Cefalo e Procri (Ovidio)
Translated from Latin by Giacomo Zanella
Quante un incauto credereTalor sciagure apporti,Di Procri l’infortunio,Sposi, vi renda accorti.
Non lungi dalle floridePendici dell’ImettoSgorga una fonte e morbidoVi fan l’erbette un letto.
Bossi e ginestre adombranoIl tacito recesso;Il mirto, il pin vi cresconoIl lauro ed il cipresso.
Di un odorato zefiroAgli aliti giocondiGli erbosi cespi ondeggiano,Susurrano le frondi.
Stanza gradita a CefaloChe, cani e cacciatoriLasciando altrove, assidersiIvi godea sui fiori.
E «Vieni, o mobil Aura,Solea cantar sovente,Ninfa cortese, a molcereVieni il mio petto ardente.»
Del malaccorto CefaloI detti alcun raccoglie,E li riporta al creduloOrecchio della moglie.
Di subito alla miseraIrte si fer le chiomeChè nome di un’adulteraDi Aura le parve il nome;
E impallidì qual soglionoA terra impalliditeCader d’autunno al termineLe foglie della vite.
Poi come dal delirioLa misera si scosse,Stracciò le molli porpore,II petto si percosse.
Disciolta il crin sugli omeri,D’indugio intollerante,Già le vie fende ed ululaA guisa di Baccante.
Giunta all’Imetto, lasciaL’ancelle a mezza valle,E dentro al bosco intrepidaVarca per ermo calle.
Oh qual, donzella improvvida,Era in tuo cor tempesta,Quando sedevi in guardiaNascosa alla foresta!
Ansia de’ venti al murmureGli occhi volgeva attorno;Scovrir in ogni cespiteTemeva il proprio scorno.
Procri infelice! or scernereElla vorrebbe il vero,Or non vorrebbe: fluttuaPerplesso il suo pensiero.
Il nome, il loco acquistanoA’ suoi sospetti fede:Quanto paventa il miseroAgevolmente crede.
Come di un uom vestigioVide sull’erba impresso,Fiero la colse un tremito,Le battè ’l cor più spesso.
Ed alto il sol degli arboriL’ombra minor già fea,E spazio eguale il vesperoDall’alba dividea.
Ecco ritorna Cefalo,Beltà divina, al fonte,Nelle fresche acque a tergereLa polverosa fronte.
Procri lo mira e palpita:Ei steso sull’erbetta,Venite, esclama, o zefiri.Vieni, cortese auretta.
L’inganno del vocaboloProcri conobbe appena,Che l’ansio core esilara,La faccia rasserena.
Sorge; e col petto aprendosiLa via fra le conserteOmbre del bosco a CefaloSen corre a braccia aperte.
Quei d’una fiera il giungereUdir pensando, in frettaSull’arco inconsapevoleIncocca la saetta.
Che fai? t’arresta, o Cefalo,Vano timor t’assale.....Che festi? A Procri, o misero,Vibrasti in sen lo strale.
«O fatal selva! O Cefalo,Ella cadendo esclama,Come potesti uccidereLa tua fedel che t’ama?
Giovane io muoio; e giovaneMorir già non mi pesa,Poi che di donna estraniaPiù non pavento offesa.
Prendi il supremo anelito,Aura temuta invano:Tu le pupille chiudimi,O sposo, di tua mano.»
Disse: e dal sen lo spiritoA poco a poco uscitoTremanti i labbri accolgonoDel pallido marito.
Ei fra le braccia esanimeSostien l’amata sposa,E lava di sue lagrimeLa piaga sanguinosa.....
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