il tuo can Macometto.
69 Maraviglia fu grande, al parer mio,Che gli passò lo scudo, ch’era d’ossoD’un certo pesce, come piacque a Dio,E ’l piastron sotto molto duro e grosso;E benchè Falseron presto morio,Niente della sella si fu mosso,Tanto che ignun del suo caso s’accorse:Orlando col cavallo oltre trascorse.
70 Poi ritornò, chè volea pur vedereDi Falseron come la cosa vada,Chè nel passar non lo vide cadere;Ma come questo toccò colla spada,Subito cadde fra’ morti a giacere:E maraviglia non fu perchè e’ cada,Ma perchè, come alla terra fu giunto,Dicon che il corpo disparì in un punto.
71 Ora hai tu, Falseron, la tua vendettaFatta, e condotto a Siragozza Gano!La gente sua vi corse con gran fretta:E scesi in terra, e distesa la mano,L’arme trovoron, come quando gettaIl guscio il granchio, che dentro era vano.O nuovo caso, o segno, o gran portento,Quanto Dio abbi in odio il tradimento!
72 Quando i Pagan Falseron vidon morto,Ognuno spazzerebbe la campagna,Tanto ne preson terrore e sconforto;Ma d’ogni parte era tesa la ragna,Chè il re Marsilio, per veder più scorto,Recato s’era in su l’alta montagna,E circundava tutta quella valle,Sicchè voltar non potevon le spalle.
73 Fecesi innanzi quel corbacchion nero,Che si chiamava tra lor Finadusto,Con un baston che non era leggiero;E sette braccia il Pagano era giusto:Berlinghier vide venir questo cero,E non guardò perchè e’ fusse gran fusto,E ’l baston grave e mazzocchiuto e grosso,Ma con la lancia gli correva addosso.
74 Egli aveva una scoglia di testudoQuesto ghiottone adattato a suo modo,E porta quella al petto per iscudo;La lancia il passa, benchè e’ fussi sodo:E tanto è il ferro temperato e crudoChe gli sbarrò della piastra ogni nodo,Ed un giubbon sì grosso di catarzo,Che non pareva per quello anche scarzo;
75 E cacciògli nel petto più che mezzoIl ferro: benchè e’ non fusse mortaleIl colpo, pure e’ gli dette riprezzo;E se non fusse che il caval misse ale,E’ non sentia mai più caldo nè rezzo;Ma così tosto non fugge uno straleChe si diparta da corda di noce,Come quel presto il portò via veloce.
76 Era venuto intanto GalleranoCon molta gente, ed ha seco Fidasso:Or qui comincia a insanguinar più il piano,E nuove lance rovinano in basso;E fassi innanzi ogni buon capitano;Orlando fa come un vento fracasso,Ed avea sempre appresso il conte Anselmo,Che facea spesso risonar qualch’elmo.
77 Ulivieri Altachiara avea ristretta,E ritornato è già nella battaglia;Gualtier d’Amulion quivi si getta,E Baldovin come un lion si scaglia;Avino, Avolio, Ottone, ognun affetta,Come le rape, di questa canaglia;Angiolin di Bellanda, e Guottibuoffi,Dando e togliendo di maturi ingoffi.
78 Marco e Matteo, ch’ognun dice del PianoDi San Michele, ed io trovo del Monte,Per Roncisvalle con la spada in manoA molti avevon frappata la fronte;Il duca Astolfo non si stava invano,E Turpin caccia le pecore al monte:Angiolin di Bordea solo era mortoDe’ paladin, ma gli fu fatto torto.
79 Or lasciam così il campo insieme stretto:Non vogliam noi che ne venga RinaldoAlla battaglia col suo Ricciardetto?Che ne venía con un desio sì caldo,Ch’a ogni passo ha domandato e dettoQuel che faceva Marsilio ribaldo:Ed Astarotte ogni cosa dicea,Che la battaglia tuttavia vedea.
80 E Ricciardetto si consuma e rode,Quando sentia la battaglia rinforza,E d’Ulivieri e d’Orlando alte lode,E come il campo de’ Pagan va ad orza;E benchè pur dall’un canto ne gode,Pargli mill’anni mostrar la sua forza,E ritrovarsi nel mezzo alle busse,E gittò l’erba che dette Milusse.
81 E come presso a Roncisvalle sonoCalati giù da’ monti Pirenei,Onde e’ s’udia della battaglia il tuono,Del suon dell’arme e degli spessi omei,Dicea Rinaldo: Io credo che sia buono(Dico così quel ch’io per me farei)Che s’assaltassi il campo saracinoIn mezzo, dove è quaggiù Bianciardino.
82 Disse Astarotte: Bianciardino è quelloChe attorno va con quella sopravvesta;Noi ce n’andremo or io e FarfarelloTra le campane, e soneremo a festa,Quando vedrem che tu farai macello:E Squarciaferro ti si manifesta(Rogatus rogo, intendi quel ch’io dico)Che in ogni modo vuole esser tuo amico.
83 Non creder, nello inferno anche fra noiGentilezza non sia: sai che si dice,Che in qualche modo, un proverbio fra voi,Serba ogni pianta della sua radice,Benchè sia tralignato il frutto poi;Or non parliam quim del tempo felice:Quivi è Marsilio, e qua combatte Orlando;Valete in pace: a te mi raccomando.
84 Rinaldo non sapea formar paroleAlla risposta accommodate a quello,E ringraziare Astarotte suo vuole,E così Squarciaferro e Farfarello;Poi gli rispose: Astarotte, e’ mi duoleIl tuo partir quanto fussi fratello:E nell’inferno ti credo che siaGentilezza, amicizia e cortesia.
85 E se lecito t’è quel ch’io dico ora,Qualche volta mi torna a rivedere,E Squarciaferro, e Farfarello ancora,Ch’io penso sol di potervi piacere;E quel Signor, che la mia legge adora,Prego, se ’l prego dovessi valere,Che vi perdoni, e che ciascun si penti,Chè ristorar non vi posso altrimenti.
86 Disse Astarotte: Se vuoi ch’io domandi,Una grazia sol chieggio, qual puoi farmi,E poi contento da te me ne mandi:Tu facci a Malagigi liberarmi,E in qualche modo me gli raccomandi:Però che sempre potrai comandarmi,Chè di servirti non mi fia fatica;E basta solo Astarotte tu dica.
87 Ed io ti sentirò sin dello inferno,E verrà per mio amor qui Farfarello.Io ti sono obbligato in sempiterno,Disse Rinaldo, e così il mio fratello;Però, non che una lettera, un quadernoIscriverrò di buono inchiostro a quello,E farà ciò che vorrai, Malagigi;Pensa s’io posso farti altri servigi.
88 E manderògli un messaggier volando,E scriverò della tua cortesia;E così farò scrivere a Orlando,Sì dolce è stata la tua compagnia.Disse Astarotte: A te mi raccomando.E disparì co’ suoi compagni via,Che parve proprio un baleno sparissi,E che la terra di sotto s’aprissi.
89 In Roncisvalle una certa chiesettaEra in quel tempo, ch’avea due campane:Quivi stetton coloro alla veletta,Per ciuffar di quell’anime pagane,Come sparvier tra ramo e ramo aspetta:E bisognò che menassin le mane,E che e’ battessin tutto ’l giorno l’ali,A presentarle a’ giudici infernali.
90 Pensa quel dì se menoron la codaEaco, il gran Minosse e Radamanta;E quel Satan se tu credi ch’e’ goda,E se Caron nella sua cimba canta,Rassetta i remi, e le vele rannodaCol mataffione, e la vela rammanta;E se si fece più d’una morescaGiù nello inferno, e tafferuglio e tresca.
91 E così in Ciel si faceva apparecchioD’ambrosia e néttar con celeste manna,E perchè Pietro alla porta è pur vecchio,Credo che molto quel giorno s’affanna;E converrà ch’egli abbi buono orecchio,Tanto gridavan quelle anime OsannaCh’eran portate dagli angeli in cielo;Sicchè la barba gli sudava e ’l pelo.
92 Or ritorniamo a Rinaldo, che assaltaIl campo in mezzo; e come e’ dette drento,Subito rossa si fece la malta,Ed arà fatto buono scaltrimento;Chè, non sapendo Marsilio la falta,Dubitò nel suo cor di tradimento,Che non fussi tra lor congiura o setta,Chè non si può sempre esser savio in fretta.
93 Avea Marsilio il suo popol paganoE ’l campo ben diviso, ed ordinatoChi dovessi ferir di mano in mano;Rinaldo, ch’ancor questo avea pensato,Sapea il pericol d’ogni capitano,Che guasto non gli sia l’ordine dato:Perchè e’ si vede per esperienzia,Che la battaglia è solo obbedienzia.
94 Non ti partir di qui, se a te non torno,Cioè ch’io ti ci trovi o vivo o morto;Fa’ che tu sia alla bocca del corno,La tramontana, o nave surta in porto;E perchè molti già prevaricorno,L’un più che l’altro capitano accortoConobbe del nimico qui il periglio,E come savio fe’ nuovo consiglio.
95 Parve a Marsilio, che stava a vedere,Che i Pagan combattessin co’ Pagani,Chè non potea di Rinaldo sapere,E bisognò che calassi giù a’ piani;Perchè e’ vedeva abbaruffar le schiere,E non v’è contrassegni di Cristiani;E disse: Gano è un malvagio gatto,E Bianciardin chi sa quel che s’ha fatto?.
96 E dubitò che non sonassi a doppio,Perchè pure era stato in Francia a Carlo,Che non avessi arrecato qualche oppio,E volessi con esso addormentarlo;E già sentir gli pareva lo scoppio,Tanto forte comincia a immaginarlo,Che tradimento nel campo non fosse:Per la qual cosa a gran furia si mosse.
97 Rinaldo, quando Marsilio ha veduto,Diceva a Ricciardetto: E’ cala il monte;Lo star qui, tutto sarebbe perduto:Tempo fia ora a ritrovare il Conte.E perchè egli era molto combattutoDa ogni parte, e di drieto e da fronte,E Ricciardetto in qua e in là si scaglia,Ed urta e rompe la calca, e sbaraglia;
98 Rinaldo aspetta che ’l cerchio sia fatto,E com’e’ vede tondo il rigoletto,Baiardo fece girare in un tratto,E volle un colpo fare a suo diletto,E trasse in modo un rovescio di piatto,Che il capo spicca dal busto di nettoA venti o più, se chi scrive non erra,E caddon tutti i mozziconi in terra.
99 E quando e’ furon veduti cadere,Ognun si scosta per la maraviglia;E dicevano, alzate le visiere:Chi è costui ch’ogni cosa scompiglia?Rinaldo Orlando voleva vedere,E inverso il campo girava la brigliaDove combatte la gente di Francia,E tolse a un ch’era appresso la lancia.
100 Orlando, quando lo vide venireCon tanta furia, come e’ fu più presso,Giurato arebbe, al cavallo, allo ardire,Che fussi certo, come egli era, desso;Intanto vede il lione scoprire,E non capea d’allegrezza in sè stesso:E fu tanto il desio che il cor gli serra,Che cadde quasi del cavallo in terra.
101 E Ricciardetto il suo segno ha scoperto,Ed Ulivieri intanto è quivi giunto;E poi che questi ha conosciuti certo,Tanto gaudio nel cor sente in un punto,Che gli spirti vital, quel sendo aperto,E già per l’arteria di sangue munto,Usciron quasi della rôcca fora:Chè spesso avvien ch’uom d’allegrezza mora.
102 Gran festa Orlando alla fine facea,Ritornato in sè stesso, al suo cugino;E domandava, e Rinaldo diceaDe’ suoi processi e del lungo cammino,E ciò che Malagigi fatto avea:Ed Ulivier, tornato in suo domino,Istupefatto ancor tutto e smarrito,Lazzer pareva del sepulcro uscito.
103 Il campo de’ Pagan s’era scostato,Chè i paladin ristretti erano insieme,E molto avevon questo danneggiato,Tanto ch’ognun di lor forza pur teme:Orlando mille volte ha rabbracciatoRinaldo pure, e d’allegrezza geme,E spera ancor di salvar la sua gente,Quando e’ riguarda il suo cugin possente.
104 E fece il campo rinfrescare intantoE rassettar, chè n’aveva bisogno;E poi dicea con Rinaldo da canto:O fratel mio, tanto vederti agogno,Che quando io t’ho ben rimirato alquanto,Io penso pur s’io ti parlo qui in sogno:Ringrazio il cielo, e più altro non chieggio,Che innanzi alla mia morte io ti riveggio.
105 Vorrei che tu m’avessi in altro modoTrovato, a venir qua fin dello Egitto;Pur tuttavolta di vederti godo,E par ch’e’ fugga ogni pensiero afflitto:E benchè io non mi dolga, anche non lodoChe tu non m’abbi, è tanto tempo, scritto;Quantunque doppio sia questo conforto,Vederti vivo, ov’io pensavo morto.
106 Sappi ch’io t’ho più lettere mandate,Disse Rinaldo, e così Ricciardetto;Ma non sono a buon porto capitate,Ed ogni cosa quel demone ha detto:Or lasciam le parole addentellate,Chè tutto il mondo qua ti veggo a petto:Dimmi, cugin, quel che tu vuoi ch’i’ faccia,Chè ’l tempo è breve, e fortuna minaccia.
107 Quel traditor, non dico di Maganza,Anzi Marsilio, anzi altro Scariotto,Rispose Orlando, ci dette speranzaDi far la pace, e inganno v’era sotto:Così con questa pitetta leanza,Carlo aspetta a San Gianni il sempliciotto,Ed io qui venni per certo tributo,Il qual tu vedi in che modo è venuto.
108 Poi che tu ti partisti, ed io rimasi,Par che il ciel sopra me disfoghi ogni ira,E mi sono avvenuti i più stran casi,Che la fortuna, che in più modi gira,Tanti non credo che ne intenda quasi;Onde l’anima mia sempre sospira,Ch’io so che mi persegue un gran peccato,Del qual più tempo è ch’io ho dubitato.
109 Da poi in qua ch’io uccisi Donchiaro,Non mi potè mai più bene incontrare:Nè creder tu che mi fusse già caro,Ma il mio signor mi potea comandare;Forse quel sangue innocente sì claroVendetta debbe or nel Cielo esclamare,Il qual con Carlo ha conceputo sdegno,Chè assai dato gli avea d’onore e regno.
110 Credo, Rinaldo mio, s’io non m’inganno,Ch’oggi tutti morremo in questa valle,Benchè tanti Pagan prima morranno,Che sempre si dirà di Roncisvalle.Disse Rinaldo: Non ti dar più affanno,Ecco Marsilio che t’è già alle spalle,Con tutto il popol di Serse e di Dario;Non c’è più tempo a tanto corollario.
111 Marsilio a Bianciardino aveva detto,Poi ch’egli scese con sua gente al piano:O Bianciardin, tu m’hai messo sospetto,Io non lo intendo questo caso strano;Orlando è là con la mia gente appetto;Rinaldo so ch’è in paese lontano,Ed al presente si truova in EgittoCon Ricciardetto; così Gan m’ha scritto.
112 Rispose Bianciardin: Qua son venutiDue cavalier valenti e bene armati,E benchè molto gli abbiam combattuti,Per forza son tra la schiera passatiE dispariti, e poi non gli ho veduti;Credo che sieno diavoli incantati:Chè l’uno e l’altro è paruto invisibile,E fatto han quel che non parea possibile.
113 E’ si vedea sempre in alto le mane,E in modo le percosse spesseggiare,Che sonavano a doppio due campane:Io vidi intorno a questi un cerchio fare,E seguir cose che non sono umane,Chè si sentì una spada fischiareD’un certo manrovescio tondo e giusto,Che a venti il capo levò dall’imbusto.
114 Per che Marsilio rispondeva allotta:Questi son masnadier di Malagigi:Parmi la nostra schiera malcondotta,Chè innanzi vien la gente di Parigi:Veggo che il campo fugge in volta rotta.Intanto vien gridando Mazzarigi:Aiuto, presto, noi siamo a mal porto,Il campo è rotto, e Falserone è morto.
115 Quando Marsilio udì queste parole,Si fece a Mazzarigi incontra presto,Perchè di Falseron troppo gli duole,E domandava pur: Che vuol dir questo?Rispose Mazzarigi: Così vuoleMacon, che a questa volta è disonesto;E per tagliar più le parole corte,Sappi ch’io fuggo, ed ho drieto la morte.
116 Orlando a Falseron tolse la vita,E Ricciardetto è venuto e Rinaldo,E spezza il ferro, e l’ossa e’ nervi trita:Pensa se ’l campo si può tener saldo:Però tutta la gente s’è fuggita.Disse Marsilio: Becco, can ribaldo!O Macon crudelaccio, e sanza fede,Maladetto sia tu, e chi ti crede.
117 Io non t’adorerò più in Pagania,Traditor, ghiotto, pien d’ogni magagna:Può fare il ciel che qua Rinaldo sia?Tu se’ venuto per ogni campagnaAccompagnarlo, come quel Tobia:Ora aren noi riavuta la Spagna,Or sarà vendicato Ferraue;Maladetto sia egli, e il cielo, e tue.
118 Era Marsilio un uom, che in suo segretoCredea manco nel ciel che negli abissi,Bestemmiator, ma bestemmiava cheto,Pur questa volta volle ognuno udissi:E se fu anche gentile e discreto,Come in altro cantar già dissi e scrissi,Io il dico un’altra volta, e parlo retto,Chè questo non emenda altro difetto.
119 Ch’e’ sapeva anche simulare e fingereCastità, santimonia e devozione,E la sua vita per modo dipingere,Che il popol n’ebbe un tempo espettazione.Ma perch’io sento la battaglia stringere,Diciam che si dolea di Falserone,E bestemmiava il ciel devotamente,Pur come io dissi, in modo ch’ognun sente.
120 Sia maladetto il dì, che il conte GanoA Siragozza quel malvagio venne,Che mi mostrò di porre il cielo in mano,Dov’io credetti volar sanza penne;Ch’e’ mi rendea la Spagna Carlo ManoD’accordo in pace: oh, quante volte avvenne,Che si ricorda un detto savio antico,Che l’uomo ha solo il meglio per nimico!
121 O Bianciardin, tu mi dicesti tanto,Allor ch’io vidi la fonte turbare,Ch’io mi dovessi confortare alquanto,Però che quel dovea significareDe’ Cristian solo il loro ultimo pianto:Dicesti ch’era il sangue, che versareE sparger si dovea de’ cor cristiani,Ma pure alfin sarà quel de’ Pagani.
122 Ed io pur semplicetto fui e folle,E non credetti a tanti strani augúri;Chè qualche deità benigna volleAmmaestrarmi de’ casi futuri,Sanza chiamar gli spirti nelle ampolle,E i negromanti a interpetrare oscuri:Omè, che ’l ver m’apparve in chiaro specchio,Ma troppo a quel ch’i’ volli posi orecchio!
123 Ed or tra male branche son condotto,E Falserone è morto, e più non posso;Il campo al primo assalto è quasi rotto,E so che Carlo a furia sarà mosso,Chè il tradimento sentirà di botto:Tanto che tosto Ibèro sarà rosso,Che e’ mi par già veder di sangue sozzaE in pianti e strida ed urla Siragozza.
124 Intanto il gran tumulto de’ CristianiInnanzi s’avea messo a saccomannoIl campo che fuggiva de’ Pagani,Come innanzi a’ lion gli armenti fanno,O spesso in parco i cavriuoli e i dani;Tal che le grida a’ nugoli su vanno,E sopra tutto Rinaldo gli caccia,E mentre uccide l’un, l’altro minaccia.
125 Quando Marsilio ha veduto venireIl campo suo così miseramente,Riprese, come disperato, ardire;E innanzi pinse tutta la sua gente,E disse: Io so che mi convien morire;Ma qualcun altro sarà ancor dolente;Sì che le schiere ambo scontrate sono,E rimbombava in ogni parte il suono.
126 Rinaldo, quando e’ fu nella battaglia,Gli parve essere in ciel tra’ cherubiniTra suoni e canti, e nel mezzo si scaglia,E minacciava que’ can saracini:Tutti sarete straziati, canaglia!E cominciava a far de’ moncherini,E mozziconi e uomini da sarti;E spesso appunto faceva due parti.
127 E così dalla parte de’ PaganiEran venuti con Marsilio innanziUomini degni e tanti capitani,Ch’io non credo con lor molto s’avanzi;E faranno ben contro a’ lor sovrani,E insegneranno a’ Franciosi i romanzi,Forse la solfa della Margherita,Ch’ognuno al fin ci lascerà la vita.
128 Bianciardino avea seco ChiarielloDi Portogallo, un re famoso e forte,Fieramonte di Balzia, e il re Fiorello,E Balsamin, ch’è peggio che la morte,Che sarà pe’ Cristian mortal flagello;E s’io non l’ho più detto, BuiaforteV’era, figliuol già del famoso Veglio,Che facea forse, a non venirvi, il meglio.
129 Brusbacca v’era, e il re Margheritonne,E Mattafirro un feroce pagano,Che non si fe’ più strazio d’Ateonne,Quanto costui farà d’ogni Cristiano;E non si lasci indrieto Sirionne,Che porta un bastonaccio sconcio in mano:Questi eran tutti sotto una bandieraDi Bianciardin nella seconda schiera.
130 E nella terza schiera vien davanteSotto l’insegna dello Dio MaconeGrandonio, l’Arcaliffa e BaluganteIn compagnia del re Marsilione;E Zambuger, che ancora è piccol fante,E vuol trovarsi al marziale agone,E molti gran baron là della Spagna,Tanto che molto è questa schiera magna.
131 E’ si vedeva in manco d’un balenoTante lance abbassate, ch’e’ pareaCh’e’ tremi sotto a’ cavalli il terreno,Tanta gente in un tratto si movea:Taccia chi scrisse Canni o Transimeno,Chè Marte, credo, paura n’avea,E Giuppiterre alla ròcca sua crescaA questa volta più d’una bertesca.
132 Orlando disse: Con MarsilioneLasciate a me la battaglia, perch’ioLo tratterò come il suo Falserone,E pagherà de’ suoi peccati il fio;Chè non crede il ribaldo anche in Macone,E spergiurato ha nel cielo ogni Iddio,Come vero marran malvagio e fello.E tutta volta va cercando quello.
133 Baldovin, che di Gano era figliuolo,Nella battaglia è con la spada entrato,E transcorreva a suo modo lo stuoloDe’ Saracin, ch’ognun s’era allargato,Tanto che spesso si ritrova solo;Della qual cosa e’ s’è maravigliato,E non sapeva interpetrare il testo,Chè sua prodezza non dovea far questo.
134 Or chi vedesse il conte Anselmo il giorno,Cose vedrebbe inaudite e nuove;Egli avea sempre assai Pagan d’intorno,Ma poi in un tratto gli mandava altrove:E Sansonetto si faceva adornoPer la battaglia di mirabil prove;E Terigi anche venía punzecchiando,Che si pascea de’ rilievi d’Orlando.
135 Ulivier con la spada suona spessoQualche bacino, o qualche cemmamella,E quanti Saracin vengono appresso,Non portavan più oltre le cervella,Chè tutte saltan fuor del capo fesso;Tanto ch’a molti avanza briglie e sella,Ed ognun fugge la furia di Vienna,Che con le spade quel dì non accenna.
136 Il valoroso duca d’InghilterraFece quel dì quel che in molti anni fernoGià molti cavalier mastri di guerra:Oh, quanti Saracin manda all’inferno!Le strette schiere a sua posta disserra,Non si fe’ mai di bestie tanto scherno:E Berlinghier ritrovò FinadustoCon quel bastone all’usato pur giusto.
137 E benchè molto con lui sia pitetto,Si ricordò dell’eccellenzia antica,E non potendo ferirlo all’elmetto,Perchè e’ gli aggiugne allo scudo a fatica,Alzò la spada insino al gorzaretto:E se tu vuo’, lettor, che il ver si dica,Vedrai che non ci lievo e non ci abborro,E’ levò il capo che parve d’un porro.
138 Era il sangue alto insino alle ginocchia,Che correa già per la valle meschina,E Ricciardetto col brando non crocchia,E molte volte a traverso sciorina;E spicca i capi come una pannocchiaDi panico o di miglio o di saggina,E non poteva a ’gnun modo star saldo.Pensa quel dì quel che facea Rinaldo.
139 Del Monte a San Michel pose MatteoLa lancia alla visiera al re Fiorello,E prese appunto ove egli aveva un neo,E riuscì di drieto pel cervello:Are’ quel colpo atterrato anche Anteo,Pensa se cadde in su la terra quello.Non si poteva por più appunto a sesta,Benchè a molti altri forerà la testa.
140 Aveva il conte Anselmo il giorno secoAppresso sempre il buon duca Egibardo,Ch’a molti dette percosse di cieco,E spesso corse insino allo stendardo;E disse: Che di’ tu, s’io te lo reco?E molto fu reputato gagliardo;Tanto che il campo in modo spaventava,Ch’ognun lo fugge come fera brava.
141 E’ si vedea, dove combatte Orlando,Prima che il busso agli orecchi pervegnaDella percossa, in su tornato il brando,Come avvien dell’accetta a qualche legna;E Turpin più non veniva segnandoCol granchio in man, ma con la spada segna;Chè non è tempo la croce or si mostri,E infilza Saracin per paternostri.
142 Gualtier da Mulion pareva un drago,E Guottibuoffi non volea fuggire,Ma con la spada va crescendo il lago,E cerca sol come e’ possi morire;Ognun più che ’l tafan di sangue è vago,Sì che quel verso si poteva direPer la battaglia e pel crudele scempio:Sangue sitisti, ed io di sangue t’empio.
143 Angiolin di Baiona e di BellandaOgnun feriva molto ardito e franco,Ottone il campo scorrea d’ogni banda,Avin non si tenea la spada al fianco;Rinaldo tanti a Astarotte ne manda,Ch’egli è già tutto trafelato e stanco;Avolio e Marco, e ’l possente Riccardo,Ognun parea com’egli era gagliardo.
144 La battaglia veniva rinforzando,E in ogni parte apparisce la morte;E mentre in qua e in là combatte Orlando,Un tratto a caso trovò Buiaforte,E in su la testa gli dette col brando:E perchè l’elmo è temperato e forte,O forse incantato era, al colpo ha retto;Ma della testa gli balzò di netto.
145 Orlando prese costui per le chiomeE disse: Dimmi, se non ch’io t’uccido,Di questo tradimento appunto, e come;E se tu il di’, della morte ti fido:E vo’ che tu mi dica presto il nome.Onde il Pagan rispose con gran grido:Aspetta, Buiaforte, io te lo dico,Della Montagna del Veglio tuo amico.
146 Orlando, quando intese il giovinetto,Subito al padre suo raffigurollo;Lasciò la chioma, e poi l’abbracciò strettoPer tenerezza, e coll’elmo baciollo:E disse: O Buiaforte, il vero hai detto,Il Veglio mio! e da canto tirollo:Di questo tradimento dimmi appunto,Poi che così la fortuna m’ha giunto.
147 Ma ben ti dico per la fede mia,Che di combatter con mia gente hai torto,E so che ’l padre tuo, dovunque e’ sia,Non ti perdona questo così morto.Buiaforte piangeva tuttavia,Poi disse: Orlando mio, datti conforto,Il mio signore a forza qua mi manda,Ed obbedir convien quel che comanda.
148 Io son della mia patria sbandeggiato;Marsilio in corte sua m’ha ritenuto,E promesso rimettermi in istato:Io vo cercando consiglio ed aiuto,Poi ch’io son da ognuno abbandonato,E per questa cagion qua son venuto:E bench’i’ mostri far grande schermaglia,Non ho morto nessun nella battaglia.
149 Io t’ho tanto per fama ricordareSentito a tutto il mondo, che nel coreSempre poi t’ebbi, e mi puoi comandare,E so del padre mio l’antico amore;Del tradimento, tu tel puoi pensare,Sai che Gano e Marsilio è traditore;E so, per discrezion tu intendi bene,Che tanta gente per tua morte viene.
150 E Baldovin di Marsilio ha la vesta,Chè così il vostro Gano ha ordinato;Vedi che ignun non gli pon lancia in resta,Chè ’l signor nostro ce l’ha comandato.Disse Orlando: Rimetti l’elmo in testa,E torna alla battaglia al modo usato;Vedrem che seguirà; tanto ti dico,Ch’io t’arò sempre, come il Veglio, amico.
151 Poi disse: Aspetta un poco, intendi saldo,Che non ti punga qualche strana ortica;Sappi ch’egli è nella zuffa Rinaldo.Guarda che il nome per nulla non dica,Che non dicessi in quella furia caldo:Dunque tu se’ dalla parte nimica?Sì che tu giuochi netto, destro e largo,Chè ti bisogna aver qui gli occhi d’Argo.
152 Rispose Buiaforte: Bene hai detto;Se la battaglia passerà a tuo modo,Ti mosterrò che amico son perfetto,Come fu il padre mio, ch’ancor ne godo.Ma perchè il tempo a tante cose è stretto,Noi faren punto alla materia e nodo,Che sarà piena d’angoscia e di pianto,Con l’aiuto del Ciel, nell’altro canto.
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