Canzone XXIX

Le rime di M. Francesco Petrarca

ITalia mia, benchè ’l parlar sia indarnoAlle piaghe mortaliChe nel bel corpo tuo sì spesse veggio;Piacemi almen, ch’i miei sospir sien, quali

Spera ’l Tevero, e l’Arno,E ’l Po, dove doglioso, e grave or seggio.Rettor del ciel', io cheggio,Che la pietà che ti condusse in terra,Ti volga al Tuo diletto almo paese.Vedi, Signor cortese,Di che lievi cagion che crudel guerra:E i cor, che ’ndura, e serraMarte superbo, e fero,Apri Tu, Padre, e ’ntenerisci, e snoda:Ivi fa che ’l tuo vero(Qual io mi sia) per la mia lingua s’oda.Voi cui Fortuna ha posto in mano il frenoDelle belle contrade;Di che nulla pietà par che vi stringa;Che fan qui tante pellegrine spade?Perchè ’l verde terrenoDel barbarico sangue si dipinga?Vano error vi lusinga:Poco vedete, e parvi veder molto:Chè ’n cor venale amor cercate, o fede.Qual più gente possede,Colui è più da’ suoi nemici avvolto.O diluvio raccoltoDi che deserti straniPer innondar i nostri dolci campi!Se dalle proprie maniQuesto n’avven' or chi fia che ne scampi?Ben provide Natura al nostro stato,Quando dell’Alpi schermoPose fra noi, e la tedesca rabbia.Ma ’l desir cieco, e ’ncontra ’l suo ben fermo,S’è poi tanto ingegnato.Ch’al corpo sano ha procurato scabbia.Or dentro ad una gabbiaFere selvagge, e mansuete gregge

S’annidan sì, che sempre il miglior geme:ED è questo del seme,Per più dolor, del popol senza legge,Al qual, come si legge,Mario aperse sì ’l fianco,Che memoria de l’opra anco non langue;Quando assetato, e stancoNon più bevve del fiume acqua che sangue.Cesare taccio; che per ogni piaggiaFece l’erbe sanguigneDi lor vene, ove ’l nostro ferro mise.Or par, non so perchè stelle maligne,Che ’l cielo in odio n’aggia.Vostra mercè, cui tanto si commise;Vostre voglie diviseGuastan del mondo la più bella parte.Qual colpa, qual giudizio, o qual destino,Fastidire il vicinoPovero, e le fortune afflictte, e spartePerseguire, e ’n disparteCercar gente, e gradire,Che sparga ’l sangue, e venda l’alma a prezzo?Io parlo per ver dire,Non per odio d’altrui, nè per disprezzo.Nè v’accorgete ancor per tante proveDel Bavarico inganno;Ch’alzando 'l dito con la morte scherza.Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno;Ma ’l vostro sangue piovePiù largamente, ch’altr’ira vi sferza.Dalla mattina a terzaDi voi pensate; e vederete, comeTien caro altrui che tien sè così vile.Latin sangue gentile,Sgombra da te queste dannose some:Non far idolo un nome

Vano senza soggetto:Chè ’l furor dI lassù gente ritrosaVincerne d’intellecto,Peccato è nostro, e non natural cosa.Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?Non è questo 'l mio nido,Ove nudrito fui sì dolcemente?Non è questa la patria in ch’io mi fido,Madre benigna, e pia,Che copre l’uno, e l’altro mio parente?Per Dio, questo la menteTalor vi mova, e con pietà guardateLe lagrime del popol doloroso,Che sol da voi riposoDopo Dio spera; e pur che voi mostriateSegno alcun di pietate;Vertù contra furorePrenderà l’arme, e fia ’l combatter corto:Chè l’antico valoreNell'Italici cor non è ancor morto.Signor, mirate come ’l tempo vola,E siccome la vitaFugge, e la morte n’è sovra le spalle.Voi siete or qui: pensate alla partita:Chè l’alma ignuda, e solaConven ch’arrive a quel dubbioso calle.Al passar questa vallePiacciavi porre giù l’odio, e lo sdegno,Venti contrari alla vita serena:E quel che ’n altrui penaTempo si spende, in qualche atto più degno,O di mano, o d’ingegno,In qualche bella lode,In qualche onesto studio si converta:Così quaggiù si gode,E la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t’ammoniscoChe tua ragion cortesemente dica:Perchè fra gente altera ir ti convene;E le voglie son pieneGià dell’usanza pessima, ed antica,Del ver sempre nemica.Proverai tua venturaFra magnanimi pochi, a chi ’l ben piace:Di’ lor: Chi m’assicura?Io vo gridando: Pace, pace, pace. -

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