I. Canzone alla Morte

Le rime volgari

Qual peregrin nel vago errore stancode’ longhi e faticosí soi viaggiper lochi aspri e selvaggi,fatto giá da’ pensier canuto e bianco,al dolce patrio albergosospirando cammina, e si rimembrale paterne ossa e sua novella etade;di se stesso pietadetenera ’l prende, e le affannate membraposar desia nel loco ov’el giá nacquee ’l dì prima gli piacque;tal io, ch’ai peggior anni oramai vèrgo,in sogni, in fumi, in vanitade avvolto,a te mie preci vólto,refugio singular che pace apportea l’umane fatiche, inclita Morte.Qual navigante ne le torbid’onde,tra l’ire di Nettuno e d’Eolo, aggiuntoquasi a l’estremo punto,le care merci, per salvar sé, effonde,e, il desiato portoremirando, i pericoli raccogliescorsi e fatiche tra Caribdi e Scilla,e vita piú tranquilla

pensa, non tra pirati, venti e scoglie,dappoi che ’l danno l’have fatto saggiodel marittimo oltraggio;tal io che son di mia fortuna accorto,macchiato e infetto in questa mortal pece,a te vòlgo mie prece,o porto salutar, che sol conforted’ogni naufragio il mal, splendida Morte.Placidissimo sonno, alta quiete,che Stige e l’infocato Flegetonte,Cocito et Acheronte,con le dolci onde del tuo ameno Lete,non che tempre, ma estingue,e levi d’ignoranza ’l scuro velo,sciocco è chi ’l tuo soccorso non intende.In tutto al ver contende,né trae sua vista tenebrosa al cielo,chi de la tua presenza il don non vede,che il gran Fattor ne diede.Tu se’ quella possente che distingueil ver dal falso, dal perpetuo il frale,da l’eterno il mortale:di magnanimi spiriti consorte,a te mi volgo, generosa Morte.Candido vien dal ciel, puro e divinol’animo immortal nostro in questa spoglia,ove in tutto si spogliadel lume di sua gloria in suo cammino,tra paura e desio,dolor, vane letizie, sdegni et ire,ove natura pugna e li elementitra li contrari venti.Mirabil cosa fia se mai ’l ciel mire,gravato dal terrestre infimo pondode l’orbo, ingrato mondo!Il tuo breve soccorso onesto e pio

gli rende la sua pura libertade:da te adunque pietade,chiedendo, aspetto a la mia crudel sorteper la tua dolce man, pietosa Morte.Questa c’ha nome vita falso in terra,ch’altro è che fatica, affanno e stento,sospir, pianto e lamento,dolore, infermitá, terrore e guerra?Questa acerba matrigna,natura, in tanti mal questo sol beneper pace dètte, libertade e porto,a’ piú savi diporto:il fine attender de le mortal pene.E dicon: — Non fia lunge chi ne spogliacon generosa voglia! —Tu sei quella, tu sei quella benignamadre, che i vilpensier dai petti sgombrie’ nostri mali adombridi lunga oblivion, d’immortal scorte:soccormi adunque, o graziosa Morte.Qual di famosi ingegni è maggior gloria,ebrei, greci, latini, arabi e persi,di lingue e stil diversi,quanti l’antique carte fan memoria,te han scritta e desiata.Felice disse alcun chi mòre in fasce;altri, quando la vita piú diletta;chi, quando men s’aspetta.Molti beato disser chi non nasce:molti con forte man t’han cerco e tolta,grave turba e non stolta!Tu breve, tu comune e iusta e grata,tu facil, natural, pronta, che sèpreil bel fior da la vepre:nostre calamitá prego che ammorte,benigna e valorosa, optata Morte.

Ben prego prima Quel che sopra ’l lignola rabbia estinse de l'orribil angue,che del suo chiaro sangueme asperga e mondi, placido e benigno:attenda sua pietade,non del mio fragil stato il van discorso,che sotto il peso de le colpe ascondecaduca, arida fronde.Con amaro dolor chiedo soccorso;sua infinita bontá mie’ errori copra:de le sue man son opra.Fida ministra poi di sua bontade,leva suavemente ’l fatal crine,et al celeste fineapri le sacrosante aurate porte,cara, opportuna e desiata Morte.Canzon, costante e altera, umil ma forte,col Tesbite n’andrai, con quel da Tarso:quel Signor prega e adora,che, per non esser di sua grazia scarso,dolce e bella morendo fe’ la Morte.

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